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n. 317 Luglio / Agosto / Settembre




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n. 317 Luglio - Agosto - Settembre 2014
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Intervista a Marco Perego
Alessandro Buganza

6.06.2012

 

Alessandro Buganza: È da più di due anni che non parli e non rilasci interviste. L’inizio della tua carriera è stato molto influenzato dal tuo stile di vita, spesso legato al gossip e alla mondanità. Poi, di colpo, sei sparito. Da dove è nato il bisogno di questo isolamento? E cosa hai fatto in questi ultimi due anni?

Marco Perego: Ho fatto un tatuaggio: EXILE, SILENCE, CUNNING, poco tempo fa, come un timbro… Come una vacca al macello… è una frase presa dal libro di James Joyce A Portrait of the Artist as a Young Man. È stato come un timbro, dopo due anni che mi nascondevo… O forse solamente in quel momento cominciavo ad essere vivo…Tutto è cominciato due anni fa quando ero stanco di un mondo che non mi apparteneva, che non era mio. Tantissime persone me lo dicevano, ma non volevo ascoltare, pensavo di essere troppo “cool”. Una persona che ho incontrato, tramite Gea Politi di Flash Art, Max Garella, mi diceva: “Dato che affermi continuamente di venire come tutti quelli del rock’n’ roll e del blues dal gutter (il canale al bordo del marciapiede che fa defluire l’acqua, ndr) devi  ritornarci per capire chi sei veramente. Smettila di andare a tutti questi party altrimenti vivrai solo di vanità e perderai per sempre la tua creatività e te stesso.” Ho iniziato a star male a NY. Sentivo come se il mio corpo mi volesse parlare, come le persone anche lui cercava di farmi capire qualcosa… Ma ancora non ascoltavo. Un giorno mi sono svegliato e continuavo a perdere i capelli… Dall’ansia mi veniva il sangue nella pancia… Come Sansone… La bellezza e l’estetica, una cosa importante per me, portate via. È stato come un grosso segnale…Ho cominciato cure di cortisone per fermare la perdita, mi ricordo ancora adesso che avevo vergogna a uscire di casa… Fino a quando, come sempre, l’Universo mi ha aiutato: ho incontrato Alessandro Junger, il più importante dottore di Detox in America. La sua compagnia clean program ha aiutato diverse persone… Appena ci siamo conosciuti sono andato a vivere con lui in casa sua… Ero cosi disperato che volevo cambiare la mia vita, cambiare com’ero, e vedere se c’era sostanza, se c’era realtà, o se era tutto un bluff… L’esperienza di trascorrere quasi un anno senza dipingere e vivere con questo dottore mi ha portato a cambiare, forse a crescere… E a capire da dove venivo, le mie insicurezze, paure, sogni. Sempre grazie a questo dottore sono partito e sono andato a vivere con una delle più vecchie sciamane in Argentina per tre mesi dove, dopo un intenso viaggio, ho cominciato a scrivere e disegnare. La mano però, non era più la stessa… Non ero più come una spugna in grado di assorbire gli aspetti del mondo in cui vivevo, ma mi rimaneva quello che avevo dentro: i mostri, l’angoscia, la cruda realtà dell’infanzia… E ho deciso di essere vero, di non far parlare la mia persona ma solo la mia arte… La Transcendental Meditation, che pratico ogni giorno, mi ha aiutato a trovare me stesso… A gestire la tigre… A sentirmi come se non avessi bisogno di ciò che c’è fuori, ma solo di ciò che ho dentro. Sto bene lontano da tutti. 

 

 

AB: Ti manca qualcosa di quegli anni? Le feste, la fama, le ragazze…

MP: Onestamente non mi manca nulla. Ho avuto tutto e forse niente. Tanto vuoto…

Adesso nel silenzio ritrovo tutto: rabbia, vuoto, agonia, felicità, distorsione, desiderio, intensità… La pazzia…

 

 

AB: Si può dire che i tuoi ultimi lavori riflettano questo bisogno di esilio? Guardandoli sembra che ci sia qualcosa di nascosto dentro, qualcosa che non voglia essere visto…

MP: Voglio solo che l’arte parli da sola… La persona che più mi ha aiutato nella crescita e a capire il linguaggio è stata sicuramente Ernesto Esposito, una delle persone più speciali che ho conosciuto. Mi ha tenuto in casa, e come una guida mi trasportato in tutto quello che facevo, come in  Ricomincio da tre…Un uomo unico. Una guida…

 

 

AB: I tuoi primi lavori sono molto diversi dagli ultimi. I primi sono caratterizzati dall’utilizzo di colori molto accesi e da immagini tipiche della società occidentale (cartelli pubblicitari, personaggi del mondo del cinema e della musica, cartoni animati ecc. ) mentre i secondi sono molto più crudi, tetri, drammatici e, se vogliamo, violenti. Si può dire però che il messaggio che filtra sia molto simile, ovvero  un sentimento di rivolta contro una società che non condividi? Una società in cui è più importante sembrare che essere, in cui quello pensano gli altri è più importante di quello che in realtà si è, in cui è più importante come ti vedono di come in realtà sei? E in cui esistono prodotti di serie A e di serie B, a seconda della possibilità economica del consumatore? Una società che insomma consuma e violenta l’individuo che ci vive?

MP: Prima dipingevo come una spugna, non mi fermavo mai, facevo parte di una macchina. Prendevo, prendevo… Succhiavo, succhiavo… Per fortuna è arrivato il viaggio. È proprio così: non condivido più quello di cui facevo parte. Forse questo bianco dei quadri vuole rappresentare un silenzio, forse un urlo di rivolta o un grido... O forse non vuole rappresentare nulla, quasi un distacco dalla realtà cruda, senza fiato… Il posto della fragilità… Del silenzio, della meditazione…

Non lo so, non voglio parlare troppo dei miei quadri, spero parlino da soli.

 

 

AB: Parlami del tuo rapporto con la musica. Spesso nei tuoi lavori compaiono strumenti e frasi di musicisti. Da dove nasce questo amore?

MP: La musica… la musica è tutto: il blues, mio padre… Tutto… Il sentire... Il dolore…

Mio papà quando torna alla sera tardi dal lavoro di cameriere si mette ad ascoltare grandi bluesman del passato, come Lightnin Hopkins o Howling Wolfe: ascolta in silenzio, solo nella stanza… Con the, latte e  biscotti… Ascoltare blues senza fiatare… Senza dire nulla, perché la musica parla da sola… E la faccia di mio padre e mia madre quando ascoltano il blues è più bella.

 

 

AB: Puoi anticiparci qualche progetto per il futuro?

MP: Il progetto che sto facendo adesso e che mi sta cuore è il mio studio di animation.

Lo studio è Marco Perego e Dilettante Animation Studio. Presenterà a fine estate il corto Burn to Shine scritto quando ero in Argentina, con Giancarlo Giannini, John Torturro, e con la colonna sonora di Nellee Hooper… Adesso sto lavorando per la pre-production del lungo… Inoltre, ci sarà un libro pubblicato da Skira che la mia galleria Gmurzynska mi ha aiutato a pubblicare… Uscirà dopo l’estate. E poi non voglio più dire nulla, ma solo che mi potete venire a trovare in esilio.

 

 

 
 
 
 

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