| Concetti antichi dell’arte che forzano le strutture acquisite dell’arte concettuale contemporanea sopravanzandole. La sala centrale del museo di Arte Contemporanea di Berna è la più straordinaria: la luce naturale filtrata che taglia dall’alto l’ampio spazio permette ai tre dipinti di invadere con la loro maestosa e intima spiritualità l’aria dell’ambiente in cui si trovano immergendo lo spettatore in un luogo denso di umano desiderio e di aspettative. Il luogo stesso si apre in un viaggio. A sinistra Wall of Light Desert Night, agitato di colori blu, freddi, a volte penetrati di giallo a volte di bianco. La struttura piena di barre verticali e orizzontali fa vibrare l’aria dell’ambiente che ci circonda, la attiva, la libera, fa salire il battito del cuore e la temperatura del nostro corpo, come se ci perdessimo in una vastità per ritrovare l’intenzione del primo passo verso un respiro più ampio, più personale, intatto e vivo. Un ricordo amplificato si attiva, maestoso, che regredisce e avvolge il passato e risale in noi da quella profondità nascosta: siamo pieni d’elettricità e la macchina umana riprende per sé un soffio di tempo. Il nostro corpo si raffredda nella sostanza di quei colori e si riattiva al loro vibrare. A destra l’atmosfera notturna continua, con Grey Wolf – donazione dell’artista al museo. Qui la visione è calma, sottilmente inquieta. Colori più compatti e definiti, isolano al centro dell’ampia tela due gruppi di blocchi accostati l’uno all’altro: sulla sinistra tre blocchi verticali, due grigi ai lati e uno grigio-bianco abbagliante al centro, e sulla destra due blocchi orizzontali più panciuti, quasi nero quello in alto e molto più chiaro quello sotto. Essi sono il lupo grigio a sinistra, e Sean Scully a destra. Il vero incontro si consuma nella notte mentre l’artista fermatosi con la macchina nelle Alpi per fare pipì nota nel buio gli occhi di un lupo. Nello spazio notturno che circonda il centro del quadro si vive un mistero ben diverso dal precedente dipinto: un’atmosfera nitida e inquieta, oscura, implosa. Ci si sente immersi in un’atmosfera altamente densa che si chiude intorno a noi e benda i sensi, come se sentissimo il nostro respiro nella testa, e lì il battito del cuore, eccitando i nervi e affinando i sensi fino ad avvertire il movimento delle particole di sangue nelle nostre vene. Il quadro riposa placidamente nell’aria della stanza, intimamente composto. Lo spazio che viaggia tra i blocchi accostati è tranquillo, lievemente teso di silenzio. La struttura si compone e mostra piano il suo centro, là dove i due attori giocano il loro scontro spirituale. L’animale e l’uomo sembrano due individui, o meglio due entità ravvicinate che sospirano inquiete l’una contro l’altra. L’uomo, Sean Scully, si chiude stretto in un respiro fermo nella forma dei due blocchi orizzontali che abitano una stessa tonalità, una sola massa, di poco differenziata. L’uomo è atterrito, spaventato, l’accensione del sangue e del battito è repentina e muta. Il Grey Wolf sta lì in piedi e fa scorgere tra i due blocchi scurissimi l’effetto chiaro, grigio, abbagliate dei suoi occhi, della sua forza animale che dirompe nello spazio di una natura notturna dove l’uomo è soltanto un ospite. Non è questo un modo perfetto per dare e far vivere allo spettatore la propria condizione contemporanea nei confronti del mondo, Il suo disadattamento, e la sua lotta viscerale per la sopravvivenza, che pur cercando di mascherarsi sopraggiunge improvvisa e ci ricorda chi siamo e quanto poco è in nostro potere? Ma ecco il fatto memorabile della mostra: poggiato per terra sotto il grande dipinto Grey Wolf, quasi al centro, lievemente spostato sulla sinistra, sta un piccolo lupo grigio di plastica che alza la testa e digrigna i denti. Potrebbe stare sul palmo di una mano e ci si avvicina molto e ci si abbassa per riuscire a riconoscerlo, fin quasi a sentire sopra la testa l’incombere del quadro. L’inserviente a domanda risponde che proprio Sean Scully lo ha messo lì mentre allestiva la mostra. Da quel particolare e la sua posizione, lo ammetto, riconosco esattamente che sono proprio i tre blocchi verticali il lupo grigio e gli altri due blocchi orizzontali l’artista. E quel gesto imprevisto e giocoso, sfiamma il cervello e prepara la duttilità di un’anima. Nella sala centrale di questo museo: a sinistra il luogo, a destra l’incontro, e davanti, in un’opera precedente del novanta, Dark Night, il volume e l’architettura di un’azione meccanica che prende il sopravvento sullo spazio della sala e lo conduce. Tre pannelli affiancati e quello centrale sopravanza di non molto – dieci centimetri forse – il piano dei due laterali. I blocchi neri e blu-neri dei due pannelli sulla destra e i blocchi blu impastati di nero o sovrapposti di bianco del pannello sinistro sono molto grandi e netti e formano delle sezioni di T dritte o rovesciate che muovono fisicamente il corpo dello spazio e dell’aria in cui siamo riuniti. In quest’opera non c’è l’empatia, il racconto, il mondo e la narrazione dei due precedenti, ma c’è più nettamente un’azione fisica – anche se sempre sottile e oscura, ambigua, mentale – che travolge e attiva lo spazio. Scully vuole mostrare che l’azione del quadro si sposta dall’interno – o dalla sua superficie – all’esterno, nel luogo, incontro allo spettatore che reagisce fronteggiato sul suo stesso campo. Come il blocco centrale grigio di Grey Wolf erano gli occhi del lupo e della sua anima animale che sorge incontro all’uomo, così il pannello centrale silenziosamente, impercettibilmente, imponente, sopravanza per spostare lo spazio nel quale vive l’osservatore. Questo incontro è ancora più radicale, uno scontro di corpi, misterioso, oscuro, poiché Scully vuole eccitare dal corpo la mente dell’osservatore, vuole farla reagire, pretende che la sua azione pittorica si imponga e produca una reazione fisica e poi mentale. Egli in questo modo lascia libero lo spettatore da impedimenti concettuali e produce un’esperienza reale che liberamente sarà vissuta e interpretata, producendo degli effetti conoscitivi inediti e mai pilotati dall’artista. Sean Scully si mette in ascolto. È questo un vero primo atto di comunicazione, realmente attivato. |