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| SPECIALE ROMA II |
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INCHIESTA ROMA II
Giancarlo Politi

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| Flash Art 266 Ottobre – Novembre 07 ROMA, ETERNA PROMESSA O UNA VERA, NUOVA PROTAGONISTA DELL’ARTE CONTEMPORANEA? (PARTE II) 1. Qual è il tuo giudizio sulla situazione artistica romana e sul sistema dell’arte in generale, comparate al contesto nazionale e soprattutto milanese? 2. Quali opportunità reali offre Roma ai giovani artisti e a tutti gli artisti in generale? 3. E le gallerie propositive e spazi alternativi rappresentano adeguatamente la giovane arte a Roma? 4. Quali sono le possibilità di sopravvivenza e di autofinanziamento di un giovane artista oggi? 5. E per un critico e curatore quali sono le opportunità di lavoro? 6. L’offerta pubblica dell’arte ti appare adeguata? 7. Per un artista Roma è una città dove risiedere o un meraviglioso luogo di passaggio? 8. E i collezionisti di Roma sostengono adeguatamente le gallerie e gli artisti oppure la vostra clientela è soprattutto di fuori Roma? critici/curatori |  | | FRANCESCO STOCCHI L’andamento del sistema dell’arte in Italia e a Roma è l’eterno problema della “questione romana” durante l’Unità d’Italia. Roma offre un immenso bagaglio culturale, un clima ideale e un caos infernale. Gli spazi danno ai giovani artisti l’opportunità di confrontarsi con il pubblico. Non ci sono possibilità di sopravvivere con il proprio lavoro, ma ieri come oggi sono sempre nate miracolosamente piante rare su questo terreno. In generale c’è molta fame d’informazione sull’arte, soprattutto al di fuori dei sentieri già battuti. Deontologicamente un critico può rispondere a tali stimoli o richieste in misura maggiore rispetto a un artista, e Roma pullula di critici e curatori. Ma in una città come Roma manca un’offerta pubblica adeguata e un sentimento di urgenza. | |  | | CECILIA CANZIANI Roma in questi anni è cresciuta: hanno aperto gallerie, musei, progetti curatoriali, ma sono soprattutto gli spazi e le iniziative indipendenti a cambiare il volto alla città e a suggerire un diverso modo di fare e di proporre l’arte contemporanea. Anche con le accademie e gli istituti di cultura, che costituiscono una vera specificità romana, si cercano occasioni di scambio e dialogo tra la comunità artistica locale e gli artisti in residenza. Il potenziale per assicurare una produzione e distribuzione dell’arte contemporenea c’è, e soprattutto c’è l’impiego sistematico di una modalità collaborativa e di network che nasce dalla necessità di dover mettere in comune le proprie conoscenze e le proprie capacità per poter produrre progetti, un modello a cui anche le istituzioni dovrebbero guardare. Occorre un organismo centrale che stabilisca linee guida e schemi di finanziamento per la produzione culturale ed eroghi fondi sulla base della qualità dei progetti proposti. Così come occorrono meno premi per artisti e curatori una tantum e viceversa un impegno continuo da parte dello Stato per assicurare la crescita di un settore che da un lato può essere un efficace strumento di promozione dell’immagine del paese, dall’altro rappresenta un mercato in forte crescita. In questi termini, la questione non è certo tra Roma o Milano, si tratta piuttosto di capire che, se lasciato alla sola iniziativa dei singoli soggetti, il sistema dell’arte in Italia non può sopravvivere. | |  | | SIMONA CRESCI Oggi, malgrado la mancanza di un mercato adeguato, la situazione artistica romana può felicemente competere con il sistema dell’arte in generale. Roma soffre ancora della mancanza di un importante mercato che caratterizza altre città del Nord, di conseguenza i giovani artisti non incontrano delle reali opportunità di sopravvivenza. Sia un artista che un curatore o un critico hanno poche possibilità di sopravvivenza e di autofinanziarsi. La maggior parte di loro proviene da famiglie benestanti per cui sono disposti a lavorare come “indipendenti" pur non percependo gli adeguati riscontri economici. Per un artista Roma è un meraviglioso luogo, pensato inizialmente solo come zona di passaggio, ma che si sta trasformando in luogo di residenza. Ci vuole solo ancora un po’ di pazienza… | |  | | MARIANNA VECELLIO La scena artistica romana sta vivendo un momento interessante. Sono significative la realizzazione di una fiera d’arte, il riconoscimento che hanno alcune gallerie all’estero e l’apertura del nuovo MAXXI. Ma ciò che è più interessante è il crescente rapporto di stima, sostegno reciproco e collaborazione che si è instaurato fra artisti, critici e curatori, capace di generare dialogo, consapevolezza e progetti. Questa realtà opera in zone nascoste, libere da strategie economiche. Non parlo di centri sociali, ma di spazi non profit, senza budget. Alludo ai poster di Lorenzo Benedetti per il Rialto Sant’Ambrogio, alle mostre realizzate all’Angelo Mai, alle iniziative legate a 1:1 projects, alle riviste indipendenti come Nero, ai blog e alle residenze per artisti. I curatori e i critici hanno creato una rete. Il fatto di non essere una realtà individualista pone Roma in rapporto con la scena artistica europea. Oggi i critici e i curatori si domandano le ragioni per cui si fanno le mostre e quali sono le affinità che si possono avere con il proprio periodo storico e le necessità sociali e antropologiche di un sistema che sta cambiando progressivamente assetto. Essere aperti è “democratico” e diventa una risposta culturale significativa. Questo aiuta senz’altro un giovane artista a trovare la sua strada. Sicuramente un sistema di collezionisti potrebbe aiutare l’artista a sopravvivere. Non credo che Roma abbia ancora maturato un sistema dell’arte capace di autosostenersi, ma senz’altro offre agli artisti una piattaforma di dialogo. | |  | | FRANCESCO VENTRELLA Ho scelto Roma per studiare storia dell’arte, nel dipartimento dove Argan aveva insegnato. Qui ho conosciuto tante delle persone con cui collaboro e che molti giovani artisti preferiscono all’Accademia di Belle Arti, sintomo del fatto che la mancanza di punti di riferimento istituzionali ha portato a un interessante intreccio tra generi artistici e media: musica, teatro, arti visive, performance si sono mischiati grazie alla libertà dei linguaggi di artisti e curatori che finora è riuscita a prescindere dalle richieste istituzionali. Questo atteggiamento indie è forse un sintomo dell’esigenza di una nuova generazione di “scegliersi” e fare. Però c’è bisogno che le istituzioni riconoscano tutto il lavoro fatto finora. Roma è diventata un incrocio di collaborazioni tra artisti stranieri e italiani grazie alla presenza delle accademie e degli istituti di cultura. Ora c’è solo bisogno che le istituzioni approfittino di questo lavoro di networking già esistente. Resta il fatto che nella capitale non ci sono abbastanza borse di studio per gli italiani, ma credo che sia arrivato il momento di capire quanto la conservazione dell’antico passi anche attraverso la produzione del contemporaneo; forse allora potremmo avere a Roma il primo artist run space che aspettiamo da tempo, e che operi come di recente alcuni di noi curatori stanno cercando di fare con 1:1 projects, convinti che unirsi in un progetto collettivo non voglia dire eliminare la propria autorialità, ma potenziarla. | |  | | CAMILLA PIGNATTI MORANO Roma da sempre è un luogo magico che risveglia e addormenta i sensi con i suoi ritmi e le sue cadenze. Vivere a Roma è sicuramente una grande opportunità per gli stimoli culturali che offre la città. Per capirlo ogni tanto occorre uscire dalla capitale. Agli artisti italiani consiglio sempre un’esperienza all’estero dove le borse di studio e le residenze per artisti sono numerose. Bisogna proporre con costanza progetti di qualità che possano soddisfare le esigenze di chi organizza e di chi partecipa all’evento. A Roma funziona bene la formula della collaborazione e sicuramente noi critici e curatori dobbiamo dare più spazio e valorizzare gli artisti italiani. Nelle istituzioni pubbliche le opportunità per ora sono inesistenti. Le fondazioni private lavorano con squadre collaudate che non cambiano da tempo. Rimane la libera professione. Roma è un luogo meraviglioso dove vivere, interessante e ricco di stimoli. Gli artisti che vivono a Roma lo sanno e ogni tanto hanno bisogno di fuggire per tornare e apprezzare. | |  | | ANTONIO ARÈVALO Quando arrivai a Roma le gallerie d’arte erano le protagoniste del mondo dell’avanguardia e intorno a esse gravitavano gli artisti, i critici, i registi di teatro e i poeti più interessanti. Finivano gli anni Ottanta e cominciavano gli anni Novanta. La guerra del Golfo scompaginava questo humus e la crisi economica sentita anche nel mondo dell’arte creava un muro nelle relazioni tra le istituzioni pubbliche e quelle private nel promuovere la cultura. Oggi possiamo parlare di un’arte e di una critica giovane, ogni artista è portatore del proprio lavoro e insieme ad altri giovani trova affinità generazionali. C’è la totale mancanza del meccanismo che fino agli anni Ottanta faceva risplendere l’oro negli studi degli artisti e nello studio del critico. L’artista giovane comunque non vive delle sue mostre ma, a differenza delle generazioni passate, se non ha risorse proprie, si inventa qualcosa che abbia a che vedere col proprio lavoro. Crea le basi che saranno il suo sostentamento domani, intraprende relazioni con gallerie non soltanto romane e italiane, dialoga con i curatori, mette nell’agenda la possibilità di qualche residenza all’estero, crea rapporti e stabilisce alleanze. Oggi, finalmente, le istituzioni si presentano più professionali, all’Assessorato alla Cultura si aggiunge quello delle Politiche Giovanili, i musei aprono le loro porte a proposte innovatrici, ci sono Zètema e Zone Attive che gestiscono grandi eventi, poi Gemine Muse, Enzimi, La Notte Bianca, l’Auditorium, la Casa del Cinema e il Palazzo delle Esposizioni, che ha appena riaperto. Insomma un ventaglio di risorse con cui interagire e a cui proporre. Le stesse Accademie straniere presenti nella capitale sono aperte a nuove collaborazioni. Così Roma, insieme ai suoi artisti, curatori e strutture, torna nuovamente ad apparire negli annali artistici e mondani. Ma forse è sempre esistita questa sorta di risorgimento. | |  | | ILARIA GIANNI A Roma, non avendo un sistema di mercato potente quanto quello di altre città e avendo due musei in via di definizione con cui è ancora difficile entrare in comunicazione, l’attività artistica si basa sull’iniziativa di ricerca critica e non commerciale, scaturita dal confronto e dalla condivisione, priva di competizione, tra artisti e curatori che in questi ultimi anni hanno formato una comunità piuttosto unica. Se a Roma manca un confronto con i musei e le istituzioni pubbliche, e l’Accademia è come se non esistesse, sicuramente importantissima è l’attività svolta dagli istituti di cultura esteri che hanno il merito di far dialogare i borsisti con la città, aprendo la possibilità di collaborazioni sfociate in un network internazionale. In questo senso Roma è un luogo di passaggio in cui rimane traccia di quello che si è fatto e che segna un varco per quello che potrebbe essere. In una città così grande, in cui ogni piccolo passo per cercare fondi, spazi e risorse sembra un’impresa, gli obiettivi di chi è attivo sul territorio rimangono alti. Se le istituzioni un giorno decideranno di aprire le loro porte, il lavoro che si sta portando avanti potrebbe essere rafforzato. In una realtà in cui l’arte non è ancora diventata industria, abbiamo per il momento la possibilità di credere e di agire criticamente finché ci sentiremo rappresentati l’uno dall’altro. | | |
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| gallerie |  | | MAGAZZINO D’ARTE MODERNA Mauro Nicoletti Se è vero che Roma si è movimentata negli ultimi cinque anni c’è ancora moltissimo da fare: c’è ancora spazio per una crescita sia da parte dei galleristi, che da parte delle istituzioni. Sicuramente il collezionismo romano si sta muovendo, ma rispetto alla realtà milanese è un fenomeno relativamente recente. La situazione romana è certamente in evoluzione, ma molto dipenderà dalla volontà politica di mettere a disposizione dei musei mezzi ed energie adeguati in modo da produrre mostre di livello internazionale. Quello che Roma offre è forse, soprattutto ai più giovani, la possibilità di proporre il proprio lavoro. Essendo il mercato meno pressante e strutturato che altrove, rimangono ancora degli spazi di libertà e di rischio. Le realtà più interessanti sono quelle che ruotano attorno ad alcuni giovani curatori come, ad esempio, Lorenzo Benedetti, Luca Lo P i n t o , B a r t o l o m e o Pietromarchi, Athena Panni e Adrienne Drake di 1:1 projects, e giovani gallerie come Monitor di Paola Capata. Abbiamo molti clienti fuori Roma, ma l’apporto del collezionismo romano è fondamentale. | |  | | S.A.L.E.S. Massimo Mininni e Norberto Ruggeri Roma vive un momento particolarmente felice. L’ a t t iv i t à regolare dei due musei d’arte contemporanea, il MAXXI e il MACRO, ha rafforzato il circuito dell’arte e stimolato l’interesse di un pubblico sempre più vasto. A questa attività va affiancata quella delle accademie straniere, che ospitano interessanti artisti, i quali iniziano ad avere un rapporto proprio con il sistema dell’arte della città. Infine, non bisogna dimenticare l’apertura di nuove gallerie, anche straniere, e la nascita di riviste di settore che contribuiscono a un ulteriore scambio culturale. Tutto ciò rende Roma luogo di incontro atto a offrire stimolanti opportunità non solo per gli artisti, ma anche per i collezionisti che, sempre più numerosi, si avvicinano al mondo dell’arte. | |  | | ROMBERG Italo Bergantini È presto per dare giudizi, ma posso dire di avere la netta sensazione che Roma stia riuscendo a emergere da una condizione molto provinciale e godereccia. Le nuove generazioni di collezionisti si sono liberate dal rapporto diretto con l’artista e cercano di individuare gallerie che promuovono giovani artisti in campo nazionale e internazionale. Trovo arbitrario fare paragoni con altre situazioni geografiche, ogni luogo possiede peculiarità uniche. Adesso la città sta attraversando un periodo di fermento alimentato, oltre che dai privati, anche dalle istituzioni, le quali, finalmente, si orientano verso il contemporaneo. Del resto è sempre stata la mia filosofia: lo spazio storico di Romberg è nato in provincia e lì è cresciuto grazie a un lavoro capillare su tutto il territorio italiano, sia sul fronte del collezionismo che sulla scelta degli artisti proposti. Non mi sono mai limitato al territorio circostante: nel 1997 a Latina ho presentato Matteo Basilé, Bianco e Valente, Loris Cecchini, Alberto Di Fabio, Ottonella Mocellin, Sisley Xhafa e altri. A fronte di ciò, non posso che essere ottimista nei confronti di una situazione, anche se ancora in fase di sviluppo, tanto interessante. | |  | | V.M.21 Micol Veller e Maurizio Minuti Roma, come la bella addormentata, si è risvegliata da un lungo sonno. Grandi architetti preparano grandi musei, direttori e curatori allestiscono grandi mostre, galleristi stranieri e non aprono nuovi spazi, sedotti forse più dal cielo e dai tramonti della capitale che da un reale progetto culturale. Una rinnovata generazione di galleristi, artisti e collezionisti sta ritrovando un dialogo con il sistema istituzionale che guardava al contemporaneo con sospetto e diffidenza. Non è possibile fare confronti con Milano, ci piacerebbe sentirci parte di una nazione unita che difende l’alta qualità dei propri artisti in Italia e all’estero senza conformismi. I giovani artisti a Roma, come altrove, hanno oggi molte più possibilità, sono guardati con attenzione, sono triplicati gli spazi per proporsi, ma la competizione è tanta e la velocità con cui tutto succede li obbliga a muoversi, andare a Londra, Parigi, New York o a Pechino. Noi galleristi li sosteniamo, li portiamo alle fiere, ma più di tanto non possiamo fare se non sono loro stessi ad agire lavorando tanto e con intelligenza, coerenza, consapevolezza e coraggio. La nostra galleria, dopo tre anni di attività, vive grazie alla fiducia di giovani collezionisti che hanno creduto in noi e grazie anche all’attività fieristica senza la quale non sarebbe possibile allargare le possibilità di incontro e scambio. | |  | | Z2O SARA ZANIN Sara Zanin Attualmente a Roma si sta vivendo un gran fermento per l’arte contemporanea. Ho presentato nella mia galleria la prima personale di un artista romano, Mauro Di Silvestre, che ha ottenuto molti consensi di la critica, pubblico e collezionisti, e a settembre ho presentato un’altra giovane artista romana molto promettente, Gaia Scaramella. Con l’apertura dei nuovi spazi espositivi del MACRO e del MAXXI, l’arrivo di Gagosian e la nuova fiera d’arte contemporanea, Roma diventerà un polo di grande importanza e sicuramente potrà competere non solo con Milano ma anche con le grandi capitali europee. Ho aperto la mia galleria perché percepivo una carenza di spazi espositivi per i giovani artisti e sono alla ricerca di altri spazi per permettere loro di realizzare installazioni di grandi dimensioni, per far entrare l’arte nella città e nel quotidiano dei romani. Le gallerie propositive e gli spazi alternativi ci sono ma tendono a esporre artisti già affermati a livello internazionale o nazionale. La grande sfida è far crescere i miei artisti e portarli sul mercato italiano e internazionale. Circa la metà dei miei collezionisti sono romani e seguono da vicino il lavoro della galleria e degli artisti. Penso che si stia affacciando un nuovo tipo di collezionismo fatto di giovani appassionati molto attenti a cogliere le nuove tendenze nell’arte. | |  | | STUDIO MATTEO BOETTI Matteo Boetti La scena romana è paradossalmente ciò che è sempre stata: estremamente ricca, contraddittoria e anarchica. Ci sono più artisti qui, dentro le mura imperiali, che in tutta quanta l’Europa continentale. Da sempre gli artisti romani e non si sono nutriti di questo humus unico e particolare, creando poi il proprio mercato altrove. La capitale ha sicuramente ingranato un ritmo di marcia a livello delle principali città europee. Il buon esito delle prospettive professionali, di immagine e di investimento degli artisti a Roma è sottoposto alle stesse regole di qualunque altra città. Di spazi ce ne sono ormai un’infinità, molti dei quali attivi e pieni di prospettive. Il mio è un caso un po’ particolare: da un paio di anni e dopo dodici da gallerista “ortodosso” svolgo di fatto un’attività da project manager, nel senso che non tratto più il singolo lavoro concentrandomi invece su singole intuizioni, progetti globali, spesso prospettive senza limiti di tempo e di sviluppo; insomma, su sogni cui contribuire alla realizzazione. In più, sono felice di poter godere della fiducia di un certo numero di collezionisti affezionati, ai quali si aggiungono esponenti dell’ormai famigerato collezionismo globalizzato. | | |
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| collezionisti |  | | STEFANO E RAFFAELLA SCIARRETTA G i a n c a r l o Politi: Roma 2007. Una Roma scintillante, piena di eventi e di iniziative sulla contemporaneità e anche sull’arte. Secondo voi, le istituzioni romane e le gallerie private offrono abbastanza a un appassionato d’arte di oggi? Stefano e Raffaella Sciarretta: Dagli anni Cinquanta in poi, senza interruzioni, Roma ha concepito e accolto nuove gallerie. Un recente censimento sul numero delle gallerie romane ha registrato 119 gallerie. Il dato numerico non è soltanto positivo, ma corrisponde a un’offerta eterogenea ed equilibrata. Inoltre, la presenza di musei quali MACRO e MAXXI risponde al crescente interesse verso l’arte contemporanea da parte del pubblico. GP: Come è nata la vostra collezione? Quando è partita e con quali artisti inizialmente? SeRS: La collezione nasce circa un ventennio fa con artisti della Scuola Romana di Piazza del Popolo, primo in assoluto Mario Schifano. GP: La vostra collezione poggia su un’idea precisa oppure si accresce secondo il caso, gli incontri, gli stati d’animo? SeRS: Collezionare è una sorta di processo creativo che non sottende ad alcun criterio prestabilito. Gli incontri sono spesso casuali e provocano emozioni che ci spingono verso un’opera. Vivere a contatto con gli artisti è un privilegio, soprattutto per la generosità e il coraggio con cui svelano a tutti noi mondi nascosti. È proprio l’accesso a questi mondi che spesso ci costringe a fare i conti con la nostra coscienza. GP: Chi di voi due è più legato alla collezione e all’idea di collezionare arte di oggi? SeRS: L’arte è uno degli aspetti che ci unisce. Ciò che l’uno percepisce è trasmesso intensamente all’altro e viceversa. GP: La vostra collezione avrà una destinazione pubblica, cioè uno spazio aperto al pubblico, oppure resterà sempre un fatto privato? SeRS: La nostra collezione è da tempo esposta in uno spazio pubblico, il Residence Barberini di Roma, ma stiamo lavorando a un progetto più maturo, che consenta a un pubblico più vasto di accedere alla nostra collezione. La preparazione del primo catalogo della nostra collezione è l’evento che precede quello dell’istituzione di una Fondazione che sia in grado di agire in modo sinergico con le istituzioni pubbliche. GP: Quali sono gli artisti che hanno maggiormente segnato il vostro percorso di collezionisti? SeRS: Piero Golia, Chen Zhen, Atelier van Lieshout, Sisley Xhafa, Dionisis Kavallieratos, Sandrine Nicoletta, Nemanja Cvijanovic, Francesco Arena, Braco Dimitrijevic, Guido van der Werve, Rocco Dubbini, Jannis Kounellis, Panamarenko, Adrian Tranquilli, Andreas Slominski, Nico Vascellari, Ilya Kabakov, Lorenzo Scotto di Luzio, Jonathan Monk, Dan Perjovschi... GP: E qual è, a vostro avviso, il nucleo o l’idea focale della vostra collezione? SeRS: La nostra collezione affonda le radici nell’arte che solleva temi di ordine sociale e politico, ma ci sono anche numerose opere scelte per il puro piacere dello spirito. Lo scopo è quello di mettere in luce i diversi linguaggi prodotti dall’arte contemporanea, senza tuttavia essere dei cronisti del presente, con tutte le complessità e le difficoltà che un tale obiettivo comporta. GP: Avete qualche galleria di riferimento? SeRS: Non abbiamo gallerie di riferimento, ma senza dubbio abbiamo gallerie che sentiamo molto affini a noi: Monitor, Magazzino d’Arte Moderna, Container, Il Ponte e Studio Stefania Miscetti a Roma, Fonti a Napoli, Continua a San Gimignano, Gió Marconi a Milano, Sprovieri a Londra, Shugoarts a Tokyo, Gregor Podnar a Liubiana, Posibila a Bucarest, Yvon Lambert a New York, Cosmic e gb agency a Parigi, Neu a Berlino. GP: Negli acquisti seguite esclusivamente il vostro gusto e le vostre emozioni oppure anche qualche indicazione esterna? SeRS: L’ingresso delle opere nella collezione è il riflesso delle nostre scelte, in assoluta autonomia. Ci teniamo a ribadire che lo scopo della collezione non è quello di “tesaurizzare”, ma di creare una sorta di “laboratorio” aperto a qualsiasi proposta di dibattito da parte degli attori principali dell’arte contemporanea. GP: Quali gli acquisti più recenti? E i futuri? SeRS: Tra i recenti Hans Op de Beeck, Atelier van Lieshout, Kendell Geers, Marina Fulgeri, Delia Gonzales & Gavin Russom, Julius Koller, John Bock, Yukio Fujimoto. A breve, Nedko Solakov, Jorge Peris, Tobias Putrih, Donato Piccolo. | |  | | OVIDIO JACOROSSI G i a n c a r l o Politi: Caro Ovidio, tu sei un c o l l e z i o n i s t a storico partito, mi pare, già negli anni Sessanta. Come si è trasformata l’offerta dell’arte contemporanea a Roma? Ovidio Jacorossi: La passione per l’arte contemporanea è nata sui banchi del liceo classico, avendo un compagno, Giuseppe Gatt, appassionato di arte contemporanea. Negli anni Sessanta l’offerta di opere d’arte veniva proposta direttamente dagli artisti o mediata dalle poche gallerie storiche. Oggi le gallerie presenti su tutto il territorio nazionale si sono moltiplicate e stanno assumendo un ruolo sempre più significativo. Anche a Roma si percepiscono segnali di grande vivacità e dinamismo. GP: È tua abitudine acquistare direttamente dagli artisti oppure nelle gallerie private? OJ: Oltre che alle aste, ho quasi sempre acquistato da gallerie private, sia per avere il conforto di un giudizio qualificato su un’opera di mio interesse, e sia perché mi diverte il rito della trattativa sul prezzo, cosa che sarebbe disdicevole con gli artisti, dei quali, invece, mi piace visitare gli studi. GP: Quali sono le ultime acquisizioni? OJ: Negli ultimi anni ho acquistato opere di Emilio Prini, Gino De Dominicis, Ettore Spalletti, H.H. Lim, Luciano Fabro, Vedovamazzei, Mario Giacomelli, Felice Levini, Jota Castro, Sergio Vega, Fabio Mauri, Paola Pivi e Luigi Ontani. GP: E le prossime quali potrebbero essere? OJ: Sto vivendo una pausa di riflessione, anche se sono molto interessato agli artisti che privilegiano un’arte concettuale molto stressata, radicale e di non semplice lettura. GP: La tua è una collezione prevalentemente di arte italiana. Sei un fautore del made in Italy? OJ: Non sono un fautore del made in Italy. La nostra collezione, prevalentemente di arte italiana del secolo scorso, nasce a partire dagli anni Ottanta, come scelta imprenditoriale del nostro gruppo, e ne diviene una delle linee di comunicazione. Tuttavia, la globalizzazione mi spinge a prestare maggiore attenzione anche al mercato internazionale. GP: Tu segui le indicazioni di qualche galleria di riferimento oppure insegui una collezione basata sugli incontri, sul caso, sulle emozioni, sui viaggi? OJ: Fondamentali sono le indicazioni dei critici. Per gli acquisti mi affido principalmente a quei galleristi con i quali esiste un rapporto di fiducia consolidato e che sono in grado di proporre opere di qualità. Nel sistema dell’arte il gallerista è il primo soggetto a esprimere un giudizio di qualità artistica su un prodotto realizzato da un aspirante artista. Se il giudizio sarà positivo, il gallerista ne proporrà la vendita come opera d’arte a un acquirente. Se questo processo si ripeterà più volte i prodotti di quel soggetto/artista entreranno nel sistema dell’arte. D’altra parte, senza questo ruolo dei galleristi, l’arte contemporanea non avrebbe raggiunto il livello di importanza che le viene riconosciuto anche dai non appassionati. GP: Come intendi preservare la tua grande collezione? Persegui l’idea di una fondazione con spazio espositivo? OJ: Ritengo importante assicurare alla collezione creata sinora una continuità oltre la vita di coloro che l’hanno realizzata. A tale proposito, rispetto alla “ipotesi fondazione”, si stanno esaminando formule più innovative. GP: Quali sono stati gli artisti che hanno caratterizzato e influenzato la tua vita di collezionista? OJ: Non ci sono stati solo alcuni grandi artisti ma, sembra un paradosso, gli artisti che mi hanno influenzato di più sono i cosiddetti minori, che poi minori non sono poiché hanno costituito l’humus da cui spesso sono nati i grandi. GP: E i galleristi? OJ: Mi limito a citare Plinio De Martiis, che mi ha accompagnato in questo lungo appassionante percorso con simpatia e affetto reciproci. Nel tempo mi sono rivolto a galleristi più noti e meno noti ma comunque di pari professionalità e sensibilità artistica. | | | | |
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 | | ARMANDO PORCARI FABRIZIO DEL SIGNORE Giancarlo Politi: The G a l l e r y Apart, di mostra in mostra, si appoggia a un’identità romana diversa (Andrea Gobbi, Fondazione Volume!, Teatro di Roma, Fondazione Pastificio Cerere, ecc.). Come scegliete i vostri partner e in che grado è coinvolto l’artista in questione? Armando Porcari/Fabrizio Del Signore: La collaborazione con soggetti privati e istituzionali nasce per creare reti connettive fra addetti ai lavori in un paese in cui l’arte contemporanea ha ancora bisogno di maturare nella coscienza collettiva. In questo senso abbiamo finora incontrato grande sensibilità e disponibilità nei nostri partner, che individuiamo, così come gli spazi, per realizzare al meglio il progetto d’artista. Gli artisti sono quindi pienamente coinvolti fin dal principio in base al progetto che ci viene presentato e che noi decidiamo di produrre. GP: The Gallery Apart è una galleria commerciale o uno spazio non profit? AP/FDS: The Gallery Apart è un’associazione culturale pensata con l’obiettivo e l’ambizione di coltivare tanto l’evento espositivo quanto i percorsi individuali degli artisti. In altri termini, il fatto che i proventi della commercializzazione delle opere vengano reinvestiti in nuovi progetti artistici non può e non deve limitare il successo mercantile degli artisti, le cui opere devono incontrare gli estimatori nel luogo a ciò deputato, il mercato. GP: The Gallery Apart lavora specialmente con artisti romani. Qual è il riscontro di questa strategia sul vostro pubblico e sui vostri compratori? AP/FDS: Andrea Aquilanti, Gea Casolaro, Mariana Ferratto, Myriam Laplante, Luana Perilli, Alessandro Scarabello e Luca Viccaro sono tutti artisti operanti a Roma. Non si tratta però di una scelta ideologico-campanilistic, né intendiamo caratterizzarci come operatori culturali locali, ma sforzarci a ristabilire alcune evidenze che sarebbero comunque emerse. Diverso è il discorso che riguarda i giovanissimi. Abbiamo selezionato alcuni giovani artisti in cui crediamo moltissimo, ma a Roma oggi sono numerosi i giovani interessanti. Finora il riscontro sul pubblico e tra i collezionisti è stato lusinghiero, a dimostrazione che la nostra più che una strategia decisa a tavolino è una risposta a istanze reali. GP: In che cosa consiste la vostra collaborazione con d’AC di Ciampino, il Centro de Exposiciones di Buenos Aires, C/O Careof di Milano e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma? AP/FDS: Sin dall’inizio e con una certa dose di sfacciataggine abbiamo deciso di non fare distinzioni tra partner privati o istituzionali. Probabilmente nell’ottenimento della loro fiducia ha giovato la nostra impostazione esclusivamente incentrata sul progetto d’artista, tanto che a lungo la nostra stessa presenza dietro i progetti realizzati è risultata sconosciuta ai più. Abbiamo quindi cercato di interpretare queste collaborazioni come metodo di lavoro più aperto e collaborativo che tutti dovrebbero acquisire. GP: Quali sono state le vostre recenti acquisizioni? AP/FDS: Chi ci conosce personalmente sa che i nostri gusti artistici presentano più punti di divergenza che di convergenza. A parte i nostri artisti in cui crediamo moltissimo e che sono fortemente presenti nelle due collezioni personali, recentemente ci è capitato di condividere anche alcune scelte, ad esempio Piero Golia. Fra le ultime acquisizioni di Armando ci sono opere di PH.ON., Obey, Federico Solmi, Ericailcane, Atrium-Project, mentre le scelte di Fabrizio sono cadute su Vedovamazzei, Rä di Martino, Assume Vivid Astro Focus, Los Carpinteros, Jamie Shovlin, Astrid Nippoldt e Sunciça Perisin. GP: E le prossime? Avete in mente qualche artista significativo o emergente che intendete collezionare? AP/FDS: Certamente continueremo a collezionare ancora gli artisti della scuderia Apart. Inoltre ci incuriosisce il lavoro di 0100101110101101.ORG e Elastic Group of Artistic Research, e di artisti che già apprezziamo da tempo, come Donatella Spaziani e Elvio Chiricozzi. | |  | | BIANCA ATTOLICO G i a n c a r l o Politi: Tu sei una collezionista che ha a t t raversato diverse generazioni di artisti. Quale ti ha influenzato maggiormente e a cui sei rimasta più legata affettivamente? Bianca Attolico: La Scuola Romana, perché era l’inizio ed ero giovanissima. La scuola di Piazza del Popolo perché sono romana e gli artisti erano bravi, belli e affascinanti fino all’Arte Povera, quando ho provato l’orgoglio di un’arte finalmente internazionale. GP: Collezionista storica ma anche sulla breccia. Quali gli ultimi acquisti? E quali i prossimi, se hai già una lista? BA: Ho sempre seguito i giovani. La mia è una collezione giovane! Gli ultimi acquisti sono delle fotografie degli artisti africani Nicholas Hlobo e Guy Tillim, esposti a Roma nella galleria extraspazio diretta da Guido Schlinkert. GP: Nelle tue scelte ti fai condizionare anche dai rapporti affettivi (particolare necessità o frequentazione e amicizia con l’artista ecc.) oppure segui esclusivamente una tua idea di collezione? BA: Tanti anni fa mi condizionava l’amicizia e la frequentazione degli artisti, ma tanti anni fa. Ho una mia idea di collezione. Ho sempre scritto e detto che bisogna essere testimoni del proprio tempo!. Ecco perché la mia collezione parte dal Novecento fino ad arrivare ai giorni nostri. Non mi reputo una collezionista tout court. GP: Secondo te il sistema dell’arte di Roma offre abbastanza a un collezionista esigente? BA: Assolutamente no. Non solo Roma, ma il sistema dell’arte in Italia non offre molto. GP: Quale futuro attende la tua collezione? Una donazione a qualche museo o una fondazione aperta al pubblico? BA: Il futuro della collezione è nei miei figli e nipoti. | |  | | GIOVANNI GIULIANI G i a n c a r l o Politi: Cosa ci può dire dell’offerta di Roma (gallerie private e istituzioni pubbliche) sul piano dell’arte di oggi? È sufficiente per un collezionista abbastanza esigente? Giovanni Giuliani: Negli ultimi anni la situazione romana è sicuramente migliorata. Rispetto al passato ci sono presupposti migliori, lo si vede sia dalle diverse attività del MACRO, sia da quelle del MAXXI. Con il traino di due musei la situazione non può che crescere ulteriormente. Dopo un lungo periodo di chiusura ha riaperto anche il Palazzo delle Esposizioni e in città ci sono grandi aspettative. Ho notato che negli ultimi anni si è sviluppato anche un nuovo tipo di collezionismo molto attento alle ultime generazioni di artisti, che punta su idee nuove e spesso poco conosciute. Ma se ci confrontiamo con quanto accade nel resto del mondo, Roma deve ancora crescere. GP: Lei acquista solo a Roma oppure dove incontra un’opera che le piace? GG: Preferisco acquistare nelle gallerie italiane, e fra queste ve ne sono numerose romane. Dipende, comunque, dagli artisti. Le acquisizioni da parte di collezionisti privati rappresentano un tassello molto importante nel sistema dell’arte, per cui si cerca sempre di incrementare il sistema a noi più vicino. GP: Negli acquisti si muove sulla base del suo gusto oppure si fa anche consigliare? GG: Se per “consigliare” si intende ascoltare i giudizi di persone che seguono la collezione, direi proprio di sí! Amo molto guardare alle altre collezioni e mi capita sempre di confrontarmi con esperti autorevoli del settore, ma in generale la scelta finale è soprattutto soggettiva. GP: Quali sono stati gli acquisti recenti? GG: Ho acquistato un’opera di Nedko Solakov intitolata L’orientamento delle notizie, composta da giornali, in particolare da tutti i numeri de La Repubblica e Il Corriere della Sera, pubblicati dall’inizio del 2007 sino all’11 settembre dello stesso anno, con riferimento alle diverse interpretazioni delle medesime notizie. Tra gli acquisti recenti c’è poi un lavoro di Alfredo Jaar, dalla serie “Gold in the Morning” del 1985, e un’opera di Erwin Wurm. GP: E quali saranno quelli futuri? GG: Un lavoro che sicuramente acquisterò si chiama Filo di piombo di Maurizio Mochetti (progetto del 1968). Un desiderio che non ho ancora soddisfatto è acquistare un lavoro, non un’edizione, di Fred Sandback. GP: C’è un artista giovane, o più di uno, su cui ha posto una particolare attenzione? GG: Da molto tempo seguo il lavoro di Daniele Puppi. Ultimamente abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla produzione di Francesco Arena, Nicola Gobbett o , A l e s s a n d r o Piangiamore, Giuseppe Pietroniro e Pietro Ruffo. GP: Lei ha qualche galleria di riferimento? GG: Tutte e nessuna, nel senso che molti galleristi sono amici e punti di riferimento nella misura in cui condividiamo in maniera costante idee e passioni, ma in generale non ho una galleria a cui fare capo. | | |
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| DIZIONARIO DEGLI ARTISTI |  | | Nicoletta Agostini Roma, 1971. Vive e lavora a Roma. Il mio lavoro si basa su uno studio continuo che investiga i perversi meccanismi della psiche umana. L’ispirazione può prendere spunto da testi filosofici, di psicanalisi o di antropologia, come da un passante che cammina in un modo particolare. La prima fase del lavoro parte da un’immagine, che non è l’immagine dentro di noi ma ci comprende all’interno. La seconda fase è lo studio di tale immagine, che mi impegna per un lungo periodo. Infine viene la terza fase, la verifica o sperimentazione, ossia la realizzazione del progetto artistico. Nicoletta Agostani Se giro intorno, 2007. 45 disegni, inchiostro nero su carta, 28 x 20 cm ciascuno. Courtesy LMAK projects, New York. | |  | | Andrea Aquilanti Roma, 1960. Vive e lavora a Roma. Andrea Aquilanti è un artista liminale. I suoi lavori realizzati attraverso una libera e ampia gamma di linguaggi (disegno, fotografia, pittura, riprese video in diretta) si pongono al livello della soglia della percezione e della coscienza. Le sue videoinstallazioni si situano al confine tra fissità e movimento, tra registrazione e rappresentazione, tra virtualità e concretezza. Aquilanti interviene nello spazio cercando di coglierne l’essenza significante. Lorenzo Giusti Gallerie: Not Gallery, Napoli; The Gallery Apart, Roma; Ugo Ferranti, Roma. Nouvelle Athènes, 2007. Matita e videoproiezione in diretta su tela, 107 x 142 cm. Courtesy Spaziorazmataz, Prato. | |  | | Sara Basta Roma, 1979. Vive e lavora a Roma. La ricerca artistica di Sara Basta si sviluppa attraverso il disegno, il video e l’installazione che, in un alternarsi continuo tra reale e immaginario, costituisce il mezzo per una riflessione sull’identità, il genere, le differenze sessuali e gli stereotipi a esse connesse. Analizzando le dinamiche di coppia, la dipendenza e l’integrazione nella relazione con l’altro, Sara Basta ironizza su quei luoghi comuni di cui tutti, almeno in parte, sono vittime. Cuoreferito, 2007. Serie di cuori, china su stoffa, 10 x 10 cm. | |  | | Alessandro Bellucco Torino, 1970. Vive e lavora a Roma e a Milano. Per Alessandro Bellucco la pittura diventa uno strumento di conoscenza e nella sua estensione tecnica permette di modificare e distorcere la pura rappresentazione andando ben oltre il superficiale risultato figurativo, provocando nello spettatore una sorta di coinvolgimento dovuto sia alle misure delle opere stesse che all’interesse maniacale e ossessivo ai dettagli dimenticati. Oltre questo confine tutto si ridisegna e un nuovo ordine prende forma; un ordine in cui la bellezza è inversamente proporzionale alla tradizione. Gallerie: Ca’ di Frà, Milano; Container, Roma. Essitam (Ipotesi Occidentale), 2007. Olio su tela, 280 x 190 cm. Courtesy Container, Roma. | |  | | Elisabetta Benassi Roma, 1966. Vive e lavora a Roma. Le immagini di Elisabetta Benassi sono concentrate, dense, insidiate dalla coscienza di una deriva, insieme corporee e fantasmatiche. Dei personaggi appaiono talvolta in questi scenari: sono maschere inquietanti, gemelli o sosia che la accompagnano in un’esplorazione notturna o esseri ibridi, metà macchine e metà uomini, oscuri cospiratori e vagabondi. Sullo sfondo emerge sempre una domanda sulla nostra condizione attuale, un’investigazione sui futuri possibili, sulle utopie irrealizzate, sui sogni e i fallimenti. Per Elisabetta Benassi l’arte è ciò che può rendere possibile, nella lucidità del distacco, il rinnovarsi di un contatto col reale. Lucia Tozzi Galleria: Magazzino d’Arte Moderna, Roma. Yeld to Total Elation, 2006. Videoinstallazione, 13 min 18 sec. Courtesy Magazzino d’Arte Moderna, Roma. | |  | | Simone Bergantini Velletri (RM), 1977. Vive e lavora a Roma e a Milano. Simone Bergantini ha scelto un contrasto stridente, ma congruente, nei suoi scatti per raccontarci, tra l’affettuosa evocazione di una memoria nel giocattolo e i mesti presagi nella decadenza degli ambienti, le mille infanzie di esistenze vissute nell’ombra o cedute all’oblio. L’artista non descrive solo immagini, perché con una potente suggestione dà voce alla propria narrazione, facendo affiorare senso e ricordi di una vita non romanzata ma vissuta. Con disarmante rigore ha intrapreso una proustiana ricognizione dei momenti che segnano le tappe dell’esistenza dell’uomo. Rimaniamo ad ascoltare le sue voci emergenti in attesa di una storia che, nel primo capitolo, è solo al suo inizio… Matteo Galbiati Galleria: Romberg, Latina/Roma. Vincenzo, 2007. Fotografia a colori, 100 x 100 cm. | |  | | Thomas Bires Roma, 1972. Vive e lavora a Roma. Thomas Bires dischiude il tratto figurativo oltre i limiti della tipica illustrazione. L’artista inventa immaginari in cui la pittura narra di personaggi tanto distanti quanto simili ai nostri draghi interiori. Alle spalle, un esordio di scrittura/disegno con “Le avventure di Chicken Lover”, deriva porno-trash pubblicata sui mensili Pat Pong, Playmen Comix e Hard Skin. Subito dopo, i murales, quindi le scenografie in teatro e televisione. Un percorso anomalo dove il foglio e il quadro sono sempre stati il vero diapason esplosivo, centro visionario di uno sguardo surreale attorno alla sessualità dei corpi in azione. Gianluca Marziani Galleria: Romberg, Latina/Roma. Senza Titolo, 2006. Grafite e acrilico su MDF, 80 x 120 cm. Courtesy Romberg, Latina/Roma. | |  | | Alessandro Bulgini Taranto, 1962. Vive e lavora a Roma e a Torino. Coesistono due dimensioni nel lavoro di Alessandro Bulgini, due dimensioni che non entrano mai in contatto, la presenza dell’una esclude l’altra. Due mondi paralleli che il fruitore può penetrare come un medium capace di mettersi in contatto con l’invisibile. Nelle tele l’astrazione del monocromo nero lucido e specchiante e la figurazione nella sua veste più antica; nelle performance l’alterità del soggetto rispetto a ciò che lo circonda; nelle installazioni i tentativi di sparizione. Differenti modalità per parlare di ciò che è altro, diverso, di ciò e di chi è altrove e della possibilità di vedere. Ginevra Pucci Gallerie: Photo&Contemporary, Torino; Fondazione Volume!, Roma. Hairetikos. Conversation sur l’art de bien vivre et de bien mourir, 2007. Veduta dell’installazione. | |  | | Carlo De Meo Maranola (LT), 1966. Vive e lavora a Roma e a Maranola. Carlo De Meo è un artista dall’attitudine spiazzante che allestisce le opere in evocativa sinergia con lo spazio prescelto. Al centro del suo mondo scultoreo tornano i personaggi in scala ridotta che (ri)vivono come plausibili alter ego dell’artista stesso. Figure in pose timide, intime, talvolta imbarazzanti, stimolatori silenti di un voyeurismo che sembra aprire una porta segreta nel privato. Le opere cambiano la nostra percezione degli spazi, alterano scale e prospettive, costringendo a ripensare l’identità architettonica di ogni elemento, anche il più banale e in apparenza passivo. Piccoli tipi sociali che ricalcano il reale in un continuo dialogo con lo spazio e i movimenti della realtà. Gianluca Marziani Undicirighe, 2006. Resina, poliestere dipinto, materiali vari, dimensioni variabili. Courtesy Fondazione Volume!, Roma. | |  | | Roberto De Paolis Roma, 1980. Vive e lavora a Roma. Il lavoro di Roberto De Paolis ritrae l’umanità sensibile nella sintesi di una fotografia analogica, con esposizioni molto lunghe dei soggetti legittimati a muoversi all’interno di uno scatto. L’esito produce uno scioglimento dell’abituale tensione, percorsa da un tentativo di semplificare i conflitti delle relazioni. L’artista spalanca prospettive per nulla alienanti e utilizza grandi spazi architettonici per aprire un dialogo simbolico con la natura umana che li attraversa quotidianamente. Come un film di muti piani sequenza destinato a perdurare nella memoria, il suo sguardo diviene poco a poco tangibile ed eloquente, annulla i filtri abituali e ingenera placate riflessioni sul nostro doppio. Raffaella Guidobono Galleria: Oredaria, Roma. Idle, 2006. Stampa fotografica su plexiglas, 100 x 70 cm. | |  | | Alberto Di Cesare Roma, 1978. Vive e lavora a Roma e a Bologna. Lo strumento fotografico viene utilizzato da Alberto Di Cesare per acquisire e indagare lo spazio, per consentirne l’archiviazione e la comparazione, grazie alle sue proprietà di analogon del reale, puntando su una sorta di mappatura generale. Nei suoi lavori si evidenzia la mancanza della vita reale e l’assenza materiale dell’uomo, si sedimentano tracce che si alterano e si muovono in un tempo autonomo, in totale controtendenza con il fluire dell’esistenza concreta. Questa progressione temporale quasi contemplativa concede maggiore spazio alla memoria, alla riflessione, al silenzio e alla solitudine; elementi che nel mondo esterno sembrano superflui e dimenticati. Galleria: z2o Sara Zanin, Roma. Senza Titolo, dalla serie Luoghi, 2005. Stampa lambda a colori montata su alluminio e plexiglas, 120 x 120 cm. Courtesy z2o Sara Zanin, Roma. | |  | | Rä di Martino Roma, 1975. Vive e lavora a Roma e a New York. Colpiti da amnesia, smarriti, irrequieti, loquaci o taciturni, i personaggi di Rä di Martino abitano mondi indecifrabili, complicati, instabili. I suoi video, sempre di intensità cinematografica, sono congegnati come macchine emotive che attaccano il bozzolo dell’identità per esporne lo spessore emotivo, l’agitazione e la sorpresa che la percorrono come scariche nervose, mentre riflettono al tempo stesso sul filo sottile che lega lo spazio dell’immagine agli edifici culturali e alle trame inconsce. Stefano Chiodi Galleria: Monitor, Roma. La camera, 2006. Still da film 16mm, 10 min. Courtesy Monitor, Roma. | | | | |
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|  | | Elastic Group of Artistic Research Alexandro Ladaga (Roma, 1973) e Silvia Manteiga Pousa (Santiago De Compostela, 1965). Vivono e lavorano a Roma. Nel nostro lavoro il contesto è fondamentale in quanto consideriamo lo spazio come un laboratorio per le nostre sperimentazioni. Nell’installazione The Night Watchmen il pubblico poteva percorrere circolarmente lo spazio, essere osservato da un’architettura animata, osservare e nello stesso tempo sentirsi videocreaturizzato con la presenza della luce verde per diventare un tutt’uno con i 24 video ritratti incastonati nelle colonne digitali alternate alle colonne di pietra del Tempietto del Bramante. Elastic Group of Artistic Research Gallerie: Paolo Erbetta, Foggia; Ierimonti, Milano; N.O. Gallery, Milano. The Night Watchmen, 2006. Veduta dell’installazione presso il Tempietto del Bramante, Roma. Courtesy Reale Accademia di Spagna, Roma. | |  | | Pierluigi Febbraio Roma, 1976. Vive e lavora a Roma. Pierluigi Febbraio disegna su fondali candidi con un approccio da “lavagna in negativo”. Immaginate il gessetto bianco su lavagna nera, qui virato in un tratto scuro su fondi quasi accecanti. I mondi narrati ci catapultano tra infanzia e adolescenza, una specie di quaderno scolastico dove le storie hanno sapori e odori “maggiorenni”. La struttura figurativa gioca tra equilibri sottili, sporcata da materie più fisiche che vestono alcuni personaggi con l’obiettivo del cortocircuito realistico. Una pittura tra disegno e materia dove gli opposti si conciliano, creando pagine narrative in cui ritrovare la propria “infanzia adulta”. Gianluca Marziani Galleria: Romberg, Latina/Roma. Mania 190, 2007. Olio, malta micacea, pennarello su forex, 170 x 250 cm. Courtesy Romberg, Latina/Roma. | | | | Claudia Ferri Pescara, 1980. Vive e lavora a Roma. La macchina fotografica di Claudia Ferri punta gli oggetti anonimi, i momenti ordinari, ciò che distrattamente “non vediamo” ma che, diventati fotografie, si rivelano nella loro unicità e bellezza. Le sue fotografie, avvolte da un’atmosfera lirica e rarefatta, sono sequenze aperte, attraversate da un suono fluido in cui è concesso perdersi, abbandonare le proprie sicurezze o lasciarsi stupire dalle più piccole cose. Annalaura Palma Galleria: z2o Sara Zanin, Roma. Senza Titolo, 2006. Stampa lambda a colori montata su alluminio e plexiglas, 120 x 120 cm. Courtesy z2o Sara Zanin, Roma. | |  | | Globalgroove Michele Andreoni (Cagliari, 1965) e Fabio Toffolo (Roma, 1962). Vivono e lavorano a Roma. Globalgroove esordisce alla fine degli anni Novanta come work in progress on line (www.globalgroove.it). In seguito il progetto si è articolato in collage, fotografia, pittura, video, sound art, scrittura. Globalgroove rielabora immagini, testi e suoni della produzione massmediale. A queste fonti di recupero si affiancano repertori originali in un cut up di pratiche artigianali e reworking digitale in bilico tra glamour pubblicitario e orrore apocalittico. Globalgroove Body Count, 2006. Acrilico su tela, 150 x 100 cm. | |  | | Silvia Iorio Roma, 1977. Vive e lavora a Roma. L’opera di Silvia Iorio è incentrata su un’indagine minuziosa dei rapporti esistenti tra scienza e arte. Analizza la perfezione della forma originaria ma osserva anche l’immagine dell’instabilità e del capriccio del caso. Scientificità ed errore si susseguono per comporre un’unica poetica. Più in generale, la poetica di Silvia Iorio mira a scoprire l’armonia vitale insita in enigmi, inganni e paradossi di un universo non più solo infinito, ma aleatorio, frattale e pluridimensionato. Francesca Franco Poema sinfonico naturale, 2007. Stampa lambda d’argento su alluminio, 120 x 210 cm. | |  | | Gulia e Karolina Lusikova Gulia Lusikova (Minsk, BY, 1967) e Karolina Lusikova (Minsk, BY, 1987). Vivono e lavorano a Roma. Quando guardiamo attentamente un oggetto d’arte possiamo vedere le piccole o grandi cascate di materia di cui è composto. Queste possono essere spente oppure possono essere brillanti di riflessi, dentro i quali il loro mondo si apre improvvisamente ai nostri occhi. Il mondo di Gulia e Karolina Lusikova premia con rara dovizia la nostra attenzione. Comunque, siamo noi che siamo partiti, siamo noi che siamo tornati, ancora incerti sull’itinerario che è stato un viaggio nel cuore di una improbabile, fantastica Siberia, oppure non ci siamo mai mossi, sdraiati nella pigra poltrona digestiva del nostro soggiorno, accarezzando un samovar da rigattiere... Paolo Aita Galleria: Pio Monti, Roma. L’ombra bizantina, 2006. Acrilico su tela, 60 x 40 cm. | |  | | Caterina Nelli Roma, 1979. Vive e lavora a Roma. Nella fotografia Caterina Nelli crea un rapporto con il soggetto e lo scopre, contrariamente alla sua pittura che vive in solitudine. I volti privi di collocazione storica rifuggono l’idea di superficialità per sposare il cuore della bellezza interiore. Il tempo lungo della ripresa serve a captare più di una semplice posa. Il fotogramma è il frutto di tanti secondi completamente donati. Lo sguardo colmo di aspettative davanti alla camera svela qualcosa che non vedresti mai se non fotografando. Raffaella Guidobono Pierfrancesco, 2007. Fotografia stenopeica, stampa manuale su carta baritata, 30 x 30 cm. | |  | | Andrea Nicodemo Termoli (CB), 1976. Vive e lavora a Roma. Andrea Nicodemo si pone di fronte alla superficie bianca della tela come a una realtà potenzialmente spaziale perché intrisa di luce, distillandone i valori cromatici dello spettro solare. I colori si concretizzano in piani che, congiungendosi, creano una diffusa spazialità atmosferica. Una riduzione formale caratterizza anche i suoi disegni a matita, le uniche opere dove Nicodemo si concede la licenza della figurazione descrittiva. Le immagini rappresentano un frammento di vita, trasfigurazioni di brevi momenti esibizionistici che alludono a un rituale psicofisico. L’artista raggiunge un equilibrio tra il desiderio di estrema semplificazione formale e l’esigenza di dare all’arte una dimensione meditativa e spirituale. Maurizio Faraoni Galleria: Ugo Ferranti, Roma. Senza Titolo, 2006. Disegno-collage, 38 x 37 cm. Courtesy Marco Bentivoglio. | |  | | Giacinto Occhionero Campobasso, 1975. Vive e lavora a Roma. Il mio lavoro si sviluppa soprattutto sul piano pittorico attraverso supporti industriali di origine petrolchimica (metacrilati trasparenti). Col tempo ho sviluppato tecniche personali d’identificazione dell’aspetto visivo all’interno del quadro. Utilizzo soprattutto pittura ad aerosol mediante la tecnica del reverse painting. Attraverso stratificazioni di colore riesco a far confluire una forte labilità e relatività di visione a seconda della posizione del punto di vista. Nelle mie opere si intravede un universo fatto di nebbie, gas e bagliori, prodotti industriali come allegorie sociali. Giacinto Occhionero Aircraft Soccer, 2005. Reverse painting su plexiglas, 100 x 100 cm. | | | | Pax Poloscia Roma, 1974. Vive e lavora a Roma. La caratteristica di Pax Paloscia è la spontaneità e immediatezza del tratto. La radice della sua produzione artistica più recente risiede in una personale trascrizione della realtà attraverso le tecniche più disparate. Dall’apparente casualità delle serie fotografiche che fissano e sezionano i momenti meno evidenti del quotidiano, alle immagini pittoriche che nascono da uno stretto rapporto con la ricerca fotografica, ma che nel passaggio alla manualità della pittura, all’espressività dei colori e della gestualità del tratto, all’evocazione del graffitismo, acquistano una ulteriore dimensione di analisi formale. Galleria: Addict, Parigi. Blu, 2007. Stampa fotografica, 35 x 50 cm. | | | | Alessandro Piangiamore Enna, 1976. Vive e lavora a Roma e a Torino. Le opere di Alessandro Piangiamore nella loro semplicità formale sono intrusive: toccano lo spettatore in modo trasversale e come eventi inattesi aprono a una nuova e conseguente riflessione: l’esperienza contraddittoria della realtà. L’obiettivo è quello di creare una sorta di cortocircuito tra la realtà e la dimensione immaginaria. Per essere intrusivi è necessario insinuarsi senza clamori. Piangiamore, con l’ausilio di mordace ironia, utilizza un complesso procedimento creativo di appropriazione di elementi del quotidiano per generare nello spettatore sorpresa, disagio, amarezza e, infine, riflessione sull’idea di verità come concetto relativo. Marianna Vecellio La gravità dell’arcobaleno, 2006. Calco in gesso di una pozzanghera, 50 x 70 x 20 cm, stampa lambda su alluminio, 12 x 18 cm. Courtesy Fondazione Spinola Banna, Poirino (TO). | |  | | Donato Piccolo Roma, 1976. Vive e lavora a Roma e a Milano. Il lavoro di Donato Piccolo è intriso di filosofia esistenzialista e polimorfia di linguaggio: l’artista, infatti, non opera nei limiti della materia artistica, ma, come ogni sperimentatore, supera questi confini insinuandosi nei meandri della robotica, della meccanica e della biologia per indagare la fragilità dell’esistenza, il concetto di vita e di morte, il significato di corpo e spirito, di interno ed esterno. Arianna Cascapera Galleria: Studio Stefania Miscetti, Roma. Il silenzio è diventato la sua madrelingua, dettaglio, 2007. Vetroresina, ferro, circuiti meccanici. Courtesy Fondazione Riva, Venezia. Foto: Susana Beatriz Soriano. | | | | Federico Pietrella Roma, 1973. Vive e lavora a Roma e a Milano. I paesaggi di Federico Pietrella, urbani prima e naturali poi, i cieli stellati o gli autoritratti non visualizzano lo spazio, ma il tempo: il tempo della realizzazione delle immagini si stratifica poi a quello della loro fruizione visto che si rendono visibili o invisibili, risultano figurativi o astratti, a seconda della distanza dello spettatore rispetto a esse e dalla sua posizione in quel dato contesto spaziale. Pietrella, accettando così le cose al di là del dicibile o dell’interpretazione che ne possiamo dare, celebra e manifesta l’istante e la meraviglia del loro incontro con il soggetto, sia che si tratti della memoria del paesaggio ottocentesco, di un cielo stellato da attraversare o del momento dell’inaugurazione di una mostra. Lorenzo Bruni Senza Titolo, 2006. Alchidico e olio su tela, 180 x 235 cm. Collezione privata, Firenze. | | | | | | |
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|  | | Cristiano Pintaldi Roma, 1970. Vive e lavora a Roma e a Londra. La ricerca pittorica di Cristiano Pintaldi si fonda sulla distruzione e ricostruzione dello spazio visivo, ottenuta attraverso un procedimento analogo a quello della formazione dell’immagine video. I suoi quadri sono dipinti secondo la logica della scomposizione, che è propria delle immagini di tipo elettronico, in cui l’unità elementare dell’informazione visualizzata sullo schermo è il pixel, con i tre punti di colore rosso, verde e blu. Un lavoro pittorico che fa da mediazione alla realtà essendo in un viaggio costante tra la struttura compulsiva dei pixel dipinti a mano e l’immagine compatta vista in lontananza. Mirela Pribac Galleria: Sprovieri, Londra. Senza Titolo, 2006. Olio su tela, 190 x 255 cm | |  | | Gioacchino Pontrelli Salerno, 1966. Vive e lavora a Roma. La ricerca di Gioacchino Pontrelli verte sulla possibilità di sottoporre soggetti e immagini del mondo contemporaneo a un processo di riscrittura pittorica capace di alterarne i codici percettivi e le modalità di fruizione. Conciliando figuratività e astrazione, struttura e superficie, pittura e disegno, costruzione e decostruzione spaziale, nei lavori di Pontrelli i soggetti legati alla sua intimità o le immagini ibride e standardizzate prelevate dal repertorio iconografico della post-produzione pubblicitaria e della cultura di massa vengono trasfigurati in una serie di paesaggi privati, attraversati da una visionarietà sottilmente ansiogena, saturi di una forte componente psicologica ed emotiva. Federico Mazzonelli Gallerie: Studio Matteo Boetti, Roma; Paolo Maria Deanesi, Rovereto (TN). In Between # 12, 2007. Tecnica mista su tela, 140 x 140 cm. Courtesy Studio Matteo Boetti, Roma. | |  | | Daniele Puppi Pordenone, 1970. Vive e lavora a Roma e a Londra. Le opere di Daniele Puppi creano sempre una dialettica tra poli opposti, dove agisce una retorica basata su dispositivi di straniamento. Le immagini che l’artista proietta al muro sono spesso gigantesche e sproporzionate o incongruenti rispetto al contesto; lo spazio stesso viene ripreso in movimento, così da perturbare il vissuto razionale di esso tramite la presenza di veri e propri inganni percettivi. Le opere di Puppi si dispongono così a diventare occasione per il riguardante di compiere un’esperienza sensoriale totalizzante, non più solo visiva, non più solo mentale. Giorgio Verzotti Gallerie: Magazzino d’Arte Moderna, Roma; Lisson, Londra. Gooong, 2007. Videoinstallazione sonora. Courtesy Magazzino d’Arte Moderna, Roma. | |  | | Simone Racheli Firenze, 1966. Vive e lavora a Roma e a Parma. Nella risoluzione tecnica Simone Racheli riesce a fondere gli elementi concettuali fondanti con quelli immaginativi creando situazioni inverosimili con elementi perfettamente credibili. Questa attitudine al gioco assume tinte ironiche e graffianti perché tende a colpire l’immaginario collettivo. Attraverso una mediazione che determina ogni aspetto del suo lavoro, crea fusioni, confusioni, metafore, verosimiglianze che sono i suoi strumenti plastici. Questa sottile pratica del concetto in connessione con l’immagine e con l’oggetto costituisce uno degli aspetti più interessanti del suo lavoro. Gallerie: Astuni, Fano (PU)/Pietrasanta (LU); Paolo Maria Deanesi, Rovereto (TN). Asciugacapelli, 2006. Plastica, cartapesta, cera, 25 x 26 x 11 cm. Courtesy Paolo Maria Deanesi, Rovereto. | |  | | Luigi Rizzo Brescia, 1971. Vive e lavora a Roma e a Milano. Luigi Rizzo è affascinato dalla capacità delle immagini in movimento di creare narrazioni, di tessere storie, di provocare contaminazioni con il cinema e con i format televisivi. Anziché proporre una registrazione della realtà che persegue l’azzeramento del soggetto che osserva, l’artista opta per una dimensione più complessa attraverso la sperimentazione di nuove soluzioni tecniche, l’analisi di codici linguistici e lo slittamento dei rimandi semiotici. Da ciò ne deriva un’idea di opera d’arte come di un “tavolo operatorio”, in cui porre degli interrogativi,sperimentare nuovi incastri. L’opera diventa una stratigrafia di significati, una somma di possibilità date allo spettatore. Alessandra Galasso Galleria: L’Union, Roma. John Doe, 2006. Stampa fotografica laser, 29 x 42 cm. Courtesy Pianissimo, Milano. | |  | | Manuela Ruga Zurigo, 1980. Vive e lavora a Roma. La mia ricerca si concentra e interroga sulle dimensioni inconsce dell’infanzia. Lo spazio diviene il perimetro delle mie possibilità, i sogni, i ricordi diventano mappe da seguire, operazioni di ricostruzione della memoria. Nel suo compimento, il processo si lega all’ambiente reale ma allo stesso tempo crea il simulacro, il giardino si carica di nuovi contenuti e la mutazione delle dimensioni ne sottolinea l’inaccessibilità reale, con il costante intento di trovare in ogni luogo il proprio luogo. Giardino come sospensione, territorio ulteriore dove ricordi, sogni e desideri del passato sono una riflessione sulla realtà. Lo spazio ambientale si proietta al di là delle possibilità reali e attraverso la ricostruzione riaffiorano itinerari e meccanismi inconsci che fino a quel momento erano in attesa. Manuela Ruga Mignon3-Botanischer Garten, 2007. Stampa fotografica su alluminio, 26 x 35 cm. | |  | | Nordine Sajot Parigi, 1975. Vive e lavora a Roma. Nordine Sajot sviluppa un discorso concettuale che parte da un punto di vista antropologico per farsi visivo. Nel suo lavoro la cultura del cibo e del consumo è intesa come spazio dove il corpo prende forma e si colloca, animato da una razionalità ed emotività individuali. L’artista francese lavora sulla dimensione del corpo legata al cibo come aspetto materiale e culturale. Il lavoro di Nordine — composto da foto, video, installazioni, sculture e performance — assume anche la forma di un suggerimento di sguardo con cui conoscere gli altri, e da rivolgere poi, anzi prima, verso di noi. Olga Gambari Gallerie: Container, Roma; Metis_NL, Amsterdam. Cultura Fisica #06, 2007. Stampa da plotter su PVC, 292 x 850 cm | |  | | Andrea Salvino Roma, 1969. Vive e lavora a Roma. Andrea Salvino si dedica in maniera preponderante alla pittura e al disegno, ma non disdegna sporadiche incursioni in altri territori e linguaggi: fotografia e video. Il suo lavoro guarda con attenzione alla storia e all’attualità. Ricerca e seleziona quello che del passato, ma anche del presente, può essere delegato a rappresentare un disagio personale e collettivo. Alessandra Barbuto Gallerie: Corvi-Mora, Londra; Antonio Colombo, Milano. Soggetto sociale antagonista, 2005. Olio su tela, 70 x 60 cm. | |  | | Corrado Sassi Roma, 1965. Vive e lavora a Roma. Nel suo lavoro Corrado Sassi usa generalmente tre media: fotografia, installazione e video. La fotografia viene usata come una sorta di registratore degli eventi che avvengono intorno all’artista, e alla fine solo alcune immagini vengono scelte e stampate in grande formato, mentre i video sono costruiti attentamente come se si trattasse di uno spot. Le installazioni invece diventano un contenitore per azioni performative, interpretate dallo stesso artista o più spesso usate dal pubblico come mezzo espressivo. Lorenzo Benedetti Galleria: Studio Casagrande, Roma. Tragedy Can Be Usefull, 2005. Labirinto in legno, carta opaca, piante, 14 x 10 m. | |  | | Gaia Scaramella Roma, 1979. Vive e lavora a Roma. Gaia Scaramella affronta un tema abbastanza attuale e controverso, quello della religione e del rapporto tra istituzione e persona, tra potere e sesso. E di questo circo, senza essersene forse accorta, rende bene l’aspetto farsesco e caricaturale che ne danno i media e tutti quelli che vi partecipano in prima persona, creando opere che contengono alcuni di questi elementi da opera buffa. Per la prima volta l’artista esce dal confine della sua intimità privata, delle sue iconografie familiari, delle sue lastre inchiostrate e corrose dall’acido, per portare questa esperienza profonda su un piano iconografico più pubblico e riconoscibile. Marco Tonelli Galleria: z2o Sara Zanin, Roma. Il convento: Regina prophetarum, 2007. Tecnica mista, 130 x 50 cm. Courtesy z2o Sara Zanin, Roma. | |  | | Marinella Senatore Cava de’ Tirreni (SA), 1977. Vive e lavora a Roma e a Madrid. Attraverso la fotografia, il video, l’installazione e il suono, Marinella Senatore si caratterizza come una storyteller. Il narratore e lo spettatore ricreano assieme nella memoria il racconto attraverso una serie di oggetti, un racconto che a ben guardare sembra ridire a ciascuno di noi la propria storia. Un telefono, una coperta, una tazza, il lembo di una tovaglia: elementi che si ripetono nelle opere di Senatore e che ci fanno precipitare all’interno dell’immagine; dettagli che risultano stranamente familiari e che evocano in ciascuno un ricordo, che andiamo poi a intrecciare con la storia che ci viene raccontata. Cecilia Canziani Galleria: Monitor, Roma. All the Things I Need, 2006. Still da video. Prodotto dalla Galleria Civica di Trento. Courtesy Monitor, Roma. | |  | | Carola Spadoni Roma, 1969. Vive e lavora a Roma. Lo sguardo di Carola Spadoni dà forma a una visione “plastica” del reale. Condivide un simile trattamento delle immagini e del suono con pochi altri: nel passato recente con Johann van der Keuken, Robert Kramer, Alberto Grifi; oggi con Amos Gitai, Pedro Costa, Abdellatif Kechiche soprattutto, e, fra gli artisti visivi, con Steve McQueen. Il suo cinema e la sua ricerca artistica disegnano la più autentica delle vie possibili. La più sentimentale, la più politica. Andrea Dissoni Live Through This, 2006. Still da video. | | | | |
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 | | Donatella Spaziani Ceprano (FR), 1970. Vive e lavora a Roma e a Frosinone. Il lavoro di Donatella Spaziani è basato sul rapporto tra la figura umana e lo spazio. All’inizio il disegno diventa strumento privilegiato per rappresentare le sagome che cominciano a comparire grazie a piccoli tratti di matita fino a raggiungere, a volte, la dimensione reale di un corpo. Utilizza la fotografia lavorando con l’autoscatto che le permette di essere più veloce nella rappresentazione della forma. La scultura forma parte di un processo più lento, basato sull’utilizzo di materiali come il legno, la pelle, la lana e la stoffa di materassi, costruendo forme che evolvono dal corpo. Autoscatto Parigi, 2006. Stampa digitale, 40 x 60 cm. | |  | | Adrian Tranquilli Melbourne, 1966. Vive e lavora a Roma. Il concetto di supereroe, inteso come unico rappresentante universale dell’eroismo etico, trasposizione nel fumetto del modello occidentale dell’eroe maschio salvatore, è stato, negli ultimi anni, il punto focale dell’opera di Adrian Tranquilli e della sua attenta e impegnata analisi antropologica del modello culturale occidentale. I suoi supereroi, relegati nel disagio della solitudine esistenziale, assumono significati che trascendono il loro carattere prettamente fumettistico, divenendo paradigma dell’uomo odierno, simbolo della contaminazione culturale e della crisi che attraversano la società contemporanea e i modelli della cultura occidentale. Galleria: Studio Stefania Miscetti, Roma. Don’t Forget the Joker 3, 2006. Materiali vari. Courtesy Studio Stefania Miscetti, Roma. | |  | | Marco Verrelli Roma, 1961. Vive e lavora a Roma. La pittura di Marco Verrelli rappresenta le forme e la materia di un mondo parallelo, le molte realtà di una dimensione alternativa dove tutto è stato sostituito e dove la natura appare ricostruita in modo assolutamente artificiale. L’artista predilige il metallo, la plastica, i neon che brillano su oggetti ed edifici posti spesso in luoghi asettici, territori dove la presenza dell’uomo appare superflua e quasi disturbante. Così Verrelli indaga la dimensione più “straniata” delle città, che con il taglio “clinico” del suo pennello si trasforma in spazi silenziosi riempiti solo dal cristallo e dall’acciaio, territori disabitati dove l’intera umanità appare ingoiata dagli stessi oggetti che ha prodotto. Lorenzo Canova Galleria: Maniero, Roma. Silenzio del cielo, 2007. Olio su tela, 80 x 60 cm. Courtesy Maniero, Roma. | | |
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