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Berliner Liste
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parte il 08/09/2011
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ShContemporary
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Lucio Pozzi
Amalia Piccinini

UN'ARTISTA ITALIANA A NEW YORK

Speranze, illusioni e delusioni di una giovane artista

 

Amalia Piccinini amaliapiccinini.ny@gmail.com

19/01/2011

Da almeno due anni avevo il desiderio di parlare con Lucio Pozzi ed ecco che finalmente mi decido a contattarlo. L’artista mi dice di avere lo studio ad Hudson e, vista la neve di questi giorni, decidiamo sia meglio vedersi a New York. Propone d’incontrarmi in SoHo, a casa di un suo amico che gentilmente ci mette a disposizione una splendida stanza piena di libri d’arte.
Pozzi mi dice che il suo amico è un collezionista di libri d’arte e che quella che vedo intorno a me è solo una piccola parte della collezione.
Gli chiedo di raccontarmi un po’ della sua vita di artista italiano in America.

 

Lucio Pozzi, Even exchange, 2010, Minipainting group, olio su tavola, cm 21x21x3. 

Lucio Pozzi, Distant stories, 2010, Minipainting group, olio su tavola, cm 21x21x3.

 

Lucio Pozzi: Sono nato a Milano nel 1935 e andai per la prima volta negli Stati Uniti nel 1962, ospite dell’Harvard International Summer Seminar.
Decisi quindi di stabilirmi a New York e affittai uno studio nell’East Village.
Nei primi anni, però, non trovai molto tempo per la mia arte; per mantenermi avevo accettato la proposta d’insegnare. Pur senza titolo di studio, mi ritrovai a essere il solo professore di Storia dell’Arte e dell’Architettura dell’intera Cooper Union, per un paio di anni, prima che fondassero il dipartimento di Storia dell’Arte. Volevo parlare del movimento moderno e dovetti studiare moltissimo per preparare le lezioni e sviluppare un mio metodo d’insegnamento. Per non far addormentare gli studenti e me stesso, diedi alle mie lezioni un aspetto teatrale, trasformando le lezioni in performance.
Intanto, incontravo molte persone e una sera mi trovai a parlare con il gallerista John Weber, con il quale cominciai una lunga collaborazione che sfociò in una serie di mostre provocatorie rispetto all’estetica fino allora seguita dalla galleria. La mia idea era di considerare l’arte concettuale come un punto di partenza aperto a tutto invece che una conclusione.
Devo rendere omaggio a John per la sua preveggenza e coraggio nel collaborare al progetto. Le chiamai le “Provocation Shows”.
Nel 1978 esposi, per esempio, dei paesaggi ad acquerello pochi mesi dopo aver presentato un’immensa installazione. Se consideri che la Weber Gallery era il tempio del concettualismo, provocai non poco imbarazzo nel mondo dell’arte. I critici non sapevano cosa scrivere…

 

Lucio Pozzi in I Like Painting and Painting Likes Me, azione pittorica presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze, ottobre 2010. Courtesy Frittelli Arte Contemporanea. Foto di Maurizio Berlincioni

 

Amalia Piccinini: Poi cosa successe? 

LP: Lavorai anche con Gian Enzo Sperone, Leo Castelli, Yvon Lambert, e ho sempre continuato a insegnare. Alla Cooper Union, allo Sculpture Graduate Program della Yale University, alla Princeton University e al Maryland Institute of Art. Poi, tanti anni alla School of Visual Arts di New York.
Oggi passo parte dell’anno in Italia.

Pozzi mi mostra un catalogo di una recente performance eseguita nel loggiato dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, dal titolo I Like Painting and Painting Likes Me, ispirato al titolo della performance che Joseph Beuys eseguì nel 1974, I Like America and America Likes me, dove dell’America gli bastò vedere soltanto un coyote.

 

Lucio Pozzi in I Like Painting and Painting Likes Me, azione pittorica presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze, ottobre 2010. Courtesy Frittelli Arte Contemporanea. Foto di Maurizio Berlincioni

 

A Firenze, invece, Pozzi ha dipinto per tre settimane una tela enorme con solo un piccolo pennello, improvvisando giorno per giorno davanti a un pubblico curioso di vederne il risultato finale.
Continuando a parlare, mi spiega che in arte le opzioni sono infinite, sono i piccoli quadri ad “attivare una parete” dice mentre guardo in catalogo una serie dei suoi Minipaintings sparsi sul muro senza regole.
Osservandolo mi ricorda un po’ nell’aspetto la figura di Marcel Duchamp e sicuramente nelle provocazioni delle sue parole sottilmente camuffate dalla voce calma e gentile.
Ora non saprei come riordinarle tali parole, né spiegarle, ma forse come in un collage dadaista proverei a ripercorrerle nella mia mente così come le ho sentite da Lucio Pozzi.
“Ho sempre proceduto utilizzando gli strumenti che l’arte ci mette a disposizione al fine di creare un fraintendimento creativo”, “Le mie opere le ho sempre chiamate Eventi”, “Una cosa tira l’altra”, “La fortuna? È una farfalla, devi catturarla”, “Questa è l’epoca dello sbadiglio competente”…
Solo in questo modo mi rendo conto di quanto scalpore questo artista italiano portò in America con la sua decisione di restare a New York.
Di quante piccole e grandi provocazioni ha lanciato al suo pubblico e al mondo dell’arte e di quanti input e insegnamenti ha lasciato nel cuore dei suoi studenti, sparsi senza regole come i suoi quadri, ma fermi come chiodi che non si staccano.
Alla fine mi alzo confusa dal divano e dico: “Ora ti lascio, immagino che avrai molte cose da fare oggi”.
Pozzi sorride e mentre mi accompagna alla porta mi guarda e dice: “Ricordati che a volte un artista ha anche bisogno di non fare niente”.
Con queste ultime parole nella mente mi ritrovo in strada, la neve arriva alle mie ginocchia e la Houston Street non sembra vera.
Bianca, silenziosa e senza macchine.

Amalia Piccinini è una giovane artista italiana che vive a New York.

Chiunque voglia scriverle per chiedere consigli e suggerimenti puo' farlo

a questo indirizzo: amaliapiccinini.ny@gmail.com


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