maggio - giugno 2013




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DICEMBRE 2011 - GENNAIO 2012
Cover: CADY NOLAND, MISCHER'TRAXLER

Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art 298

 
 

DA ALDO BUSI RECORD DI INSULTI

Giancarlo,

Due o tre osservazioni sul numero di novembre, illuminato dalle lettere di Aldo Busi. Devo dire che ne ho viste, sentite e lette tante, ma così piene di insulti, mai. Se non altro, credo tu lo abbia aiutato a stabilire un record.

E poi gli avvocati, via ! Quando uno scrittore o un Sindaco minacciano Avvocati mi viene da ridere. A volte anche da piangere. In fondo sono bambini cresciuti male e con i soldi, che minacciano di ricorrere al Papà. Forse ricorderai il Dottor Cenni, Sindaco di Siena che minacciò me e la mia lettera da te pubblicata in difesa di Sergio Risaliti. Naturalmente restò un suo pio desiderio e

i famosi Avvocati devono avergli detto: “o via, stà bóno”.

Fatto sta che Busi ha scritto anche a me, per propormi la mostra dell’incolpevole giovane pittore Fabio Romano, ormai stritolato senza sua colpa. Un poco più diplomatico di te, io sono riuscito a non farmi insultare e ci siamo scambiati una decina di lettere in punta di enna sull’artista. Ho spiegato a Busi perché no, perché il lavoro di Romano non funziona. Lui si è offeso, ma pazienza.

Ed a proposito dei miei testi, vedo che fate delle piccole correzioni. Grazie per correggere eventuali errori, sempre possibili, come l’accento cassato a Busi su un’artista... (ma era femmina!).

Nel mio ultimo scritto su Fabro avete fatto alcune correzioni minime, di cui solo io posso accorgermi, ma che tolgono qualcosa al tono che volevo dare al testo, come: “insomma nelle gallerie nell’anno 1965 trionfava ancora l’Informale, ma i giovani già provavano ad andare oltre. Oltre l’Informale”. Questo finale è stato tolto, come fosse una ripetizione. Invece “Oltre l’Informale” era il titolo di un importante numero del Verri che tu ricorderai sicuramente, che annunciava tutta

la nuova generazione. Se non ricordi chiedi al tuo amico Alviani e vedrai. Per i lettori non cambia gran che; per me invece manca una citazione che è per pochi (ma buoni); diciamo i miei lettori di terzo livelloPer il resto, un abbraccio e a presto.

- Massimo Minini,

massimo@galleriaminini.it

 

OLTRE O DOPO L’INFORMALE? È QUESTO IL PROBLEMA

Caro Massimo,

ma da Aldo Busi cosa vuoi aspettarti? E lo vedresti lui, con quella faccia cagnesca e livorosa, comportarsi in modo gentile ed educato? Ma va là. Il nostro grande scrittore nazionale non è in grado di articolare un pensiero né un argomento senza inveire e ringhiare e urlare.

Vuoi sapere perché io ho pubblicato quel suo testo orripilante sul povero e incolpevole Fabio Romano? Soprattutto per sottolineare la distanza tra l’arte di oggi e i cosiddetti intellettuali e scrittori italiani. Per questo, a differenza di te, ritengo che la Biennale Italia di Vittorio Sgarbi sia stata esemplare e la vera cartina al tornasole di certa cultura italiana. Ha messo a nudo il Re davanti alla platea del mondo. Scrittori, filosofi, registi, poeti, santi e navigatori, in Italia hanno

dell’arte una idea tardo petrarchesca e bohemien, come la maggior parte di noi ha forse della poesia, quando la si evoca guardando la luna che si rispecchia nel lago. Ma tu e mille altri, invece, a inveire contro Sgarbi che ha messo a nudo il Re. E chi se ne frega di vedere alla Biennale qualche buon artista italiano già da te o da altri esposto e talvolta sovraesposto? Meglio gustare il pittoresco

pittore sponsorizzato dal mitico Agamben o dal poetissimo Maurizio Cucchi o da Bruno Guerri Giordano, o da Giorgetto Giugiaro che oltre alla pasta ora sforna anche artisti, o Giovanni Sartori, o Furio Colombo o Davide Rampello o Giuliano Ferrara invece dell’ultimissima opera di Patrick Tuttofuoco o di Giuseppe Gabellone o di Diego Perrone o di Simone Berti. Suvvia, diciamocela tutta,

il divertimento è ben diverso. E finalmente alla Biennale di Venezia, dopo essere passato attraverso la noiosissima passerella di Bice Curiger, io da Sgarbi mi sono divertito. E scusa se è poco.

Oltre l’Informale? Ma la memoria ti tradisce, amico mio. Il famoso quaderno del Verri, diretto da Luciano Anceschi e con testi di Calvesi, Tadini, Crispolti, Menna, Barilli, Sanguineti, Vivaldi, Volpi (pensa un po'!), era Dopo l’Informale. Mentre "Oltre l’Informale" era la storica mostra di S. Marino curata da Giulio Carlo Argan e che tanta eco ebbe allora (in verità modesta a rileggerla oggi),

nel lontano 1963. Ma, caro Massimo, Oltre o Dopo l’Informale? È questo il problema. Purtroppo si tratta di sviste mnemoniche della terza età a cui ci dovremo abituare sempre di più.

 


EMILIO PRINI ERA IN 13

CARO POLITI/ L’ARTE POVERA/

ERAVAMO 13/SIAMO STATI 13/OGGI SIAMO

ANCORA 13/TUO EMILIO PRINI

 

- Luca Lo Pinto,

lucalopinto@gmail.com

 

ERANO 13 FORTI E BELLI

Caro Emilio,

ogni tua frase o parola o gesto sono talmente preziosi e ineffabili, che diventano opere d’arte.

Per cui non mi azzardo a toccare la forma del tuo messaggio, certamente molto meditato e sofferto. Eravate e siete sempre in 13 voi protagonisti dell’Arte Povera? Bene, ne prendo atto. Tu certamente sei più bravo di me a contare. E di Germano Celant. Anche se il tuo nome è scomparso dalla lista ufficiale per riaffiorare solo nelle difficoltà ed emergenze. Io vi ricordo in tanti, voi 13, tutti forti e belli e

orgogliosi di far parte di un gruppo che già allora sembrava storia. Ma non era solo Arte Povera.

Vi ricordo a Parigi, alla Biennale dei giovani nel 1972 (?), in cui tu e Gino De Dominicis (allora

anche Gino sembrava cooptato nel gruppone: ma poi la sua autarchia lo autoescluse) eravate

irriverenti protagonisti. Tu con la bitumatrice (o schiacciaopere?) che sottraesti alla Biennale e con cui scorrazzavi pericolosamente all’interno della rassegna, Gino con la famosa maschera sulla morte. Ma sto parlando di storia dell’arte o di semplici e personali Amarcord? Chissà

 
 


CATTELAN IN PENSIONE

Caro Giancarlo,

vorrei tornare sul pre-pensionamento

di Cattelan, anche se nella tua rivista se ne è già

parlato parecchio.

Al di là della felicità dei suoi detrattori, direi che ancora una volta egli ha dimostrato la sua grandezza. Ammettiamo infatti che il suo ritiro sia effettivo: onore allora a quell’artista che, a differenza di molti e forse troppi colleghi, ha deciso di smettere perché non ha più nulla da dire o perché si sente troppo appagato. Ma ammettiamo anche (come spero e credo) che le sue

dimissioni siano fittizie, una sorta di gioco mediatico: saremmo in questo caso di fronte a una nuova opera d’arte, forse la più intensa e significativa. Un artista che è divenuto postumo a se stesso, che può assistere al destino (e alla commercializzazione) delle proprie opere come se fosse mortoForse questa volta Cattelan ha superato Hirst nella forma d’arte più esemplificativa del nostro tempo, l’economia. E, mi pare, che le quotazioni e gli esiti d’asta lo stiano confermando.

Un cordiale saluto,

— Emiliano Bazzanella,

ebazzanella@libero.it

 

L’ARTE OGGI? SOPRATTUTTO UNA STRATEGIA

Caro Emiliano,

mi pare che tu abbia colto il senso del lavoro e del comportamento di Maurizio Cattelan (ammesso

che sia possibile inquadrarlo e prevederne le mosse). Parlare di prepensionamento nel suo caso mi sembra veramente artificioso o peggio demagogico. Guardare, gestire, osservare esporre le proprie opere non è forse compito dell’artista? Anzi, essere artista oggi non significa soprattutto essere stratega di se stesso e del proprio lavoro? Ebbene, Maurizio Cattelan è tutto questo e anche di più. Ben lontano dall’andare ai giardini a fare le parole incrociate.

 

 
 


A PROPOSITO DI PLAGIO

Caro Politi,

leggo sull’ultimo numero di Flash Art la recensione della Biennale di Istanbul, a firma di Alessandra Galletta, e quando arrivo alla descrizione del lavoro della Favaretto faccio un salto.

“Valigie abbandonate sui treni e nelle stazioni e rivendute in aste pubbliche”? Ma questo è esattamente quanto forma un mio lavoro, Prestige. Una installazione di sei bagagli smarriti, del 2002, presentata per la prima volta in mostra nel 2004 a Roma con un testo di Massimo Sterpi nell’insolita veste di “critico” (lavoro poi ripresentato, in versione fotografica, nell’edizione 2005 di ManifesTo, a Torino). Con la sola differenza che io ho mantenuto intatti i sigilli delle ferrovie, senza manipolarne il contenuto (che resta quindi ignoto a me per primo). Ora mi espongo coscientemente a far la figura dell’artista misconosciuto e frustrato, per chiederle di dare avvio a un dibattito non tanto sulle possibili coincidenze di lavoro tra gli artisti, ma sulla poca predisposizione attuale

a fare un discorso che entri nel merito delle cose, sapendo costruire un contesto a ogni singolo lavoro. Basta una veloce ricerca su Internet per trovare le informazioni di base e iniziare ad imbastire quel sistema di relazioni tra opere, e tra l’operato dei singoli artisti, che costituisce uno dei fondamenti del discorso critico (prevengo l’obiezione: siamo sicuri che quest’ultimo non interessi più a nessuno?). Quando Lara Favaretto avvia il suo progetto “Lost & Found”, io sono già passato dalle stazioni ferroviarie... e sono anche passato ad altro: nel 2005 espongo i miei Corpi di

reato (arnesi da scasso sequestrati a ladri e da me acquistati a un’asta giudiziaria), lavoro molto legato al precedente come credo appaia chiaro. Non che cambi molto, a conti fatti, ma almeno fatemelo dire. Chiudo confessando che alla lettura di Flash Art non ho fatto un salto, ma solo un saltino, perché una parte del lavoro della Favaretto l’avevo vista un paio di nni fa alla Wilkinson Gallery nella mostra di Pietroiusti. Una mostra, se non ricordo male, significativamente indirizzata a scambiare idee nuove con opere d’arte (vecchie). Sperando che non mi risponda con un più o

meno laconico refrain sul genere “così va il mondo”, la saluto cordialmente.

- Cristiano Berti

mai@cristianoberti.it

 

COSì VA IL MONDO

Caro Berti,

invece proprio così va il mondo. Tu fai una cosa che non ha visibilità e non funziona, io faccio (quasi) la stessa cosa con un po’ di visibilità e funziona. Una famosa opera concettuale di Braco Dimitrijević raccontava più o meno questo: Due fratelli gemelli, biondi, belli, intelligenti e ben educati, si perdono nella foresta. Nel bosco folto si perdono di vista tra di loro. Uno di loro incontra il Principe e diventa Leonardo. Del fratello gemello si perse ogni traccia. Lara Favaretto ha forse incontrato il Principe? Ben per lei, semmai.

 

 
 

Per questa rubrica (non più di 15 righe)
scrivere a giancarlo.lettere@gmail.com
Grazie


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