| Francesca Caputo: Com’è nata l’idea della mostra? Matteo Guarnaccia: Esiste un buco nero nell’indagine sull’arte degli anni Sessanta, un’area turbolenta e radicale, quella controculturale, più interessata a vivere e a sperimentare nuovi codici piuttosto che cercare una sponda nell’ambito “artistico”. Quindi scarsa o nessuna comunicazione con gallerie, curatori e critici. La mostra raccoglie riviste, poster, fogli, libri, quaderni di viaggio e fotografie del decennio. Si propone di richiamare alla mente l’incontenibile urgenza creativa e comunicativa di quel periodo storico. FC: Quali le innovazioni apportate dalle pubblicazioni alternative? MG: Totale libertà espressiva, varietà di formati, uso creativo delle tecnologie “povere”, eliografia, ciclostile, offset, serigrafia, interventi manuali sul prodotto finito, tali da rendere alcune pubblicazioni veri multipli. FC: Ci racconta l’esperienza di “Insekten Sekte”, multiplo d’arte nomade da lei prodotto (1969-1975)? MG: Nasce come giornale di viaggio durante un periodo in cui muoversi per il pianeta era una priorità esistenziale. Realizzato in eliografia come opera corale, tra Amsterdam e la Hippie Trail. Era la trascrizione grafica di una ricerca esistenziale senza rete. FC: In bilico tra arte colta e underground, qual è stato l’apporto di “Pianeta Fresco” di Ettore Sottsass e Fernanda Pivano? MG: È stato un elegante HUB per molti personaggi della scena da un lato all’altro dell’oceano. Un cono di luce temporaneo per realtà piacevolmente e testardamente clandestine. FC: Il seme gettato dall’arte visionaria e alternativa di quel decennio è stato colto dal presente dell’arte? MG: Sicuramente è ravvisabile nella contaminazione dei generi e dei linguaggi del Pop Surrealism, nella stessa Street Art. |