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I nuovi direttori

Angela Maderna intervista Carlo Antonelli, Curatore del Museo Villa Croce, Genova, Lorenzo Balbi, Direttore artistico del MAMbo, Bologna, Diana Baldon, Direttrice della Fondazione Modena Arti Visive e Lorenzo Giusti Direttore della GAMeC, Bergamo.

Carlo Antonelli
Curatore del Museo Villa Croce, Genova

Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo programma? Quali sono le mostre temporanee che vedremo?
Devo dire di no. Il programma verrà comunicato a dicembre, non prima. Posso solo dire che ruoterà esclusivamente intorno all’attenzione per Genova e il luogo in cui la Villa è situata. Le mostre temporanee che stiamo concependo con Anna Daneri parleranno di questo.

È previsto anche un lavoro specifico sulle collezioni? Di che tipo?
Il parco nel quale la Villa è immerso è popolato da alcuni specifici tipi di visitatori: la collezione verrà adattata ad alcuni di questi.

Cosa manterrai e cosa invece cambierai rispetto alle gestioni  precedenti?
La gestione precedente emetteva segnali dalla Villa per parlare quasi esclusivamente al mondo esterno. Noi partiremo dal mondo per atterrare in ogni caso a Genova fin dentro la Villa.

Hai previsto anche un lavoro specifico che miri a instaurare un rapporto con la città?
Quello sopra raccontato, e altri servizi ancora in costruzione.

Lorenzo Balbi

Direttore artistico del MAMbo, Bologna

Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo programma? Quali sono le mostre temporanee che vedremo?
Il programma espositivo per il 2017 è stato varato prima del mio arrivo, con la mostra “REVOLUTIJA”, dedicata alle Avanguardie Russe, che aprirà il 12 dicembre, realizzata in collaborazione con il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo. Questo calendario mi ha dato il tempo di insediarmi, di confrontarmi con il nuovo contesto e di lavorare insieme allo staff ad una proposta di programma coerente con la storia e le ambizioni del museo.Nel 2018 coinvolgeremo tutte le sedi dell’Area Arte moderna e contemporanea: oltre il MAMbo, Villa delle Rose, la Residenza per artisti Sandra Natali, il Museo Morandi, Casa Morandi e il Museo per la Memoria di Ustica. Il progetto sarà reso pubblico con un evento di presentazione durante la prossima Arte Fiera a inizio febbraio. Posso anticiparvi che la mia prima grande mostra al MAMbo aprirà a giugno, ma un primo “assaggio” della nuova direzione ci sarà già a gennaio quando inaugureremo “It’s OK to change your mind. Arte contemporanea russa dalla Collezione Gazprombank” a Villa delle Rose. Si tratta di una rassegna di artisti contemporanei russi, curata da me e da Suad Garayeva, direttrice dello Yarat Contemporary Art Space di Baku in Azerbaijan, che oggi, con i loro diversi linguaggi, riflettono sull’eredità dell’avanguardia.

È previsto anche un lavoro specifico sulle collezioni? Di che tipo?
Il tema centrale del nostro lavoro sulle collezioni è il riallestimento del Museo Morandi. Un progetto importante e fortemente voluto che si pone l’obiettivo di valorizzare il nucleo di opere del grande artista bolognese, di darne nuove letture e di porle in dialogo con il contemporaneo. L’operazione coinvolgerà tutti gli spazi dedicati alle collezioni, dando l’avvio ad un processo di completo ripensamento ed attualizzazione dell’identità e del percorso espositivo anche per quanto riguarda la collezione permanente del MAMbo, per la quale stiamo pensando ad una formula diversa basata su display temporanei che promuovano la conoscenza e la varietà del patrimonio del museo.

Cosa manterrai e cosa invece cambierai rispetto alle gestioni precedenti?
Il carattere comune delle proposte espositive in programma è quello della ricerca sulle nuove generazioni (anche in Italia), sui media sperimentali e su artisti mai presentati prima, nell’ottica di sviluppare il posizionamento del museo nella mappa internazionale delle istituzioni di arte contemporanea più attive e con un occhio di riguardo alla produzione di nuove opere, anche per un accrescimento della collezione. Queste linee stanno a metà tra la novità e il recupero di quelle direzioni che hanno fatto grande questa istituzione nella sua storia.

Hai previsto anche un lavoro specifico che miri a instaurare un rapporto con la città?
L’Istituzione Bologna Musei è il sistema museale del Comune di Bologna le cui proposte vengono concepite anche in un’ottica di progettualità della città per la città.
Per quanto riguarda in particolare l’Area Arte Moderna e Contemporanea, stiamo sviluppando diverse idee in questa direzione, a cominciare dall’edizione 2018 di ART CITY, durante Arte Fiera, per la quale proporremo un progetto speciale. Dedicheremo poi lo spazio della Project Room del MAMbo, nell’area della collezione permanente, all’indagine della scena artistica del territorio. Stiamo inoltre lavorando al lancio di un’iniziativa di arte pubblica che vedrà coinvolti direttamente i cittadini di Bologna.

Diana Baldon
Direttrice della Fondazione Modena Arti Visive

Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo programma? Quali sono le mostre temporanee che vedremo?
Mi sono insediata da poco più di un mese ed è presto per anticipare un programma espositivo in quanto questo deve integrare le anime di tre istituzioni culturali molto diverse tra loro. La nuova Fondazione Moderna Arti Visive è un’istituzione d’arte e cultura visiva contemporanea nata dalla volontà da parte del Comune di Modena e della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena di unire le eredità e le anime della Galleria Civica di Modena, della Fondazione Fotografia Modena e del Museo della Figurina. Per questi motivi tra le sue proposte vi sarà un programma ampio e diversificato indirizzato a diversi tipi di pubblico, che privilegerà forme di contatto e collegamento tra molti dipartimenti diversi (dalle mostre temporanee e permanenti delle collezioni ai corsi d’alta formazione didattica, dai public program ai laboratori pedagogici, dalle residenze d’artista a pubblicazioni e ricerche teoriche), nonché modalità di attivazione e di contaminazione tra contesti e discipline diversi.

È previsto anche un lavoro specifico sulle collezioni? Di che tipo?
La Fondazione Moderna Arti Visive nasce con l’intento di diffondere la conoscenza dell’arte contemporanea in tutte le sue espressioni e di valorizzare un’importante parte del patrimonio collezionistico che Modena nel corso degli anni si è data in dote, grazie all’impegno di istituzioni pubbliche e al mecenatismo di soggetti privati che in questo lasso di tempo hanno condotto un’azione d’alto profilo per l’arricchimento culturale del territorio. Le collezioni di FMAV, che comprendono la collezione di fotografia contemporanea internazionale della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, così come le Raccolte del Disegno e della Fotografia conservate alla Galleria Civica di Modena, danno conto a importanti ricerche artistiche condotte a livello internazionale negli ultimi decenni e, grazie ai fondi storici, seguono l’evoluzione di questi campi come strumenti capaci di riflettere sviluppi sociali, culturali, economici e politici delle società che li hanno creati.

Cosa manterrai e cosa invece cambierai rispetto alle gestioni precedenti?
FMAV intende promuovere le più innovative pratiche internazionali di arte e cultura visiva del Ventunesimo secolo. Le sue proposte culturali sperimenteranno nuove pratiche e modalità di fruizione, di accessibilità, di comunicazione e di collaborazione, fornendo al pubblico strumenti finalizzati alla lettura e alla comprensione dell’arte contemporanea. Inoltre l’educazione visiva sarà uno dei motori primari di tutte le attività che accompagneranno i programmi.

Hai previsto anche un lavoro specifico che miri a instaurare un rapporto con la città?
FMAV rispecchia il legame con le storie specifiche delle importanti istituzioni modenesi che raggruppa, allo scopo di rafforzarne le loro identità, nonché valorizzare e rendere fruibile i loro patrimoni collezionistici e storici. Collocandosi in un tessuto già ricco e dinamico culturalmente, la visibilità di tali collezioni si rafforzerà mediante l’inclusione di FMAV all’interno del Polo della Cultura Sant’Agostino-Estense, e nello specifico negli spazi dell’ex Ospedale Sant’Agostino, al termine di importanti lavori di restauro e riqualificazione che partiranno il prossimo anno. Il Polo della Cultura Sant’Agostino-Estense comprenderà anche l’adiacente Palazzo dei Musei, già sede dei Musei Civici e della Galleria Estense. Essendo uno dei principali soggetti del nuovo Polo della Cultura, la fondazione cercherà di svilupparne nelle sue potenzialità e profilo la promozione della città. Inoltre, FMAV intende salvaguardare e rafforzare l’eredità di Modena come centro culturale sperimentale, promuovendo pratiche innovative alla luce dei radicali cambiamenti che le arti visive hanno subito dopo l’avvento delle tecnologie digitali, che hanno rivoluzionato i metodi di produrre e fruire il l’arte contemporanea e la cultura visiva tout court.

Lorenzo Giusti
Direttore della GAMeC, Bergamo

Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo programma? Quali sono le mostre temporanee che vedremo?
Entrerò in carica a gennaio e per il momento posso soltanto comunicare il programma ereditato per la prima parte del 2018: la mostra dedicata a Raffaello, organizzata dall’Accademia Carrara e dalla GAMeC, che includerà una sezione contemporanea a cura di Giacinto Di Pietrantonio, e il progetto “Enchanted Bodies / Fetish for Freedom” a cura di Bernardo Mosqueira, vincitore della nona edizione del Premio Lorenzo Bonaldi per l’Arte.

È previsto anche un lavoro specifico sulle collezioni? Di che tipo?
Attraverso la propria collezione il museo d’arte moderna e contemporanea può offrire l’esperienza di una contemporaneità dialettica. La collezione deve anche diventare un luogo di riflessione sulle politiche culturali dell’istituzione. Nella prospettiva di dotarsi di nuovi spazi per le raccolte orienteremo le politiche di acquisizione secondo obiettivi mirati.

Cosa manterrai e cosa invece cambierai rispetto alle gestioni precedenti?
Manterremo la visione di un museo capace di integrare tempi e linguaggi diversi nell’azione quotidiana, dalle mostre alla mediazione. Sistematizzeremo il lavoro nel campo digitale, integrandolo nel momento ideativo e generativo dei diversi progetti. La contemporaneità sarà la nostra prospettiva, anche quando ci occuperemo di avanguardie storiche.

Hai previsto anche un lavoro specifico che miri a instaurare un rapporto con la città?
Affiancheremo al lavoro con scuole e studenti portato avanti dai Servizi Educativi – da sempre uno dei punti di forza della GAMeC – una serie di attività mirate per adulti, enti e associazioni, in collaborazione con le istituzioni del territorio.

a cura di Angela Maderna

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In Uscita /

Flash Art Italia no. 336 Dicembre 2017 – Gennaio 2018

Siamo lieti di comunicare che il numero di dicembre 2017 – gennaio 2018 di Flash Art è in uscita presso edicole e librerie selezionate di tutta Italia.

News

Beatrice Bulgari su In Between Art Film; i nuovi direttori: Carlo Antonelli, Lorenzo Balbi, Diana Baldon, Lorenzo Giusti; monografie e cataloghi ragionati: Carlo Alfano, Paolo Icaro, Mimmo Paladino, Ettore Sottsass; Boris Groys su In the Flow; Sarah Cosulich su Mutina for Art; Thomas Dane sull’apertura della galleria a Napoli; l’opera d’arte contemporanea, dallo scambio alla relazione

In primo Piano

Felice Levini e H.H. Lim testo di Angelo Capasso

Quell’azione a Campo dei Fiori, che segna anche il consolidamento di un’amicizia tra i due artisti, fatalmente si pone al centro di una nuova onda di trasformazioni che proseguono ancora oggi. I due, travestiti in modo carnascialesco da “il gatto” e “la volpe” (nella versione collodiana) s’infiltrano tra la folla della movida romana e si espongono come un elemento di disturbo. È un’opera che intreccia azione, narrazione, ironia, tautologia, pensiero e forma. Non un semplice recupero concettuale degli stilemi degli anni d’oro delle “seconde avanguardie”, ma un ibrido che entra nel mondo e lo guarda con uno sguardo totale, secondo una scala reale, e ricerca un nuovo filo d’oro per saltare a piè pari l’epoca precedente. Un nuovo inizio?

— Angelo Capasso

Darren Bader testo di Alessandra Troncone

Dall’inafferrabilità della sua (post)produzione, emergono le questioni più urgenti e, in parte, irrisolte di tutta l’arte contemporanea: autorialità, originalità, attribuzione del valore economico, ma anche il ruolo delle istituzioni nel processo di legittimazione dell’arte. Bader le tocca tutte, senza affrontarne nessuna direttamente. Come un giocoliere, maneggia palle infuocate tenendole in sospeso il tempo strettamente necessario affinché non brucino. Come un prestigiatore, mostra carte che poi fa sparire sotto altre, divertendo e al tempo stesso stordendo chi cerca di stargli dietro.

— Alessandra Troncone


Luca Vitone
testo di Emanuela De Cecco

Arte & AI: Harold Cohen, Sondra Perry, Ian Cheng, Lynn Hershman Leeson testi di Alex Estorick, Nora N. Khan, Sandro Weilenmann, Elvia Wilk

Marion Baruch intervista di Rita Selvaggio

Andrea Pallaoro intervista di Silvia Conta

Inside

Elisa Caldana e Diego Tonus Topography of Terror (19.12.2016) (2017)

In Bilico

Dall’orizzonte di Parise: Filippo De Pisis, Simone Berti, Valerio Nicolai testo di Eva Fabbris 

Brand New

Giulia Cenci testo di Caterina Molteni


Recensioni

15a Biennale di Istanbul; 1a Biennale di Anren; Lucio Fontana, Hangar Bicocca, Milano; Chantal Joffe, Monica De Cardenas, Milano; Lisa Ponti, Federico Vavassori, Milano; Ugo La Pietra, Dabbeni, Lugano; Anna Boghiguian, Castello di Rivoli, Torino; Stefano Arienti, Villa Croce, Genova; Edoardo Piermattei, Thomas Brambilla, Bergamo; Gordon Matta-Clark e Heidi Bucher, Alma Zevi, Venezia; Emma Hart, Collezione Maramotti, Reggio Emilia; Biennale Foto/Industria, Bologna; Urs Fischer, Piazza della Signoria, Firenze; Hayley Silverman, VEDA, Firenze; Mario Nigro, Fondazione Ragghianti, Lucca; Mircea Cantor, Fondazione Giuliani, Roma; Davide Balula, Gagosian, Roma; Franco Guerzoni, Monitor, Roma; Betty Danon, Tiziana Di Caro, Napoli; Mythologies, Palazzo Palmeri, Monopoli.

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Recensioni /

Rowena Harris The Gallery Apart / Roma

“Soft Boundaries” è il titolo della seconda personale di Rowena Harris presso The Gallery Apart. I confini morbidi a cui si riferisce l’artista sono quelli dello “schema corporeo”, principale oggetto di analisi da parte dell’artista. Si tratta, in estrema sintesi, della rappresentazione mentale che abbiamo del nostro corpo che comincia a maturare in età infantile attraverso lo sviluppo progressivo delle sensazioni corporee.

Cosa accade quando i confini tra noi e il mondo circostante divengono flessibili attraverso le estensioni virtuali della nostra fisicità? Questa idea di fluidità è restituita in mostra in prima analisi dal pavimento in schiuma blu che rende l’attraversamento dello spazio soffice e ovattato. Molte delle opere esposte fanno riferimento allo strumento sensoriale che per eccellenza dovrebbe definire i confini, la pelle. Nell’insieme di opere dal titolo Pelt  (2017) – un video e una serie di lastre in rame – l’epidermide è trattata sia come un lembo morbido (nel video) e sia come superficie rigida (nelle lastre). In entrambi i casi, però, si tratta di un confine che non delimita più niente poiché svuotato del suo contenuto e defraudato della sua funzione principale, il tatto.
La pelle è anche il soggetto “assente” della serie Golden Brown Texture Like Sun (2017), lampade abbronzanti in disuso, relitti meccanici di corpi che desiderano cambiare colore. Queste sculture quasi sporche – perché unici oggetti in mostra che sono stati realmente in contatto con corpi veri – dialogano con calchi in cemento di scarpe da ginnastica (At The Edge of the Frame, 2017) a cui è stato applicato un taglio netto, come quello del cropping digitale, rivelando, in questo caso, il contenuto di una fisicità sin troppo pesante e grezza.
Chiude la mostra il video A room within which the computer can control the existence of matter (2017; frase di Ivan Sutherland, l’inventore del primo visore di realtà virtuale) dove i gesti quotidiani di una donna si alternano alla sua interazione con dispositivi digitali; questi dispositivi le consentono di prendere parte a una serie di terapie virtuali connesse a questionari su quanto abbia sentito dolore o meno o percepito il suo arto. Solo la testa, le mani e i piedi della donna sono visibili, tagliati dal resto del corpo, reso trasparente, negato alla sensorialità e, quindi, all’apparato emotivo. Quel confine molle ha raggiunto il suo obiettivo: la totale anestetizzazione del corpo fisico.

Manuela Pacella

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Hayley Silverman VEDA / Firenze

Due figure alate galleggiano nell’ampio volume verticale della galleria. La luce naturale che filtra dalla grande vetrina ne modula i contorni e modifica lentamente le loro trasparenze. Le forme, realizzate in cristallo soffiato, sono infantili, delicate e kitsch al tempo stesso, ma non per questo distraggono dal racconto di cui sono portatrici.

Un filamento di rame ne attraversa i corpi cavi collegandoli al soffitto, mentre catene dorate ne tengono unite le giunture. Fra loro, un uccello trafitto da una freccia è immobilizzato in una caduta perenne. La sua figura è incorniciata da un dipinto murale che, con un paesaggio notturno, completa questo gruppo scultoreo trasparente (Attention is the beginning of devotion [2017]).
Con queste marionette luminescenti, Hayley Silverman vuole mettere in scena un parallelismo fra il corpo degli angeli, supporto e mezzo di comunicazione divino, e il flusso d’informazioni raramente discriminato che caratterizza l’era digitale e i suoi big data. Entrambi i corpi – angelici e virtuali, invisibili e materiali – si sostengono nella raccolta incessante d’informazioni che i nostri comportamenti producono, spesso al di fuori della nostra attenzione.
Nella seconda sala, un frammento di cavo, utilizzato per la trasmissione di dati fra oceani e continenti, espone i suoi filamenti interni. Questo strumento di comunicazione, normalmente nascosto al nostro sguardo, è ora trasformato in una composizione estetica e floreale (Cable bouquet [2017]).
Silverman sembra essere dunque alla ricerca di una trasparenza dei supporti della nostra vita quotidiana, spirituale, digitale o sensuale essa sia. Il soggetto della fotografia che conclude e dona il titolo alla mostra (The living watch over the living [2017]) è a sua volta un nuovo portatore d’informazioni. Colto nell’intimità di un appartamento in penombra, si mostra attraverso lo sguardo dell’artista nel suo essere uno stimolo di conoscenza, sensibile ed estetica, silenziosa e poetica, nata nell’incontro e nella vicinanza dei propri sguardi.

Davide Daninos

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Algorithmic Signs Fondazione Bevilacqua La Masa / Venezia

Era il 1970 quando, per la prima volta, Venezia ospitò presso la sede dei Giardini della Biennale la mostra “Ricerca e Progettazione. Proposte per una Esposizione Sperimentale” con una sezione dedicata alla computer art. Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, la città lagunare ospita “Algorithmic Signs” presso la Fondazione Bevilacqua La Masa in Piazza San Marco.

La mostra, a cura della storica dell’arte Francesca Franco, nasce dalla volontà di dare voce a un periodo e a un movimento artistico spesso trascurato. Supportata da anni di ricerche e da un dialogo costante con gli artisti, la curatrice è riuscita a dare corpo a un percorso espositivo in grado di avvicinare e incuriosire il pubblico, accompagnandolo alla scoperta dell’arte digitale. I cinque artisti invitati sono i pionieri, gli “algoristi” per eccellenza, e a ognuno di loro è dedicata una sala, uno spazio personale nel quale è possibile entrare a contatto con la loro produzione artistica dagli anni Sessanta a oggi. Ernest Edmonds, Manfred Mohr, Vera Molnár, Frieder Nake e Roman Verostko creano i loro lavori utilizzando il computer e i suoi algoritmi ma, forti anche di un background differente – vita monastica, musica jazz, pittura, filosofia, fisica e matematica – riescono a produrre ricerche uniche e diverse tra loro. Edmonds esplora il colore, il tempo e l’interazione del visitatore con l’opera (Shaping Form, 2007); Mohr passa dall’espressionismo astratto alla geometria algoritmica (P-21 ‘Band-Structure’, 1970); Molnár guarda al reale e al suo vissuto rileggendolo con temi geometrici e forme semplici in grado anche di simulare la scrittura a mano come nella serie Lettres de ma mère (1987); Nake crea dei matrix, griglie di colore legate a un processo matematico (Hommage à Paul Klee, 1965); mentre Verostko, tramite l’utilizzo del plotter e della penna algoritmica, realizza disegni di chiara influenza orientale come in Frog Jump, 12 (2010) . “Algorithmic Signs” ci permettere di attraversare una fase importante della storia dell’arte capace di guardare al passato, in particolare al Costruttivismo russo dei primi del Novecento, restando però sempre al passo con lo sviluppo tecnologico. Riprendendo le parole di Molnár si può quindi affermare che la bellezza di questa ricerca artistica risiede proprio nei binomi: “rigore e emozione, controllo e abbandono, ordine e follia”.

Michela Murialdo

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Marco Pio Mucci Fondazione Zimei / Montesilvano (PE)

Presidio del contemporaneo sul territorio, da due anni la Fondazione Zimei propone un’attività articolata in mostre, progetti e residenze. È in quest’ultimo settore che s’inquadra l’esposizione “Asfalto Brillante, Romantico Cosmico, Strada Spettacolo” di Marco Pio Mucci, allievo di Garutti e co-fondatore dell’artist-run space Armada, a Milano.

Gli spazi della grande villa che ospita la fondazione – che mescola architettura organica e modernismo su una collina che guarda il mare – dettano gli interventi dell’artista, la cui ricerca aggiorna la tradizione dell’autoritratto ibridando il proprio sé con una prossimità sociale (in questo caso rappresentata dal gruppo di amici).
A un episodio biografico è legato Venduto 1, Venduto 2, Venduto 3 (2017), il trittico di opere su carta (concepito come unico lavoro), esposto nella prima delle sale: tre diverse visioni di porzioni di asfalto (che giustificano “Asfalto Brillante”, la prima delle tre sezioni che compongono il titolo).
Il disegno rappresenta uno dei fondamenti della pratica multiforme di Mucci; nella seconda sala è infatti presentato il secondo numero di Sgomento, la rivista ideata dall’artista e guidata dal principio di collaborazione: ogni numero è realizzato insieme a un altro autore (in questo episodio Matteo Pomati, con la copertina di Gianluca Belloni). Il risultato è una graphic novel disegnata in negativo che rivendica l’eredità della felice stagione italiana degli anni Settanta e Ottanta, ancora ben presente sul territorio che ha visto Andrea Pazienza muovere i primi passi, allora studente al Liceo Artistico di Pescara.
Il terzo momento della mostra si svolge in giardino, sito di un costituendo parco di opere permanenti. Qui l’artista ripercorre la tecnica – già sperimentata – del calco del proprio corpo, immergendo un suo simulacro nella piscina (Fun Guy) (2017). Lasciata bianca à la Segal, l’impronta interessa solo la parte frontale della figura, trasformandola in un guscio vuoto, sospeso fra ironia e malinconia. A questa si accompagna un’altra presenza ricorrente nel suo lavoro: il cane, rappresentato da una statua-objet trouvé. È forse questo lavoro a illuminare la seconda parte del titolo, “Romantico cosmico”. La “Strada spettacolo” infine potrebbe racchiudere l’intento progettuale dell’autore, teso a individuare uno spazio di autonomia che riconnetta l’arte alla vita.

Simone Ciglia

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