| Sono affascinata da questo luogo: tutto è estremamente in ordine, niente è fuori posto, sembra quasi un’antica barbieria. Loeb mi spiega che la pedana che utilizza per dipingere è mobile: può salire fino all’altezza da lui desiderata per lavorare in base alla luce e alla dimensione del quadro. Ci sono anche delle telecamere dalle quali si vede l’esterno dello studio, la strada e il passaggio delle persone: l’artista le usa per osservare ciò che succede all’esterno, “è come stare ventiquattro ore alla finestra”, spiega. Ad un certo punto, scendiamo al piano di sotto per vedere le sue foto e anche qui le sorprese non mancano. Entriamo in una piccola stanza dalle pareti scure, con un grande schermo e una particolare attrezzatura per accedere alle foto. Il suo archivio è immenso: anche diecimila immagini realizzate in un solo anno. Loeb tiene a precisare che, pur essendo un pittore, lavora su immagini da lui stesso scattate, e questa pratica è diventata indispensabile per il suo processo creativo. Mi mostra una serie di scatti in cui la protagonista è una giovane donna che si muove da sola nella propria stanza, completamente nuda, ritratta mentre sta per andare a letto oppure mentre si dirige verso il bagno. L’ambiente è tranquillo, le tonalità delle pareti sono scure: è il luogo perfetto per perdersi nella propria intimità e infatti la donna appare sicura della propria nudità, come se l’idea di un potenziale spettatore non la intimorisse minimamente. Nelle foto successive permane un senso di abbandono e di rilassatezza, e la stessa protagonista non compare più sola ma con la sua bambina. Il potere della pittura di Damian Loeb è nel mettere in moto i sensi di chi osserva i suoi quadri: riesco a percepire la morbidezza del letto in primo piano e a contare le vertebre della donna ritratta di schiena. Potrei addirittura toccare il piccolo corpo della bambina, come se fossi io stessa a sollevarla dalla culla. Loeb mi mostra poi una serie di foto in netto contrasto con le precedenti. Paesaggi e vedute di città, immagini di spiagge caraibiche e onde notturne che evocano il rumore dell’acqua. Dopo averlo ringraziato per avermi mostrato parte del suo ricchissimo archivio fotografico, torniamo al piano di sopra e continuiamo a parlare. Gli dico che il suo studio mi ha colpito molto e mi racconta dell’evoluzione di quella che anni fa era solo una piccola stanza che utilizzava per dipingere e che ora è diventata anche la sua abitazione. “Ho sempre amato questa zona di New York e questa strada in particolare. Mi meraviglio ancora, dopo anni, a scoprire vecchi vicoli e strade sconosciute..” All’improvviso, dichiara che manca un po’ di musica e accende lo stereo. Non ci sono dubbi – penso - è lui il regista e il mago di questo studio! Infatti confessa quanto sia importante per lui l’ ambiente che ha intorno, il luogo in cui crea. “Qui ci sono tutte le cose di cui ho bisogno, così non rischio mai di perdere un’idea, un’intuizione e posso dipingere in qualsiasi ora del giorno e della notte; oppure posso guardare le mie foto, i quadri, ascoltare la musica, restare in silenzio. Quando invece ho bisogno di vedere gente, apro la porta e mi butto tra la folla”. Damian Loeb è un autodidatta, ha imparato da solo ogni tecnica, sia la pittura ad olio sia a usare una telecamera, a fotografare, a sfruttare al massimo le potenzialità della tecnologia. “Ho avuto la grande fortuna di essere sempre stato circondato da persone intelligenti e stimolanti – racconta - artisti, attori, musicisti: ho imparato da ogni esperienza, da ogni tipo di lavoro, purché fosse creativo”. Guardo una fila di tele vuote, pronte per essere dipinte, e ho la sensazione che sia ora di andare e lasciarlo al suo lavoro. Ringrazio Damian Loeb per avermi invitata ed esco in strada. So che una delle sue telecamere mi sta riprendendo. |