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And if I left off dreaming about you? Foothold / Polignano a Mare

Le Rovine Circolari di Jorge Luis Borges racconta la storia di un uomo nuovo, composto dalle molecole del sogno del suo creatore, che diviene sempre più reale grazie all’intensità di questa attività onirica. A questo immaginario fa riferimento “And if I left off dreaming about you” a cura di Like A Little Disaster, mostra collettiva che riflette sulla tecnologia immersiva, e su come questa sta modificando l’uso del corpo e la nozione stessa di realtà.

La decodificazione dei segni unici della pelle e la percezione aptica diventano, nelle ricerche degli artisti, il margine che si interpone tra corpo reale e corpo immaginario. In Last season (2017) di Gioia Di Girolamo la riproduzione di ambienti naturali, filtrati da dispositivi digitali, è messa in relazione con l’involucro di un corpo che lascia emergere la produzione abitudinaria di identità frammentarie. L’assenza del corpo e la sua conseguente mutazione nei codici telecomunicativi si ritrova anche in Their Hands (2016) di Lito Kattou, scultura in acciaio zincato, onirica e astratta, che attiva una percezione elettronica del mondo e rende manifesto il cambiamento della gestualità nell’era del touch screen. La suggestione del corpo viene meno anche nelle tele di Motoko Ishibshi e nelle video-animazioni di Stine Deja che, creando un immaginario di personaggi al limite del post-identitario, fanno rispettivamente riferimento all’estetica dell’anonimato delle piattaforme online off-stream e al cyberspazio come possibile estensione del sistema nervoso. Con Cyphoria (2015), Stine Deja offre un invito parodistico ad abbandonare le limitazioni del corpo fisico per vivere in forma sempre più psichica e mentale una realtà totalmente ricreata che ritorna infine, con sottile intelligenza, nelle tele di Botond Keresztesi e nei profumi sintetici utilizzati per l’installazione ambientale di Maurizio Vicerè. Con questo complesso nucleo di opere, “Like A Little Disaster” offre una visione ben definita sul rarefatto mondo delle “non-cose” e sulla crescente smania ossessiva verso l’evanescente e l’illusione.

Laura Perrone

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Recensioni /

Domenico Gnoli, Palazzo del Comune / Spoleto

La mostra “Domenico Gnoli. Disegni per il teatro. 1951-1955” a cura di Michele Drascek e Duccio K. Marignoli, è stata pensata e realizzata nel contesto del Festival dei Due Mondi come tributo a Domenico Gnoli, artista dalle straordinarie doti tecniche che lo hanno sempre contraddistinto nei campi del disegno e della scenografia.
L’esposizione – organizzata e prodotta dalla Fondazione Marignoli di Montecorona, in collaborazione con l’Archivio Domenico Gnoli di Roma e il Comune di Spoleto, con il patrocinio della Regione Umbria – si presenta come un archivio ambientale, caratterizzato dalle pareti perlopiù buie su cui si stagliano i disegni per il teatro. 

Il catalogo, ad opera del graphic designer Giovanni Di Natale, riverbera il lavoro di ambientazione dei disegni in mostra, riportando un’alternanza di bianchi e neri che conferiscono ritmo al fluire di immagini riprodotte; la pubblicazione pare così un archivio bidimensionale all’interno del quale fanno capolino anche riproduzioni di appunti dello stesso Gnoli.
Il teatro è, infatti, uno degli ambiti in cui il talento di Gnoli si è espresso con estremo nitore. Dotato di straordinario bagaglio culturale che lo ha reso autonomo e distaccato nei confronti di certi tic della cultura artistica contemporanea, Gnoli era solito dichiarare di voler porre con fermezza la sua indagine artistica in spirito di continuità con quella tradizione “ non eloquente” nata in Italia nel Quattrocento e arrivata fino a noi passando, da ultimo, per la scuola metafisica – concetto più volte ribadito da Drascek. Gnoli, inserito nel giro della cultura internazionale, amico, tra gli altri, di Jean-Louis Barrault, Leonard Bernstein, Henri Cartier-Bresson, a ventidue anni ha realizzato le scene e i costumi dell’opera di William Shakespeare As you like it, per L’Old Vic Theatre di Londra, presentato a Lawrence Olivier e a John Gieland Da Barrault.
L’artista, però, ha rifiutato il successo sicuro del teatro per la pittura. Fedele, in questa scelta, alla sua cultura classica: ad esempio, dalla pittura fiamminga Gnoli desume la sua predilezione per il punto di vista rialzato, che conserverà anche dopo il ‘64 quando arriverà alla definizione del suo linguaggio, che si identifica nell’evidenziazione e nell’ingigantimento di un frammento di immagine.

Marco Tagliafierro

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Report /

Altrove Festival / Catanzaro

Ogni possibile campo semantico della parola “altrove” rinvia a un dislocamento, che in una fase così delicata della crisi economica rimanda a fenomeni di molti giovani dalla periferia al centro urbano.
A Catanzaro la parola “altrove” è utilizzata come nome di un festival d’arte contemporanea che – insieme ad altre manifestazioni simili (FRAC Festival, Color Festival e Guarimba) nate negli ultimi anni grazie alla passione e all’energia di giovani curatori – intende “mettere radici” e portare del “nuovo” in un territorio che presenta ancora diverse problematiche ma, allo stesso tempo, racchiude numerose potenzialità in grado di competere con altri contesti più attivi dal punto di vista culturale.

Altrove Festival, svoltosi dal 20 al 22 luglio nel centro storico della città, si è strutturato come un evento dedicato alla street art e, allo stesso tempo, come un festival d’arte capace di coinvolgere linguaggi ed espressioni artistiche diverse. Un altrove fisico, immateriale e mentale, in grado di produrre eterotopie che configurano “luoghi altri”, dove Catanzaro è vista come spazio per la manifestazione del proprio pensiero, del proprio sentire e come simbolo di connessione con luoghi differenti.
Come hanno dichiarato Edoardo Suraci e Vincenzo Costantino, curatori del festival: “Le edizioni precedenti hanno reso il capoluogo calabrese e il suo territorio più contemporaneo e moderno, non solo per le quaranta opere d’arte pubblica disseminate tra la città e il lido, ma anche per un nuovo e attivo interesse verso eventi culturali e artistici, scaturito nel tessuto popolare e politico del luogo. Questa IV edizione, si presenta molto diversa dalle altre, sia per estensione degli interventi sia per i linguaggi artistici adottati e soprattutto per la scelta di operare nel cuore del centro storico, al fine di valorizzare, rivitalizzare e rieducare al concetto di bellezza un ambito urbano trascurato e rassegnato al degrado estetico”.
Erano ben otto gli interventi installativi e svariati gli eventi musicali e performativi, che hanno trasformato gli edifici e le piazze della città, generando nel pubblico un’esperienza multisensoriale, che ha reso la manifestazione più dinamica e capace di coinvolgere l’intero tessuto urbano.
Il percorso tra le opere parte da cortile del Complesso Monumentale del San Giovanni, con la grande installazione Aria dell’artista spagnolo Gonzalo Borondo, un lavoro composto di 185 pannelli in vetro e 73 figure femminili in bianco e nero, realizzate in serigrafia e rifinite a mano dall’artista, al fine di ottenere quel particolare effetto graffiato che consente di connettersi con il contesto architettonico e naturale. Non una barriera ma un’opera che porta il visitatore a percepire punti di vista sempre differenti.
Si prosegue con l’opera dell’artista 3TTMAN (Louis Lambert), francese di nascita ma spagnolo di adozione, conosciuto e apprezzato per i suoi murales. Per Altrove Festval 3TTMAN progetta Exit For All, un murale che mescola le forme classiche di un tempio della Magna Grecia ai simboli contemporanei delle istruzioni di sicurezza presenti in aereo. Il lavoro, in cemento inciso, collocato sulla facciata di una piccola casa all’uscita del tunnel del castello medievale di Catanzaro, diviene come in passato la strada da seguire in caso di pericolo o di emergenza.
Anche l’istallazione multisensoriale, realizzata all’interno del Parco di Villa Trieste, dal titolo Invisibili orchestre, ideata dai Quiet Ensemble (Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli), mostra un evidente interesse per il sito in cui s’inserisce, esaltandolo attraverso moderni sistemi audiovisivi     il rapporto tra arte e natura. L’artista ha invitato il pubblico a “suonare il Parco”, interagendo con esso come un direttore di orchestrata fa con i suoi musicisti. Un’azione diretta e immersiva che ha concesso al performer di ascoltare e imparare a percepire ogni piccola sfumatura della natura, dai suoni ai colori, dal fruscio degli alberi agli animali fino ai profumi.
Nella piazza dei “Giardini Nicholas Green, al centro di quattro sedute disposte a cerchio, è stata collocata la scultura di 4 metri dal titolo Melencolia realizzata dall’artista romano ANDRECO, con il supporto degli artigiani del luogo. L’opera nasce da un ragionamento che l’artista compie sugli spazi circostanti, traendo ispirazione dalla geologia e dalle trasformazioni chimico-fisiche fondamentali per la salvaguardia dell’ecosistema.
Non sono passate inosservate all’occhio attento del visitatore neanche la contestata scultura in cemento NIMBY (Not In My Back Yard) di Roberto Ciredz, l’installazione urbana con le bandiere dell’argentino AMOR (Jorge Pomar) e la scenografica opera site specific di Dilen Tigreblu, collocata nella Galleria Mancuso.
Il percorso tra le opere del Festival termina con il murale realizzato dall’artista Roberto Alfano, in collaborazione con i bambini delle associazioni del territorio, in occasione di Supereroi, workshop sulle dinamiche delle espressioni artistiche in situazioni di disagio psicofisico.
Altrove Festival ha offerto anche una serie di eventi collaterali con musicisti, performers e artisti, sotto la direzione artistica di Fabio Nirta per la selezione musicale e del collettivo Spora per gli eventi performativi. Tra questi il video mapping, proiettato sulla facciata della Cattedrale di Catanzaro dell’italo-israeliano Ehab Halabi Abo Kher e lo spettacolo de gruppo Ninos du Brasil, progetto musicale di Nico Vascellari, che ha condotto il pubblico in un’esperienza mistica e liberatoria tra punk, techno tribale e il batacuda, una declinazione musicale della samba ispirata agli stili percussivi brasiliani.

Giovanni Viceconte

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In Residence /

Malelingue / Paolo Poli

Invenzioni linguistiche idiosincratiche, enunciate attraverso usi altrettanto peculiari della voce, sono sempre state elementi caratterizzanti di chi – in diversi contesti ed epoche storiche – è stato definito sciamano, maga, cantastorie, incantatore… poeta. In Malelingue, Idioletta rende omaggio a queste madri e padri putativi con alcune trascrizioni delle loro testimonianze orali. Oggi, l’ultimo episodio della rubrica.

Paolo Poli necessita di poche presentazioni. Il suo lavoro di attore in Italia è ampiamente riconosciuto per le sue qualità di comico dalla forte vena poetica, onirica, di una tenerezza quasi grottesca. I giochi linguistici che caratterizzano il suo stile comico ricordano quelli di un Palazzeschi en travesti, ed è proprio alla figura del “saltimbanco dell’anima” che si può allacciare una filiazione possibile. Divulgatore della tradizione orale, vernacolare, volgare, tanto quanto dedito alla riscoperta di autori dimenticati della letteratura, è anche voce di molti “Raccontastorie” – grazie ai quali le generazioni più giovani hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Nel 1975 interpreta Lewis Carroll in una puntata del programma di Rai Radio 2 “Le Interviste impossibili”, dove, su testo di Nelo Risi, conversa con la sua Alice.

 

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News /

Ilaria Bonacossa su Fondazione La Raia, Novi Ligure

È una ricerca sul paesaggio quella proposta da La Raia, la fondazione nata nel 2013 per mano di Giorgio Rossi Cairo e Irene Crocco come progetto dell’azienda agricola biodinamica La Raia. 
Nel corso degli anni Fondazione La Raia ha coinvolto artisti, filosofi, paesaggisti in una serie di progetti atti ad approfondire il rispetto per l’ambiente, l’agricoltura biodinamica, la pedagogia steineriana, il legame con la tradizione (ovvero i princìpi comuni all’azienda agricola). Da settembre 2016 la curatrice Ilaria Bonacossa ne ha assunto l’incarico di direttore artistico.

La nozione di “paesaggio”, oggi, è alquanto complessa; le polarità abbracciate dal termine – ovvero la dimensione naturale e quella antropica – spesso, condividendo lo stesso terreno d’azione, entrano in conflitto. Ilaria, in che modo Fondazione La Raia si rapporta con il paesaggio e con queste possibili problematiche?

Non credo che le due visioni del paesaggio siano conflittuali. Al contrario credo si compenetrino trasformando il mondo che ci circonda. Immaginare il paesaggio senza l’uomo è forse ormai un esercizio inutile; più interessante, invece, capire come le continue trasformazioni della nostra vita e le innovazioni tecnologiche possano entrare in armonia con il paesaggio e non in conflitto.
La Raia è un’azienda biodinamica il che, di per sé, la rende unica e gli artisti invitati a intervenire devono poter assorbire questa speciale atmosfera, passando del tempo a La Raia per poter poi creare dei lavori che entrino in dialogo con il contesto e possano offrire al pubblico una chiave di lettura di questo luogo, che ha una sua sottile spiritualità. Per questo motivo gli interventi non sono mai monumentali ma al contrario “silenziose” inserzioni nel paesaggio che si aprono a una lettura personale quasi intima con il visitatore.

Il primo progetto da te curato riguarda la presentazione di BALES (2014-17) di Michael Beutler. Un lavoro che l’artista ha realizzato al parco del Kunstareal di Monaco, stendendo lunghe cannucce colorate e chiedendo a dei fattori di creare delle balle attraverso l’utilizzo di rotopresse. Tra le tematiche sottese all’opera – oltre alla delega autoriale, la relazione tra uomo e macchina, il rapporto tra naturale e artificiale – vi è quella di portare il paesaggio rurale all’interno della città. Reinstallando l’opera in un contesto agricolo, che implicazioni subentrano?

Reinstallate nel panorama delle colline del Gavi, nelle distese di prati, il lavoro si trasforma ulteriormente, mettendo a fuoco il complesso rapporto tra naturale e artificiale, tra lavoro industriale – svolto oggi dalla maggior parte delle aziende agricole – e attenzione personale e manuale verso la natura. A La Raia la vendemmia viene eseguita a mano, i filari vengono lasciati inerbiti e non falciati, tutta la conduzione delle coltivazioni avviene secondo il principio steineriano dell’interconnessione tra ogni presenza, animale e vegetale, dell’azienda.
Le grandi rotoballe dai colori fosforescenti sono una presenza estranea, quasi degli extra-terrestri che sembrano volerci ricordare le nostre responsabilità in un sistema di produzione di massa, in cui diamo per scontato il perdurare degli elementi naturali del paesaggio mentre investiamo in una forma di modernità che può determinarne la progressiva scomparsa. Se il paesaggio non verrà tutelato forse i nostri nipoti potranno vedere solo rotoballe in plastica, totalmente artificiali. La natura pop dell’intervento di Beutler vuole poi sottolineare come anche il paesaggio stia diventando un materiale di consumo, plasmato in toto dall’intervento umano.

Che tipo di programmazione vorresti strutturare? Hai in cantiere progetti che esulino dal formato di intervento artistico site specific?

La natura degli interventi sarà sempre site-specific o in alcuni casi site-responsive, quando gli artisti lavorano già su temi legati alla bio-sostenibilità e alla bio-diversità; tuttavia già con Michael Beutler la fondazione la Raia ha deciso di sostenere la produzione della sua grande installazione Boatyard, 2017, prodotta per la 57a Biennale di Venezia curata da Christine Macel, nei giardini delle Vergini all’Arsenale. Michael Beutler ha ricreato un piccolo squero, atto ad aggiustare piccole imbarcazioni, tutto in legno, sostenuto da quattro vasche d’acqua e montato a mano legando e incastrando insieme listelli di legno naturale. Come sempre l’intervento è nato da un lavoro di squadra guidato da Michael Beutler, che ha qualcosa di performativo e insieme di artigianale, reclamando all’arte contemporanea uno spazio nella nostra società industriale.

Fondazione La Raia, così come numerose cantine di vini, testimoniano una modalità alternativa di impegno nell’arte contemporanea. Credi sia auspicabile che questo tipo di realtà facciano sistema?

Numerose cantine e aziende viti-vinicole, non solo in Italia (penso a Pommery Art Experience) si occupano di arte contemporanea. Penso alla fantastica cappella di Barolo affrescata da Sol Lewitt e David Tremlett nel 1999 per i Ceretto proprio in Piemonte; al Castello di Ama con lo spettacolare intevento di Daniel Buren nel Chianti e ovviamente a Antinori Art Projects, di cui ho curato gli ultimi interventi site-specific di Giorgio Andreotta Calò, Tomás Saraceno e Stefano Arienti.
Non credo sia facile mettere questi progetti in rete ma forse pubblicare una guida all’arte nelle cantine sarebbe sicuramente un bel progetto.

Giulia Gregnanin

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Michelangelo Pistoletto Christian Stein / Milano

Tra il 1975 e il 1976 la galleria Christian Stein affidò per un anno i suoi nuovi spazi torinesi a Michelangelo Pistoletto; per l’occasione l’artista ideò una serie di interventi ambientali –forse tra i suoi lavori meno noti – che oggi, grazie alla stessa galleria, sono stati riallestiti in sequenza uno accanto all’altro negli spazi tra Pero e Corso Monforte a Milano.

Si tratta di dodici mostre (al tempo proposte con una cadenza mensile) imperniate sulla struttura interna della galleria, allora divisa in tre ambienti, da cui deriva il titolo della serie: “Le stanze”. Pistoletto lavorò sulle aperture, allineate su un asse centrale, proponendo riflessioni sul tempo di percorrenza, la moltiplicazione e la percezione dello spazio, servendosi anche di uno degli strumenti a lui più cari: lo specchio. I risultati appaiono ancora oggi stupefacenti – come ne Le stanze numero tre o La sesta mostra delle stanze.
La mostra allestita è un’operazione per certi versi museale che presenta opere storiche e molto note e che ha il grande merito di aver riproposto questo lavoro altrimenti difficilmente esperibile, accompagnandolo dai testi originali dell’artista. La sede di Pero propone un percorso attraverso quelle che sono alcune delle tappe fondamentali della carriera di Pistoletto: dagli immancabili quadri specchianti, all’esperienza stilisticamente destabilizzante degli Oggetti in meno – a questi fanno da contraltare gli specchianti che li rappresentano in un curioso gioco di rimandi e riflessi –, all’esperienza dell’Arte Povera (con la celeberrima Venere degli stracci del 1967, ma anche opere come Riflessi dello stesso anno), all’attraversamento del Labirinto (1969), per finire con Le stanze e i Mobili capovolti (1976). In Corso Monforte invece è presentata una nuova serie di quadri specchianti intitolata Scaffali in cui la figura umana è totalmente scomparsa per lasciare posto a uno spazio sfondato dove l’osservatore ha la sensazione di muoversi contemporaneamente su entrambi i lati delle scansie ingombre di oggetti.

Angela Maderna

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