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Arte Povera, Hauser & Wirth / New York

“Prima viene l’uomo poi il sistema” iniziava così quello che è storiograficamente riconosciuto come il manifesto dell’Arte povera, apparso sulle pagine di Flash Art (G. Celant, “Arte povera. Appunti per una guerriglia”, in Flash, no. 5, novembre – dicembre, 1967, p. 4).

In queste pagine Celant parlava di “un nuovo atteggiamento per ripossedere un ‘reale’ dominio del nostro esserci, che conduce l’artista a continui spostamenti dal suo luogo deputato, dal cliché che la società gli ha stampato sul polso. L’artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilità, sorprendere e colpire, non l’opposto”.
A distanza di cinquant’anni dalla perspicace intuizione celantiana Hauser & Wirth occupa interamente i tre piani della galleria sulla 22a a New York con la mostra “Arte povera” a cura di Ingvild Goetz, tra le più grandi collezioniste del movimento. È piuttosto singolare che una galleria del calibro di Hauser & Wirth dedichi una mostra a una collezione privata pur non rappresentando nessuno degli artisti in mostra; sembrerebbe dunque che la galleria, attraverso questa operazione insolita e “contro-mercato” abbia scelto di celebrare al meglio l’anniversario dell’Arte povera dando per una volta la priorità all’uomo, anzichè al sistema.
L’Orchestra di stracci – vetro diviso (1968) di Michelangelo Pistoletto e un tardo Igloo di Mario Merz (1984-1992) posti a una distanza fisica quasi costretta l’uno dall’altro, introducono il visitatore al percorso che si snoda fluidamente, del quale è possibile cogliere nessi e associazioni costruite meticolosamente da Goetz. La familiarità con i linguaggi poveristi e con l’effimerità che accomuna tanti fra i lavori visibili è percepibile nei rimandi che Goetz ha attivato in questo allestimento – che in alcuni punti ricorda l’ordinamento e la disposizione degli “oggetti poveri” nello spazio del Deposito d’Arte Presente a Torino fra il 1966 e il 1969. Al primo piano si alternano lavori di Jannis Kounellis, Mario Merz e Giovanni Anselmo; di questi rispettivamente Lance (1966), Impermeabile (1966) e Bottiglia (1967) di Merz; Senza titolo (1967) e Torsione (1968) di Anselmo e i Senza titolo (1958-59-61) di Kounellis sono indicativi delle nuove sperimentazioni che germinavano autonome in ognuno di loro, precedenti alla criticizzazione che li ha riuniti poi sotto la voce Arte povera. Al piano superiore lavori seminali di Alighiero Boetti tra cui PING PONG (1966) e Millenovecentosettanta (1970) sono accostati a opere di Pier Paolo Calzolari, Giulio Paolini, Luciano Fabro, Gilberto Zorio ed Emilio Prini; di quest’ultimo Perimetro (1967), Perimetro – Misura studio stanza (1967), Standard (1967) e 5 Sistemi percettivi per ambiente 1967 (1968) restituiscono quella componente del suo lavoro sulla traccia e sul corpo che deambula nello spazio, dove i dati spaziali sono lasciati all’osservatore come punti nel vuoto e l’ambiente è uno spazio d’aria di cui l’artista si riappropria. L’ultimo piano della galleria, oltre a un giovanissimo Pascali Mitragliatrice (1965) e opere di Pistoletto e Giuseppe Penone, presenta circa cinquanta fotografie di Claudio Abate, Giorgio Colombo e Paolo Mussat Sartor i tre fotografi che hanno saputo raccontare e imprimere in modo indelebile gli anni Settanta, cristallizzandoli nell’immaginario.

Eleonora Milani

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Recensioni /

Luigi Ontani Accademia di San Luca / Roma

Se si ha avuto la fortuna di entrare nello studio di Luigi Ontani, non si può fare a meno di pensare che la mostra “SanLuCstoMalinIonicoAttoniTὀnicoEstaEstE᾽tico”, presentata negli spazi dell’Accademia Nazionale di San Luca presso Palazzo Carpegna sia un’ascesa – nel vero senso della parola – nell’universo creativo dell’artista.

A partire dai tableaux vivants, autoritratti fotografici degli anni Settanta, che reinterpretano la storia iconografica occidentale tra mito e religione, letteratura e allegoria, lo spettatore è testimone della continua metamorfosi a cui Ontani sottopone se stesso. Ontani come LEDAECIGNO (1975); Ontani come l’Annunciazione (1970); Ontani come BACCHINO (1970), campeggiano sulle pareti della sala d’ingresso. Il gioco dell’immaginazione continua catapultando abilmente e direttamente il pubblico nel “regno” eccentrico e visionario dell’artista con Nel Regno del Ragno Egoista (2005), opera specchiante che riflette il volto di chi la osserva incorniciandolo nella misteriosa e magica atmosfera generata da Ontani.
Sala dopo sala si passa così dalle ceramiche ai vetri, dalle foto agli acquarelli, dalle cartapeste ai bronzi, sottolineando l’indipendenza poetica dell’artista la cui libertà creativa non ha mai provato confini linguistici o geografici, di genere o politici, né si è mai identificata in un movimento, facendo della meraviglia e dell’ironia la propria cifra stilistica.
La filosofia della messinscena giunge all’apice lungo la rampa elicoidale di Borromini, con una sfilata di erme, grilli, canopi. Così Trilussa, Cristoforo Colombo, Pollock, de Chirico, Galileo, Giovanna D’Arco e Rossini – per citarne solo alcuni – vivacemente ritratti, dotati di bizzarri e unici falli, sfilano stravagantemente eppure armoniosamente per il corso borrominiano. Ibridi in cui si scorgono innesti tra animale e vegetale, fantastico e reale, le sculture narrano il lato più recondito, intimo, burlone di questi uomini illustri, rivoluzionandone la rappresentazione classica.
L’irriverenza e l’ambiguità di Ontani, insieme ad un evidente narcisismo e farsesco atteggiamento, si ritrova nelle foto lenticolari della serie AnamorPose che, fronteggiando le ErmEstetiche, mettono alla prova non solo le potenzialità della rappresentazione, ma anche lo sguardo dello spettatore, a cui è richiesto una spostamento di posizione per coglierne la dualità giocosa.
L’istrionica processione si disperde alla fine della rampa, tra le sale espositive dell’Accademia di San Luca, dove ceramiche e fotografie si intrattengono in conversazioni con capolavori della collezione. Qui Ontani esordisce posizionando il suo San Luca d’apres Guercino (1975) mimetizzato tra lavori di Wolff, Canova e Thorvaldsen e conclude con una stanza dedicata a DAVID d’après Michelangelo/ “Prigioni” in 7 pose (1970), rimarcando la possibilità di trasporre la storia, modellarla attraverso il potere dell’illusione.
SanLuCstoMalinIonicoAttoniTὀnicoEstaEstE᾽tico è così un viaggio nella rivoluzione dell’immagine attraverso il gesto. A Palazzo Carpegna, centro nevralgico della costruzione storico artistica, va in scena una riflessione sul concetto di apparenza, in cui Ontani dichiara come l’eterno possa essere reso mobile attraverso l’artificio e l’apparizione, come il doppio possa convivere in ogni cosa alimentato dalla fantasia senza per questo essere mai considerato copia.

Ilaria Gianni

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In Residence /

Compendium Maleficarum / Capri espiatori

Per recarsi al sabba notturno la strega si denuda e si spalma con un unguento fatto di carne o di sangue di bambino. Quindi invoca il diavolo e si mette a cavalcioni di una sedia o di una scopa, ma vanno bene anche un bastone, un forcone, un maglio per battere il lino, uno sgabello. A volte il volo avviene cavalcando una gatta, un caprone, un cane o un toro. Chi le spia, vede le streghe scomparire in una nuvola azzurra. Se, tornando a casa in groppa al diavolo vengono sorprese dal suono della campana della prima messa, succede che restino sospese in aria. Sole, perché il diavolo, accorto, se ne fugge.

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Compendium Maleficarum è una rubrica di Alberto Tadiello ideata per “In Residence”.

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News /

Artecinema 2017 Teatro San Carlo, Teatro Augusteo / Napoli

Un appuntamento fisso, una formula di successo che per quattro giorni porta a Napoli un’attenta selezione di corto e lungometraggi dedicati all’arte e agli artisti. “Artecinema”, il Festival internazionale di film sull’arte contemporanea a cura di Laura Trisorio, inaugura la sua 22a edizione al Teatro San Carlo di Napoli il 19 ottobre 2017, per poi spostarsi al Teatro Augusteo nei giorni 20, 21 e 22 ottobre.

Un ricco programma (25 le proiezioni) che fa della trasversalità la sua forza: architettura, fotografia e, ovviamente, arti visive, trovano nel mezzo filmico uno strumento per documentare, raccontare e approfondire la pratica di autori contemporanei e la realizzazione delle loro opere. “Un aspetto importante del festival è la sua continuità. Agendo sul territorio da 22 anni in maniera continuativa, ‘Artecinema’ ha contribuito alla formazione del gusto e della sensibilità verso l’arte di un’intera generazione”, dichiara Laura Trisorio.
Per questa edizione, un focus è dedicato alla figura femminile nel mondo dell’arte, con documentari su Eva Hesse, Jenny Holzer e il film Objectif Femmes (2015) che vede protagoniste un nutrito gruppo di fotografe, da Berenice Abbott a Francesca Woodman, per tracciare una storia della fotografia al femminile.
Non mancano approfondimenti sulle fatiche più recenti di alcuni tra i più grandi artisti contemporanei, come Jan Fabre – esposto lo scorso giugno al Museo di Capodimonte, al Museo MADRE e allo Studio Trisorio –, a cui è dedicato il film diretto da Wannes Peremans che documenta il backstage e l’allestimento della sua mostra al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.
In Bill Viola: The Road to St Paul’s (2017), il regista Gerald Fox racconta la realizzazione delle due opere video dell’artista americano, Mary (2016) e Martyrs (2014), installate nella Cattedrale di St. Paul a Londra, seguendone la genesi e la produzione finale in un arco di dodici anni. Sono inoltre protagonisti David Hockney e Antony Gormley, rispettivamente ritratti da Randall Wright e da Matteo Frittelli, mentre tra i film dedicati agli artisti italiani sono in programmazione Novantatremiliardi di albe (2017), documentario di Domenico Palma sulla realizzazione dell’ultima opera di Francesco Arena, Paolo Canevari – Souvenir (2016), Sguardo nomade – Marisa Albanese (2017), per la regia di Fiamma Marchione, e Cucchi a passo uno (2012), un viaggio visionario in stop motion intorno all’opera di Enzo Cucchi diretto da Maurizio Finotto. Accurata anche la selezione dei titoli nella sezione architettura, con film dedicati a John Hardy, all’architetto di giardini Piet Oudolf, a Tadao Ando e a Mario Botta, mentre nella sezione fotografia è in programma Koudelka Shooting Holy Land (2015), un racconto per immagini del giovane fotografo e regista israeliano Gilad Baram che ha accompagnato il fotografo ceco Josef Koudelka nel suo lungo viaggio in Terra Santa.

Alessandra Troncone

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Glenn Brown Museo Stefano Bardini / Firenze

La mostra personale di Glenn Brown viene ospitata nel museo che prende il nome dal suo ideatore, Stefano Bardini (1836-1922), il più autorevole antiquario italiano che decise di trasformare la propria collezione in museo e di donarla al Comune di Firenze.

La ricerca dell’artista britannico rinnega persistentemente la necessità dell’originalità rispetto al passato e si caratterizza da un evidente gusto per l’umorismo, il kitsch e persino per il piacere della distruzione e il fascino per la decomposizione della forma umana. In questo senso, Brown si appropria delle immagini della storia dell’arte e delle sue connotazioni, rielaborandole, confutando una linea citazionista o anacronistica e annullando qualunque riferimento diretto, per portarci in un costante flusso mentale.
La mostra prende spunto proprio dalla sua profonda conoscenza della storia dell’arte e da un approccio manierista nei suoi confronti: evidenti i rimandi e i richiami alla grafica tedesca del XVI e del XVII secolo, alla pittura del Settecento, ai disegni di Goya o al surrealismo. Sono una trentina i lavori che si snodano per i tre piani del museo e che si distinguono, si nascondono, emergerono o si mimetizzano nella collezione;  nonostante a volte questo gioco diventi forzato o troppo vincolato, in linea generale riesce a mantenere un’indiscutibile tensione nel visitatore.
Insieme a sculture esuberanti, grottesche e ammalianti, emergono i dipinti e soprattutto i magnifici disegni realizzati con segni brevi, decisi e vertiginosi, aggrovigliati e contorti in cui nulla è abbastanza solido e tutto diventa vaporoso. L’annullamento di qualunque prospettiva o contesto origina dei lavori con contorni fumosi e tenebri che evidenziano un’inquietante psicologia. Pose plastiche e ritratti abbozzati su sfondi sfocati o alberi secchi con i rami piegati dal vento che sembrano essere prelevati da una scena in mezzo a una tempesta. Non sfugge una certa componente enigmatica, sfuggente, inafferrabile e misteriosa che viene amplificata dal contesto fiorentino in cui la mostra si svolge.

Angel Moya Garcia

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Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte

Lo scorso 7 luglio è stato siglato un accordo tra il Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea e la Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte. Tale intesa conferisce al museo la cura, lo studio e la valorizzazione della collezione che l’imprenditore Francesco Federico Cerruti raccolse a partire dagli anni Cinquanta.

Il progetto prevede la ristrutturazione e la messa in sicurezza della villa rivolese, sede della collezione, situata a pochi passi dal Castello, che aprirà al pubblico nel gennaio del 2019. Testimonianza del raffinato gusto collezionistico del proprietario, la villa non fu mai l’abitazione di Cerruti, il quale la immaginò come prezioso scrigno di una raccolta durata quasi settant’anni. Oggi, come dichiara lo statuto della Fondazione, edificio e collezione sono resi fruibili a beneficio della collettività, nel tentativo di perpetuare i valori di mecenatismo che animarono il fondatore e di rendere la collezione una realtà viva e un motore di crescita culturale.
Di origini genovesi, Francesco Federico Cerruti, ancora bambino, si trasferì con la famiglia a Torino. Nel dopoguerra ampliò la legatoria paterna, la LIT – Legatoria Industriale Torinese, trasformandola in un’azienda di successo. Parallelamente diede avvio alla propria collezione d’arte con l’acquisto di un disegno di Kandinsky del 1918. In pochi decenni la Collezione Cerruti divenne una raccolta d’indiscusso valore, in cui trovarono posto dipinti e sculture dal Medioevo all’età contemporanea, libri rari, legatorie, fondi d’oro e arredi. L’eterogeneità e l’alta qualità delle opere rendono la Collezione Cerruti un caso esemplare nella storia del collezionismo privato italiano. Molti sono i capolavori che lo schivo e austero imprenditore raccolse negli anni. Un elenco parziale è sufficiente a testimoniarne l’eccezionalità: Bernardo Daddi, Gentile da Fabriano, Sassetta, Neri di Bicci, Dosso Dossi, Pontormo, Ribera, Tiepolo, Sebastiano Ricci, Fra’ Galgario, Batoni, Renoir, Pellizza da Volpedo, Balla, Boccioni, Casorati, Severini, Picasso, Magritte, Modigliani, Bacon, Giacometti, Burri, Manzoni, Warhol, Paolini. A queste opere si affiancano i dieci superbi dipinti metafisi di Giorgio de Chirico allestiti alle pareti della sala da pranzo, un prezioso secretaire in avorio dell’ebanista Pietro Piffetti e due divani disegnati dall’architetto Filippo Juvarra. Ma questo non è che un assaggio della straordinaria collezione, il cui catalogo generale dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2018.
Come ha dichiarato il direttore del Castello di Rivoli e neodirettore della Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte, Carolyn Christov-Bakargiev, il nuovo polo museale è un unicum nello scenario italiano e internazionale. Il Castello di Rivoli è il primo museo d’arte contemporanea a istituire una sezione dedicata all’arte medioevale e moderna. Il lascito, assicura il direttore, sarà un volano per la creatività: il dialogo che si innescherà tra le differenti stagioni dell’arte sarà potenziato da programmi educativi e curatoriali, rispettando così le ultime volontà dell’encomiabile donatore.

Fabio Cafagna

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