maggio - giugno 2013




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n. 309 marzo - aprile 2013
Caro Politi, Mi chiamo Marina Seravalle e scrivo da spettarice, e lettrice assidua di Flash Art, ...

THEASTER GATES
Margherita Artoni
LA BELLEZZA DI CRESCERE
BAS JAN ADER
Fabiola Naldi
SPOTLIGHT
DANH VO
Emanuela Nobile Mino
Recensione
ARTE IN 3D
Luca Panaro
ESPLORAZIONI DI UNA DISCIPLINA
GERHARD RICHTER
Olga Gambari
Recensione
Archivio articoli






SPECIALE ROMA
ROMA POST 2001
Gianluca Marziani

Flash Art 265  Agosto - Settembre 07

 

IL NUOVO CORSO DELLA SCENA ARTISTICA CAPITOLINA

 

 

 

LA MAPPA DELLA creatività a Roma disegna un intricato organismo fra politica, riassetto urbanistico, opere architettoniche e terziario avanzato. La città non è più quella che tanti ricorderanno fino al 2001, quando il senso del nuovo risiedeva in pochi spunti senza fluidità organica. Oggi permangono i problemi di una metropoli controversa, incoerente, talvolta distratta ma anche aperta al confronto, concreta, internazionale. Proprio la sinergia organica dei linguaggi urbani, sulla scia di un fattivo Veltroni, sembra la principale novità che attraversa intrattenimento e cultura. Basti pensare ad alberghi, ristoranti, negozi, centri benessere,concept-store, design-store, club musicali e

librerie di recente apertura. 

 

ARASH RADPOUR, Montezuma, 2006. Stampa lambda su alluminio. 

E poi ci sono i musei, le nuove gallerie, le fondazioni, un’Ara Pacis multifunzionale, un Auditorium esemplare, la nuova fiera di Roma, la futura area degli ex Mercati Generali. Per non parlare dei festival (Romaeuropa, Dissonanze, Letterature, Enzimi, FotoGrafia, Festa del Cinema, RomaFictionFest, Festival dell’Innovazione, ecc.), di un EUR che sta diventando luogo per la cultura (Palazzo dei Congressi e Dissonanze rappresentano uno dei migliori connubi mondiali tra architettura e musica elettronica). Bisogna ancora fare molto, potenziando le professionalità e il dialogo tra aziende e politica, snellendo le burocrazie, tutelando gli investitori privati e la qualità sostanziale. La città è comunque un propulsore che vede crescere molteplici scenari: editoriale (Castelvecchi, Fazi, Cooper, Einaudi Stile Libero, Minimum Fax, Fanucci, Orecchio Acerbo…), musicale

(c’è qui una notevole scena elettronica), didattico (la Domus Academy apre una sede in

città), comunicativo, tecnologico. Ci sono riviste che affrontano la creatività in modo aperto: Next Exit, Fefé, Drome, Stirato, Nero, Inside Italia, solo per citarne alcune. Svariati designer sperimentano nuovi approcci con la moda (Soft Core, FQR…), così come il design sta trovando uno spazio meno marginale (il duo Paolucci & Statera e l’evento Romad+ meritano una particolare segnalazione). Per raccontare il recente scenario artistico bisognava darsi un’origine. E la più naturale non poteva essere che il tempo, segnalando coloro che sono emersi dopo il 2002, con l’entrata in vigore della moneta europea e il conseguente riassetto dei fattori etici, culturali ed economici del vecchio continente. La scena creativa, pur nella disomogeneità di proposte e risultati,

risulta uniforme su alcuni punti: la ricerca di un immaginario dai solidi contenuti figurativi, l’applicazione delle nuove tecnologie a una realtà più fisica che virtuale, l’apporto di una buona memoria storica, e si arricchisce della presenza di artisti che, pur provenendo da altri linguaggi, conoscono la struttura iconografica. Pensiamo all’esperienza targata Why Style, uno dei collettivi che meglio ha compreso il passaggio strategico dal muro ai rinnovati approcci comunicativi. Stand, Nico, Pane, Joe e Scarful dipingono su oggetti ed elementi urbani, ma anche su quadri più canonici, esaltando

una figurazione flat che tocca feticci, metropoli, simboli e controculture del meccanismo generazionale. Un approccio che ci introduce al lavoro di Drago Arts & Communications, casa editrice e laboratorio creativo sintonizzata sulla nuova Street Culture e sui sistemi culturali indipendenti. Molte proposte romane attraversano illustrazione, musica, cinema e altri linguaggi dominanti, a conferma di traiettorie “sporche” in cui le creatività rispecchiano una città contaminata per natura. Dal fumetto hard giunge Thomas Bires, autore di un extreme pop, con personaggi tra Robert Crumb e Salvador Dalì. Cesko, scoperto con la mostra del 2005 da Mondo Bizzarro, disegna digitalmente i suoi bad boy tra fumettismo californiano e illustrazione giapponese. Tommaso Medugno, già autore di copertine per Minimum Fax, disegna ragazzini dagli occhi pallati in situazioni più o meno conflittuali. Da segnalare Jonathan Pannacciò, diviso fra una pittura di ambigue forme flat, l’apertura di una librogalleria e i progetti audiovisuali sotto il nome Mag-nesia. Dalla musica elettronica ecco Tiziano Lucci, artista digitale che elabora immagini dalla stratificazione esasperata, un modo quasi antico nel decostruire una fotografia iniziale e renderla lo specchio estremo dei processi cerebrali. Dal cinema segnaliamo Philippe Antonello, principale fotografo di set cinematografici italiani ma anche artista con un’identità fotografica da approfondire.

Sempre dal cinema si sta affermando Carola Spadoni, già ben posizionata con una videoarte installativa dalle narrazioni stranianti ed essenziali. Attore, regista, autore e artista, Antonino Iuorio realizza lavori su carta o in chiave digitale, inventando personaggi assurdi tra la fiaba perversa e la fantasy più contaminata. Tra moda e arte si muove il progetto “Fatima Blanche” con la sua protagonista Gina, femmina dalle labbra ipersiliconate che incarna molteplici gender e diventa disegno, pittura, ma anche magliette, borse, slip. Il tutto in vendita nello spazio FB Project, shop-galleria dove arte e moda parlano la lingua del progetto. 

 

PIETRO RUFFO, Das Chinesische Reich. La merce ha in sé tutti i diritti di spostamento che

nessun essere umano potrà mai avere (Roberto Saviano), 2007. Veduta dell’installazione presso la Galleria Lorcan O’Neill, Roma. Courtesy Lorcan O’Neill, Roma. 

Da segnalare un altro recente projectstore tra arte e vestire: è Temporary Love, con

pezzi unici di giovani artisti che espongono i loro quadri assieme al progetto nato per l’occasione. Dal design arriva invece Stefano Canto, sperimentatore di materiali riciclati che costruisce sculture e installazioni di forte impatto e lucido messaggio morale. Già impegnati nel mondo delle campagne pubblicitarie, ecco due fotografi dall’intrigante personalità figurativa: Stefano Cerio, che affronta temi anomali in maniera spiazzante. Tre esempi? Machine Man e i robot giocattolo nei contesti urbani, Codice Multiplo e i doppi gemellari nella città e nei laboratori di ricerca, Sintetico Urbano e il kitsch post-urbano fra cimiteri per animali, negozi di lampade e altri luoghi assurdi. Arash Radpour si muove tra i due principali temi fotografici, corpo e paesaggio, con densa energia iconografica. Le sue immagini si caricano di tensione e agiscono come catalizzatori emotivi, in una sorta di apparizione chiaroscurale dalla metafisica teatrale. Scorrendo i

nomi che meglio rappresentano la recente proposta, vediamo la solita costellazione di pianeti autonomi senza orchestrazione tra le parti. La pittura è comunque uno dei principali canali propositivi, talvolta con esiti poco scontati per approccio e stile. Manfredi Beninati si conferma una delle presenze più mature sul territorio romano. La sua pittura, completata da installazioni, sculture e collage, mescola vecchie memorie familiari con irruzioni estetiche nel fantastico, nella magia cromatica, nel baluginio di luci e vertigini visive. In generale si gira attorno ai temi aperti della figurazione, talvolta

con piccole ottusità rispetto alle riflessioni internazionali, ma con modi “isolati” che

in alcuni casi pagano. Mauro Di Silvestre, ad esempio, usa le matrici di una tipica figurazione realistica con un’aggiunta determinante: lascia sfumare le immagini in una dissolvenza incrociata, giocando con eleganza tra un passato neorealista e un presente di ombre vive. Alessandro Scarabello si focalizza su uno stile espressivo per affrontare il mondo extracomunitario, la povertà sociale e altre storie dalle dure connotazioni etiche. Per Pietro Ruffo il quadro significa affrontare alcuni grandi temi (le disuguaglianze sociali, il disagio psichico, la trasformazione dei territori) attraverso un minuzioso disegno a grafite, ma anche attraverso ulteriori linguaggi che completano la sua visione panoramica. Talvolta la pittura si formula con materiali alternativi, come nel caso di Luca Guatelli, che compone parole e immagini con l’ossessivo utilizzo degli spilli su tavola o tela. O come nel caso di Pierluigi Febbraio, coi suoi disegni tra l’infantile e l’iperrealismo, realizzati usando olio, malta micacea e pennarello. 

 

LUCA GUATELLI, The White Park, 2007. Veduta dell’installazione presso lo Studio Stefania Miscetti, Roma. Courtesy Studio Stefania Miscetti, Roma;

DANIELE JOST, Zattera de Tor de’Nona, 2006. Stampa lambda, 70 x 100 cm.

Per Nicolantonio Mucciaccia, invece, il disegno e la pittura si mescolano con luci al neon e telai di forte presenza fisica, dando alla visionarietà interiore un contenuto estetico di giusta attualità. Non mancano gli artisti che mescolano svariati media in un’indagine d’impegno analitico e coscienza morale. Rocco Dubbini scruta le anormalità apparenti e le trasformazioni del corpo, spiazzandoci per il modo con cui elabora le molteplici versioni dell’alterità. Silvia Iorio guarda ai rapporti tra arte e scienza, cercando nell’opera il paradosso e l’errore, il caso e il caos. Daniele Jost si focalizza sulla memoria contenuta nel paesaggio, muovendosi tra il realismo della fotografia e l’invenzione di elementi talvolta sovrimpressi sulla foto, talvolta installativi. Franco

Losvizzero ricicla vari materiali per le sue sculture semoventi e parlanti, sorta di robot

poetici in cera e plastica che agiscono come inconscio visibile (e ascoltabile). Davide

Sebastian fotografa e rielabora digitalmente la natura per notare i cambiamenti del paesaggio nel suo intreccio esasperato con la tecnologia. Luana Perilli cerca nella forma spuria il senso della memoria familiare, dell’intimità femminile, del diario, tra cultura popolare ed esperienza soggettiva. Una Roma, insomma, che cresce in modo instabile ma continuo. Una città dove oggi accadono molte cose: alcune dispersive, altre sottovalutate, altre ancora di adeguato peso culturale. I veri risultati di tanto dinamismo li vedremo però tra qualche anno, quando la rete museale e il lavoro dei privati si saranno stabilizzati attraverso l’esperienza internazionale, la crescita politica

(speriamo) e la consapevolezza dei nuovi meccanismi comunicativi. Per adesso,

tra una novità e l’altra, godiamoci la spinta di questa piacevole maturazione.

 

 

 

Gianluca Marziani è critico d’arte e curatore. Vive e lavora a Roma. 

 
 

ROCCO DUBBINI, Ritratto senza titolo, 2005. Stampa lambda su alluminio, trittico, 80 x 240 cm. Collezione Il Ponte Contemporanea, Roma.

IL CIELO SOPRA ROMA
Stefano Chiodi

SCRIVO GUARDANDO FUORI dalla finestra un angolo del quartiere Isola, a Milano.

Sullo sfondo, le sagome rossastre dei grattacieli che chiudono la vista verso la Stazione Garibaldi. Sono le sentinelle a guardia del “bosco verticale”, della città nuova e si suppone trionfante che prenderà il posto dei terreni incolti trasformati in “Biblioteca degli alberi”, secondo le fantasiose definizioni che si leggono in giro1. È una postazione ideale per scrivere dell’arte e della contemporaneità a Roma, e per diversi motivi. 

 

CAROLA SPADONI, Echo’s Bones/Ossi d’eco, 2007. Stampa fotografica a colori da fotomontaggio,

70 x 50 cm. Courtesy Fondazione Musica per Roma. 

Vista da qui, dalla prospettiva accelerata che Milano offre sulla situazione artistica internazionale, Roma perde i tratti di una realtà troppo familiare per acquistare invece contorni sfumati e problematici, mentre la tentazione a tratteggiarne un’identità, un’essenza in qualche modo, evapora presto se messa a confronto con la diversità che ho sotto gli occhi e con quella che si affaccia dal browser aperto sullo schermo del mio portatile. I vecchi luoghi comuni poi, quando si discute dell’Italia contemporanea, non reggono, non sono più neppure scusabili, e raccontare la vicenda

dell’arte nella capitale, più o meno negli ultimi dieci anni, è possibile solo partendo da una specie di tabula rasa, di preventiva disattivazione dei cliché. Anche perché quel che si vorrebbe descrivere riguarda alla fine tutta la condizione culturale del nostro paese: la crisi del sostrato storico-umanistico, delle mediazioni sociali, la fine delle divisioni politiche tradizionali, il rigetto dell’eredità come fattore di costruzione identitaria, la monocultura televisiva, la frammentazione utilitaristica delle città…

Insomma, tutti i temi delle perenni discussioni sulla crisi italiana, sui suoi caratteri locali e/o globali, a cui il mondo dell’arte, pur con la sua tipica resilienza, non riesce completamente a sottrarsi. Direi però che proprio la trasmissione di un patrimonio condiviso, di una visione, di una sensibilità comune tra diverse generazioni di artisti, che era poi ciò che nutriva a Milano o Torino come ovunque il concetto di “città”, è entrato in crisi a Roma in modo più violento e netto forse che in altri luoghi. La rottura, all’inizio degli anni Novanta, non ha trovato chi sapesse interpretarla, né d’altro canto il sistema dell’arte dell’epoca è apparso in grado di rinnovarsi come avvenuto in altri centri. Di qui l’inquietante sensazione, per chi ha memoria di quegli anni, di una città paradossalmente desertificata, sempre più compiaciuta di assomigliare alla sua caricatura. Ma anche a Roma alla fine qualcosa si è mosso. Il senso di distacco, di latitanza, la necessità di fare i conti con condizioni radicalmente nuove hanno giocato a favore di un mutamento, già peraltro leggibile in ambito editoriale, con la fioritura di case editrici innovative (Einaudi Stile Libero, Minimum Fax, Fazi, Fandango, Meltemi, Luca Sossella, ecc.) e di una diversificata e vivace comunità di giovani poeti, narratori e critici. Un sintomo di cambiamento (e non solo locale, ovviamente) è stato certamente, dal decennio scorso in poi, l’entrata in scena di una generazione di artisti nel cui lavoro è leggibile in egual misura la capacità di dialogare con l’attualità e di riattivare il sostrato simbolico e politico, di essere dentro la città e di guardare criticamente da un’altra parte, di fare i conti con l’atomizzazione dell’esperienza nel mondo globale. C’è soprattutto un “ritorno del reale”, del conflitto, della differenza, nell’arte a Roma degli anni Duemila, e penso ad esempio — senza trascurare una figura appartata come quella di Bruna Esposito — a Gea Casolaro e alle sue rigorose esplorazioni del paesaggio urbano contemporaneo, a Elisabetta Benassi, il cui lavoro si è da subito confrontato con l’immaginario storico e la densità antropologica, a Micol Assaël e ai suoi meccanismi di cui viene esposta l’inquietante valenza psichica,

e quindi a Rä di Martino, con il suo lavoro intorno ai nodi dell’identità, del desiderio,

dell’istinto e della memoria, a Marinella Senatore e ai suoi sorprendenti sconfinamenti, dall’architettura ai generi televisivi, allo humour nero e alla verve provocatoria del duo goldiechiari, sino alle mappature emotive, sottilmente perturbanti, allestite da Carola Bonfili. E poi ancora a Carola Spadoni, Alessandro Piangiamore, Nicoletta Agostini, e la lista è naturalmente incompleta e parzialissima.

 

CAROLA SPADONI, Lana (dettaglio), 2004. Pantone su carta, 41 x 87 cm. Courtesy Extraspazio, Roma;

MARINELLA SENATORE, All The Things I Need, 2006. Still da video. Opera prodotta dalla Galleria Civica di Trento. Courtesy Monitor, Roma;

ELISABETTA BENASSI, The Dark Horse of The Festival Year, 2006. Still da video, 3 min 10 sec. Courtesy Magazzino d’Arte Moderna, Roma.

Dunque Roma non subisce un fato, un anatema, una proscrizione dall’attualità. Per ragioni diverse, insieme economiche, sociali e geopolitiche, Milano è risultata dagli anni Novanta in avanti un terreno senza dubbio più favorevole al mercato (tanto da giustificare la sua posizione di terminale del sistema dell’arte internazionale) e al mecenatismo privato, e dunque una meta più attraente per gli artisti più giovani. Ma se si passa a esaminare altri fattori il discorso cambia ancora. La capitale è ormai da un quindicennio l’epicentro di una politica di segno nuovo che se ha come obiettivo primario, secondo quanto già avvenuto a Parigi o a Londra, quello di incrementare il turismo e i “consumi” culturali (il MACRO, le Scuderie del Quirinale, il Palazzo delle Esposizioni, il Parco della Musica, sono altrettanti esempi in questa direzione), e come conseguenza un sempre più evidente uso spettacolare della città, ha certamente anche il merito di proporre un diverso rapporto tra presente e passato, di stimolare l’uscita da quella immobile visione archeologica che è stata spesso a torto identificata con la sensibilità “romana”. In questo senso, la creazione di una direzione ministeriale dedicata all’arte contemporanea (DARC) e la fondazione di un grande museo come il MAXXI sono eventi destinati a mutare, ci si augura, in maniera positiva e permanente lo scenario della produzione, dello studio, della valorizzazione della creazione artistica più recente del nostro paese.

L’attività di spazi indipendenti, non profit, così come la presenza delle accademie straniere, è stato un altro fattore chiave nel ristabilire in questi anni a Roma termini di

confronto aggiornati; a un’istituzione storica come Zerynthia (e alla sua più recente

incarnazione, RAM/Sound Art Museum), a lungo uno dei pochi osservatori aperti alla

scena internazionale, si sono affiancati più di recente alcuni spazi indipendenti dotati

ognuno di una propria fisionomia — dalla Fondazione Adriano Olivetti, che ha inaugurato una nuova attenzione nei confronti dell’arte attuale, a Fondazione Volume!,

con il suo approccio eclettico, sino a 1:1 projects, un interessante esperimento di autogestione animato da un gruppo di giovani curatori. Proprio questa è in effetti una

delle novità più promettenti che Roma abbia offerto in questi ultimissimi anni: la crescita di una generazione di critici che per formazione, apertura mentale, esperienza, sensibilità, appare pienamente integrata in una dimensione internazionale ma che ha scelto di mettersi in gioco e agire su un terreno spesso impervio come quello romano; il caso di Nero, un free magazine in cui si sviluppa un serrato dialogo tra parola e immagine, non fa che confermare questa ipotesi.

 

NICOLETTA AGOSTINI, Portraits (dettaglio), 2005-2007. 500 disegni, inchiostro, 28 x 20 cm ciascuno; GEA CASOLARO, Due Palermo, uno sguardo, 2003-2006. Still da video, 18 min 34 sec. Courtesy The

Gallery Apart, Roma.

Culturalmente, la forza di Roma è sempre stata la sua dimensione meticcia, impastata di antichità e di moderno, di apertura e riflessività, e anche la sua sensibilità onnivora, imprevedibile, trasversale nei gusti, nelle predilezioni, nei campi di attività. Il cinema, la letteratura, il teatro, il tessuto storico e le urgenze politiche sono sempre stati un terreno di confronto e di incontro per gli artisti che si stabilivano nella città, la ragione di un’attrazione che occorre oggi ritrovare e rinnovare. È questa la dimensione

che il trionfo del mercato tende a far dimenticare, e ciò di cui invece Roma, come

Milano e l’Italia in genere, torna a prendere coscienza in questi anni: la necessità per

artisti, critici, curatori di un radicamento, di una presa di responsabilità reale, di una impietosa lucidità su se stessi e sul proprio spazio sociale, come premessa per un dialogo senza riserve, e senza complessi, con la vertiginosa varietà di esperienze del

mondo contemporaneo.

 

 

Stefano Chiodi è storico e critico d’arte. Vive e lavora a Roma.

 

 

Nota:

1. Il progetto dei “Giardini di Porta Nuova” a Milano prevede la realizzazione di una “Biblioteca degli alberi” ideata dall’Inside Outside Group in collaborazione con lo Studio Michael Maltzan Architects di Los Angeles. La “Biblioteca degli alberi” sarà l’elemento centrale dell’area Garibaldi-Repubblica, luogo di collegamento tra le diverse realtà della zona: il nuovo polo delle istituzioni, il quartiere Isola, la Città della Moda, Piazza della Repubblica. Il progetto, che si prevede completato entro cinque anni, è stato concepito in modo da consentire fasi di attuazione progressive, con le prime realizzazioni entro due-tre anni.

 
LE ACCADEMIE A ROMA
Maria Cristina Giusti

LE ACCADEMIE STRANIERE a Roma, realtà unica in Italia, stanno prendendo sempre più piede. Fondate all’inizio del secolo scorso per sostenere gli studi, soprattutto archeologici, dei connazionali, con il tempo hanno deciso di includere musica, arti visive, cinema, letteratura contemporanea e architettura. Gli studi ospitano borsisti americani, inglesi, francesi, tedeschi, che risiedono tre, sei, nove mesi, in alcuni casi fino a due anni. 

 

Da sinistra: lo studio di Joshua Mosley all’American Academy in Rome, 2007. Courtesy American Academy in Rome; Carsten Nicolai nel suo studio con l’architetto Wieka Muthesius e il Direttore di Villa Massimo Joachim Blüher, 2007. Foto: Alberto Novelli; Mike Nelson, Agent Dickson at The Red Star Hotel, 2005. Courtesy British School, Roma. Foto: Mimmo Capone. 

L’American Academy in Rome offre anche una borsa di studio per artisti italiani. A questi si aggiungono gli artisti invitati in occasione di mostre, concerti, conferenze, sopralluoghi per progetti futuri, e il numero di presenze si moltiplica. Fra resident, fellow e visiting artist troviamo ad esempio Thomas Demand, Richard Billingham, Olaf Nicolai, Adam Chodzko, Yun-Fei Ji, Joshua Mosley. Il fascino esercitato da queste strutture è indiscusso: le sedi sono incredibilmente accoglienti, immerse nel verde di giardini privati equiparabili a ville pubbliche. Tuttavia, non dobbiamo pensare a luoghi di monastico ritiro, almeno guardando agli ultimi anni. La linea seguita dalle accademie è quella della comunicazione e dello scambio, fornendo agli artisti residenti gli strumenti necessari per potersi orientare: introduzione alle gallerie, ai curatori, presentazione della città e alla città, come raccontano Dana Prescott e Lexi Eberspacher dell’American Academy in Rome e Joachim Blüher e Shara Wasserman dell’Accademia Tedesca. Una serie di mosse volte alla reciproca conoscenza: gli esiti di studio visit, mostre di fine o metà anno non sempre si vedono e dipendono naturalmente da diversi fattori, ma gli incontri a volte fortunati che avvengono in queste circostanze portano sempre più di continuo a successive collaborazioni. È stato così per Laurent Grasso, che durante la sua residenza all’Accademia di Francia, nel 2004-2005, ha fatto una personale alla galleria Extraspazio; così per Hansjörg Dobliar, che da S.A.L.E.S. nel 2006, ha presentato una serie di opere realizzate durante il suo soggiorno all’Accademia Tedesca nel 2006; stessa cosa farà l’americano Matvey Levenstein presso Lorcan O’Neill questo autunno. Così è anche per Astrid Nippoldt: nel 2006, durante la sua residenza, ha presentato per la prima volta la trilogia video Grutas, Adele e Sitting Lenin, nell’ambito della rassegna “Step In Step Out”, curata da Ilaria Gianni presso la Fondazione Olivetti. Il suo lavoro è stato scelto per inaugurare la nuova galleria Mummery + Schnelle nel West London a settembre. La British School non offre solo residenze per artisti. Qui il Contemporary Arts Programme ha organizzato mostre personali di artisti inglesi come Rachel Whiteread, Martin Creed, Mike Nelson, Ian Kiaer. A partire dal 1998, da quando la curatela del Contemporary Arts Programme è stata affidata a Cristiana Perrella, ha preso avvio anche il progetto “Viva Roma!”. “L’obiettivo è stato, fin dall’inizio, quello di stimolare il confronto degli artisti con la città”, dice Perrella, “non solo in quanto emblema della Storia e della cultura occidentale ma anche, e principalmente in quanto luogo della contemporaneità, teatro di contraddizioni, tensioni, fermenti nuovi”. Dopo il primo progetto di Cerith Wyn Evans (Oedipus Rex del 1999), Mark Wallinger (che nel 2000 ha realizzato il video Threshold to the Kingdom, presentato al Padiglione Inglese della Biennale del 2001), Yinka Shonibare, Scanner, Sophy Rickett e Jonathan Monk, stanno lavorando ai prossimi progetti Kutlug Ataman e Chris Evans, entrambi ospitati per le loro ricerche sul campo nei mesi di giugno e luglio. È a metà della sua residenza  all’Accademia Tedesca Carsten Nicolai, incontrato in un pomeriggio di fine giugno nel giardino dell’Accademia di Romania. Qui è allestita “Spazi Aperti”, collettiva che riunisce i lavori di oltre 30 artisti provenienti dagli istituti culturali stranieri a Roma. Ad  occuparsene è Alexandru Nicolescu, artista con residenza di due anni. Nicolai spiega che aveva bisogno di staccare da Berlino, di stare senza il suo tavolo da lavoro con le cose da fare, e che stare a Roma è stimolante. E poi gli piaceva l’idea di venire in Italia, il Paese europeo, dice, dove la sua musica è recepita meglio e “arrives very quickly” come un “fresh restart”, dice. La sua vita è cambiata di poco, eccetto per le performance che da quando è arrivato sono aumentate. All’Accademia di Romania farà un dj set.

Carsten Nicolai: È una cosa nuova per me. Lo facevo tanti anni fa e a Roma me l’hanno chiesto, così ho ricominciato. Prima con Luca Lo Pinto per le feste di Nero a Roma e a Venezia. È una cosa facile da organizzare, un buon veicolo di  omunicazione, mi piace la gente, sentirne l’energia. Quelli che già conoscevo appartengono alla scena musicale, Romaeuropa Festival, Dissonanze, a cui ho partecipato. In un contesto più legato all’arte, c’è una certa energia connessa a uno stretto gruppo di giovani. Sento che qualcosa sta succedendo, ma allo stesso tempo vedo quanto sia difficile. Roma non è molto contemporanea, l’attenzione è concentrata sull’antico, ci sono grandi spazi pubblici la cui attività potrebbe essere più incisiva. Non so perché, ma più scendi verso il Sud e più la musica funziona meglio dell’arte. Certo, qui si tratta di un dj set, non c’è niente di “profondo” in questo. Per il resto invece, c’è bisogno di più lavoro e preparazione e soprattutto di uno spazio appropriato. E questo forse è un problema per Roma. Non ho ancora visto uno spazio per l’arte veramente eccezionale.

Considerazione da raccogliere, anche se non del tutto condivisibile, in una città in continua espansione. Mentre le accademie straniere auspicano una maggiore collaborazione tra loro, una sorta di “fare sistema”, e lasciano intuire che qualcosa in questo senso accadrà presto. 

 

Maria Cristina Giusti è assistente curatrice del Contemporary Arts Programme alla British School di Roma.

DIZIONARIO DELLA GIOVANE ARTE ROMANA (PARTE I)


La Roma dell’Arte di Oggi è una galassia complessa e una realtà spesso sommersa. Estremamente fragile, stratificato in diversi livelli e gerarchie, suddiviso in mille rivoli, il sistema dell’arte di Roma è estremamente difficile da esplorare e decifrare. Soprattutto per chi vorrebbe individuare giovani artisti che si muovono in un ambito di ricerca attuale. Il solo modo per portare seriamente alla luce questo universo è rappresentato da strumenti oggettivi, come l’individuazione di artisti che hanno partecipato a mostre di rilievo o sono presenti in pubblicazioni attendibili. Ma quando si opera nell’arte, soprattutto nell’arte più attuale, si entra in un terreno scivoloso e opinabile da cui

è difficile districarsi. Dunque, l’unico modo per uscirne senza troppi danni è quello di rivolgersi agli addetti ai lavori, ai protagonisti più attivi del sistema dell’arte. Per questo abbiamo deciso di interpellare soprattutto critici, curatori e gallerie giovani che operano anche con artisti giovani. Abbiamo poi incrociato i dati e il dizionario e la lista che seguono rappresentano il risultato di questa ricerca. Il sistema dell’arte vive e nasce sulla base delle opinioni e dei consensi collettivi, non dal giudizio individuale. La scelta da noi operata per questo dizionario ci sembra la più completa ma anche, con tutti i suoi limiti, la più attendibile. Se abbiamo commesso qualche errore vistoso, siamo sempre in tempo a riparare con il prossimo numero. Giancarlo Politi

 

Critici e curatori interpellati: Laura Barreca,Valentina Bernabei, Lorenzo Canova, Stefano Chiodi, Claudia Colasanti, Simona Cresci, Patrizia Ferri, Ilaria Gianni, Luca Lo Pinto, Gianluca Marziani, Emanuela Nobile Mino, Cristiana Perrella, Ludovico Pratesi, Marcello Smarrelli, Maria Rosa Sossai, Francesco Stocchi, Marianna Vecellio.

Gallerie interpellate: Alessandra Bonomo, Valentina Bonomo, Container, Extraspazio, Fondazione Pastificio Cerere, Fondazione Volume!,

Giacomo Guidi, Roberto Giustini, Magazzino d’Arte Moderna, Liliana Maniero, Valentina Moncada, Monitor, Pio Monti, LipanjePuntin, Lorcan O’Neill, One Piece Contemporary Art, NextDoor… artGalleria, Oredaria, Romberg, S.A.L.E.S., Studio Lipoli & Lopez, Studio Matteo Boetti, Studio Stefania Miscetti, V.M. 21, z2o Sara Zanin, The Gallery Apart, L’Union.

Dizionario della giovane arte romana (parte II, ottobre 2007): Nicoletta Agostini, Andrea Aquilanti, Sara Basta, Alessandro Bellucco, Elisabetta Benassi, Alessandro Bulgini, Carlo De Meo, Rä di Martino, Elastic Group of Artistic Research, Globalgroove, Silvia Iorio, Andrea Nicodemo, Caterina Nelli, Giacinto Occhionero, Pax Paloscia, Alessandro Piangiamore, Donato Piccolo, Federico Pietrella, Cristiano Pintaldi, Simone Racheli, Nordine Sajot, Andrea Salvino, Corrado Sassi, Marinella Senatore, Carola Spadoni, Adrian Tranquilli...

  

 
 

Giorgia Accorsi

Latina, 1977. Vive e lavora a Roma.

Sono interessata alle immagini che mostrano il rovescio delle cose, come specchi che teniamo tra le mani, lenti di ingrandimento. Più di ogni altra cosa, mi attrae la possibilità di mostrare l’inatteso, di far balzare fuori il pensiero che ci mancava, di immaginare un finale diverso. Per questo, un video, una fotografia, un oggetto, un segno, un semplice gesto sono tutti mezzi per me equivalenti, sono tutte possibilità aperte.

Giorgia Accorsi

Galleria: Studio Lipoli & Lopez, Roma.

Senza Titolo, 2007. Still da video, 4 min.

   

Paolo Angelosanto

Saint-Denis (F), 1973. Vive e lavora a Roma.

Metto in scena il mio corpo in performance di cui restano foto e video come traccia simbolica delle azioni. Il privato diviene pubblico in una dimensione poetica prima che politica. Nel video M’ama non m’ama, persone di età e paesi diversi, sfogliando una margherita, intonano la nenia nella propria lingua, mostrando l’universale bisogno d’amore. Per il mio trentatreesimo compleanno, ho invitato tutti in galleria e ho mangiato una torta di 3 Kg. Corro nudo per Roma impugnando la bandiera nazionale con la scritta “And I’m not happy”. Utilizzo vari linguaggi ma prediligo il video e la fotografia. Paolo Angelosanto

Gallerie: Paola Verrengia, Salerno; Rebecca Container, Genova; Container, Roma.

Didone, 2007. Stampa lambda, 100 x 150 cm. Courtesy Paola Verrengia, Salerno.

 

Micol Assaël

Roma, 1979. Vive e lavora a Roma e a Mosca.

Gli spazi costruiti da Micol Assaël sono soffocanti: attraversati da minacciose presenze, linee di tensione e campi di forza, gli ambienti di Assaël evocano la geometria spietata di celle e prigioni, o gli spazi angusti di rifugi dimenticati nel ventre di una nave o in una vecchia fabbrica abbandonata. A dispetto del loro aspetto rozzo, le installazioni di Assaël sembrano aprire un varco segreto che conduce a eterei paesaggi mentali e lontane geografie emozionali. Accompagnati da litanie industriali, sprofondiamo nell’oscurità solo per scoprire che anche nelle più selvagge spirali del caos Assaël insegue una concentrazione quasi ascetica, un ronzio spirituale.

Massimiliano Gioni

Galleria: Zero..., Milano.

Senza Titolo, 2007. Faro, luce a intermittenza di 2.000 watt, 154 x 180 x 185 cm. Courtesy Zero…, Milano. Foto: Claudio Abate.

 

Marco Baroncelli

Prato, 1967. Vive e lavora a Roma.

Marco Baroncelli associa immagini, frammenti o interi discorsi in un eterno presente, in una condizione di sospesa contemporaneità. Ogni elemento si accosta all’altro secondo un ripescaggio orizzontale che non fa scaturire una cosa dall’altra, ma le giustappone in un ipertesto visivo che lascia a chi guarda la possibilità di trovare un legame o una logica interna. Nessun elemento è legato all’altro in un rapporto generativo, ma ogni parte si affianca all’altra in un processo spesso temporaneo. In questa mobilità sta il senso del lavoro di Baroncelli: prelevare da una sorta di memoria indifferenziata, non selettiva e non ordinata.

Viviana Gravano

Galleria: Lac Libera Arte Contemporanea, Roma.

Lapsus # 07 (dettaglio), 2007. Stampa lambda su alluminio, 50 x 75 cm. 

 

Matteo Basilé

Roma, 1974. Vive e lavora a Roma.

Matteo Basilé usa la materia elettronica per una profonda indagine sull’umanità. Il racconto dell’artista si concentra su icone figurative dove l’elettronica aggiunge elementi, modifica colori, crea sottolineature grafiche. I personaggi delle sue opere spesso incarnano visioni ed estasi, inquietudini e sconvolgimenti, incubi e visioni. Bloccati in pose ieratiche, raccontano di una sacralità tutta contemporanea, che si riallaccia a un’iconografia mistica antica, attualizzata attraverso un’estetica elettronica e ibrida.

Juliane Debeusscher

Gallerie: Pack, Milano; Il Ponte, Roma; Guidi & Schoen, Genova.

 

La Karl, 2007. Stampa lambda su carta d’argento, 180 x 125 cm.

   

Wolfgang Berkowski

Salzkotten (D), 1960. Vive e lavora a Roma.

Nel mio lavoro uso un’ampia gamma di media che include video, neon, installazioni

architettoniche e performance. Basato sull’idea di laboratorio, il mio lavoro  dissembla e riassembla situazioni e spazi per isolarne i singoli elementi e le loro

interrelazioni, concentrandosi sulla traduzione, la produzione e la conversione del

senso come parte significativa della comunicazione tra le persone.

Wolfgang Berkowski

Gallerie: Paolo Bonzano, Roma; Jacky Strenz, Francoforte.

Veduta 0-0, 2007. DVD, 4 min 30 sec.

 

Carola Bonfili

Roma, 1981. Vive e lavora a Roma e a Londra.

Nei disegni, nei video, nelle installazioni e nei collage di Carola Bonfili, sembra che l’idea di partenza venga man mano coperta da un velo. I suoi lavori si trasformano nel tempo, ma sembra che cambino di colpo, certe volte addirittura scompaiono. Aggiungere e sottrarre le cose, per Carola Bonfili non è un procedimento lineare. Il suo è un moto che si addensa: creare, disporre, togliere, aggiungere. È come se, in base ai contesti, assumesse ogni volta una forma diversa. Aule dense con banchi vuoti, disegni di persone che sognano, video che producono loop estetici scostanti,

collage di immagini, testi e idee: più che comporsi, l’idea si cristallizza.

Valerio Mannucci

Galleria: Extraspazio, Roma.

Vegeto, 2006. Still da video, 4 min 58 sec, loop. Courtesy Extraspazio, Roma.

   

Gea Casolaro

Roma, 1965. Vive e lavora a Roma.

Alla base del mio lavoro ci sono l’analisi dei meccanismi con cui osserviamo la vita che ci circonda, l’impossibilità di uno sguardo oggettivo e la molteplicità dei punti di vista di cui è composta la realtà. Negli anni ho portato avanti questa ricerca attraverso l’accostamento di immagini simili e il meccanismo del dislocamento, interviste o anche mediante l’utilizzo di immagini realizzate da altri, sempre al fine di scardinare l’idea diun’immagine univoca e precostituita.

Gea Casolaro

Galleria: The Gallery Apart, Roma.

Permanente presenza, 2007. Stampa fotografica da fotomontaggio digitale, 70 x 100 cm. Courtesy MART, Trento e Rovereto (TN). 

 

   

Chiara

(Chiara Carocci), Varese, 1976. Vive e lavora a Roma.

Chiara lavora sui meccanismi comunicativi della pubblicità in relazione agli oggetti

di consumo. L’artista realizza opere fotografiche nelle quali costruisce un personaggio — Chiara appunto — rivolgendo il suo sguardo disincantato verso la consuetudine, tipica della comunicazione pubblicitaria, all’utilizzo di stereotipi. L’intento delle opere di Chiara è usare il linguaggio mediale di un oggetto nell’arte.

Barbara Martusciello

Acconciature, 2006. Stampa fotografica a colori, 100 x 100 cm.

   

Marco Colazzo

Roma, 1963. Vive e lavora a Roma.

Marco Colazzo si muove in una direzione composita, convoglia una memoria astratto-informale in immagini di burattini e fantocci attraverso le coordinate mutanti

di una pittura che al contrario tende a farsi “realistica” e minuziosa, a muoversi

verso una dimensione quasi illusionistica, nel momento in cui sceglie di rappresentare un mondo parallelo abitato dai simulacri artificiali dell’uomo.

Lorenzo Canova

Galleria: Emilio Mazzoli, Modena.

Tutto ciò che mi infiamma, 2007. Olio su tela, 80 x 70 cm. Collezione Antonio Colombo.

   

Emanuele Costanzo

Pesaro, 1974. Vive e lavora a Roma.

La ricerca di Emanuele Costanzo è fondata sull’individuazione dei nessi che legano

microcosmo e macrocosmo, sfera privata e sfera pubblica. Ciò si configura come un ulteriore passo verso la verifica dell’esistenza di una sincronia di tempi e di espressioni propri del mondo naturale con le abitudini, le esigenze e i meccanismi che regolano la vita quotidiana. Nel video Aria 3 m/s, l’idea del movimento indotto trova un’ideale traduzione nella sequenza di piani narrativi che alternano riprese aperte sullo scenario post-bucolico di un parco eolico, a inquadrature ravvicinate

dei meccanismi impazziti di due elettrodomestici comunemente utilizzati in casa:

il pesa persone e il frullatore. Emanuela Nobile Mino

Galleria: Artecontemporanea, Catania.

Aria 3 m/s, 2006. Still da video.

   

Flavio De Marco

Lecce, 1975. Vive e lavora a Roma.

Flavio De Marco indaga l’esperienza odierna del paesaggio, spostandosi dall’orizzonte fisico della natura all’orizzonte piatto dello schermo, dove la “distanza ravvicinata” della superficie luminosa del computer si sostituisce alla profondità della veduta prospettica. I suoi modelli sono schermate di sistema operativo private di testi, icone, e di ogni elemento funzionale, dipinte ad acrilico su tela come scheletri di spazio inutilizzabile, cornici vuote in attesa dell’immagine. Il lavoro si

sviluppa dentro e fuori lo spazio del quadro, dando vita spesso ad ambienti dipinti in cui l’artista combina wall painting a pittura su tela e riproduzioni su carta.

Flavio De Marco

Gallerie: Pino Casagrande, Roma; Studio G7, Bologna; Libra, Catania.

Orizzonte con ritratto, 2007. Acrilico su tela, pannello, box in legno.




 

 

Alberto Di Fabio

Avezzano (AQ), 1966. Vive e lavora a Roma e a New York.

Il percorso pittorico di Alberto Di Fabio illustra la costante ricerca dell’artista nel passare dall’infinitamente piccolo a una visione macrocosmica della realtà. Le grandi installazioni, composte da singolari pitture su carte cinesi, attivano una vera e propria esplorazione della struttura della materia. Di Fabio cerca di guidarci nella sua nuova osservazione del mondo componendo incursioni nel micromondo cellulare, nelle catene del DNA, nelle panoramiche aeree di montagne dal forte valore ecologista. Un viaggio nella sintesi del micromondo che diviene pittura.

Gianluca Marziani

Gallerie: Gagosian, Beverly Hills; Pack, Milano; Umberto Di Marino, Napoli; Vedovi, Bruxelles.

 

Senza Titolo, 2005. Acrilico su carta cinese, 74 x 51 cm. Courtesy Pack, Milano.

 

 

Stanislao Di Giugno

Roma, 1969. Vive e lavora a Roma.

La ricerca del nonsense e la creazione di cortocircuiti tra forma e contenuto sono una peculiarità del mio lavoro. Nell’installazione sonora Pangea sovrappongo la versione strumentale dei 182 inni nazionali di tutto il mondo su un’unica traccia, creando un’assordante cacofonia. Leonardo Plays Bach’s Air For G String è un vecchio giradischi che, azionato dal motore di un comune ventilatore, suona a tre

velocità a scelta la celebre aria di Bach. Un marchingegno rudimentale ma funzionante, un’esperienza ludica che assume le sembianze di un progetto leonardesco dal quale fuoriescono le sonorità dei nostri tempi. Stanislao Di Giugno

Gallerie: L’Union, Roma.

Leonardo Plays Bach’s Air For G String, 2007. Materiali vari.

   

Mauro Di Silvestre

Roma, 1968. Vive e lavora a Roma.

La pittura di Mauro Di Silvestre accoglie nella propria inquadratura ricordi di famiglia, compleanni, tende e piante di plastica, trasparenze di vestiti, auto della

domenica, piatti di spaghetti, cortili di casa, cieli limpidi e travestimenti di bambini. Paesaggi di affezione composti, destrutturati e ricomposti per fondare la fertile soglia dell’immagine: scomparire per comparire nell’arte e comparire per scomparire nella vita. Achille Bonito Oliva

Anna, 2007. Olio su tela, 200 x 160 cm.

 

Andrea Dojmi

Roma, 1973. Vive e lavora a Roma e a Milano.

L’immaginario di Dojmi è abitato da vari elementi: attrezzi e strutture ortogonali di esplicita ascendenza sportiva ed educativa, edifici e architetture religiose, post New Age o parascientifiche, a volte militari. È in quel mondo a parte che Dojmi scava per recuperare repertori e suggestioni pronte ad assumere forme inedite, apparentemente impeccabili ma sottilmente perturbanti. In bilico tra essere animalesco e ricercatore di laboratorio, Dojmi insegue visioni magiche e squarci di paesaggi individuali in giro per il pianeta, come fosse un balzano geografo, anarchico e rabdomante… o più semplicemente come un artista del suo tempo.

Andrea Lissoni

No Place Like Home (2), 2007. Particolare dell’installazione alla Stadtgalerie, Berna. Eternit, PVC, pittura poliuretanica, metallo, reti protettive, videoproiezione. Courtesy Stadtgalerie, Berna.

 

Rocco Dubbini

Ancona, 1969. Vive e lavora a Roma.

Rocco Dubbini si muove sperimentando la realtà e il mistero in essa celato attraverso la sperimentazione di media differenti in un’assidua sperimentazione, nel continuo superamento dei limiti. L’artista utilizza spesso l’installazione, che si presenta con un lessico minimale e scrupoloso. Alla “lucidità” e coerenza formale corrisponde una concettualità trasversale, fatta di continui ribaltamenti della visione e del senso, di testi polisemantici e straniamento sensoriale, di letture e interpretazioni stratificate, non concilianti, volte ad aprire continue domande cui non vogliono seguire altrettante risposte. Paola D’Andrea

Gallerie: Il Ponte, Roma; Franco Marconi, Cupra Marittima (AP).

 

Senza Titolo (dettaglio), 2007. Stampa lambda su alluminio, 56 x 150 cm. Collezione privata.

   

Marco Fedele di Catrano

Roma, 1976. Vive e lavora a Roma.

In North South Ovest East Marco Fedele di Catrano cerca di fondere due spazi — lo spazio pubblico dove si svolge la mostra e l’abitazione privata dell’artista — in un’unica realtà, dando la sensazione di “essere” contemporaneamente in due posti. In un angolo della casa espone una videoinstallazione dal titolo Corner, un piccolo video la cui dimensione è proporzionale sia alla grazia della scena che a

una collocazione nello spazio effettivo. Lorenzo Benedetti

Galleria: NextDoor… artGalleria, Roma.

North South Ovest East, 2007. Installazione, video. Courtesy NextDoor… artGalleria, Roma.

 

Mariana Ferratto

Roma, 1979. Vive e lavora a Roma.

L’elemento essenziale dei video di Mariana Ferratto è la corporeità. Insistere sul corpo significa riflettere sull’identità, sul genere, sul rapporto con gli altri, sulla relazione uomodonna e sugli stereotipi a essa connessi e, insieme, significa ridefinire il nostro rapporto con il mondo. L’artista fa a pezzi le opinioni convenzionali sulla seduzione e sul rapporto d’amore. La sua è un’ironia corrosiva,

ma non provocatoria, un’ironia che annulla le opposizioni privato-pubblico,

intimo-spettacolare, proponendo una nuova relazione tra soggetto e oggetto della visione, in cui anche la propria realtà è vista come parte di un’esperienza collettiva.

Cecilia Casorati

Galleria: The Gallery Apart, Roma.

Autoritratto, 2006. Still da video, 6 min 28 sec. Courtesy The Gallery Apart, Roma.

   

Alessandro Gianvenuti

Roma, 1974. Vive e lavora a Roma.

Nella sua ricerca, Alessandro Gianvenuti declina forma, colore, movimento, composizione in una costante ricerca della forma ideale e perfetta. Coniuga fantasia con rigore e disciplina, nella costante ricerca di armonia e equilibrio plastico e di esaltazione del valore espressivo del colore. Le sue opere sono il risultato di una lunga e meticolosa elaborazione al computer dell’immagine ottenuta scansionando parti del proprio corpo. L’ultimo atto del lavoro è una stampa digitale ad alta definizione su tela PVC di grande formato, montata su telaio e verniciata per creare un effetto simile a uno schermo.

Laura Tansini

Galleria: Pack, Milano.

Senza Titolo, 2007. Stampa digitale su PVC verniciato, 130 x 80 cm.

   

Franco Giordano

Roma, 1960. Vive e lavora a Roma.

Le immagini di Franco Giordano sono tratte dalle fotografie che scatta, un diario privato per scandire gli eventi attraverso frammenti di significativa normalità. Da quelle foto nasce l’elaborazione digitale che determinerà, attraverso la divisione in isole cromatiche, la struttura da dipingere. Il risultato offre la scansione emotiva del racconto pittorico, completando la visione su un quotidiano che diventa archetipo di una contemporaneità reale ma anche interiore. Una pittura piatta che l’artista sta portando avanti da svariati anni, confermando la coerenza di un linguaggio sempre

più universale, denso di contenuti ed emozioni sotto la sua pelle sintetica.

Gianluca Marziani

Galleria: Antonio Battaglia, Milano/Roma.

Altri orizzonti, 2005. Olio su tela, 100 x 150 cm. Collezione privata.

 
 

goldiechiari

Eleonora Chiari (Milano, 1971) e Sara Goldschmied (Roma, 1975). Vivono e lavorano a Roma.

Con l’utilizzo di diverse discipline, la coppia di artiste, goldiechiari, compie una

serie di azioni volte a modificare un assetto visivo consueto o a riformulare una

situazione consolidata. L’abitudine che diventa negligenza viene interrotta attraverso una lucida analisi dei fenomeni di comunicazione, che induce a tracciare

nuovi canoni linguistici e a dettare nuove chiavi interpretative volte alla costruzione

di una lettura disincantata dell’ambiente che ci circonda.

Letizia Ragaglia

Gallerie: Elaine Levy Project, Bruxelles; Spencer Brownstone, New York; V.M. 21, Roma.

 

Ninfee #15, 2007. Stampa lambda, 125 x 333 cm. Courtesy Elaine Levy Project, Bruxelles.

   

Luca Guatelli

Bruxelles, 1979. Vive e lavora a Roma.

Uno dopo l’altro, con pazienza e vaga ossessione, i gesti di Luca Guatelli costruiscono immagini. La precisione segue un disegno che non c’è, ma è nelle sue mani. Innumerevoli minuscoli buchi permettono agli spilli colorati di attraversare le superfici che si trasformano, si animano di forme e movimento. Fissati sul supporto, gli spilli ondeggiano e segnano lo spazio modellandosi sinuosi. Da quella fissità immobile e senza vita prendono il volo e partono per una nuova esistenza.

Barbara Tosi

Galleria: Studio Stefania Miscetti, Roma.

Bianco (dettaglio), 2007. Acrilico, ferro, legno e spilli, 320 x 250 cm. Courtesy Studio Stefania Miscetti, Roma.

 

Teresa Iaria

Lamezia Terme (CZ), 1968. Vive e lavora a Roma.

Il lavoro di Teresa Iaria si ispira alle più ardite speculazioni della fisica teorica sulla

trama fine dello spazio-tempo. L’obiettivo non è quello di dare forma a “teorie” — per

quanto il suo lavoro rifletta con grande rigore e forza concettuale queste suggestioni epistemologiche — ma piuttosto quello di rivelare con il gesto estetico la nostra condizione di “creatori di mondi”. L’immagine è il luogo originario in cui si configura l’epifania che anticipa il sistema delle relazioni scientifiche e filosofiche. Leggera architettura che contempla le probabili dimensioni della sua struttura.

Ignazio Licata

Galleria: Pio Monti, Roma.

Twistors, 2007. Vetroresina, legno, 30 x 100 x 100 cm. Courtesy Pio Monti, Roma.

 

Daniele Jost

Roma, 1981. Vive e lavora a Roma.

Daniele Jost lega l’immagine alla forma architettonica in maniera empatica. Non si

distingue più il reale dal fantastico, la fotografia dalla manipolazione elettronica,

l’inserto vero da quello virtuale. Tutto si appartiene in un medesimo sguardo sulle

periferie non solo geografiche, sulla periferia decadente, sui paesaggi di natura

intensa, su archeologie agricole e industriali. Lo stesso percorso linguistico

mescola fotografia, scultura, audiovisivo, disegni digitali e modelli installativi,

creando un impianto visuale che sfugge a ogni delimitazione predefinita.

Gianluca Marziani

Stratopausa geologica, 2007. Stampa lambda, 100 x 70 cm.




 

 

Thorsten Kirchhoff

Copenhaghen, 1960. Vive e lavora a Roma.

Nel suo lavoro, Thorsten Kirchhoff prende una raffinata e ironica posizione, provocatoria e surreale allo stesso tempo, combinando film, suono e pittura con un linguaggio e uno stile che producono sempre risultati inediti. Kirchhoff utilizza quadri, installazioni e soprattutto il cinema per esplorare una infinita serie di emozioni, facendo del capovolgimento di senso delle cose familiari quasi una regola che attinge volentieri alla logica del montaggio cinematografico per accostare elementi apparentemente senza attinenza.

Gallerie: V.M. 21, Roma; Alberto Peola,Torino; Lucas Shoormans, New York.

Overdrive, 2006. Still da video. Courtesy Alberto Peola, Torino.
 

Ilaria Loquenzi

Roma, 1976. Vive e lavora a Roma.

I video, le installazioni, gli interventi architettonici di Ilaria Loquenzi affrontano

l’indagine dello spazio identitario dell’individuo nella società. L’artista affronta temi quali l’identità, la migrazione, la marginalità, l’intimità di una comunità, interessandosi soprattutto alle esperienze circostanziali, decifrando i codici delle problematiche emergenti. L’artista indaga ciò che le interessa con partecipazione, sviscerandone i

diversi aspetti che alla fine svela, o per lo meno, cerca di far emergere.

Ilaria Gianni

Galleria: Studio Lipoli & Lopez, Roma.

Installazione e videoproiezione. Courtesy Studio Lipoli & Lopez, Roma.

 

Andrea Malizia

Recanati (MC), 1973. Vive e lavora a Roma.

Nel mio lavoro l’obiettivo si insinua rivelando moti e immagini che creano un

continuo détournement percettivo rispetto alla realtà. Sono interessato all’idea di

“presenza” senza identità. Andrea Malizia

Galleria: V.M. 21, Roma.

Senza Titolo, 2006. Stampa fotografica, 30 x 40 cm.

 

Matteo Montani

Roma, 1972. Vive e lavora a Roma.

La pittura di Matteo Montani punta diritto al cielo, i suoi quadri sono come pepli azzurri fluttuanti sullo sfondo nero della notte. Certi effetti, legati anche all’uso della carta abrasiva, fanno lontanamente pensare al frottage surrealista che si accompagna a una suggestione informale. Ma il dripping di Pollock si evolve in un procedimento controllato di scolature la cui finalità è il raggiungimento di

un’immagine, non di un’astrazione, anche se lo spartiacque resta labile. La ricerca pittorica di Montani rappresenta una novità confortante nel panorama attuale dell’arte giovane, dove la pittura appare marginale rispetto a video, oggetti e installazioni.

Galleria: L’Attico - Fabio Sargentini, Roma.

Ogdoade, 2006. Olio su carta abrasiva montata su tela, 100 x 150 cm.

 

Luca Nostri

Faenza, 1976. Vive e lavora a Roma.

Luca Nostri realizza nella sua ricerca fotografica una complessa commistione di

“generi”. L’incipit ricorda talvolta il reportage: c’è la notizia e c’è l’impegno sociale.

Nostri prende posizione. Le immagini mancano d’azione. La scena è immancabilmente statica e composta. L’effetto è straniante, sia nel caso di ritratti, sia quando il fotografo sceglie di puntare l’obiettivo verso un paesaggio, immancabilmente antropizzato, disseminato dei segni di grandi e piccole storie.

Francesco Zanot

Antica minturnae, 2007. Stampa a getto d’inchiostro.

 

Caterina Notte

Isernia, 1973. Vive e lavora a Roma.

I miei video giustificano il senso di confusione derivato dalla consapevolezza che milioni di nuove identità, personaggi fittizi, popolano il web. Ciò mi ha spinto verso l’idea di catalogare le ultime identità, di creare un ordine minimo, consapevole della fatica di essere se stessi e della facilità ad assumere ruoli diversi nello stesso tempo, del bisogno che i miei pensieri siano collegati istantaneamente ad altri in tempo reale, quasi per avere una conferma: i miei video hanno un tono più dubitativo, più condizionale e frammentato rispetto ai precedenti. Ma in fondo,

anche questo è mondo reale. Caterina Notte

Toxic, 2007. Still da video log YouTube.

 

Rafael Pareja

Trento, 1972. Vive e lavora a Roma e a Barcellona.

Rafael Pareja indaga il rapporto tra razionale e irrazionale. Il distacco durante l’atto creativo e la scelta del computer come strumento sottolineano il tentativo di ridurre simboli e atmosfere a un’indagine grafica capace di contenere le pulsioni della visione. Visioni non sue, ma di altri. Protagonista delle immagini è quasi sempre una forza irrazionale in costante lotta con la ragione umana, ma l’esito di questo contrasto cambia ogni volta. Quando descrive i paesaggi letterari confronta le sue idee con chi ha cercato o cerca nella stessa direzione, attraverso un codice già riconosciuto e regolato, come la letteratura o la cinematografia.

Valentina Tanni

Galleria: Six, Lissone (MI).

Flying Teenage Without Head, 2005. Stampa fotografica a colori, 120 x 170 cm. Courtesy Six, Lissone (MI).

 

Marina Paris

Sassoferrato (AN), 1965. Vive e lavora a Roma.

Il suono e la relazione con lo spazio espositivo costituiscono due elementi fondamentali nei lavori installativi dell’artista, molto spesso concepiti come ambientazioni di forte impatto sensoriale ancor prima che visivo. La più recente indagine di Marina Paris sembra concentrarsi sull’attraversamento di spazi pubblici e sulle percezioni che tali esperienze sono in grado di stimolare. Lo scopo è di dare vita ad ambienti capaci di attivare esperienze multisensoriali, sollecitando e allo stesso tempo alterando la percezione visiva e i processi mnemonici.

Emanuela Nobile Mino

Gallerie: Pack, Milano; Fondazione

Volume!, Roma; Alessandro Bagnai, Firenze.

 

Transiti, 2005. Estintori, pittura su muro, circuito interattivo, audio, sensori, essenze profumate, dimensioni variabili. Courtesy Pack, Milano.
 

Chiara Passa

Roma, 1973. Vive e lavora a Roma.

Chiara Passa usa le nuove tecnologie per comprenderne il linguaggio. L’artista

sperimenta in maniera rigorosa e personale le possibilità che esse offrono ma

senza farsi ingenuamente affascinare dal medium digitale, che troppo spesso

vediamo diventare l’unico messaggio in opere che finiscono per celebrare solo il

progresso della tecnica. Valentina Tanni

Art Calling-Digital Art Stories, 2005. Installazione.

 

Beatrice Pediconi

Roma, 1972. Vive e lavora a Roma.

I soggetti di Beatrice Pediconi spaziano dall’immobile materialità delle strutture architettoniche alla mobilità effimera dei giochi d’acqua. La ricerca di spazi non oggettivi ha condotto l’artista verso una dimensione fortemente instabile creata giocando con liquidi trasparenti ed esili corpi neri che si scompongono e ricompongono in maniera spesso casuale. Nessun artificio tecnologico, se non la discreta attesa del momento in cui percezione visiva ed emotiva coincidono. Rimangono tracce filiformi, segni indefiniti, forme vaghe che rimandano alla rappresentazione di un moto vitale. Rimangono in fin dei conti, dei modi d’acqua.

Gallerie: Bonomo, Bari; Photo &

Contemporary, Torino.

 

Scomposizione 9, 2006. Stampa fotografica cromogenica, 140 x 110 cm. Courtesy Bonomo, Bari e Photo & Contemporary, Torino.

 

Daniela Perego

Firenze, 1961. Vive e lavora a Roma.

Daniela Perego racconta una fragilità femminile disperata e violenta, e la fatica del

disconnetersi dal mondo, dalla vita, dalle sue domande. Ma il desiderio di estinguersi,

di sottrarsi e “uscire di scena” si trasforma nel suo esatto contrario: in una presenza che si nota per l’assenza, in un silenzio urlato, in un’ostinazione o forse in una resistenza che prosciuga il dramma e lascia un’impronta di speranza e desiderio.

Galleria: Nt Art Gallery, Bologna.

Senza Titolo 05, 2005. Stampa lambda su cibachrome, 80 x 120 cm. Collezione privata, Londra.

 

Luana Perilli

Roma, 1981. Vive e lavora a Roma.

Nel lavoro di Luana Perilli c’è un rifiuto a produrre forme permanenti e posizioni finali, a

fissare significati in modo “regolato” e regolare. Le istruzioni che l’artista spesso utilizza in maniera esplicita o più velata non servono a spiegare o a fare meglio le cose; la situazione è sempre ambigua, paradossale, deliberatamente assurda. In tal modo, l’artista crea una distanza tra noi e il quotidiano, spingendoci a rivedere la nostra relazione con il mondo. Scompaginando le nostre comuni ipotesi e le nostre abituali percezioni, Luana Perilli fa sì che le persone e le cose, anche le più consuete,

ci si presentino sotto un’altra forma, una forma che rifugge, parodiandole, le categorizzazioni e le interpretazioni certe. Cecilia Casorati

Galleria: The Gallery Apart, Roma.

Set_up, 2006. Veduta dell’installazione, Roma.

 

PH.ON

Dario D’Aronco (Latina, 1980) e Roberto Gammone (Roma, 1979). Vivono e lavorano a Roma.

L’obiettivo dei PH.ON è quello di aprire un canale di interazione con il pubblico e il contesto circostante. L’allestimento trasforma il concetto stesso di mostra grazie al rapporto interlocutorio che l’opera stabilisce con le persone e con lo spazio, stimolando il movimento e non l’adeguamento a un ordine prestabilito. Ogni attività dei PH.ON mantiene sempre alta la tensione in tutti i punti del circuito, avvia un contatto. Questo è uno dei presidi più importanti e stabili nella loro teoria: lo scambio tra le cose e la reciproca necessità. Lorenzo Benedetti

Galleria: L’Union, Roma.

N.W.C. Napoleon’s Water Closet, 2007. Ceramica dipinta. Courtesy Museo

Napoleonico, Roma.  




 

 

Pieroni & Riescher

Claudio Pieroni (Civitavecchia, RM, 1959) e Martina Riescher (Oberstdorf, D,

1967). Vivono e lavorano a Roma.

Lavoriamo dal 1995 alla realizzazione di un progetto condiviso, l’ideazione di una

“città ideale”. Nei progetti prendiamo in esame dei luoghi reali, mentre nei lavori

più astratti creiamo luoghi mentali che chiamiamo “isolati”, invitando lo spettatore

a entrare nell’“edificio” più importante che l’uomo sia capace di costruire: il

sogno. In entrambi i casi la nostra attenzione si rivolge verso lo spazio architettonico,

inteso come “struttura del pensiero”. Pieroni & Riescher

Plastico per la città nomade, 2007. Origami, camion giocattolo, vetro, gesso, 50 x 30 x 30 cm. Collezione Museo Andersen (GNAM), Roma.

 

Giuseppe Pietroniro

Toronto, 1968. Vive e lavora a Roma.

Le riflessioni sulla realtà e la sua simulazione sono un argomento centrale della ricerca artistica di Giuseppe Pietroniro. Il suo lavoro si occupa di estrapolare, spostare, rinominare determinati frammenti di realtà e far scaturire riflessioni sull’identità, l’intimità e il reale. L’oggetto della riflessione solitamente è il luogo, inteso sia come margine che ambiente periferico, all’interno del quale prende forma l’esistere umano, un esistere talvolta giocoso, ironico, che si esplica attraverso modalità complesse. Nonostante siano dichiaratamente abbandonati, gli ambienti di Giuseppe Pietroniro lasciano intendere sempre la presenza del vivere.

Marianna Vecellio

Galleria: Maze, Torino.

Porta a dondolo # 2, 2006. Veduta dell’installazione presso la Fondazione Olivetti, Roma.

 

Arash Radpour

Teheran (IR), 1976. Vive e lavora a Roma.

Le favelas di Buenos Aires, i silenzi della Svezia, la natura del Costa Rica. Arash

Radpour riproduce la realtà così com’è e al contempo la ricrea. Il valore di reportage

dello scatto è suggerito nel momento stesso in cui viene negato e il qui e ora della

ripresa fotografica decantata in una dimensione temporale dilatata. Eterogenee per

soggetto, le immagini adombrano un racconto frammentario ma seducente, ricostruibile seguendo il filo di un dettaglio di realtà percepito al di fuori della coscienza. Francesca Franco

Gallerie: Altrilavorincorso, Roma; Sergio

Tossi, Firenze; Lipanjepuntin, Trieste/Roma.

 

ÖN, 2006. Stampa lambda su alluminio, Svezia.

 

Marco Raparelli

Roma, 1975. Vive e lavora a Roma.

La ricerca di Marco Raparelli è caratterizzata dalla presenza di un aspetto narrativo. Il demimonde dell’arte si aggira nello stesso paesaggio urbano in cui l’artista ha ambientato le storie di Bef e dei suoi amici: personaggi assurdi, brutti e cattivi, dalle vite improbabili, ma a cui si finisce per voler bene. Che abbiano piccole dimensioni o riempiano i confini di una stanza, questi disegni conservano la leggerezza  dell’appunto. La compiutezza dei suoi lavori è il frutto di una sintesi tra l’abilità di disegnatore e l’istintiva tendenza a farsi portavoce della cultura urbana contemporanea. Norberto Dalmata

Men’s Health, 2007. Tecnica mista su carta, 21 x 14,7 cm.

   

Mauro Romito

Milano, 1980. Vive e lavora a Roma.

L’interesse per le strutture linguistiche “incarnate” e per i sensi del linguaggio corporeo ha deviato prepotentemente il mio lavoro dall’ambito teatrale a quello dell’arte contemporanea. La semiotica del corpo, lo studio della performance, le grandissime possibilità della cultura digitale che includono l’immagine video, le biotecnologie, più in generale, l’interazione uomo-macchina-mondo sono gli ambiti privilegiati della mia ricerca. Le mie opere video coniugano la leggerezza del linguaggio con il disagio della comunicazione. Sono piccole storie delle quali io stesso sono protagonista, che raccontano la nostra difficoltà o la sorpresa di stare al mondo. Mauro Romito

Man/Wo, 2006. Still da video, 4 min 44 sec.

 

Pietro Ruffo

Roma, 1978. Vive e lavora a Roma.

Con profondo senso dell’impegno civile, Pietro Ruffo lavora sui grandi temi della società contemporanea: le trasformazioni del territorio, la convivenza tra uomo e ambiente, la guerra, il disagio mentale. Nascita e morte, passato e futuro, ordine e caos, stabilità e trasformazione rientrano nella medesima visione circolare di un universo che, ridotto alla chimica degli elementi, presenta straordinari e sorprendenti punti di tangenza con sistemi più ampi e complessi generati dall’uomo. Per far questo l’artista utilizza tecniche diverse come veri strumenti d’indagine che scansionano la realtà permettendogli di analizzarla, sintetizzarla, poter

stabilire nessi e percorsi di pensiero. Angelandreina Rorro

Galleria: Lorcan O’Neill, Roma.

Big China Flag, 2006. Grafite e gesso su mappa geografica, 113,5 x 143 cm. Courtesy Lorcan O’Neill, Roma.

   

Rafael Pareja

Trento, 1972. Vive e lavora a Roma e a Barcellona.

Rafael Pareja indaga il rapporto tra razionale e irrazionale. Il distacco durante l’atto creativo e la scelta del computer come strumento sottolineano il tentativo di ridurre simboli e atmosfere a un’indagine grafica capace di contenere le pulsioni della visione. Visioni non sue, ma di altri. Protagonista delle immagini è quasi sempre una forza irrazionale in costante lotta con la ragione umana, ma l’esito di questo contrasto cambia ogni volta. Quando descrive i paesaggi letterari confronta le sue idee con chi ha cercato o cerca nella stessa direzione, attraverso un codice già riconosciuto e regolato, come la letteratura o la cinematografia.

Valentina Tanni

Galleria: Six, Lissone (MI).

Flying Teenage Without Head, 2005. Stampa fotografica a colori, 120 x 170 cm. Courtesy Six, Lissone (MI).

   

Marina Paris

Sassoferrato (AN), 1965. Vive e lavora a Roma.

Il suono e la relazione con lo spazio espositivo costituiscono due elementi fondamentali nei lavori installativi dell’artista, molto spesso concepiti come ambientazioni di forte impatto sensoriale ancor prima che visivo. La più recente indagine di Marina Paris sembra concentrarsi sull’attraversamento di spazi pubblici e sulle percezioni che tali esperienze sono in grado di stimolare. Lo scopo è di dare vita ad ambienti capaci di attivare esperienze multisensoriali, sollecitando e allo stesso tempo alterando la percezione visiva e i processi mnemonici.

Emanuela Nobile Mino

Gallerie: Pack, Milano; Fondazione

Volume!, Roma; Alessandro Bagnai, Firenze.

 

Transiti, 2005. Estintori, pittura su muro, circuito interattivo, audio, sensori, essenze profumate, dimensioni variabili. Courtesy Pack, Milano.
   

Chiara Passa

Roma, 1973. Vive e lavora a Roma.

Chiara Passa usa le nuove tecnologie per comprenderne il linguaggio. L’artista

sperimenta in maniera rigorosa e personale le possibilità che esse offrono ma

senza farsi ingenuamente affascinare dal medium digitale, che troppo spesso

vediamo diventare l’unico messaggio in opere che finiscono per celebrare solo il

progresso della tecnica. Valentina Tanni

Art Calling-Digital Art Stories, 2005. Installazione.

   

Beatrice Pediconi

Roma, 1972. Vive e lavora a Roma.

I soggetti di Beatrice Pediconi spaziano dall’immobile materialità delle strutture architettoniche alla mobilità effimera dei giochi d’acqua. La ricerca di spazi non oggettivi ha condotto l’artista verso una dimensione fortemente instabile creata giocando con liquidi trasparenti ed esili corpi neri che si scompongono e ricompongono in maniera spesso casuale. Nessun artificio tecnologico, se non la discreta attesa del momento in cui percezione visiva ed emotiva coincidono. Rimangono tracce filiformi, segni indefiniti, forme vaghe che rimandano alla rappresentazione di un moto vitale. Rimangono in fin dei conti, dei modi d’acqua.

Gallerie: Bonomo, Bari; Photo &

Contemporary, Torino.

 

Scomposizione 9, 2006. Stampa fotografica cromogenica, 140 x 110 cm. Courtesy Bonomo, Bari e Photo & Contemporary, Torino.

   

Daniela Perego

Firenze, 1961. Vive e lavora a Roma.

Daniela Perego racconta una fragilità femminile disperata e violenta, e la fatica del

disconnetersi dal mondo, dalla vita, dalle sue domande. Ma il desiderio di estinguersi,

di sottrarsi e “uscire di scena” si trasforma nel suo esatto contrario: in una presenza che si nota per l’assenza, in un silenzio urlato, in un’ostinazione o forse in una resistenza che prosciuga il dramma e lascia un’impronta di speranza e desiderio.

Galleria: Nt Art Gallery, Bologna.

Senza Titolo 05, 2005. Stampa lambda su cibachrome, 80 x 120 cm. Collezione privata, Londra.

   

Luana Perilli

Roma, 1981. Vive e lavora a Roma.

Nel lavoro di Luana Perilli c’è un rifiuto a produrre forme permanenti e posizioni finali, a

fissare significati in modo “regolato” e regolare. Le istruzioni che l’artista spesso utilizza in maniera esplicita o più velata non servono a spiegare o a fare meglio le cose; la situazione è sempre ambigua, paradossale, deliberatamente assurda. In tal modo, l’artista crea una distanza tra noi e il quotidiano, spingendoci a rivedere la nostra relazione con il mondo. Scompaginando le nostre comuni ipotesi e le nostre abituali percezioni, Luana Perilli fa sì che le persone e le cose, anche le più consuete,

ci si presentino sotto un’altra forma, una forma che rifugge, parodiandole, le categorizzazioni e le interpretazioni certe. Cecilia Casorati

Galleria: The Gallery Apart, Roma.

Set_up, 2006. Veduta dell’installazione, Roma.

   

PH.ON

Dario D’Aronco (Latina, 1980) e Roberto Gammone (Roma, 1979). Vivono e lavorano a Roma.

L’obiettivo dei PH.ON è quello di aprire un canale di interazione con il pubblico e il contesto circostante. L’allestimento trasforma il concetto stesso di mostra grazie al rapporto interlocutorio che l’opera stabilisce con le persone e con lo spazio, stimolando il movimento e non l’adeguamento a un ordine prestabilito. Ogni attività dei PH.ON mantiene sempre alta la tensione in tutti i punti del circuito, avvia un contatto. Questo è uno dei presidi più importanti e stabili nella loro teoria: lo scambio tra le cose e la reciproca necessità. Lorenzo Benedetti

Galleria: L’Union, Roma.

N.W.C. Napoleon’s Water Closet, 2007. Ceramica dipinta. Courtesy Museo

Napoleonico, Roma.  


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