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CORSI E RICORSI
Arianna Rosica

Flash Art n° 270 – 2008

 

INTERVISTA A FLAVIO ALBANESE

 

 

ARIANNA ROSICA: Architetto, Direttore di Domus e attivo collezionista di arte contemporanea: come ti sei avvicinato

all’arte di oggi e cosa ti ha incuriosito?

Flavio Albanese: La storia parte da lontano. Nel 1975, con le

prime quattro lire del mio stipendio da disegnatore di studio di architettura, ho comprato la mia prima opera, una scultura in rame e alluminio di Valeriano Trubbiani: un coniglio che esce dal cilindro e che viene afferrato per le orecchie da una mano. Lo stesso soggetto viene ripreso da una scultura di Urs Fischer in gesso bianco e nero che ho acquistato un paio d’anni fa, più di trent’anni dopo. Ma l’effetto è molto diverso: con la stessa mano Fischer chiude gli occhi al coniglio! Corsi e ricorsi... Da allora non mi sono più allontanato dall’arte contemporanea.

AR: Come si è sviluppata, nel tempo, la tua collezione?

FA: Collezionavo ciò che mi piaceva, e nel tempo il gusto è cambiato. Schizofrenicamente, e sempre divertendomi, ho collezionato opere che mi somigliano, artisti che mi intrigano e che prestano comunque attenzione ai problemi sociali del momento.

AR: So che hai una casa a Pantelleria dove Richard Long ha realizzato un’opera site specific. Come è nata l’idea di questo progetto? In genere le opere site specific ti vengono

suggerite dagli stessi artisti oppure dalla tua sensibilità di architetto?

FA: Il lavoro in situ è ciò che mi attrae di più, ti porta a uscire dallo spazio commerciale

della galleria, l’opera nomade viene da te, ti raggiunge. Incontri artisti con cui instauri un

rapporto, a volte complesso ma sempre stimolante, mai deludente; e con la complicità

di un luogo attraente e del tempo trascorso tra i fornelli, i piaceri della tavola, il sole, le

cose prendono una piega diversa. Ci si innamora reciprocamente. APantelleria sognavo

un’opera di Land Art che avesse il “coraggio” e la forza di confrontarsi con un paesaggio

formidabile: Robert Smithson e Richard Long erano per me i due grandi artisti che

avrebbero potuto affrontare la sfida. Smithson era morto nel ’72. Affrontai il progetto assieme al gallerista londinese Anthony d’Offay. Ricordo che Richard arrivò accigliatissimo e ripartì felice, dopo lunghe escursioni a bordo della mia Mehari di plastica e fasci di fiori raccolti. Inizialmente non voleva che documentassi il lavoro, ma poi un giovane amico fotografo iniziò a fotografarlo fase per fase. Il suo rapporto con gli operai locali che lo

aiutavano a scegliere le pietre per il suo grande Scirocco Circle era straordinario:

riuscivano a capirsi parlando un interessante linguaggio anglo-pantesco. A opera

completata la mia valle dalle forme scapigliate aveva il suo onphalos, assumendo un

ordine naturale. Richard fece ritorno a Pantelleria un paio d’anni dopo con un’amica, per una lunga vacanza, e furono degli ospiti meravigliosi. Nel caso dei lavori site specific a volte gli artisti vengono “ospitati” e inizia così il confronto con gli spazi; altre volte è l’artista stesso a scegliere dove intervenire e cosa fare dell’ambiente che ha a disposizione. Avolte si impongono, altre si arrendono!

 

Una veduta interna di ASA Studio Albanese di Milano.

AR: Hai una collezione molto vasta: Francesco Vezzoli, Takashi Murakami, Elizabeth Peyton, Urs Fischer, Patrick Tuttofuoco ecc. Quale artista non sei riuscito ad avere e perché?

FA:Anche nomi meno noti ma non per questo meno interessanti: Simon Starling,

Scott Myles, Charles Avery, Martin Boyce, Benny Chirco... Di nessun artista che avrei

voluto sento la mancanza: ho sempre fatto i conti con le mie tasche, ed è anche questo il

motivo per cui mi interesso solo ad artisti giovanissimi. Faccio quello che mi è possibile,

ciò che non posso fare non è nei miei pensieri. Mi sarebbe piaciuto incontrare artisti che non ci sono più, questo sì: uno per tutti, Gordon Matta Clark. Raramente ho acquistato opere di artisti non viventi.

AR: Viviamo in Italia, paese dove scarseggiano musei di arte contemporanea e i pochi

che abbiamo sono modesti (e a Milano, a parte le buone intenzioni di Prada, c’è il

deserto). Hai mai pensato di costituire una fondazione e di aprire uno spazio al pubblico

con la tua collezione? Oppure un giorno remoto vorrai donarla a qualche istituzione?

FA: Ho affrontato come Direttore di Domus il problema degli spazi destinati al contemporaneo, dedicando molte pagine della rivista a questa riflessione. Non amo l’idea di museo che nasce insieme alle carceri, un luogo repressivo e che allontana, soprattutto

se infelicemente pensato (come il progetto Liebeskind a Milano). Mi piace l’dea di laboratorio, uno spazio di risulta senza più una funzione, che l’arte contemporanea

rimette in circolo, virtuosamente e con vitalità. Di fatto le mie opere sono fruibili dai

numerosi frequentatori delle mie case/studio. Per trasformarli in “musei” e aprirli al

pubblico c’è bisogno di dedicarvisi molto, di prestare attenzione ai fruitori, mettendo in atto tutte le cure necessarie affinché lo sguardo sia uno sguardo laico, ineducato e innocente, non una “esibizione”. Cosa succederà in futuro? Per il momento riesco a occuparmi a fatica del presente: ci penserò... tra un po’, ma ci penserò!

 

Da sinistra: RICHARD LONG, Scirocco Circle, 2000. Veduta dell’installazione, Pantelleria; una veduta interna di ASA Studio Albanese di Vicenza con 16 serigrafie di Takashi Murakami; VALERIANO TRUBBIANI (a sinistra), Coniglio, 1976. Scultura in metallo; URS FISCHER (a destra), Sigh-Sigh-Sherlock!, 2004. Scultura in metallo e gesso.

AR:Come giudichi la giovane arte italiana? Quali sono gli artisti che segui con maggiore

interesse?

FA: Per me non esiste l’arte italiana, europea o africana. Esiste l’arte contemporanea,

che ha linguaggi mutanti e mutabili, prodotta da artisti dei quali non è vincolante la provenienza, che sento vicini al mio modo di pensare, o meglio, che mi fanno pensare, mi aiutano a capire. Gli artisti italiani sono molti e interessanti ma, ripeto, ho grande difficoltà a pensare in termini di “italianità”.

AR: E tra i giovani artisti stranieri chi stai seguendo?

FA: Diciamo piuttosto che mi interessano certi gruppi o certi modi di “fare”, alcuni critici.

La magnifica mostra “Unmonumental”, recentemente inaugurata al New Museum di

New York (il più bel progetto di spazio per l’arte contemporanea del nostro tempo), ha

influito molto sul mio sguardo odierno, mi ha ri-orientato, ho trovato in essa conferma

delle mie scelte recenti e mi ha suggerito una traccia per il futuro. In questo caso fortunato, contenuto e contenitore funzionano splendidamente e sono una grande consolazione per chi, come me, si sente sempre più nomade e zingaro, naufrago contemporaneo in cerca di nuovi approdi.

 

 

Flavio Albanese è Direttore di Domus e Presidente dello studio di architettura ASA Studio Albanese, con sedi a Vicenza, Milano e Palermo. Vive e lavora a Vicenza.

Arianna Rosica si occupa dei progetti speciali per Flash Art.

 

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