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Art Miami
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Studio Visit: Nicola Verlato
Amalia Piccinini

UN'ARTISTA ITALIANA A NEW YORK

Speranze, illusioni e delusioni di una giovane artista

 

Amalia Piccinini amaliapiccinini.ny@gmail.com

Vado a Brooklyn a visitare lo studio di Nicola Verlato, artista italiano che vive a New York da quattro anni.
Quando entro mi si apre davanti uno spazio grande e luminoso, noto subito un vecchio pianoforte con una sedia di legno dai tempi della scuola.

Amalia Piccinini:
Sei un musicista?

Nicola Verlato: Sì, ho studiato liuto, chitarra classica e composizione al conservatorio, poi ho suonato e continuo a suonare la chitarra elettrica, il sintetizzatore, il pianoforte e il basso elettrico, scrivo ancora qualche pezzo, ma purtroppo non ho molto tempo da dedicare alla musica in questo periodo.

 

The Gift (dettaglio), 2008. Olio su tela. Courtesy Bonelli Arte Contemporanea, Mantova.

Still life, 2008. Olio su tela, cm 92 x 122,5. Collezione privata, Mantova.

 

AP: Appesi alle pareti ci sono quadri di grandi dimensioni, tra cui uno che raffigura James Dean mentre si piega a terra con la testa trafitta da un bastone, sullo sfondo la motocicletta, la ruota di un vecchio luna-park e un tramonto viola. Come nasce questo quadro, perchè James Dean?

NV: James Dean è una delle icone più belle del pantheon moderno, mi interessava ricostruire il suo volto e lavorarci intorno per vedere che significati poteva esprimere. L’ho inserito in questo grande quadro — e in altri che porto alla Biennale —, che è nato leggendo l'Iliade: sono rimasto molto colpito dalla descrizione della morte di uno dei guerrieri trafitto da una lancia nella nuca, il particolare più interessante è il fatto che Omero si sia soffermato a descrivere i denti che mordono il bronzo della lancia che fuoriesce dalla bocca, una descrizione così meccanicistica e brutale della morte che mi ha indotto a cercare di formalizzarla in una immagine e a circoscriverne la potenza. L'introduzione del volto di James Dean in questo contesto ha poi generato gli altri elementi, i quali a loro volta hanno generato il senso del lavoro, che ancora adesso rimane enigmatico anche per me.

 

Gator, 2007. Olio su tela incollata su tavola, cm 152 x 214. Collezione privata, Milano.

 

AP: Dello stesso tema vedo in studio una piccola scultura preparatoria e dei disegni. Quanto tempo dedichi allo studio di una iconografia prima di arrivare al quadro a olio?

NV: Impiego molto tempo, diciamo che due terzi del processo di lavoro è costituito dallo studio dell'iconografia che per me è il vero punto d’arrivo: costruire l'iconografia della cultura contemporanea, ovvero portare nello spazio del quadro ciò che ancora si trova “sospeso” nello spazio dei media e che attende di essere strutturato e collocato in un nuovo contesto, il dipinto e la scultura.
 
AP: C’è un altro quadro dove il protagonista, un giovane piegato sullo skateboard, sembra uscire e venirci addosso tanto è intenso il movimento dei suoi muscoli in contrasto con un paesaggio che quasi sembra ignorarlo. Che rapporto c’è tra la figura di un adolescente di oggi, con i capelli lunghi e la tavola sotto i piedi, e il James Dean di allora con il giubbetto di pelle e la motocicletta? Ti interessano la cultura giovanile, la strada, le mode del tempo?

NV: In realtà mi interessa la mitologia che la nostra civiltà produce, le storie che i corpi riescono a produrre nel nostro tempo e che possono essere rintracciate nel cinema, nella TV, nei fumetti e nei videogiochi. Sia James Dean sia Gator — il ragazzo sullo skateboard — sono due bellissimi corpi che hanno occupato in modo diverso la nostra immaginazione. La loro individualità non mi interessa, mi interessa lo spazio che occupano e la forma che riesce a generare le storie che chiedono poi di diventare immagini.

 

Studio per The Gift, 2008. Plastilina, cm 70 x 50 x 100.

The Death of James Dean, olio su tavola, 2009, courtesy Bonelli Arte  Contemporanea.

 

AP: In questa tela, un pò più piccola rispetto alle altre, ci sono molti simboli: il teschio, il tavolo, il portacenere, la chitarra elettrica, una natura morta dove un topo ha tutta l aria di essere vivo. Non c’è una figura umana ma se ne sente la presenza, da qualche parte oltre il quadro. É possibile?

NV: Assolutamente, il punto è che questa è forse una delle due o tre nature morte che ho dipinto nell'arco di quasi 35 anni, e sono contento che tu mi dica che comunque si avverte la presenza di una figura fuori dal dipinto, perchè è esattamente quello che volevo fare sentire.
 
AP: Nelle tue opere è spesso presente il tema della morte provocata da una violenza drammatica, i protagonisti vengono uccisi brutalmente o fatalmente tra la solitudine di paesaggi complici e vuoti. Come mai l’insistenza sulla tragedia?

NV: É la cosa più vicina alla realtà che posso immaginare: il paradosso della nostra individualità che si scontra contro l'ineffabilità del nostro destino, che poi è il vero centro della cultura occidentale da cui si sono generati tutti i cascami filosofici e religiosi che hanno cercato invano di offuscarla.
 
AP: Nei tuoi quadri trovo riferimenti a fumetti, cinema, graffitismo, cultura suburbana, pubblicità, icone giovanili, cowboys, musica heavy metal, ma anche al Rinascimento, nature morte del Seicento, mitologia, erotismo esasperato. Come filtri tali riferimenti del passato e del presente?

NV: Il fatto che sembrino riferimenti contrastanti è perchè viviamo una realtà culturale fondamentalmente iconoclasta che tiene fuori dai musei certe figure della nostra mitologia nell'ambito della cultura "bassa". Sembra ci sia il terrore che queste diventino ciò che dovrebbero essere (quadri o sculture), credo infatti  che il 90% di quello che viene mostrato nei musei di arte contemporanea sia frutto di una strategia che mira a evitare qualcosa piuttosto che affermare, basterebbe leggere Koerner o Besancon per farsene un'idea più chiara.

AP: Tu, io e molti altri artisti abbiamo lo studio a Bushwick. La zona sta crescendo ma la settimana scorsa due ragazzi sono stati aggrediti proprio qui vicino, uno dei due è morto in seguito alle ferite causate da una mazza di metallo, pura violenza. Hai mai avuto la sensazione di sentirti in pericolo in questo quartiere da quando hai lo studio qui?

NV: Sì, qualche volta, in una città come questa è lo scotto che dobbiamo pagare per avere degli studi a basso prezzo, altro che Berlino...ma meglio vivere questi rischi piuttosto che addormentarsi in una città vetrina e senza sostanza.
 
AP: Caro Nicola, ti ringrazio molto per avermi invitata nel tuo studio, complimenti per la Biennale di Venezia e buon lavoro. Andiamo a prendere un caffè al piccolo bar di Wyckoff Street?

NV: Certo, uno dei pochi avamposti della civiltà in questo deserto di fabbriche e strade vuote...

 
 

Amalia Piccinini è una giovane artista italiana che vive a New York.

Chiunque voglia scriverle per chiedere consigli e suggerimenti puo' farlo

a questo indirizzo: amaliapiccinini.ny@gmail.com


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