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OTTOBRE - NOVEMBRE 09
Cover: MAURIZIO CATTELAN - CARLO MOLLINO - MAURIZIO MOCHETTI

Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n.278 ottobre - novembre 09

BANALIZZARE LA PITTURA?

Caro Politi,
ti scrivo dopo aver letto la tua intervista a Luca Beatrice.
E' tutto sbagliato…
Come è noto la sinistra è in piena crisi, ma la destra continua a non avere un suo pensiero. Ciò che riconosciamo come destra non sono le idee di un Marcello Veneziani (brillante eccezione), bensì la sommatoria delle furberie di uno scafato imprenditore edile e magnate dei mass media, della schiera dei suoi avvocati e dei lacché, cui si aggiungono le rivendicazioni strapaesane di una classe di parvenu dialettali. In ogni caso, dal punto di vista culturale il dramma italiano  è socio-antropologico più che politico: il nostro presidente del consiglio si è creato gli elettori non tanto con la sua propaganda populista degli ultimi quindici anni, quanto attraverso le trasmissioni delle sue televisioni negli anni Ottanta. La "cultura" della soubrette scosciata, del minestrone per le massaie, della pubblicità intercambiabile con il resto della programmazione nasce allora; oggi, semplicemente, trionfa. Fino al "grande fratello" televisivo, che realizza - ma in senso più radicale - l'idea del "teatro di Oklahoma" di Kafka: un luogo/spettacolo permanente cui può partecipare chiunque, poiché all'aspirante non è richiesto alcun talento, alcuna conoscenza, non è richiesto niente. Questo linguaggio è ciò che i governanti condividono oggi con i propri elettori, non le idee. E voilà, la nostra beata goventù: una ragazza-tipo che, dopo aver fatto un pompino a un impresario, si chiede guardando le stelle se il futuro le riserverà una particina in uno show in prima serata o un seggio in parlamento.

Ma lasciamo da parte questi discorsi siderali e torniamo all'arte. Sembra proprio che appena si sfiora la questione pittura, in Italia, si debba scivolare nel burrone. E così, cadendo a capofitto, non si sa se sia preferibile rimanere impantanati nel cattivo gusto di Luca Beatrice o prendersi la porta in faccia dallo snobismo idiota e conformista (su questo Luca - che è intelligente, colto e per fortuna spesso controcorrente - ha ragione) di chi ignora la pittura o altri linguaggi artistici solo per moda. Quelle sulla pittura di destra versus un'altra arte di sinistra sono ovviamente delle fesserie. Se poi si fanno i nomi di Vanessa Beecroft e Francesco Vezzoli come contro-esempi (ma di cosa: di arte eccellente e di sinistra?) vengono i crampi dalle risate. Le cose sono un pelo più complesse. In una sua recente chiaccherata pubblica Jannis Kounellis ha fatto riferimento alla condizione di responsabilità dell'artista e al suo ruolo, che, secondo Kounellis, in passato sarebbe stato quello di protagonista, divenendo sempre più quello di una semplice comparsa all'interno del sistema dell'arte. E'curioso che per tutta la durata del discorso Kounellis non abbia mai usato la parola "artista", bensì "pittore".
 
Quelli del settore hanno inventato una definizione che pare molto in voga: esisterebbe una zona dell'arte contemporanea che persegue un'onesta ricerca, una specie di continuazione delle avanguardie, un tipo d'arte trattato da un certo numero di gallerie private e da quasi tutti i musei internazionali. Tutto questo si chiama primo mercato (primo, immagino, per l'eccellenza e non per il giro di affari). Il cosiddetto secondo mercato riguarderebbe invece quella zona dell'arte che riposa su formule stantie (non di ricerca), più o meno kitsch, più o meno culturalmente irrilevanti, un tipo d'arte trattato da un grande numero di gallerie private (provinciali per definizione) e da un esiguo gruppo di musei. Bene. Un corollario di questa partizione recita che la pittura appartiene in toto al cosiddetto secondo mercato: merce estetica senz'altra qualità culturale. In altre parole, una specie di riassuntino per la seconda elementare del problematico dibattito, molto ideologizzato, degli anni sessanta-settanta. L'unica eccezione alla regola, che permette a un bravo pittore in Italia di essere tollerato nel giro del cosiddetto primo mercato, è di far parte della scuderia di una delle (5? 10?) gallerie più potenti. Triste privilegio.

Sia come sia, si tratta di capire. Questa della pittura come arte di seconda classe non è una situazione immobile, ma come tutti i fenomeni culturali continua a evolversi e ha già una sua storia. In sintesi,  questa sotto-ideologia ha prodotto in Italia: 1) un analfabetismo di ritorno, di cui la stragrande maggioranza dei critici/curatori (tipicamente tra i trenta e i quarant'anni) soffrono in maniera vistosa (a volte consapovolmente, a volte inconsapevolmente, a volte gestita con un pizzico di vergogna, a volte giocata con disinvolta arroganza); 2) un collezionismo che quand'anche non abbia abbandonato la propria passione per la pittura si è ritirato un po' in disparte e stenta comunque a trovare pane (italiano) per lo standard elevato delle sue attese, oppure - i più giovani - non ha mai trovato stimoli intellettuali per incuriosirsi seriamente alla pittura; 3) come conseguenza di un prolungato vuoto di consenso, anche tra i docenti nelle Accademie, una generazione di giovani artisti arriva da un percorso formativo in cui chi ha un minimo di ambizione abbandona pittura e disegno durante il primo anno per non sentirsi uno sfigato. Ecco un classico circolo vizioso: al progressivo venir meno di una connaisseurship in buona parte della critica e del pubblico, corrisponde una sempre minore selezione (positiva) tra i pittori in base all'effettivo talento e originalità; cui corrisponde un'ulteriore presa di distanza da parte di critica e publico.

Rimane la domanda: dove sono i bravi artisti italiani (diciamo under cinquanta) che lavorano con la pittura? Forse non sono moltissimi, è vero, e a parte rare eccezioni, sono un po' in penombra. Ma ci sono: Alessandro Pessoli, Marco Neri, Maria Morganti, Paolo Parisi, Pietro Roccasalva, Alessandro Roma, Pierluigi Pusole, Riccardo Baruzzi, Lorenza Boisi, Pesce Khete, Laura Pugno, per dire i primi che mi vengono in mente. Questi e altri bravi artisti che usano (anche) la pittura sanno il fatto loro. Conoscono bene gli standard internazionali e si confrontano con la non facile eredità di un vuoto generazionale,- italiano - di riferimenti del calibro di Kippenberger, Albert Öhlen, Luc Tuymans, Neo Rauch, Tal R etc.). In poche parole, tutto sono fuorché degli anacronistici naif.
 
C'è un'ipotesi (da verificare) che potrebbe aiutare a spiegare il declino di popolarità di certe modalità artistiche (tra cui la pittura) presso gli addetti alla mediazione culturale, ed è la seguente: che esso dipenda dalla generale crisi della capacità di giudizio, in arte, a sua volta conseguenza della messa in quarantena dell'estetica. È difficile confrontare opere che non hanno nulla in comune fra loro, e senza un piano comune di confronto non si riesce a emettere un giudizio. Inoltre, non sembra che si siano trovati piani di confronto alternativi a quello estetico. Un'opera che esprime meglio un problema sociale, per fare un esempio, difficilmente potrà essere considerata migliore (in quanto opera d'arte) di un'altra che esprime peggio quel problema sociale. E' il genere di questioni che trattava Clement Greenberg nelle sue lezioni di estetica trent'anni fa. Arthur Danto sostiene che quella filosofica sia l'unica dimensione in cui navigare con profitto nell'arte contemporanea per non tradirne la vera essenza. Se anche così fosse, quanti tra le decine di migliaia di curatori, critici, artisti e giornalisti di settore possono vantare una verve teoretica all'altezza di questa sfida epocale? Attuale mi pare piuttosto questo: un gran bisogno di tematiche. Il critico/curatore/giornalista, mediamente, è nel suo se può parlare di temi, raccontare aneddoti, descrivere, tirare in ballo le cifre del disboscamento globale, fare interviste, inserire la strategia eversiva di un artista nella casella giusta, recuperare una negletta mitica band degli anni Sessanta. E' difficile riempire mezza paginetta intelligente parlando delle qualità di una tela di Raul De Keyser (o del valore di un pezzo di Tony Cragg)..

Mi rendo conto che questo mio discorso vorrebbe di più di quel che riesce a fare in un paio di pagine. Tuttavia vorrei aggiungere due ultime distinzioni. Primo: molti tra quei giovani curatori/critici indipendenti italiani che Beatrice disprezza pubblicamente meritano al contrario dei complimenti: fanno un ottimo lavoro di svecchiamento, sono persone colte, intelligenti, sensibili (anche se insistono a ignorare la pittura), con uno sguardo aggiornato sulla scena estera, e (alcuni) con un gran senso della propria deontologia professionale. Secondo: sia come sia, va detto che quello della pittura non è un problema grave (se non, giustamente, per tutti i pittori un po' frustrati e magari senza soldi). Così come non è un gran problema chi Luca Beatrice abbia invitato a rappresentare la pittura al suo padiglione della Biennale di Venezia (che, tra l'altro, nessuno dei vari articoli sul numero di ARTFORUM dedicato alla Biennale cita, nemmeno per criticarlo). Il punto è piuttosto la generale banalizzazione dell'esperienza artistica (produzione e ricezione), che mi sembra fare il paio con la banalizzazione progressiva dell'intera cultura di questo Paese. Qualunque cosa si faccia, credo che importante più che mai sia resistere: alle mode, alle sciocchezze.

Cari saluti,
Luca Bertolo, bertold@email.it

 

 

TROPPA BRUTTA PITTURA IN GIRO

 

Caro Bertolo,

apprezzo il tuo tentativo di difesa della pittura. Che condivido, perché come tu sai, io sono un cultore e un appassionato di pittura, al punto che all’interno della Biennale di Praga realizzo un’ampia rassegna internazionale di pittura, andando a scovare anche nelle periferie del mondo i pittori migliori. Con ottimi risultati e nulla a che vedere con tanta pitturaccia che circola in Italia. Purtroppo parlare di pittura in Italia, vista la

tendenza generale, sulla spinta delle tante gallerie e dei troppi critici maldestri, non è facile. Si rischia di fare di ogni erba un fascio. Ma tu hai mai visitato le fi ere d’arte da noi? Hai visto quanta oscena pittura si produce, si promuove e si colleziona? E i nomi che tu citi (per me non tutti ai livelli che tu reputi) dove li incontri, se molti non hanno nemmeno una galleria? No, caro Bertolo, brutti tempi per la pittura in Italia. Anche grazie, ahimè, a Luca Betarice (che si vuole affermare come l’erede di Sgarbi) ma

soprattutto ai suoi cloni, ancor più tristi. Cloni che stanno facendo sprofondare il concetto di pittura negli abissi del cattivo gusto e del decorativismo di facciata. Proprio perché il sistema italiano ha lasciato troppo spazio al dilettantismo e alla improvvisazione. In altri paesi si sarebbe vigilato maggiormente, e molta pittura che circola in Italia la si sarebbe relegata nell’ambito del passatempo domenicale.

 
 


ARTISTI DIMENTICATI

 

Caro Politi,

secondo il tuo parere, oggi, in questa frenetica evoluzione-rivoluzione dell’Arte Contemporanea, è possibile che ci sia qualche artista poco conosciuto, che possa sfuggire ai “setacci” dei critici o degli addetti ai lavori?

Grazie

Bruno Elisei, buenoelisir@tiscali.it

 

 

GALLERISTI, CRITICI E CURATORI STANNO CERCANDO ARTISTI:

UNO POTRESTI ESSERE TU

 

Caro Elisei,

tutto è possibile anche se improbabile. Con la ricerca meticolosa di artisti, da parte di galleristi e critici (e anche da parte nostra, cioè di Flash Art), credo che le possibilità

di lasciare per strada qualcuno si siano molto assottigliate. Anche se, ne sono certo,

in qualche parte di Italia o del mondo, qualche gallerista o critico o curatore sta cercando un artista; il quale artista è invece alla ricerca (talvolta disperata) di un gallerista, un critico o curatore: ma spesso questi soggetti non si incontreranno mai.

E se questo artista fossi tu?

Alla mia Biennale di Praga, non proprio dietro l’angolo, arrivano sempre decine e decine di galleristi da tutta Europa, in cerca di artisti con cui collaborare. E a ogni edizione decine e decine di artisti vengono contattati da gallerie. Questo significa che la ricerca di “nuovi talenti” è sempre attuale. Un po’ come le squadre di calcio che setacciano le

periferie del mondo (forse con maggiore meticolosità, professionalità e disponibilità) alla ricerca di nuovissimi calciatori.

 
 


NEL SISTEMA DELL’ARTE TUTTI GRANDI ARTISTI?

 

Egregio Direttore,

ho letto su Flash Art n°277 (agosto-settembre 2009) le sue risposte, che in parte condivido, a Michele Morbelli, ma le pongo una semplice domanda, è sicuro che tutti quelli che sono dentro il sistema dell’arte siano grandi artisti?

Cordialmente

Gianfranco Biagini, biagini42@interfree.it

 

 

SOLO IL SISTEMA DELL’ARTE TI DÀ LA PATENTE DI ARTISTA PROFESSIONISTA

 

Caro Biagini,

tutti grandi gli artisti che sono inseriti nel sistema dell’arte? E cioè tutti coloro che sono rappresentati da una galleria e partecipano, invitati da un critico o curatore, a mostre di

un certo livello? Ma nemmeno per sogno. Mai come in questo momento si è assistito

a un appiattimento e livellamento dei valori. Se visiti una grande fiera ti accorgi che gli

artisti con una fisionomia o riconoscibilità (dunque anche personalità) sono ben pochi.

Anzi, rarissimi, soprattutto tra i giovani non ancora affermati. Ma sono artisti. Come

dire che tutti i calciatori di serie A e B in Italia sono dei campioni. Ma quando mai?

Cinque campionissimi, dieci campioni, cento bravini e gli altri comprimari. Ma si tratta

pur sempre di professionisti che giocano, si mettono in mostra, che percepiscono uno

stipendio e magari con l’impegno e la fortuna possono aspirare a passare a un livello

superiore. Caro Biagini, non tutti grandi artisti, quelli nel sistema dell’arte, ma artisti

sì. Perché è solo il sistema dell’arte che può darti la patente (non le qualità) di artista

professionista. Ma se stai fuori dal sistema, resti un dilettante. Con le qualità e il piacere dell’artista, costretto però a guardare gli altri giocare.

 
 


COME CONTATTA GLI ARTISTI FLASH ART

 

Compero la vostra rivista da poco e mi interessava sapere come contattate gli artisti

e in che modo ne venite a conoscenza. Io sono un pittore e mi sembra che l’arte oggi sia diventata solo per quelli che hanno dei canali preferenziali, condividete?

Lo dimostra il fatto che se paghi esponi, se paghi sei pubblicato, se paghi sei nelle

gallerie; e allora se non paghi? Non sei nelle gallerie, non sei pubblicato, non esponi alle fiere e desumo… non sei un artista di talento!

Molti miei amici e colleghi hanno iniziato dopo di me e avendo più disponibilità economica sono quotati e vendono dieci volte più di me.

Eppure la mia arte la reputo originale…

sapete, sono forse uno dei pochi artisti che crede in se stesso.

Michele Carmelo Bellezza

www.michelecarmelobellezza.com

 

 

NESSUN VERO ARTISTA PAGA PER ESPORRE

 

Caro Michele,

tanti, tantissimi (tutti?) artisti credono in se stessi e nel loro lavoro. Io in oltre quaranta

anni di lavoro dentro il sistema dell’arte ho conosciuto o incontrato migliaia e migliaia di

artisti: tutti convinti di essere bravissimi, originali, migliori di Enzo Cucchi, Sandro Chia, Nicola De Maria, Gino De Dominicis, Pietro Roccasalva, Maurizio Cattelan, Jeff Koons ecc. Molto spesso si tratta di illusi o esaltati. Facile trovarne tra gli artisti. Purtroppo sono gli altri che debbono giudicare la tua bravura, non solo tu.

Amico mio, nessun artista bravo ha mai pagato per poter esporre. In qualche caso, nel passato, dopo una mostra personale, si lasciava un’opera alla galleria. Ma ora anche questa consuetudine (per fortuna) è scomparsa. Come contatta gli artisti Flash Art? Beh, noi abbiamo gli occhi per vedere. Nelle fiere, nelle mostre personali, nelle decine e decine di studio visits dei nostri collaboratori, che poi hanno il compito di segnalarci gli artisti più interessanti. Ma mai, dico mai, che un artista abbia (purtroppo!!!!) pagato per essere pubblicato su Flash Art. Ti confesso che sarei molto felice se Jeff Koons, Giulio Paolini, Jannis Kounellis, Maurizio Cattelan o Francesco Vezzoli ci pagassero per essere pubblicati. Invece talvolta accade che siamo noi (in qualche modo) a dover pagare per poterli pubblicare. Quelli disposti a pagare, ahimè, sono (quasi) sempre dei dilettanti impresentabili.

 
 


DENTE AVVELENATO CON L’UMBRIA?

 

Caro Politi,

sono umbro e sono titolare di un’agenzia di comunicazione e di una società che produce olio di oliva extravergine (quindi non dipendente pubblico). Da studente avevo

redatto una tesina sul Trevi Flash Art Museum nel suo ultimo anno di vita prima che

diventasse Palazzo Lucarini. Lei ha il dente avvelenato con l’Umbria, con gli umbri e le sue amministrazioni che hanno contribuito a farle chiudere il TFAM.

La sua analisi, in parte condivisibile, mi sembra un po’ troppo dura e non tiene conto

del lavoro, appunto, di Palazzo Lucarini. Ultimamente sono nate strutture come CAOS a Terni e CIAC a Foligno e qualche operatore sembra prendere un po’ di coraggio.

Cordialmente.

Gian Marco Tosti, gianmarcotosti@libero.it

 

 

PIENAMENTE D’ACCORDO SULL’UMBRIA

 

Caro Politi,

ho letto la sua risposta a Fausto Rullo pubblicata su Flash Art n°277. Oltre ad essere

pienamente d’accordo con lei sulla situazione artistica della nostra regione, l’Umbria,

volevo ringraziarla per le parole che ha riservato alla Galleria Ronchini.

Mio padre, che purtroppo ci ha recentemente lasciati, fin dagli anni Settanta ha cercato

di promuovere l’arte contemporanea con grande passione e coraggio ma si è sempre

tenuto lontano dalle amministrazioni pubbliche che, solo timidamente e senza continuità, si sono accostate alla galleria. Per quanto mi riguarda preferisco seguire i

suoi insegnamenti…

Lorenzo Ronchini, info@ronchiniarte.com, www.ronchiniarte.com

 

IN UMBRIA LE ISTITUZIONI SUCCHIANO SOLO DENARO PUBBLICO

 

Caro Tosti,

ho voluto pubblicare, quasi come risposta alla tua, la testimonianza di Lorenzo Ronchini, titolare della sola e vera galleria d’arte che da tempo opera in Umbria. Dunque io ti rispondo con i fatti, tu con le speranze e le utopie. Tu fai alcuni nomi di operatori nell’arte, nati da poco e che succhiano il denaro pubblico, io parlavo di professionalità e di contributi reali. Palazzo Lucarini, CAOS, CIAC? Credo che vivano grazie alla benevolenza delle locali amministrazioni comunali e della Provincia, in cambio di un servilismo politico a dir poco imbarazzante. Con una programmazione da far ridere chi si occupa di arte contemporanea. Io il dente avvelenato?

Sono ben felice di essere scappato da una regione a cui avevo offerto a titolo assolutamente gratuito mostre di livello nazionale e internazionale, una collezione da far invidia a molti musei “cult”, senza mai chiedere nulla. Ma certamente risentito dal comportamento arrogante della classe politica locale, presente solo ed esclusivamente

alle cene e ai pranzi da me offerti, spesso senza entrare nemmeno a visitare le

mostre. Ricordo un simpatico e ridanciano assessore regionale, di Rifondazione Comunista, che onorava generosamente ogni pranzo o cena da me offerti, ma molto

critico sulla gestione dello spazio, che operava, secondo lui, senza il controllo della Regione. E ricordo anche alcune visite, con pranzo annesso, dell’allora onorevole Rita Lorenzetti, oggi Presidente della Regione Umbria. Ma mai, dico mai, che questi e altri personaggi abbiano dimostrato un reale interesse né alla struttura, né al programma,

né all’arte o alla cultura in genere. Mentre il Trevi Flash Art Museum resta (i quaranta e

più cataloghi lo dimostrano) la sola struttura di rilievo e a carattere privato, in quell’Umbria che ancora oggi vive sotto la cappa di un dirigismo stalinista da far paura. Tutto, dico tutto, viene gestito attraverso il clientelismo politico. Ho il ricordo di un Premio Gubbio della scultura, che agli inizi aveva qualche sprazzo di dignità. Ma subito diventato ostaggio di un grigio critico di Perugia (targato prima PCI, poi PD) al servizio dell’Amministrazione pubblica. E puoi ben immaginare con quali risultati.

Caro amico, questa è l’Umbria che io ricordo e che tu vuoi salvare. Ma ti assicuro che nessuna regione italiana è più lontana dell’Umbria dall’arte e dalla cultura contemporanea. Insuperabile invece l’olio di oliva (anche quello che produci tu,

suppongo) e la bruschetta. E a Trevi, mia città natale, la sagra del sedano. Ti consiglio di non perderla.

PS: Negli anni Ottanta ebbe vita breve ma non indegna, una galleria, Piano Nobile, del mio amico Nazzareno Miele. Anch’essa chiusa, dopo poco, per disperazione. 


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