AGOSTO - SETTEMBRE 2010




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n.285 luglio 2010
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ANSELM KIEFER
Patrizia Ferri
Recensione
JORGE PERIS
Angel Moya Garcia
Recensione
GIANLUCA E MASSIMILIANO DE SERIO

IDENTITÀ ALLO SPECCHIO
ALFREDO PIRRI
Luciano Marucci
PITTURA E SCULTURA IN SPAZI FISICI, CULTURALI ED EMOZIONALI
GINO DE DOMINICIS. L'IMMORTALE
Laura Cherubini
Spotlight
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VENETO
Veneto: tra ieri e oggi - SPECIALE VENETO
Luigi Meneghelli

 

Flash Art 270  Giugno – Luglio 08

 

 

LE DISSOLVENZE APPARENTI DI UNA REGIONE

 

SE GOFFREDO PARISE, con le sue semplificazioni fulminanti, ha definito il Veneto “come una terra ‘barbara’, fatta di ‘muschi e di nebbie’” e Andrea Zanzotto ha scritto per una vita versi che sembrano affondare letteralmente dentro questa terra, “nelle sue radici, nei suoi minerali, nel suo fondo di fuoco”: ebbene, questo luogo mitico-magico non esiste più. Non esiste più, perché tutta la sua gente ha perso l’anima nel crollo generale dei valori, delle ideologie, dei progetti. Non esiste più, perché tutti i luoghi

si sono annullati nello Spazio universale del Mercato.

 

ANDREA GALVANI, La morte di un’immagine #3, 2005. Stampa fotografica su alluminio d-bond, 100 x 120 cm. Collezione privata, Novara. Courtesy Artericambi, Verona.

In una generazione si è passati dalla miseria all’opulenza, dall’emigrazione all’immigrazione, senza che ci fosse il tempo di produrre modelli culturali capaci di elaborare il cambiamento. Ora, che il panorama dell’arte possa rimanere estraneo a questo senso di spaesamento, di perdita delle radici, è pura utopia. E se negli anni Ottanta si sventolava il vessillo di un recupero del genius loci, di un’espressività cioè legata al territorio antropologico e al ritrovamento del passato come unico presente possibile, oggi è lo stesso territorio a essere scomparso dall’orizzonte. Certo, non c’è più un grumo ventrale, un’adesione profonda al luogo da parte dell’istinto. Si cerca di allargare la via del sentire, di allungare il proprio sguardo al di là dei miti storici, di trovare una visibilità molteplice ai propri messaggi. Però senza, per questo, entrare in una dimensione globale e totalizzante. Se ci si sposta nel fuori (Milano, Berlino, New York) non lo si fa per una forma di idolatria nei confronti dei mercati dominanti, ma per

aprire in sé una radura, una luce, un sapere inedito (Jünger): spesso poi si fa ritorno alla propria terra e alla propria differenza. O, nel caso più eclatante del padovano Maurizio Cattelan, se si diventa davvero cittadini del mondo lo si fa producendo un’arte da enfant terrible, che si concede il piacere di costruire balocchi enormi, vistosi,

effettistici, ironici. E lo stesso fanno, seppure con stili e linguaggi diversi, la veneziana

Monica Bonvicini, il vicentino Luca Buvoli, la padovana Grazia Toderi, ecc. Ma c’è un’altra peculiarità che connota le modalità di porsi dell’arte degli anni ‘80-‘90 e che almeno apparentemente sembra essersi dissolta, ed è una volontà politica, laica, comunitaria del fare e del far vedere. Chi non ricorda le festose adunate della “Domus Jani”, un capannone (a Illasi, a pochi chilometri da Verona), dove si potevano

incontrare Hermann Nitsch, Aldo Mondino, Bruno Munari, mescolati a opere e videoproiezioni di Beuys e Duchamp? O le Biennali dei Giovani delle Trevenezie tenute nella Cattedrale dell’ex-Macello a Padova: campionature che erano tentativi di riassumere, rimeditare, superare il passato? Ma non è un caso che si sia parlato di “dissolvenze apparenti”, proprio perché in nome dell’ecumene e del confronto si sono

sviluppati negli anni degli appuntamenti che pur non essendo “trendy”, rimangono per molti giovani il primo e forse più importante passo per arrivare al pubblico (come “Quotidiana” a Padova o la “Collettiva” della Fondazione Bevilacqua La Masa). Ma anche altre occasioni di incontro sono emerse prepotentemente in tempi recenti: da “Gemine Muse” (appuntamento nazionale, ma nato a Padova), dove giovani artisti sono invitati a confrontare il loro gesto ispirandosi ai capolavori del passato, comparando, come in un gioco di specchi, ciò che è sepolto dal tempo con ciò che attraverso il tempo “fabbrica coscienza e futuro”; e ancora “Nuovi segnali” (sempre a Padova): “un laboratorio per giovani artisti e curatori in cui si abbandona la teoria in favore della pratica del fare” o l’Associazione TRA (a Treviso), che intende muoversi sul modello

delle Kunstverein tedesche, cercando di innescare le più sottili contaminazioni tra arte

contemporanea ed economia d’impresa. Anche la Fondazione March (a Padova) nasce da un proficuo scambio tra arte e mondo imprenditoriale, offrendo, al di là delle esposizioni, anche programmi di didattica (con tanto di biblioteca e videoteca continuamente aggiornate) e la possibilità di usufruire di atelier. Infine C-4 (Centro

Culturale Contemporaneo Caldogno) che, mettendo in relazione arte, impresa e cultura intende porsi come centro di formazione, come meeting di diversità intellettuali e professionali che si incontrano allo scopo di “riqualificare il territorio” e valorizzare “l’identità locale”.

 

ANNA GALTAROSSA & DANIEL GONZALEZ, Chili Moon Town Tour, 2007. Struttura in acciaio, legno e barili ricoperta da vinile stampato, neon, stoffe, paillettes, pittura acrilica, 8 x 8 x 8 m. Veduta dell’installazione al Lago del Parco di Chapultepec, Città del Messico. Foto: Regina Geisler; SEBASTIANO ZANETTI, struttura volumetrica

per interno in proiezione futura, 2007. Ferro, cartongesso, acrilico, dimensioni ambientali.

Messa così la questione, potrebbe sembrare che il sistema arte nel Veneto abbia costruito una trama che ha la stessa ricchezza della piccola impresa diffusa. Ma se si affronta il problema istituzionale, si scopre che le pubbliche amministrazioni sono spesso latitanti e, quando pensano a occasioni espositive, non pensano a un’operazione di ricerca, di studio, alla formazione di una nuova sensibilità estetica, ma al gigantismo, al prestigio, alla visibilità urbi et orbi, dimostrando così di non aver ancora capito che la Cultura può diventare business a patto che ci sia una diffusa

esigenza del bello e che questa va costruita attraverso un’“educazione permanente”, un

coinvolgimento costante. Il salto di qualità avviene solo se l’arte diventa un bisogno interiore, una dimensione in cui specchiarsi, riconoscersi e scegliere cosa essere. I fuochi artificiali lasciano la bocca aperta, ma si consumano nella loro stessa effimera meraviglia. Però rara è anche la collaborazione tra pubblico e privato, che nelle economie avanzate dimostra invece di essere uno dei piloni portanti dello sviluppo sociale. Rare sono le occasioni di sinergia tra Musei e gallerie, al fine di realizzare un percorso capace di creare un piacevole effetto di confronto. In tempi recenti si può ricordare il Museo di Castelvecchio che ha saputo accogliere opere di Pietro Consagra (mentre la mostra aveva luogo presso la Galleria dello Scudo) o inserire nei suoi camminamenti di ronda le “travi pittoriche” di Herbert Hamak (in cooperazione con Studio La Città). In compenso emergono nuovi collezionisti illuminati che non mancano una fiera o un vernissage che conta, trovando nell’arte un inatteso stimolo al rinnovamento delle stesse strategie di comunicazione e di immagine delle loro aziende. Basti pensare che alcuni imprenditori e professionisti tra Vicenza e Treviso hanno formato un po’ goliardicamente un’autentica squadra di collezionisti (come fosse una squadra di calcio): i loro allenamenti sono incontri, scambi di informazioni, dribbling nei confronti delle sacre ragioni del mercato. E per quanto riguarda la costellazione degli artisti, quell’universo apparentemente immerso nella propria incandescenza creativa?

Sempre Parise ha detto che la “forza barbarica della terra che ha prodotto lavoro nei campi fino a ieri, ora produce lavoro nelle fabbriche”. Probabilmente non è più così, ma certamente la pazienza artigianale del fare, unita a quella discreta dell’essere connota molte delle ricerche venete attuali. In esse, infatti, prevale una forte attenzione all’aspetto formale, alla raffinatezza linguistica. Arthur Duff combina fili, intreccia nodi, ma solo per mettere in imbarazzo la nostra percezione. Ricama delle lettere che non portano a un’apparizione di senso, ma a una sua sparizione, dove il filo del pensiero denuncia continui vuoti, come quando un ricordo sfugge, una parola manca, una nozione non ci viene più incontro. Anche la veronese Laura Marchetti trapunta di diritto e di rovescio le superfici di una “carta da lucido”: ma non mira al ricamo, all’ornamento,

alla consistenza di un’immagine, quanto alla sua perdita, alla smaterializzazione

delle immagini stesse stampate sopra le superfici. Elisabetta Di Maggio, con gesti quasi sacrificali, incide con il taglierino carte su carte, ottenendo dei disegni che sembrano trasmigrare da una forma all’altra. “Sono motivi tratti da vecchi merletti” o da arabeschi orientali. “La materia che mi passa tra le mani è il tempo”, afferma l’artista: un tempo che si spazializza, che diventa muro, casa, arredo. Al tempo caduto,

decaduto, polverizzato si rifanno anche gli estremi, grandi teleri del vicentino Silvano

Tessarollo: resine e ceneri sciolte, mischiate, lavorate, fino a produrre una distesa dannata e impietosa, che allude a uno spazio senza inizio e senza fine. Andrea Contin invece, attraverso video, performance, fotografie mette in scena situazioni in bilico tra violenza e ironia, chiamando lo spettatore a divenire partecipe delle provocazioni visive a cui assiste. Andrea Galvani attua delle sottili operazioni di cancellazione/ rivelazione: mostra figure, quasi sottratte allo sguardo, ma pronte ad attestare quell’energia ancestrale che è chiusa nelle loro forme. Con Anna Galtarossa e Sebastiano Zanetti lo sguardo viene spostato all’esterno, per costruire mondi visionari o per intervenire su piazze e stazioni. Infine Cristina Graziani attraversa con la sua pittura molti strati linguistici, dai film noir al reportage sociale, dai racconti surreali alle immagini pubblicitarie: a lei non interessa documentare la realtà, bensì crearla. In fondo sono tutti artisti che producono lavori di approfondimento, di analisi: lavori che richiedono tempi “lunghi” (di fattura e di visione), perché qualcosa torni ad appartenerci, a generare una nuova coscienza di noi stessi. Oggi.

 

 

Luigi Meneghelli è critico d’arte e curatore. Vive e lavora a Verona

Prove di resistenza - SPECIALE VENETO
Chiara Bertola

IL VENETO TRA IRONIA E FRAGILITÀ

 

IL SISTEMA DELL’ARTE contemporanea del Veneto sembra muoversi lentamente. Si tratta di una regione ricca e, insieme, dotata di un patrimonio storico-artistico straordinario; possiede università prestigiose, la sua imprenditorialità è spesso giovane e consapevole delle problematiche dell’innovazione e della sperimentazione;

per il prossimo anno è annunciata l’apertura del nuovo museo di arte contemporanea

alla Punta della Dogana e, oltre alla Biennale di Venezia, resiste da alcuni anni la

sperimentale Facoltà dedicata alle arti contemporanee dello IUAV.

 

ARCANGELO SASSOLINO, Momento, 2006. Cemento e acciaio. Courtesy Galica, Milano.

Dunque, Venice is not sinking, Venezia non sta affondando. Forse traballa un po’, ma resiste. Mi sembra che per iniziare a sondare la produzione artistica in Veneto

non si possa che partire da qui, dal titolo ironico e al tempo stesso deciso della rivista veneziana, voluta e creata da Giorgio Camuffo — uno degli studi di grafica e comunicazione più sperimentali del Veneto — per rilanciare una diversa immagine della città lagunare: una realtà dove si vive, si lavora e si continua a pensare,

nonostante tutto. Se ci limitiamo a Venezia, qui esistono molti altri luoghi che si

dedicano al contemporaneo con programmi e attività continuative e molto specifiche: dalla Fondazione Bevilacqua La Masa alla Fondazione Querini Stampalia, dalla

Collezione Peggy Guggenheim a Palazzo Grassi, a una serie di gallerie private che portano in città artisti noti della scena internazionale. La Venezia che resiste non si può trovare in piazza San Marco, né tra le maschere made in Taiwan delle bancarelle di Rialto; ma si trova per esempio alla Giudecca, negli studi d’artista voluti dalla Fondazione Bevilacqua La Masa, l’istituzione che dal 1898 produce cultura promuovendo in particolare i giovani artisti. Dagli studi, punto di riferimento per molti artisti dell’ultima generazione, sono passate le ricerche più interessanti degli ultimi anni, tra cui Alvise Bittente, Ludovico Bomben, Davide Zucco, Federico Maddalozzo, Nemanja Cvijanovic, Mario Tomè e Kensuke Koike. “La Biennale è finita. Noi restiamo”, si leggeva nei manifesti appesi in città il 12 dicembre del 2007, invito al confronto lanciato dai Magazzini del S.A.L.E. di Punta della Dogana e rivolto alle più importanti istituzioni cittadine del contemporaneo per discutere di come l’arte potesse intervenire nei processi di creazione di una città viva, aperta, internazionale e consapevole. Oltre allo stereotipo di una bellezza ormai sfiorita e museificata, lontano dalla presenza mediatica dei colossi Guggenheim e Pinault, in laguna covano sotto le ceneri tanti fermenti creativi e tante voci diverse accomunate da un lavoro costante e tenace. Ma si sa che “restare” non è facile (forse neanche giusto) e se è vero

che artisti come Maurizio Cattelan, Grazia Toderi, Monica Bonvicini, Luca Buvoli, Lara Favaretto e Luca Trevisani sono emigrati da tempo, e non solo dal Veneto ma dall’Italia, è altrettanto vero che questa regione, Venezia in particolare, può essere anche una grande fucina di idee e di talenti, seppure in una fase ancora embrionale. Tra questi ci sono gli argentini Amparo Ferrari e Sebastian Zabronski, originari di Buenos Aires ma dal 2003 residenti a Venezia, un po’ per caso e un po’ per scelta,

come dicono. Hanno fondato il collettivo Conceptinprogress, attraverso cui danno vita

a performance, installazioni e provocazioni sempre in bilico tra ironia e fragilità. Si presentano come “partner, amici, compagni nella vita e nell’arte” e mettono fortemente a nudo la propria intimità. Anche questa nudità così esposta, apparentemente in balìa del pubblico, è in fondo un altro modo per affermare la propria esistenza. 

 

ALBERTO TADIELLO, Senza Titolo, 2006. Penna nera su carta, trapano, compasso, 50 x 60 cm. Courtesy T293, Napoli; NICO VASCELLARI, Cuckoo (Vestizione), 2007. Courtesy Monitor, Roma. Foto: Ale Zuek Simonetti.

 

Lavorare a Venezia significa soprattutto confrontarsi con un contesto paesaggistico e architettonico unico. Camminando, il corpo diventa misura dello spazio architettonico e la relazione che s’instaura con esso è totalmente di tipo organico: si definisce e si disegna mano a mano che lo si percorre e percepisce. Molti artisti che si sono formati in questo ambiente hanno quindi lavorato performando lo spazio  nell’architettura: è il caso di Giorgio Andreotta Calò. Dopo la partecipazione alla XII Biennale del Mediterraneo nella sezione “Public Art”, anche lui nel 2006 è stato selezionato — come molti altri artisti veneti, da Carolina Antich a Elisabetta Di Maggio, a Lara Favaretto, a Roberta Iachini, a Lucia Veronesi — al Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti. Un’artista che ha invece assorbito tutta la visionarietà spaziale della laguna è Margherita Morgantin, che nei suoi video addirittura fa evaporare paesaggio, corpi e architettura sospendendoli come nello spazio spaesante del sogno. Chi sembra avere tutte le carte in regola è Alberto Tadiello: ha frequentato l’ultimo corso della Ratti, si è diplomato allo IUAV, è uno dei residenti negli studi della Bevilacqua La Masa e ha appena terminato una residenza in Viafarini. Nel suo lavoro utilizza principalmente l’installazione sonora e il disegno. All’Accademia di Belle Arti di Venezia si è formata un’artista come Vania Comoretti, che ha vinto il Premio Saatchi & Saatchi ed espone adesso le sue opere — una lente d’ingrandimento attraverso la quale conduce un’indagine sull’essere umano — alla

Royal Society of Portrait Painters di Londra. Di una generazione precedente sono i lavori di Maria Morganti e Mariateresa Sartori, che saranno presentati con progetti site specific alla Fondazione Querini Stampalia. Che cosa succede invece se dal capoluogo si prosegue verso l’interno? Anche nel campo della produzione artistica, il Veneto dell’entroterra mantiene fede alla sua immagine di estrema produttività e ingegnosità, forte di una politica culturale che ha deciso di investire sul connubio arte-impresa (la neonata Fondazione March a Padova o l’Hangar Design Group a Mogliano Veneto sono la dimostrazione di un sistema che funziona). La presenza, inoltre, di gallerie come la storica Studio La Città di Verona e la più giovane Perugi di Padova aggiornano e divulgano il lavoro di artisti locali in un confronto internazionale. Senza dubbio il “Patto per l’arte contemporanea”, stipulato nel 2003 tra Stato e

Regioni, ha dato l’avvio a un insieme di azioni per la promozione e l’incremento del patrimonio pubblico che anche in Veneto ha avuto una ricaduta positiva e il cui risultato più evidente è il centro culturale C-4 di Villa Caldogno (Vicenza). Ma le attività si sono moltiplicate sul territorio da quando sono attive a Vicenza Fuoribiennale e lo spazio Monotono - agenzia per il contemporaneo che hanno saputo cucire, attraverso una serie d’incontri trasversali, l’esigenza di un’imprenditorialità attiva e curiosa con i temi della contemporaneità. Uscire da

Venezia e dislocarsi permette infatti una presa più forte sullo spazio circostante e una maggiore consapevolezza della realtà e del proprio ruolo. È interessante il percorso di Arcangelo Sassolino, artista che vive e lavora a Vicenza, che ha in corso la sua prima personale al Palais de Tokyo: dopo aver frequentato dal 1990 al 1995 la School of Visual Art di New York, ha continuato a lavorare come designer presso

l’industria di giocattoli della Casio di New York prima di far ritorno a Vicenza nel 1996 e iniziare la sua carriera artistica. Anche il giovane Alessandro Ambrosini lavora a Vicenza muovendosi tra video, fotografia e installazioni mettendo al centro del suo lavoro una riflessione sull’handicap. Nico Vascellari è una delle presenze dell’ultima generazione più attive e mature sul territorio Veneto. Oltre alla partecipazione all’ultima Biennale di Venezia, adesso è impegnato nella performance con Arto Lindsay al Portikus di Francoforte. Si tratta di uno dei suoi rituali, una sorta di visione distorta di una parata carnevalesca brasiliana. Come sempre l’artista sospinge verso qualcosa di ancestrale, di atavico, attraverso il recupero di un linguaggio addirittura primitivo. Qualcosa che ritroviamo anche nel lavoro della giovanissima artista lituana Agne Raceviciute, residente a Treviso: “I miei lavori spesso si dividono in due: da una parte c’è un forte richiamo alla tradizione e al senso leggendario del mio paese

natale, e dall’altra c’è un senso razionale e produttivo che richiama il posto dove vivo. Il Veneto è la regione dei piccoli paesi circondati da imponenti colline. Quello che accomuna è un senso di isolamento che permette di immaginare e soddisfare i propri bisogni”. Alla fine, tirando le somme rimane la certezza di un Veneto che si pone come realtà di eccellenza fin dalla formazione accademica e universitaria, costantemente pronta a rigenerarsi con nuovi contributi ma dove i giovani artisti — non riconducibili a un comune denominatore o a particolari tendenze — preferiscono muoversi, piuttosto, come tante monadi isolate. Stabilizzare qui la propria carriera d’artista è molto più complicato che altrove. Questo rende più arduo il compito dei critici, dei curatori e degli altri addetti ai lavori. Individuare i talenti non è facile: bisogna saper guardare.

 

 

Chiara Bertola è critica d’arte e curatrice. Vive e lavora a Venezia. 

Veneto: innovetion valley - SPECIALE VENETO
Cristiano Seganfreddo

TERRITORIO, RISORSE ECONOMICHE E CREATIVITÀ

 

 

VENETO, VENETO, VENETO. La locomotiva d’Italia, la sacrestia del Bel Paese, la terra

della Lega. Un luogo pensato spesso per luoghi comuni, dove amano andare gli inviati

speciali dei grandi giornali per capire dove si addensa parte della ricchezza mondiale. Il

Veneto è una megalopoli inconsapevole, con 5 milioni di abitanti, estesa come Los

Angeles, con sette province, emblema della città diffusa, come scrive Richard Burdett:

2.500 zone industriali, 340 musei, 450.000 imprese, 15.000 SUV e un reddito pro-capite

tra i più alti al mondo.

 

DAN GRAHAM, Curves for E.S., Villa Caldogno, 2005. Foto: Giovanni Paolo Leoni. 

La sola provincia di Vicenza esportava nel 2001 quanto la Grecia e il Portogallo insieme. Un’incredibile piattaforma economica che riserva un’altrettanto curiosa e bulimica capacità di produzione contemporanea in un atipico, quanto fortunato, dialogo tra design, produzione, arte e invenzione. Qui vengono pensati e prodotti quasi tutti i grandi marchi dell’abbigliamento: da Diesel a Replay a Gas, dalla Maison Margiela a Bottega Veneta, da Diadora a Benetton, alle nuove collezioni di Yamamoto. Lo stesso vale per il design: dagli storici vetri Venini alle nuove forme di Foscarini, dalla sperimentale Magis alla rombante Aprilia, alla sicurezza di Dainese, al lusso di Bisazza. Una densità incredibile, che fa formulare l’idea che ci troviamo nel cuore dell’industria creativa mondiale. Dato ammesso anche dalla Comunità Europea, ma non ancora riconosciuto internamente. Ed è per questo che il Veneto ha sempre un vago retrogusto di provincia della provincia.

E l’arte contemporanea? Dando per assodate le realtà storiche, come la Biennale di

Venezia (con le sue criticità, le sue declinazioni, la sua insularità e la sua storica chiusura autoreferenziale), le Fondazioni (Collezione Peggy Guggenheim, Bevilacqua La Masa, Querini Stampalia) e qualche Palazzo (da Palazzo Grassi a Palazzo Forti, al Museo Castelvecchio), esistono pochissimi progetti contemporanei affermati. Le gallerie sono ancora rose senza spine (da segnalare la

Galleria ArteRicambi per il coraggio), le fiere senza una progettualità definita (la più importante è Art Verona), i centri indipendenti pochissimi; gli artisti invece sono molti, unica nota davvero positiva. Tra gli indigeni famosi, come Maurizio Cattelan, Elisabetta Di Maggio e Grazia Toderi, sta nascendo una nuova generazione post Lara Favaretto, tra cui Nico Vascellari e Luca Trevisani. E su quella si innesta il lavoro di mappatura e rilancio della benemerita Fondazione Bevilacqua La Masa, con le residenze e il Premio annuale riservato a giovani artisti. Ma è soprattutto un atteggiamento generale che si sta generando. Anche grazie a una visione, poco istituzionale ma efficace, della Regione del Veneto che sta sostenendo il nuovo fermento underground. C’è infatti una grande voglia di contemporaneo. Stanno nascendo collettivi tra l’arte e il design, come i giovani Fram_menti o Start-up a

Castelfranco Veneto (TV), nuovi spazi, Interzona di Verona con il suo ultimo ciclo

sulla nuova video arte italiana o i 400 mq di Monotono a Vicenza. Nuove fondazioni, tra pubblico e privato, come la Fondazione March di Padova, costituita da Silvia Ferri De Lazara e Porsche Italia, stanno realizzando progetti con continuità. Agli incontri serali di Fuoribiennale, per il ciclo “Creative R’Evolution”, con artisti, architetti, curatori (da Rem Koolhaas a Bruce Sterling a Gilles Clément) arrivano anche 350 persone. Una villa veneta è diventata la sede di C-4, il primo centro italiano di formazione per l’arte contemporanea dedicata ai manager, con progetti, tra gli altri, di Olafur Eliasson, Dan Graham o Lucy + Jorge Orta. E sei grandi

aziende locali, da Trend a Arclinea, sono starting partner di una triangolazione con il Guggenheim di Venezia, Unicredit e Regione. 

 

In senso orario: DAVID TREMLETT, Stanza 3, Villa Caldogno, 2006. Foto: ORCH/orsenigo_chemollo;

veduta di una villa progettata da Alvaro Siza, Parco di Villa Colonnese, Arcugnano (VI);

una veduta della sede dell’azienda Dainese, Molvena (VI).

Un macello di fine Ottocento, l’Archivio Bonotto, sul ponte di Bassano del Grappa sta diventando un grande centro d’arte, con una collezione-archivio in progress

di 4.000 lavori Fluxus e uno spazio temporaneo dedicato a giovani artisti. Per il

ponte nuovo c’è un concorso internazionale che tra gli invitati annovera Zaha Hadid e David Chipperfield. Un mulino dei primi del Novecento, il 503 di Dainese, è diventato un centro espositivo tra arte e design, mentre il magazzino Dainese, detto il cubo nero, è un imponente landmark territoriale. Una fabbrica come Sinv Holding, che produce Moschino e Dimensione Danza, in giardino ha la casa del vento di Steven Holl, quella in cui vive Richard Tuttle nel New Mexico, e negli show room di abbigliamento espone progetti speciali realizzati da giovani artisti, scelti con Franco Noero. Piccole zone industriali, come la Zermeghedo, chiamano il Gruppo A12 per inventare una barriera idrologica, ma artistica; vecchie fornaci, come quella per l’Innovazione di Asolo, diventano incubatrici di imprese creative ma anche sedi di mostre e di formazione al contemporaneo. Ville venete si trasformano in “fabbriche del sapere” tra arte e danza, con programmi di residenze e progetti site specific come la palladiana Da Porto di Montorso Vicentino, o Villa Pisani che si lascia sedurre da interventi di Michel Verjux, e che ha già in programma un denso calendario di interventi di artisti internazionali. Ci sono luoghi come la vecchia tipografia dei Rumor che oggi sono la sede dello studio Flavio Albanese, grande

collezionista e Direttore della rivista Domus, un continuo punto di riferimento per molte discipline. E tra le villette a schiera e le grigie zone industriali non mancano esempi di architettura come quella di Alvaro Siza, o di Massimiliano Fuksas per la distilleria Nardini, una delle più antiche aziende del mondo che si rinnova con un segno architettonico. E luoghi magici come la Fabbrica Alta di Schio, sede della prima industrializzazione italiana, con i suoi 12.000 mq e 5 piani, si sta reinventando con una dismissione creativa. Insomma, non solo e non più l’idea del museo d’arte come panacea di tutti i mali, ma soprattutto l’idea che solo attraverso la triangolazione tra un territorio, le sue risorse economiche e la contemporaneità possa succedere qualcosa di nuovo. E inaspettato. Che cambi la vita della gente prima che l’arte. Un grande e unico distretto culturale evoluto, per citare le ricerche illuminanti di Pierluigi Sacco. Il Veneto oggi ha la pretesa, ma soprattutto la voglia di chiamarsi Innovetion Valley, il luogo a più alta densità per metro quadro di industrie creative, ovvero diventare uno dei veri hot-spot europei. Collegatevi.

 

 

 

Cristiano Seganfreddo è Manager del Contemporaneo. Vive e lavora a Milano e a Vicenza.

Inchiesta Veneto - I PROTAGONISTI DEL SISTEMA DELL’ARTE
Giancarlo Politi

UNA REGIONE DAL FORTE SVILUPPO CULTURALE. Nelle pagine che seguono abbiamo raccolto le testimonianze di alcuni protagonisti del sistema dell’arte della Regione Veneto. Per capire se questa regione stia diventando, o sia diventata, una

realtà attiva e dinamica della scena artistica contemporanea nazionale. Abbiamo dato la parola, in totale libertà e senza alcun pregiudizio, a critici, galleristi, collezionisti ecc. Anche qui, sicuramente, non abbiamo potuto interpellare ogni operatore della

regione (qualcuno per indisponibilità, altri per reticenza, altri ancora per nostra dimenticanza o ignoranza), anche se abbiamo cercato di farlo. Nel Veneto sono presenti numerose Istituzioni pubbliche e private e associazioni per l’arte contemporanea, ma che non sempre sono portavoci dirette della nuova realtà artistica. Noi riteniamo che questo spaccato sia molto verosimile a una realtà in movimento (soprattutto Venezia, divenuta l’epicentro di ingenti interessi legati alla visibilità e a questa nuova centralità che è la città lagunare) e che certamente non mancherà di riservarci grandi sorprese. Siamo certi che la Venezia rappresentata da Pinault e dal nuovo museo di Punta della Dogana, grazie alla spinta privatistica e illuminata del mecenate francese, diventerà una vera città europea dell’arte.

 

FORMAZIONE

 

 

 

 

 

 

 

 

ANGELA VETTESE

 

Facoltà Design e Arti, Università IUAV, Venezia

Direttrice Corso di Laurea Specialistica in Produzione e Progettazione delle Arti Visive (CLASAV)

 

D: Quali opportunità reali offre lo IUAV ai giovani artisti e a tutti gli artisti in generale?

Angela Vettese: La formazione, in Italia, è spesso carente. Noi cerchiamo di offrire una formazione di tipo internazionale: i nostri studenti incontrano docenti (laboratori di 11 settimane) e artisti di varia provenienza.

Critici come Hans Ulrich Obrist e Francesco Bonami in passato, oggi Carlos Basualdo e Cornelia Lauf; artisti come Tania Bruguera, Antoni Muntadas, Jimmie Durham, in passato Rirkrit Tiravanija, Giulio Paolini, Olafur Eliasson, Mona Hatoum, e così via. Le prospettive reali sono quelle che ogni ragazzo insegue. Lo studente di maggiore successo è stato Tomas Saraceno. Tra gli ultimi

laureati Alberto Tadiello, che ha appena avuto una personale a Viafarini. Tra i curatori, Irene Calderoni lavora ormai da anni presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo; Daniela Zangrando ha ripreso in mano la rivista Perché di Giacinto Di Pietrantonio e lavora con lui alla GAMeC; Mara Ambrozic ha curato il Padiglione straniero con Andrea Putrih. Dal nostro dottorato è uscita Paola Nicolin (Artpresse, Abitare, Bocconi) e vi sta lavorando Marinella Venanzi (Ventiquattro, Ask/Bocconi, Bevilacqua La Masa).

D: Quale ruolo sta svolgendo lo IUAV nel contesto veneto?

AV: Dallo IUAV sono usciti ragazzi che hanno creato gallerie (Jarach, per esempio) e hanno realizzato mostre a Venezia in spazi no-profit (Marco Baravalle ai Magazzini del Sale). Molti (Nikola Uzunovski, Nemanja Cvijanovic, Mara Ambrozic, Gaston Ramirez) sono spesso stranieri che animano la realtà locale immettendovi nuove idee. Lo IUAV sta anche facendo “arrabbiare” l’Accademia, il che scatena un effetto positivo sul piano qualitativo dell’insegnamento in entrambi i luoghi. La Galleria A+A offre sempre più corsi per curatori, la San Servolo Servizi ha impostato anche con lo IUAV un’ottima Summer School con residenze per artisti. La Fondazione di Venezia ha iniziato

a dare generosamente supporto sia ai docenti della facoltà, sia a giovani artisti, cui vengono offerti premi e residenze attraverso la Fondazione Bevilacqua La Masa. La Galleria Michela Rizzo è nata da poco e ha già realizzato un’esposizione di uno dei docenti IUAV, Lawrence Carroll, al Museo Correr. Molti dei nostri docenti organizzano mostre, conferenze o incontri alla Fondazione Querini Stampalia. Tutti gli studenti che iniziano a muoversi un po’ entrano in relazione con entità come Viafarini a Milano, mentre coloro che frequentano i corsi postgraduate trovano opportunità presso la Fondazione Antonio Ratti di Como e la Fondazione Spinola Banna per l’Arte.

 

 

 

 

 

 

 

PIERLUIGI SACCO

 

Facoltà Design e Arti, Università IUAV, Venezia

Docente di Economia dell’Arte

 

D: Come giudica l’attuale situazione artistico-culturale del Veneto?

Pierluigi Sacco: Credo che, dopo alcuni anni di relativa stasi, le cose stiano rapidamente migliorando. C’è ancora un forte squilibrio di qualità e quantità di offerta tra Venezia e la terraferma, ma vedo sorgere varie iniziative interessanti, che potranno crescere molto nei prossimi anni. Il coinvolgimento di molti imprenditori nel contemporaneo, che non avviene più con improvvisazione

ma con una crescente consapevolezza delle caratteristiche del sistema, è uno

degli aspetti più interessanti e da seguire con maggiore attenzione, e può essere anche il primo passo di un modello innovativo che rifletta le tipicità del

Nord Est.

D: Secondo lei, gli assessori, il sindaco ecc. stanno contribuendo a rilanciare

l’immagine culturale della regione? Cosa farebbe al posto loro?

PS: Le politiche culturali pubbliche sono sempre un campo minato: è difficile operare districandosi tra i mille vincoli dettati dalle logiche territoriali del consenso. A questo proposito credo che il Veneto, a livello regionale e di qualche realtà cittadina, offra esempi migliori della media del panorama italiano.

D: Cosa manca alla regione perché possa essere considerata una capitale dell’arte internazionale, non solo in occasione della Biennale di Venezia?

PS: Un sistema del contemporaneo molto più denso territorialmente e compatto strategicamente. Più spazio alla sperimentazione di qualità, alla produzione, alle residenze di artisti e curatori internazionali, alla formazione, alla collaborazione con il tessuto produttivo. Malgrado le grandi istituzioni culturali

che ospita, Venezia è ancora percepita più come una vetrina che come un centro di produzione. E molte, troppe, delle città più importanti della regione si

muovono nell’ambito del contemporaneo in modo discontinuo e a volte piuttosto

provinciale, a fronte di un impiego di risorse tutt’altro che trascurabile.

D: Arte e sistema dell’arte: secondo lei, c’è un’offerta sufficiente dal punto di vista privato e istituzionale per un appassionato di arte contemporanea nella regione?

PS: Ormai in Veneto comincia a esserci un pubblico dell’arte preparato ed esigente. L’offerta non è ancora completamente all’altezza, ma sono fiducioso che presto lo sarà.

 

CRITICI/CURATORI

 

1- Come giudica l’attuale situazione artistico-culturale del Veneto?

2- Secondo lei, gli assessori, il sindaco, ecc.stanno contribuendo a rilanciare

l’immagine culturale della regione? Cosa farebbe al posto loro?

3- Cosa manca alla regione perché possaessere considerata una capitale dell’arte internazionale,non solo in occasione dellaBiennale di Venezia?

4- Arte e sistema dell’arte: secondo lei, c’è abbastanza offerta dal punto di vista privato e istituzionale per un appassionato di arte contemporanea nella regione?

 

 

 

 

 

 

 

 

BORIS BROLLO

 

1- La situazione artistica è in movimento, ma troppo schiacciata su un concetto di arte come “evento” piuttosto che su una pianificazione razionale delle risorse esistenti. Ciò nonostante, vi è una creatività diffusa da parte dei giovani, che

guardano più a Milano che al Veneto come possibilità di carriera. Non si dimentichi che Maurizio Cattelan viene dal Veneto, come Monica Bonvicini, Lara Favaretto, Simone Berti e Nico Vascellari, per citare gli artisti più in vista.

2- Nel Veneto abbiamo diversi poli di attrazione, che comprendono Palazzo Forti a Verona, Padova con diversi centri come la galleria di Piazza Cavour, Mestre con Palazzo Candiani ecc; ma tutto viene sovrastato dalla Biennale. Questi “poli” esterni vanno rafforzati in quanto supporti alla giovane creatività, non come imitazione delle grandi mostre, semmai guardando a momenti di approfondimento di artisti contemporanei: come fa Bergamo, per esempio,

con l’ottima guida di Giacinto Di Pietrantonio.

3- C’è chi dice che con il museo di Punta della Dogana si risolverà tutto. Ma a una città che vanta la Collezione Guggenheim, Palazzo Grassi, il Correr con le sue mostre sul contemporaneo a cui ora si è aggiunta la Fondazione Cini con un nuovo spazio espositivo e una Biennale madre di tutte le Biennali, cosa può

mancare di più per essere una capitale dell’arte? Chiediamoci perché, invece, tutti i tentativi di realizzare una fiera sono falliti. A Venezia non c’è possibilità per una progettualità e uno scopo legati al territorio, e quindi essa resta una città per soli eventi. Rassegnamoci!

4- C’è un’offerta più istituzionale che privata, nel Veneto. Sono finiti i tempi del Premio Marzotto, che era internazionale e a cui partecipavano tutti i più grandi artisti dell’epoca. Oggi il privato, soprattutto nell’arte, non fa “squadra o sistema” come si dice. Manca, quindi, una politica culturale che lo veda in osmosi con i grandi musei o le grandi istituzioni. Tutto è lasciato all’intuizione del singolo, non si seguono le indicazioni nazionali. La Bevilacqua La Masa una volta all’anno

organizza una mostra per giovani sino ai 35 anni e questo ci assolve la coscienza.

 



 

 

 

 

 

 

 

 

LUIGI MENEGHELLI

 

1-2-3-4: Si dice Veneto e si pensa Venezia. Una città lenta, scintillante, strappata alla terra e al tempo; città che apre il suo volto segreto, ogni due anni, per la dilagante liturgia della Biennale, che coinvolge, ogni volta, spazi sempre nuovi (chiese, palazzi, isole) con la sua atmosfera un po’ kolossal, un po’ confusionaria, un po’ à la page; una città presa in ostaggio dal mondo, dopo

averlo invaso per secoli con crociati e mercanti, e che si fa vetrina di quella che dovrebbe essere la scena emergente dell’arte internazionale, anche se spesso la presenta in maniera troppo asettica e paludata. Venezia non può abdicare al

suo décor, al suo essere memoria infinita di muri e di storie: tutt’al più, può diventare dorato contenitore per i nuovi protagonisti di Canal Grande (Palazzo Grassi e Punta della Dogana) o per la Collezione Guggenheim: luoghi e opere

da vedere e rivedere, perché qui il tempo si frammenta, gli anni e i secoli si compenetrano, creando una diffusa ebbrezza visiva. Ma, se si vuole fare esperienza del nuovo, ci si deve rivolgere alle giovani gallerie (Michela Rizzo,

A+A), capaci di scommettere su linguaggi ancora sufficientemente veri per non nascondersi dietro gli alibi del mestiere e della maniera, o alla collettiva che annualmente propone la Fondazione Bevilacqua La Masa, che non ha nulla di spettacolare se non la propria “freschezza fuori sistema”. Bisogna fermarsi a

Padova per ritrovare un’amministrazione che nel suo “Progetto giovani” inserisce un’operazione come “Quotidiana”: un appuntamento dove si tenta “di disegnare la scena delle tendenze in atto”, delle sensibilità in gestazione che cercano in tutti i modi di farsi vedere. E pensare che nel Veneto c’è un pool di collezionisti che si è posto come obiettivo proprio quello di scommettere sulla ricerca. Forse saranno loro a far sì che le idee non muoiano sul nascere e a spostare in avanti la frontiera della conoscenza e della creatività.

 

ISTITUZIONI

 

1- Un’istituzione internazionale, quale è la vostra, come si inserisce nel contesto

regionale?

2- Venezia riesce ad accogliere il vostro pubblico?

3- Secondo lei, c’è abbastanza offerta dal punto di vista privato e istituzionale per un appassionato di arte contemporanea nella regione?

4- Quali sono i prossimi appuntamenti espositivi in programma?

 

 
 
 
 

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