| UNA STRADA SEMPRE PIÙ IMPERVIA Caro Francesco, dopo oltre mezzo secolo di fedele e onorato servizio nell’arma dell’arte, nemmeno io sono in grado di dirti quali siano le regole certe da seguire da un artista per garantirsi il successo. Da giovane, in Umbria dove vivevo, stimavo moltissimo, reputandolo tra gli artisti più interessanti della sua generazione, Romano Notari, un giovane pittore di grandi qualità (secondo me e secondo i parametri di allora) e dal grande fascino intellettuale. Magro, ascetico, aria ispirata e sguardo spiritato, sempre vestito di giallo, come i suoi quadri, dedizione francescana al suo lavoro e già da giovanissimo vincitore del Premio San Fedele (allora il più importante in Italia), apprezzato e sponsorizzato dal mitico Carlo Cardazzo, che lo espose nelle sue gallerie, Il Naviglio di Milano e Il Cavallino di Venezia. Il meglio del meglio di quel momento. Critici allora protagonisti (Francesco Arcangeli, Giuseppe Marchiori, Marco Valsecchi, Giorgio Kaisserlian, Umbro Apollonio: come dire Bonito Oliva, Germano Celant, Francesco Bonami e Massimiliano Gioni oggi) che lo apprezzavano e lo presentavano e lo invitavano alle principali rassegne dell’epoca. Cosa desiderare di più? Il mio amico Romano Notari aveva i contatti migliori del suo tempo ed era rappresentato dalla galleria italiana per eccellenza, con sede a Venezia e Milano. E tutti, me compreso, ipotizzavano per lui un percorso artistico di grande successo. Al punto che io tenevo come una reliquia una piccola opera che lui mi regalò nelle nostre frequentazioni. E tu ora sai chi è Romano Notari? Perché, dopo la scomparsa di Carlo Cardazzo (1963) è quasi restato al palo, anzi retrocesse rispetto ai primi successi ottenuti? Eppure aveva una grande qualità (una manualità certamente superiore a Gino De Dominicis), una vocazione e determinazione ispirate, una quantità di lavoro straordinaria: ricordo che lavorava senza sosta tutto il giorno. Purtroppo era una persona poco socievole, con una modesta cultura della contemporaneità e con una concezione retriva dell’arte. Ricordo che non visitava mostre né frequentava altri artisti né sfogliava riviste d’arte nel timore di essere influenzato. Romano Notari ha fatto della sua visione dell’arte una religione assoluta, ha vissuto (e vive ancora) felicemente la sua aspirazione e ispirazione artistica, circondato e protetto da amici e parenti che lo fanno sentire un grande artista il cui riconoscimento planetario è vicino e comunque avverrà post mortem. E lui di questo ne è sicuro. In quegli anni Sessanta il mio amico Notari era costretto a misurarsi con tutta la ricca stagione informale di allora: ma anche allora, oltre alla qualità, le frequentazioni, gli incontri e la fortuna, erano importanti. Certo la strategia (senza alcuna valenza negativa) non era l’elemento preponderante, come oggi, ma certamente aveva il suo peso. E Romano Notari, segregato come un trappista in quell’Umbria allora come oggi restia a ogni contaminazione con la cultura odierna e la modernità, è restato quello splendido e isolato artista che io conobbi da ragazzino e di cui mi resta un ricordo mitico nella memoria: lui è stato uno dei primi catalizzatori della mia sensibilità verso l’arte contemporanea. L’altro fu Franco Gentilucci, a cui va il mio ricordo affettuoso e riconoscente, per avermi fatto conoscere Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti a 15 anni, mentre si giocava a calcio nella squadra di Trevi. Il terzo, il mitico Alfonso Brunamonti, playboy con la Porche che mi leggeva Camus e Sartre lungo la passeggiata dei Cappuccini, sempre a Trevi. Ecco, mentre io appena ho potuto sono scappato prima a Roma, alla corte di Vincenzo Cardarelli (un giorno riuscirò a raccontare alcuni miei momenti magici?), frequentando Emilio Villa, Alberto Burri, Piero Dorazio, Gino Marotta, il mio amico Notari restò in Umbria, nella sua casa museo, circondato dalla devozione di parenti e amici. Perché ti racconto questo caro Francesco (omonimo di un altro grande amico della prima giovinezza, quel Francesco Di Pilla poeta prodigio che poi si isolò in Assisi, dietro qualche cattedra universitaria)? Perché so quanto sia affascinante e seduttiva la provincia ma so anche come sia dolcemente soporifera. Ho risposto alla tua domanda? Vuoi che aggiunga che oltre a essere bravo, un artista oggi dovrebbe vivere in una capitale dell’arte (Roma e Milano, malgrado tutto, in Italia) ed essere anche molto fortunato. Magari incontrare al bar Massimiliano Gioni o Francesco Bonami o Massimo De Carlo. Allora chissà che non succeda qualcosa. Certo, tu a Firenze, statisticamente parlando, non hai tante chances. Dal dopoguerra a oggi non vedo alcun artista fiorentino, che sia diventato, non dico Cattelan, ma nemmeno Castellani o Bonalumi (il povero Scheggi in realtà viveva e lavorava a Milano, all’ombra e in casa di sua zia, la grande stilista Germana Marucelli e a strettissimo contatto con Lucio Fontana e Sandro Chia, altro fiorentino, si deve considerare figlio di Roma). Cosa è la qualità oggi? Credo sia lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, la sua interpretazione più profonda e meno didascalica. La strategia? Certo, fondamentale. Ma per essere strategico devi essere bravissimo, avere un percorso, delle relazioni e guardare anche fuori dite. Se resti tappato nel buco dove sei nato, quali strategie puoi tessere? Hai qualche disponibilità economica? Investi i risparmi del papà per un bel soggiorno di un anno o due a New York. Poi ne riparliamo. Come vedi è difficile, oggi, poter intraprendere una onorevole carriera di artista. Ma io, se avessi un figlio, gli consiglierei una bella carriera da geek informatico anziché fare l’artista. Ma tu forse hai già fatto la tua scelta. Auguri dunque. PS. Mentre scrivo mi comunicano che è deceduta Ersilia, moglie e collaboratrice instancabile di Romano. Ersilia mi ricordava la Jeanne-Claude di Christo o anche Emilia Kabakov, tanto era legata al lavoro del marito. Per me un giorno triste, per Romano, a cui va il mio abbraccio commosso, un momento devastante. |