 |

|
 |
 |
| SPECIALE PITTURA |
 |
PITTURA LINGUA MORTA O TERRORISMO CULTURALE?

|
| Sempre più spesso, negli ultimi anni, agli alti e altissimi livelli (musei cult, grandi rassegne internazionali come Manifesta, documenta, Biennali principali ecc.), vediamo il GENERE PITTURA emarginato o ghettizzato. A parlare di pittura con i più importanti curatori (Obrist, Okwui Enwezor, Bonami, Gioni, Biesenbach, Bourriaud, Hoffmann ecc.), si corre il rischio di apparire anacronistici. Eppure, tra le pieghe del mercato alto o basso, la pittura ancora persiste e in alcuni casi impazza, batte i suoi propri record per stabilirne sempre di nuovi. Che si tratti solo di collezionismo grossolano e poco colto, oppure anche i grandi collezionisti di tendenza si circondano di pittura? La pittura vive e feconda solo tra collezionisti bauscia e artisti di livello medio basso? Non dimentichiamo, infatti, la frase attribuita a Duchamp che spesso ritorna: Stupido come un pittore. Forse veramente possiamo parlare di PITTURA COME LINGUA MORTA? Si tratta di terrorismo culturale da parte di alcuni curatori snob oppure di una obsolescenza storica di una disciplina che ormai mostra le rughe? Flash Art ha interpellato alcuni critici, curatori e artisti. | | | | Marco Senaldi Critico d’arte e curatore “Painting Machine” Non vorrei sembrare il solito bastian contrario, ma io penso che la pittura non sia affatto una lingua morta. Lo penso perché mi vado convincendo che la pittura, invece che già morta, per la verità non è ancora nata. Caspita, sento già ribattere qualcuno: ma cosa ci vieni a raccontare? Dopo (almeno) venti secoli dalla sua nascita, e dopo cinque di predominio incontrastato, dire che la pittura non è mai nata è un’eresia o un paradosso! Eppure, è proprio così. Proviamo a considerare l’idea di don Benedetto Croce che un secolo fa diceva che l’opera d’arte, quando è ben formata, sta tutta nella testa dell’artista che la pensa — poi, il fatto che prenda in mano il pennello per stendere i colori, è del tutto secondario. Sembra un pensiero balzano, ma ha un significato profondo: Croce voleva dire che la pittura non è una forma d’arte a sé stante, ma solo il metodo migliore che per secoli l’uomo ha inventato per esprimere quel che nella mente si era già rappresentato alla perfezione — ecco perché non si smette mai di dipingere, perché ogni dipinto “reale” resta sempre impercettibilmente inferiore alla rappresentazione mentale da cui nasce. Arturo Pérez-Reverte, l’autore de Il club Dumas e de La tavola fiamminga (non a caso dedicato a un quadro) ha dichiarato una volta che, per scrivere un romanzo ci mette due anni, il primo per definire intreccio e personaggi della storia, il secondo per scriverla — ma ha aggiunto che proprio questo atto di scrivere è per lui solo una seccatura e si augurava che qualcuno inventasse una “macchina per mettere su carta direttamente i suoi pensieri” — Le cose non vanno allo stesso modo per la pittura? Il grande pittore non è uno che ama il profumo di trementina (quello è semmai un artigiano), ma uno che dipinge per disperazione, sperando che inventino anche per lui una “macchina della pittura” che traduca automaticamente su tela quello che lui ha già in testa. A dirla tutta, i famosi media che avrebbero surclassato la pittura, cioè la fotografia, il cinema, la televisione, il video… non rappresentano essi stessi un tentativo non tanto di distruggere la pittura, quanto di perfezionarla, di ridurre lo scarto tra idea mentale e realtà visuale? L’uso di prodotti industriali come il colore in tubetto, ai tempi degli impressionisti, e, oggi, l’impiego di software grafici come Paintbrush (che poi vuol dir “pennello”…), oppure l’uso da parte di uno come Damien Hirst di motori rotanti per realizzare i suoi fantastici dipinti “casuali” — tutti questi non sono altrettanti tentativi di andare verso la realizzazione di una simile “macchina della pittura”? E quand’anche nessuno riuscisse mai a fabbricare per davvero questa painting machine, pazienza: mi tengo volentieri tutti gli ostinati tentativi di dipingere ciò che solo gli occhi della mente possono davvero vedere, tutta la sterminata serie di meravigliosi fallimenti che ci accompagna da sempre, dal salto preistorico di un bufalo, alle sopracciglia evanescenti della Gioconda, al guizzo di una candela che sta per spegnersi di Gerhard Richter… | | | | Gian Marco Montesano Artista Caro Giancarlo, Senza nemmeno la felicità di poter star fuori dalle “beghe economiche” di una “società di venditori che preparano compratori (attenzione, qui rientri in ballo anche tu come preparatore, allenatore di compratori virtuali e non), senza amore e felicità meglio tornare a Lourdes, certo non per cercare l’umano (che poi sarebbe l’arte) ma la Madonna, per chiedere la grazia di tornare stupido sì, ma giovanissimo, anzi bambino. Ecco, vedi, te l’avevo detto che la questione della pittura era brutta, pericolosa e avrebbe evocato tutti gli spettri che si aggirano nella psicologia degli umani liberi, saggi, indifferenti al mercato e al successo economico, quegli umani che dipingono per “bisogno naturale”, con “semplicità istintiva” per “soli fi ni artistici”, spettri che covano l’odio dei giusti contro una società che stritola i valori eterni dell’arte. Adesso, caro apprendista stregone, ne vedrai legioni di questi spettri, verranno di notte a tirarti per i piedi, impedendoti anche di sognare montagne di Dollari, belle donne e tutti quei sogni che, solitamente, addolciscono il sonno di coloro che sono privi di saggezza e di libertà. Ti ci vorrà l’esorcista perché la stupidità in quanto tale non esiste, non è un Virus isolabile, è una componente umana. Una folla sconfi nata di saggi, liberi, pittori, umani e ricercatori dell’umano ti aspetta al varco. Credo proprio che sia urgente andare a Lourdes. Prego per te. | | | .jpg) | | WILHELM SASNAL, Senza Titolo (dettaglio), 2007. Olio su tela, 70 x 55 cm. Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia. | | | Gianni Romano Critico d’arte  | | | Come dice Jerry Saltz: “È dai tempi di Nixon che nessuno crede più alla storia della morte della pittura, eppure molti puntano ancora su questo cavallo perdente”. Quindi viene naturale pensare che la pittura abbia incorporato in sé questo problema di identificazione: sappiamo che esiste, che nutre grandi numeri di praticanti, ma puntualmente scompare dalle grandi mostre. Non si tratta di un problema di identità, la pittura non va in analisi perché chi la pratica sa che deve re-inventarla (anche perpetuando dei cliché), ma di identificazione da parte di addetti ai lavori che troppo spesso lavorano con uno zoom laddove ci vorrebbe un grandangolo. Il fatto è che la pittura è diventata una faccenda complessa che si nutre degli stessi paradossi o luoghi comuni che le vengono affibbiati. Ad esempio, richiederebbe un pubblico colto che sia capace di capire queste sottigliezze nella nostra quotidianità; invece non facciamo altro che incontrare collezionisti, a volte anche artisti, che credono che la pittura sia più semplice da capire: questo è un pubblico che in fondo ignora la pittura, si limita a guardare le figure, come se si trattasse di pubblicità. | | | Giacinto Di Pietrantonio Direttore della GAMEC di Bergamo Premesso che a me piacciono tutte le forme d'arte. A mio avviso la pittura è l'unica o una delle poche forme d'arte che non potranno mai morire. Il motivo è molto semplice, perché è un tipo d'arte che non ti puoi immaginare, ma devi vederla realizzata. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Poniamo che Cucchi, Richter, Spalletti, Kiefer dicano di star dipingendo un ritratto, un paesaggio, ecc., finché non vediamo l'opera finita non sapremo mai se è riuscita o meno, al contrario di un'installazione o di un ready made, dei quali si può dire in anticipo, almeno al 50%, se funziona o meno. Naturalmente questo non è un giudizio di valore su una tecnica o un'altra, in quanto ci sono quadri e ready made belli e interessanti, e altrettanti brutti e inutili. | | | | Alessandro Rabottini Curatore della GAMEC di Bergamo Il discorso sulla morte della pittura — o per lo meno sul suo cattivo stato di salute — ha successo all’interno del sistema dell’arte almeno quanto il discorso, altrettanto ciclico, sulla morte di tutta l’arte contemporanea è diffuso al di fuori dello stesso sistema. Personalmente non vedo nell’estrema popolarità di mercato che ha la pittura, un necessario segno della sua bontà e della sua qualità, anzi spesso — e pensiamo a questo proposito al caso eclatante della cosiddetta Scuola di Lipsia — le due cose si contraddicono. Ma credo che l’errore, quando si parla di pittura, sia di parlarne ancora secondo il vocabolario dell’Avanguardia, che vuole l’approccio ai media in termini di specificità, mentre questo è contraddetto dalla pratica stessa degli artisti, che non ragionano più in questi termini e che non usano più la pittura — ma nemmeno il video o la fotografia né la scultura — in una prospettiva “specifica”. Finora ho avuto la fortuna di curare mostre di artisti come Johannes Kahrs, Victor Man, Pietro Roccasalva e Ian Tweedy che, in modi diversi, fanno un discorso sulla pittura estremamente libero. Non è un caso se, infatti, nelle conversazioni che ho avuto con loro non ho mai sentito parlare di stile, né tantomeno della pittura come un linguaggio, e questo è sintomatico di uno scarto tra la pratica artistica e quella critica e/o curatoriale, a vantaggio della prima. | | | | Pier Luigi Tazzi Critico d’arte e curatore Io amo profondamente la pittura, da quella rupestre di Lascaux e Altamira a quella di Marlene Dumas, di Luc Tuymans e di Peter Doig, per non dire di quella recentissima praticata da certi artisti isan, da Nim Kruasaeng al giovanissimo Jirayu Rengjaras. Era allora agli inizi di tutto,sarà fino alla fine, di tutto. Ma la pittura è una faccenda oscura, parafrasando Boetti. Ce n'è tanta, troppa, assolutamente detestabile, mediocre e, quel che è peggio, pretestuosamente terapeutica. Il grande mercato ci "zazza", il "second hand market" ci specula con enormi profitti, il nuovo pubblico dell'arte vi si consola. Ma io amo profondamente, e da sempre, la pittura. | | |  | | PETER DOIG, Orange Sunshine (dettaglio), 1996. Olio su tela, 200 x 275 cm. Courtesy Victoria Miro, Londra. | | | Cristiana Perrella Curatrice del Contemporary Arts Programme della British School di Roma  | | | Gli artisti non si chiedono se la pittura sia viva o morta. Ad essere finita è la definizione dell'arte per linguaggi, l'opposizione della pittura ad altri media. La pittura è una possibilità, una delle tante, praticabile accanto alle altre e non necessariamente in alternativa: si dipinge e parallelamente si fanno installazioni, video, performance, senza vedere in questo alcuna contraddizione. Basti pensare a Pietro Roccasalva, Roberto Cuoghi, Chris Evans, Erik van Lieshout, Spartacus Chetwind, Assume Vivid Astro Focus — per fare i primi esempi che mi vengono in mente — tutti artisti emergenti sulla scena internazionale, che elaborano il loro discorso lavorando con le tecniche più diverse. L'arte oggi mi sembra più che mai contraria alla chiusura, a una lettura preferenziale, unificante. La stessa pittura sfugge alle definizioni, è deflagrata, si è fatta spazio praticabile — Katarina Grosse ne è un esempio. È rappresentazione ma anche auto-riflessione, è concetto, manualità, tecnologia. Ciò non toglie che si possa scegliere di lavorare nell'ortodossia del mezzo e con esiti straordinari, vedi Sasnal. Una condizione di incertezza, di imprevedibilità, rende la pittura invece molto contemporanea. | | | Elio Grazioli Critico d’arte e curatore  | | | No, non credo che la pittura sia diventata una lingua morta, così come non mi pare che sia "ghettizzata", neppure dai campioni della critica d'arte di cui fate i nomi. Il recente articolo di Francesco Bonami, sulla vostra rivista dedicato a Rudolf Stingel per esempio, non mi è sembrato per niente male e lascia intendere, almeno a me, che da artisti di tale intelligenza e sensibilità ci possiamo aspettare ancora altro. D’altro canto, l'artista vivente più "caro" al mondo, lo sapete meglio di me, è ancora un pittore, Peter Doig, che ha attualmente una personale al Musée d'art moderne de la Ville de Paris. Il problema però esiste e fate bene a rilanciarlo. Il fatto è che la pittura, ma ormai anche la fotografia, il video e quant'altro, sono diventati media "sfruttati" a fondo e dunque io dico: finalmente — sono tornati difficili. È difficile dipingere oggi, come, lo ripeto, è difficile fare arte in generale. Dico solo un paio di cose in più specifiche sulla pittura. La prima è che forse è nelle accademie che la pittura è o è stata negli ultimi tempi "ghettizzata", perché i nostri colleghi non sanno che dirne e farne. La seconda è che dalla pittura può forse venire addirittura un rinnovamento auspicabile dell'arte in generale che sintetizzerei proprio con le parole di Doig che rispondono in un’intervista alla domanda sul perché ha scelto la pittura: "Senza dubbio perché mi sembrava una nicchia, come se si trattasse di un'attività un po' a parte. Era quasi come diventare poeta". Sono solo esempi, ma sono dei richiami ad affrontare le questioni invece che aggirarle in nome del proprio imbarazzo. In fondo, ribadisco, avrei comunque potuto rispondere la stessa precisa cosa sulla fotografia, il video, la performance lingue morte, semplicemente citando altri invece di Doig. Altri chi? Altri artisti. Il problema sta piuttosto qui. | | | | Maria Rosa Sossai Critica d’arte e curatrice Già da tempo la pittura non riesce a intercettare l’attenzione e la considerazione del gotha dell’arte contemporanea internazionale, di osservanza strettamente concettuale; ma forse lo stesso si potrebbe dire per qualsiasi opera che faccia appello, come nucleo creativo, a nient’altro che alla sua appartenenza a un genere artistico. Le ragioni sono da ricercarsi in un progressivo declassamento linguistico - critico dei generi, che non ha nulla a che fare con la loro floridezza economica nel mercato, a conferma della distanza esistente tra il gusto di un pubblico generico e quello degli addetti ai lavori. In questo senso, il linguaggio si conferma l’indicatore per eccellenza delle tendenze: se in passato infatti il termine pittura era sinonimo di arte, oggi descrive letteralmente la tecnica pittorica e lo stesso dicasi per la parola pittore. Ciò che viene riconosciuto prioritario è il pensiero artistico, di volta in volta tradotto in collage, dipinti, scultura, film, installazioni, ecc, spesso assemblati tutti insieme, come ci insegnano molti artisti. La sfida oggi richiesta, afferma l’antropologo delle scienze Bruno Latour, non è solo di gestire e produrre (nel nostro caso un’opera), ma di pensare il proprio tempo, ovvero di “proporre dei concetti che cerchino di catturare l’esperienza attuale di una molteplicità di attori”. | | | | Alberto Mugnaini Critico d’arte e curatore Se dovesse esprimere il senso di un destino, la formula ut pictura poesis sembrerebbe sancire una doppia crisi. Come la poesia, perdendo ogni dimensione editoriale, è scaduta da ricerca letteraria a sfogo di massa via internet, così la pittura starebbe seguendo una simile sorte: praticata da una moltitudine ed esiliata dai centri di potere. Bisogna però distinguere la sua inadeguatezza alle esigenze di spettacolarizzazione, di risonanza mediatica e di costruzione dell’evento, da un effettivo impoverimento delle sue potenzialità sintattiche. Non mi sembra che oggi, come linguaggio, la pittura, pur con un po’ più di storia alle spalle, appaia maggiormente logorata del video, ad esempio. E’ lecito parlare di obsolescenza, di stanchezza, di ripetitività, ma queste sono qualità negative che investono tutto il sistema delle arti e non solo la pittura. Il problema è che essa affonda in un passato la cui storia è considerata disciplina antiquariale, e postula una memoria e una cultura simbolica che mal si confanno a un’attualità incancrenita nel rispecchiamento di se stessa. Personalità come David Hockney e Gerhard Richter hanno contribuito ad aprire nuove strade, che pochissimi, però, sono in grado di percorrere ed ampliare. Forse il peggior nemico della pittura è proprio questo esercito spennellante e presuntuoso che ha ucciso perfino il fascino della cattiva pittura. | | |  | | PIETRO ROCCASALVA, Senza Titolo (dettaglio), 2006. Olio su carta su forex, 34 x 25 cm. | | | Guido Molinari Critico d’arte e curatore  | | | La Modern Tate questa primavera offriva un’acuta mostra sul Dada, con al centro la figura di Marcel Duchamp. Nelle prime sale si poteva notare come proprio l’artista, che voleva andare oltre “l’emozione retinica”, fosse stato anche un eccellente pittore. Oggi non esistono più le condizioni storiche per una simile divaricazione in difesa dei mezzi freddi (ready made, fotografia, performance ecc.). Gli estremi si sono ricomposti in un bilanciamento differente e variabile. È sicuramente vero che, mentre nelle fiere d’arte la pittura impazza, in alcune grandi mostre di caratura europea la pittura viene quasi del tutto ignorata. Si tratta di riflessi prodotti da questo momento storico. Innanzitutto, è un dato di fatto che stiamo vivendo un trionfo di massa della creatività “fredda”: cellulari che permettono di video registrare e fotografare, spazi personali virtuali quali i blog e siti come MySpace o YouTube sono una dimostrazione lampante. La creatività popolare contemporanea si nutre di registrazioni, di manipolazioni di dati e di confronti serrati con la realtà. Probabilmente alcuni curatori avvertono questo clima e scelgono delle linee espositive che vogliono raccontare il mondo attraverso un sentire più ampio e comune. A volte però, facendo questo, non pongono in primo piano la solidità qualitativa del singolo artista. Dunque il reportage emozionale, colto in una visione d’insieme lascia a volte in secondo piano lo sguardo ravvicinato sulla specificità del singolo. Alcuni problemi però permangono anche nell’ambito della pittura. Molti credono con ragione che oggi dipingere implichi uno sforzo creativo maggiore rispetto alla scelta di operare con installazioni, ready made o quant’altro. Per chi sceglie di lavorare con colori e pennello il confronto con la storia e con le tecniche sedimentate è uno sforzo che deve essere considerato. Eppure alle fiere d’arte vediamo tantissimi dipinti di artisti che sembrano usare la pittura come uno strumento senza memoria. Forse proprio la leggerezza di questo approccio crea a volte risultati straordinari e intriganti ma tante altre volte un’inflazione di soluzioni che scadono nell’“usa e getta”. Complessivamente possiamo dire però che la situazione è mutata. Tra le tante presenze in campo operano anche alcuni artisti di grande rilievo che sanno muoversi con ogni mezzo espressivo, come alcuni eccellenti pittori che, quando dipingono, dimostrano un impegno fermo e preciso verso gli strumenti che utilizzano. | | |
 |
 |
 |

|
| Marco Scotini Critico d’arte e curatore Non si tratta di prolungare il ritornello della morte dell’arte aggiungendo un altro necrologio al nutrito registro dei decessi modernisti. Dopo la fiera dadaista, dopo il dirottamento situazionista, dopo il sepolcro allo spazio di Klein e tanto iconoclasma modernista, sarebbe arrivato ora — e con grande ritardo — il turno della pittura, da tempo anticipato dalla scomparsa del quadro? Non si tratta neppure di conservarne la specie in vetrine all’interno di un apposito dipartimento museale chiamato “Pigmenti su superficie”, come ha fatto il mio amico Jens Hoffmann, esponendo quadri recenti come manufatti etnografici per occhi postmodernisti. Da un lato, la nostra idea del tempo è radicalmente mutata e la definizione del contemporaneo non passa più per il binomio traguardi/anacronismi; dall’altro, la scena dell’arte, come quella coeva del lavoro, appare come un cumulo di modi di produzione (dove sta “anche” la pittura) in cui siamo tanto poco interessati al medium quanto un imprenditore di oggi lo è per le materie prime e i processi di produzione. Nell’epoca del “lavoro immateriale” siamo tutti immersi in un tempo in presa diretta o performativo, in cui la comunicazione e il rapporto sociale diventano produttivi per sé stessi. Per questo la più grande pittura recente è quella che si misura con l’archivio del tempo e della fotografia. Anche se è vero che i bianco/nero di Vija Celmins, i salti temporali di Neo Rauch, le opere datate di Luc Tuymans, fino alle immagini de-saturate di Janis Avotins, potrebbero apparire come l’elaborazione di un lutto. Che però non sono. | | | | Andrea Lissoni Critico d’arte e curatore Non parlerei di una lingua morta, specie considerando almeno tre questioni per me centrali. La prima: all’interno della recente generazione di artisti legati alle varie forme di writing sono emersi autori che dimostrano uno straordinario talento e una capacità di invenzione di nuove relazioni fi gura/sfondo, corpo/paesaggio, fi gurazione/astrazione. Non so se defi nirei Blu, Ericailcane, Canedicoda pittori, ma è indubbio che rimettano in gioco radicalmente questioni legate alla tradizione della pittura attraverso la strada delle sottoculture. La seconda: l’animazione (meglio il suo “ritorno” o la sua glamourizzazione) ha consentito a ottimi “pittori” di rievidenziare la propria ricerca; la cosa vale nei due sensi: dall’animazione/illustrazione verso l’arte e dalla pittura tradizionale verso l’animazione (i casi sono molti, da Alessandri Pessoli a Stefano Ricci alla giovane Marta Roberti; e a livello internazionale, da Shrigley a Sasnal). La terza: è indubbio che mettersi a esplorare aree territoriali nei coni d’ombra geografi ci dell’informazione del sistema dell’arte (per essere generici, Balcani, Caucaso, centro Asia soprattutto, America Latina fronte Pacifi co) signifi chi confrontarsi con una storia della pittura spesso di grandissima qualità che ha il pregio di rimettere in gioco produzioni “moderniste” (anni Cinquanta e Sessanta) pronte a entrare prepotentemente in impreparati mercati locali alla cerca di identità, o anche internazionali, alla ricerca di segni e gusti che riorientino il presente. | | | | Gigiotto Del Vecchio Critico d’arte e curatore Non credo si possa parlare di crisi o di scarsa considerazione della pittura. Piuttosto, la pittura sta tentando di difendersi dai tanti pittori che cercano di denigrarla attraverso il loro atteggiamento conservatore e stantio. Oggi si parla molto di pittoricità dell’opera, di un clima che parte dalla pittura per andare in direzioni più articolate del quadro e basta. Una pittura che sperimenta e si appropria di altri linguaggi: questo è quanto esiste oggi e interessa a molti curatori internazionali. Lukas Duwenhögger, Michael Borremans, Wilhelm Sasnal, Lutz Brown, David Korty, Victor Man, Richard Hawkins, Nader Arhiman, Pietro Roccasalva: sono alcuni dei tantissimi “postpittori” in circolazione. | |
 |
 |
 |

|
| Paola Noè Critica d’arte e curatrice A mio parere il problema in questione – che effettivamente c’è e si percepisce chiaramente – si può riassumere nel fatto che la pittura in questi ultimi anni ha dimostrato una mancanza di sperimentazione. Per tutto il Novecento (ma anche prima) la pittura non è stata solo pittura pittura: è stata il Cubismo di Picasso, il Suprematismo di Malevich, il Neoplasticismo di Mondrian, il Dadaismo e poi l’Action Painting, il Neoespressionismo, il Minimalismo, per arrivare a decenni più recenti con la Bad Painting degli anni Novanta. La pittura come genere ha sempre avuto il privilegio di essere territorio franco su cui avviare qualsiasi tipo di sperimentazione-innovazione. Territorio franco lo è stato (e forse lo è tutt’ora) anche per il mercato e per i collezionisti: uno spazio negoziale, di denaro, di beni, di storia, di archivio. La risposta alla tua domanda, per restare in termini linguistici, potrebbe essere: la pittura oggi come oggi è passata da lingua (non morta) a dialetto: quindi, contemporaneamente, snob se viene parlato in casa Agnelli, volgare se viene parlato al mercato del pesce, nobilitato se affidato alla penna di un poeta… La morte della pittura in quanto lingua presupporrebbe l’assenza di locutori nativi che invece sono numerosi. Aggiungerei il fatto che quell’arte contemporanea che è sperimentazione per gli addetti ai lavori, soprattutto critici e curatori, per il pubblico generalista che va alle biennali e fiere contemporanee è lingua muta: non si capisce, non dice niente, non vuol dire niente. Dieci anni fa Chris Ofili ha fatto scalpore quando ha utilizzato sulle sue tele lo sterco di elefante. Era una forma di sperimentazione pittorica. Dieci anni dopo al cinema davanti al film Hunger di Steve Mc Queen si assiste a una forma di sperimentazione analoga, pur mancando tele e pennelli: Bobby Sand dipinge le pareti della prigione Maze in cui è rinchiuso con un fregio di merda. | | | | Marcello Smarrelli Critico d’arte e curatore  | | | La stanza di Michaël Borremans alla 4a Biennale di Berlino (2006), la collettiva “The Painting of Modern Life” (2007) all’Hayward Gallery di Londra, “Men with Music” (2007), la personale di Johannes Kahrs alla GAMeC di Bergamo, i piccoli quadretti di Francis Alys. Sono tra le prime cose che mi vengono in mente se penso alla pittura attuale e non come sinonimi di decadenza, ma al contrario come esempi di vitalità e di grande valore estetico nel variegato e qualitativamente altalenante panorama dell’arte contemporanea. Del resto, impostare la valutazione della qualità estetica di un’opera d’arte sul tipo di media usato per realizzarla è sempre limitante. Sappiamo che gli artisti rispettando una tradizione storica consolidata nel tempo e ancora attuale, sono tra i più attenti sperimentatori di nuovi materiali e tecniche, coraggiosi pionieri che si avventurano sui terreni inesplorati delle nuove tecnologie, alla ricerca di metodi sempre più efficaci per comunicare le proprie idee. Già da tempo assistiamo a un progressivo riavvicinamento dell’arte alla scienza, tendenza che a Parigi è stata stigmatizzata con l’apertura di Le laboratoire, spazio privilegiato di incontro, lavoro e sperimentazione tra artisti e scienziati. Sono le idee che continuano a costituire la questione centrale quando si tratta di valutare esteticamente un’opera d’arte, qualsiasi sia la materia di cui essa è composta. La categoria a cui l’opera appartiene, arti visive, cinema, musica ecc. può ancora costituire un criterio di valutazione, anche se negli ultimi anni i confini sono andati sempre più sfumandosi fino a scomparire. Un’opera d’arte visiva, sia essa pittorica, sonora, performativa, installativa, composta da immagini in movimento ecc. può rispettare delle regole o sovvertirle, ma deve muoversi sempre nell’alveo della storia dell’arte che la giustifica e la rende comprensibile. Ogni autore, qualsiasi sia il genere a cui esso appartiene, ha delle precise responsabilità nei confronti dei suoi spettatori. Ma questo potrebbe essere l’argomento di una prossima discussione. | | | | Ivan Quaroni Critico d’arte e curatore “La pittura. Un oggetto fuori uso?” Ci sono cose che non invecchiano mai e altre che raggiungono rapidamente un livello di obsolescenza che le condanna all’oblio. La pittura, come medium, appartiene alla prima categoria. Tramontano gli stili e le modalità operative, cambiano i supporti, i materiali, le fonti d’ispirazione, ma persistono le urgenze espressive che solo un mezzo potenzialmente illimitato come la pittura può soddisfare. Oggi è più che lecito chiedersi come possa la pittura reggere il confronto con la sovrabbondanza iconografica prodotta dalla televisione, dal cinema, dall’editoria, dalla pubblicità, da Internet e dai videogame, come possa competere con l’efficacia immediata delle immagini generate dall’industria dell’intrattenimento, senza apparire, infine, frusta e obsoleta, come un oggetto fuori uso. In verità, la pittura ha due sole possibilità di sopravvivere: o impara a dialogare con questi linguaggi, assumendo modalità che non le sono “proprie”, oppure si definisce in opposizione agli altri media, cercando di elaborare codici e linguaggi autonomi. Appartengono alla prima categoria artisti affermati come Takashi Murakami e Yoshitomo Nara, che hanno saputo connettere l’arte tradizionale con lo stile dei manga, degli anime e dei videogame. Fautori di una pittura influenzata dalla cultura del surf, dello skate e del writing sono, invece, gli artisti di “Beautiful Losers”, la fortunata rassegna a cui hanno preso parte, tra gli altri, pittori come Barry McGee (qualcuno ricorderà la splendida mostra alla Fondazione Prada), Ryan McGinness e Chris Johanson. Una pittura contaminata, ibrida, spuria fino al punto da confluire nell’illustrazione è, infine, quella del “Pop Surrealism”, un movimento partito dalla California nella seconda metà degli anni Ottanta e oggi seguito da un gran numero di gallerie in tutto il mondo, oltre che da Juxtapoz, una delle riviste d’arte più vendute negli Stati Uniti. Al contrario, ricerche pittoriche scarsamente influenzate da altri linguaggi, ma anzi impegnate in una sorta di originale recupero di atmosfere folk, dal sapore vagamente retrò, sono quelle di Marcel Dzama, Jules De Balincourt, Jockum Nordström e Amy Cutler (alla quale Flash Art dedicò una splendida copertina), pittori che raccontano con uno stile fiabesco, allo stesso tempo crudo e ironico, storie di straordinaria follia, con cenni di satira sociale e politica. All’alveo di una pittura autonoma, che guarda, anche con notevole ironia alla propria storia come a un’inesauribile fonte d’ispirazione, appartengono artisti come John Currin, Kara Walker, Kehinde Wiley, Glenn Brown e il più recente Neo Rauch. Altri, come Franz Ackermann, tentano di conferire a questa pratica antica un nuovo statuto, estendendone il dominio operativo fino a invadere lo spazio tridimensionale con quella che viene giustamente chiamata una “pittura espansa”. Tutti questi artisti, tanto quelli disposti a ibridare la pittura con altri linguaggi, quanto quelli impegnati a rivendicarne l’autonomia, dimostrano con la loro presenza nei musei e nelle rassegne internazionali che la pittura è un po’ come quei giocattoli rotti che la fantasia dei bambini riesce incredibilmente a destinare a nuove, imprevedibili funzioni. | | |  | | LUC TUYMANS, Animation (dettaglio), 2002. Olio su lino, 174 x 250 cm. Courtesy David Zwirner, New York. | | | Domenico Quaranta Critico d’arte e curatore Qualche tempo fa, un amico se ne uscì con una strana frase: scopo dell'arte è dare vita a una bella immagine. Strana perché pronunciata da un artista iconoclasta, plagiarista, polemico nei confronti del tradizionale concetto di autore, che non ha mai preso in mano un pennello avendo a che fare, per lo più, con bit e protocolli di rete. Per tutti questi motivi, questa frase chiedeva di essere compresa al di là del suo presunto significato retrogrado. Mi ci sono soffermato a lungo, sedotto dall'idea di intendere il termine immagine nel suo senso più ampio di idea, concetto, contenuto. Ma no: l'amico parlava proprio di immagine. La temporalità del video, la spazialità dell'installazione, la natura relazionale della performance si perdono nell'immagine stampata sulla pagina di una rivista; eppure questi lavori vengono, il più delle volte, giudicati sulla base di quest'ultima. Mi sono innamorato di One Million Kingdoms molto prima di vederlo, grazie all'immagine di AnnLee perduta nel suo paesaggio di parole. Video, installazione e performance sono alcuni dei tanti destini della pittura. Ma questo è banale, e non risponde alla domanda. Tutti sappiano che la pittura deve competere con altri mezzi visuali; il problema è: sopravvive o no ad essi? La mia risposta: è sopravvissuta e sopravvive, a patto che sappia fare i conti con ciò che la mette in crisi. È sopravvissuta a Duchamp: chi oserebbe dire “stupido come un pittore” di fronte a Richter? È sopravvissuta alla fotografia, al New Dada, al video, a Photoshop, a Internet, alla condizione post-mediale descritta da Krauss e alla dittatura di curatori che sembrano amarla ben poco. A questi ultimi due fattori di crisi è sopravvissuta appropriandosi di altri media (penso a Viola, alle immagini di Gursky e a quelle di Beecroft), affiancando a tela e pennello altre tecnologie, ma anche (rimanendo fedele a tela e pennelli) uscendo dai confini del quadro, aprendosi allo spazio e diventando installazione. Guardiamo ai grandi eventi internazionali con questi occhi e vi troveremo un sacco di pittura. Certo: non vi troveremo pittori “stupidi”, “retinici” o “intossicati di trementina”; non troveremo, in ultima analisi, pittori, ma artisti che usano la pittura. La pittura non è morta: il formalismo è morto, o meglio una certa versione di esso. E uno dei video più belli esposti in Biennale si chiamava Painting. | | | Eugenio Viola Critico d’arte e curatore  | | | A mio avviso la pittura non è affatto lingua morta, gode anzi di ottima salute. Una serie di dati incontrovertibili confermano questa tendenza: il mercato dell’arte, i grandi eventi fieristici e le biennali attestano un’inversione di tendenza avvenuta già da alcuni anni a questa parte. Diverse mostre tematiche hanno riportato in auge, su un piano internazionale, il dibattito critico sulla pittura. Superato il gap della rappresentazione del reale e lo scardinamento dei propri codici linguistici, il medium pittorico risponde ormai a parametri puramente estetici, utilizza una pratica auto-riflessiva. Non a caso la pittura attinge a piene mani alle strategie estetiche della contemporaneità: spaesamento, ribaltamento ironico, citazione meta-stilistica, collegamento intertestuale, elementi che tornano nell’opera di numerosi artisti che elaborano criticamente il rapporto con la tradizione e allo stesso tempo affinano gli strumenti per ridefinire il presente di questo medium. D’altronde con l’avanzamento delle tecnologie e le malìe del virtuale la pratica pittorica si è imposta come luogo dello sconfinamento, dell’ibridazione tra pittura, fotografia e video, rinnovando il proprio statuto e aprendosi a una serie di nuove potenzialità. In questo senso la pittura diventa un ipertesto, suggerisce contesti interpretativi molteplici. L’artista rielabora consapevolmente e in maniera spregiudicata i codici all’interno dei quali opera, mette in atto, in ultima analisi, l’operazione più provocatoria: rinnovare ambiti e territori di un medium ingiustamente considerato, per troppo tempo, antiquato e conseguentemente non adatto a raccontare le lacerazioni e le inquietudini della nostra epoca. Note: 1 Si ricordino almeno Pittura: da Rauschenberg a Murakami 1964/2003, a cura di F. Bonami, Museo Correr, La Biennale di Venezia, 2003; Expanded Painting, a cura di H.Kontova - G.Politi, Karlin Hall, II Biennale di Praga, 2005 2 Tra le più significative degli ultimi anni: The Triumph of Painting. (Part I- II- III) Saatchi Gallery, Londra, 2005; Infinite Painting, a cura di F. Bonami - S. Cosulich, Villa Manin, Udine, 2006; Painting Codes. I codici della Pittura, a cura di A. Bruciati - A. Galasso, Galleria Comunale d’arte contemporanea di Monfalcone, 2006; Painting Pictures: Painting and Media in the Digital Age, a cura di A.Lütgens, G.van Tuyl, KunstmuseumWolfsburg, 2003; Urgent Painting, a cura di L.Bossé-H.U.Olbrist, J.Garimorth, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, 2002 | | | | Fabiola Naldi Critica d’arte e curatrice  | | | Siamo alle solite. Ogni volta che ci si trova a un importante crocevia (in questo caso azzarderei epocale) stilistico e estetico, si ripensa alla “vecchia” pittura e la si considera in affanno, allo stremo o addirittura definitivamente defunta. In realtà, mai come ora, proprio tutti quei mezzi dichiarati antichi ritornano prepotentemente, donando alla stessa pittura una giovinezza ritrovata. Mi riferisco al rientro in campo dell’incisione, della xilografia, dell’acquaforte o addirittura dell’affresco e del murales. Basterebbe dire che quando la piattaforma tecnologica si rende così tanto disponibile da rendere quasi ovvio l’utilizzo da parte di molti operatori culturali, altri si rifugiano nella ricerca al contrario, andando a vedere come le vecchie tecniche si possono comportare investite della curiosità di un occhio avulso dai loro stessi meccanismi. Il fascino del nuovo si tinge per ciò di un “vecchio rivisitato”, dimostrando che la differenza la fa sempre e solo colui che la usa. Stesso discorso può valere per la pittura. Non credo affatto che sia morta o lo stia per fare; credo invece che siano i pittori a passarsela male. E con questo intendo dire che, se proprio dobbiamo trovare un colpevole, allora è proprio da cercare tra coloro che la usano e ne abusano. Pensare che la pittura possa cessare di esistere pare assomigliare a quel vecchio discorso che si fa circa la morte del libro. Esistono entrambi ancora, magari affiancati da mezzi più veloci, più sofisticati, ma ancora entrambi persistono. Il fatto è che la realtà vissuta ci dimostra come i sistemi sempre più si affianchino e si avvolgano l’uno nell’altro, adoperandosi per coesistere insieme. Quando si smetterà di confrontare la pittura con gli altri mezzi espressivi, diciamo così digitali, allora, e solo allora, Lei sarà libera di prendere la propria strada. | | | | Alfredo Sigolo Critico d’arte e curatore Banalmente non credo nella morte della pittura almeno perché, in un modo o nell’altro, è sopravvissuta in passato a nemici ben più ostici dei curatori del nostro tempo come l’invenzione della fotografia, del cinema, alla rivoluzione digitale e a internet. Credo che anzi, proprio per questo, abbia sviluppato gli anticorpi per ritagliarsi sempre un suo spazio nella ricerca nell’ambito delle arti visive. Magari ci sono periodi, come il nostro, in cui si insinua mantenendo una sorta di basso profilo. Ma la filosofia ci ha insegnato che proprio le posizioni deboli fanno le differenze. Desueta e anacronistica, la pittura è un medium che mostra un’evidente inadeguatezza al cospetto dei nuovi media eppure, paradossalmente, proprio questi suoi limiti, questa sua perenne posizione di ritardo e di fuori gioco, la pongono in una posizione di vantaggio per evitare i punti di criticità della comunicazione contemporanea come l’omologazione, la ridondanza, l’enfasi e la superficialità. Poste queste premesse è alquanto scontato affermare che c’è buona e cattiva pittura. Sul fronte del linguaggio sposterei il vero problema: tra un mercato (specie quello delle aste) che tende ad essere tendenzialmente reazionario e una critica che si trova a fare i conti con le logiche del sistema globale (tempestività, spettacolarizzazione, ricambio) a pagare rischia di essere la pittura di ricerca e concettuale, spesso meno eclatante di un’installazione ambientale o di una videoinstallazione ma anche di più complessa lettura rispetto ad una persistente quantità di pittura commerciale, che indulge nel virtuosismo o si riverbera negli stilemi e contenuti rassicuranti del suo passato (questi sì anacronistici). Aggiungerei anche che questo scenario, già definito da almeno un paio di decenni, ha spinto giocoforza molti artisti che puntano sulla ricerca a scegliere strade alternative alla pittura, riducendo ulteriormente il bacino cui attingere. Per fortuna a bilanciare questo processo stanno anche casi di ritorno alla pittura di artisti nella loro fase più matura. Altra questione potrebbe essere quella di intendersi sulla parola “pittura”. Non si capisce perché alla scultura sia stato concesso di affrancarsi dall’atto di scolpire i materiali, mentre pratiche che pure hanno avuto in questi anni estrema fortuna come il disegno, il collage, il ricamo, le tecniche grafiche e persino alcune forme di espressione ambientale non possano essere comprese nell’ambito di una riflessione pittorica della realtà. In un’epoca in cui è condivisa l’opinione che le tecniche non sono più caratterizzanti nella ricerca di un artista, il quale spesso opera scelte trasversali rispetto ad esse, relegare la pittura allo spazio definito da una cornice e alla pratica esercitata con il pennello mi sembra molto riduttivo. In conclusione, credo che intorno alla pittura ci sia molto pregiudizio. E che ciò non sia del tutto avulso da una certa idiosincrasia maturata nei confronti della storia cui la pittura viene inevitabilmente associata. A quattordici anni di distanza mi sentirei pertanto di condividere molte delle riflessioni fatte dal critico statunitense Jerry Saltz in un suo noto articolo apparso su Art in America nel ’94 dal titolo A year in the life: tropic of painting. In particolare, a proposito di pregiudizi, sottoscriverei una sua affermazione critica nei confronti del profeta dei media Marshall McLuhan: anyone who thinks painting is dead makes the big mistake of thinking that the medium is the message. The medium is not the message: the medium is the medium and the message is the message. | | | | Davide Ferri Critico d’arte e curatore  | | | Il delicato problema dell’obsolescenza non riguarda solo il medium pittura. Forse l’apparente mancanza di “progettualità” da parte dei pittori o questioni come l’inevitabile “autoreferenzialità” della pittura, rendono il problema semplicemente più ambiguo. La pittura trae forza facendo dolorosamente i conti con i propri limiti (di tradizione, di supporto, di convenzioni, etc.) e già da diversi decenni gioca con la sua morte. Pare un paradosso ma proprio per questo è indiscutibilmente viva. La morte non è la fine. È invece difficile fare una valutazione a proposito della centralità della pittura nelle grandi mostre e rassegne internazionali. All’ultima Documenta, ad esempio, la piccola sala con i lavori di Richter e Lee Lozano, pur apparentemente marginale, mi sembrava una delle più riuscite. Inoltre nelle gallerie e soprattutto nei musei stranieri mi pare si presti ancora una certa attenzione alla pittura, spesso con molta sensibilità da parte dei curatori (l’unica volta che mi è capitato di vedere un lavoro di Tuymans accanto a un dipinto di Morandi è stato in un museo tedesco). Il problema della ghettizzazione della pittura, semmai, mi sembra particolarmente grave in Italia. Non so spiegarne fino in fondo le ragioni e qualsiasi discorso sulle lacune del sistema italiano corre il rischio di apparire retorico; ma è pur vero che nel nostro paese, tra la fine degli anni Novanta ad oggi, hanno avuto visibilità pittori nostrani che hanno confuso la figurazione con l’illustrazione, o che hanno maldestramente travisato la lezione di Richter. Le migliori giovani gallerie invece rivendicano con orgoglio il loro distacco dalla pittura (anche internazionale), con il risultato che artisti come Katy Moran, Rezi Van Lankveld, Michael Bauer, Mari Sunna, Christopher Orr, Kaye Donachie, etc. sono pressoché sconosciuti. Ho l’impressione che negli ultimi dieci anni nel nostro paese siano state fatte due sole grandi mostre sulla pittura veramente attendibili (il Premio Michetti del 2000 ed Infinite Painting), mentre i musei italiani continuano ad ignorare figure come Tal R, Daniel Richter, John Currin, Michael Raedecker e via dicendo… (la lista sarebbe troppo penosamente lunga). | | | Andrea Bruciati Direttore della Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone (GO) Ritengo che la ricerca debba essere intesa quale forma dinamica, modalità operativa che la tradizione assume quando tenta di salvaguardare la qualità più alta dell'arte del passato, resistendo ad ogni spinta dissolutiva. In questo senso la sperimentazione, che riguarda anche il codice pittorico, opera in costante sintonia con la tradizione da cui proviene, caratterizzandosi in forma dialettica secondo un percorso ricco di aspettative e sorprese. Un cammino coerente più che un processo sincopato, al contrario così caro a chi non conosce ed ama la storia dell'arte che, si sviluppa fluidamente con modalità prensili, pronto ad assimilare i rivolgimenti linguistici innovativi, evolvendo per rilancio e sfida. | |
 |
 |
 |

|
| Patrizia Ferri Critica d’arte e curatrice Prima di tutto quale pittura? Ovvero ci sono i pittori e gli artisti che usano la pittura. I primi fautori di un neo anacronismo ammiccante, accademico ed estetizzante anche se in veste “bad painting” che soddisfa il gusto di un collezionismo e di un mercato medio-basso, che costituisce una sottocultura delle immagini generica che gioca agli anni Ottanta, collocata anche all’interno di mostre istituzionali che vogliono essere rappresentative dell’arte italiana delle ultime generazioni, cosa che farebbe dire più che stupido, furbo come un pittore. Tra gli artisti che usano la pittura, superate le diatribe tra iconico e aniconico, c’è chi rivendica la propria appartenenza nel linguaggio tout court armato di spirito filosofico e di silenziosa riservatezza anche quando veicola contenuti sociali e politici, chi riflettendo consapevolmente sulla crisi cronica della pittura paradossalmente funzionale alla sua tenace persistenza, la utilizza come trincea del dissenso e lingua extratemporale chiusa all’interno di una cornice metafisica e poetica, chi in termini introspettivi ne fa strumento di sondaggio dei meccanismi della realtà in termini di “differenza” o di aperta competizione con i linguaggi della comunicazione mediale. Tra le ultime generazioni sono pochi coloro i quali si rifugiano nel quadro, la maggior parte preferisce far confluire la pittura ibridandola con altri mezzi espressivi o usandola disinvoltamente come uno dei vari linguaggi all’interno del proprio iter creativo, oltre il luogo comune che vede nella tecnologia o nell’installazione i baluardi della novità up to days. Si può usare la tecnologia tradizionalmente come un pennello, il video come un quadro e la pittura all’interno di un approccio multidisciplinare o come riflessione più o meno ironica sulla sua praticabilità intrinseca, l’importante è recuperare la fase processuale dell’opera che, sulla base delle premesse degli anni Sessanta e Settanta, rende possibile riparlare di sperimentazione come un vaccino rispetto ai dictat del sistema. | | | | Olga Gambari Critica d’arte e curatrice “Pittura, lingua tra le lingue” La questione sull’attualità concettuale ed estetica della pittura nell’arte contemporanea non ha ragion d’essere. È un atteggiamento capzioso che riguarda stereotipi e tendenze del sistema, cioè altro dalla vera identità dell’arte contemporanea, che si connota proprio nell’essere uno spazio aperto, senza pregiudizi, regole, generi, linguaggi. L’arte ha un DNA spurio, in cui entra tutto, rimescolandosi in metamorfosi molteplici. Il problema, invece, è che l’anagrafe degli artisti contemporanei sia in continua esplosione demografica. Pochi talenti e tanta mediocrità. Nella pittura, però, a differenza degli altri ambiti artistici, non si può bluffare. La pittura è una dimensione magica e fertile, antica quanto l’uomo, ma quando è animata da banalità dozzinale diventa immediatamente materia morta. Inoltre, il fatto che un quadro di dimensioni standard rappresenti l’oggetto tipico richiesto dal collezionista medio da un punto di vista culturale ed economico ha fatto sì che ci sia stato un proliferare di modesti esecutori per modesti galleristi. Questa situazione, però, non autorizza nessuno a negare alla pittura il pieno diritto di esistenza e di parola nella contemporaneità. Semmai richiede con urgenza di essere molto esigenti e critici, rivolgendo lo stesso rigore verso video, performance, fotografie e installazioni. Progetti spesso leggeri come il nulla, ma capaci di creare, sia per la loro cripticità sia perché appartenenti alle tendenze di moda, una vera soggezione negli addetti ai lavori come nel pubblico. | | | | Laura Garbarino Consulente d’arte contemporanea per Phillips de Pury & Company International Più che anacronistica la pittura, trovo che sia anacronistico parlare di pittura come una specialità dell’arte. L’arte contemporanea utilizza qualsiasi media perché è pura espressione di idee. È vero che la pittura è stata a lungo in declino, soffocata dalla fotografia, dal video, dall’installazione, ma sono sempre questioni di moda e gusto che poi cambiano e riprendono. Nella stessa maniera con cui ha perso, ora ha recuperato moltissimo, a livello di interesse e critica più lentamente, mentre a livello di mercato ha richiamato subito l’attenzione del mondo intero. Per alcuni media, come il video o l’installazione è necessario un collezionismo coraggioso oltre che colto, ma sono fermamente convinta che ci voglia ancora più cultura per riconoscere la buona pittura. Il “tutto è già stato fatto” non è un limite ma un punto di partenza da tener presente, per questo sono convinta che non sia facile riconoscere immediatamente un’opera pittorica di qualità. Adoro Duchamp e considero il suo pensiero l’inizio dell’Arte Contemporanea, ed è normale che la pittura allora rappresentasse l’arte accademica contro la quale scagliarsi; ad oggi spoglierei la pittura da quell’aurea intoccabile di cui ha goduto per secoli, e considerandola alla stregua degli altri media credo sia uno dei mezzi più complessi ma più affascinanti dell’arte. La differenza la fa sempre e solo il contenuto. | | | | Marco Tagliafierro Critico d’arte e curatore Credo che la pittura non sia affatto morta. Oggi questo medium attrae quegli artisti che non temono la natura fisica del segno. La pittura ha in sé la dimensione del rischio che per sempre la discosta da qualsiasi ricerca estetica programmabile. Concetti ben noti a pittori come Peter Doig che, appunto, hanno sdoganato il termine “pittore”, liberandolo dal confino entro il quale lo avevano relegato le remore di certi percorsi concettuali. Corresponsabili di questa cattività sono stati forse i loro colleghi di medium che considerano la pittura un insieme di pennellate decodificate, catalogabili in un preciso ordine tassonomico, pronte per essere richiamate in causa, sempre uguali a se stesse, al momento del bisogno. Il sistema immaginifico dei giovani pittori pare, a mio avviso, andare nella direzione di una ritrovata soggettività artistica, comunque ben lontana da un uso del simbolico stereotipato, troppo evidente, che si rifaccia a tutti gli a-priori, simbolici o poetici che siano. Concludendo, la pittura odierna, sempre secondo la mia personale opinione maturata considerando le dichiarazioni degli stessi autori, si manifesta come necessità da parte di chi la pratica e non come scelta tra differenti volontà artistiche. | | | Chiara Canali Critica d’arte e curatrice  | | | In Italia sta nascendo una nuova generazione di pittori più libera dal punto di vista tecnico ed espressivo rispetto alla precedente denominata Nuova Figurazione, che privilegia una serie di nuovi mezzi e tecniche, in un mix di elementi e stili di stampo differente, sempre e comunque codificabili all’interno della dimensione “pittura”. Questa estrema autonomia e indipendenza del codice pittorico attuale, si evidenzia nello sconfinare dei linguaggi che si compenetrano gli uni negli altri come se fossero le scatole cinesi. Oggi la pittura si relaziona e contamina da un lato con la street art e l’urban art metropolitana, dall’altro con la scultura e la materializzazione video-sonora. A testimoniare l’affermazione di questi nuovi fermenti in pittura, sono proliferati una serie di premi internazionali riservati a una generazione di pittori emergenti, dal BP Portrait Award indetto dalla National Portrait Gallery alla competizione on-line “Showdown” della Saatchi Gallery, ai concorsi italiani veri e propri, dal Premio Celeste, che tutti gli anni presenta una sezione pittura che supera di ben tre volte, per numero di iscritti, quelle di fotografia, video e installazione, al Premio Italian Factory per la giovane pittura italiana che, giunto alla sua terza edizione, si configura come un’incubatrice di ciò che sta maturando sulla più ampia scena artistica, al di fuori dei circuiti e delle mode sclerotizzate dal sistema, proprio perché aperto a qualsiasi formula e ricerca purché si utilizzi la pittura in tutte le sue possibili declinazioni. Perché, come sostiene Sabine Folie, la pittura non è stata indebolita dalla scoperta di nuovi media e tecniche espressive, bensì, al contrario, potenziata e consolidata nella sua grammatica più intima. | | | | Valentina Bernabei Critica d’arte  | | | Non credo sia il caso di parlare di lingua morta, mai, per nessun genere artistico: ci sono stagioni, cicli storici in cui una tecnica può essere più o meno considerata per diversi motivi. È quasi impossibile esautorare la pittura: essendo più che storicizzata viene riabilitata giorno dopo giorno nei musei, nelle scuole e nelle case. Questo è dovuto alla resistenza di vecchi modelli di pensiero secondo i quali la pittura coincide con il livello più alto dell’arte, soggiogata com’è al peso ingombrante di millenni di eccellenza raggiunta proprio con questa tecnica, a discapito di un’apertura a tutto ciò che è concettuale, fisico, performativo, installativo e sonoro. Ritengo che spesso la tela e i suoi derivati (e l’arte figurativa in generale) non si rivelano i mezzi adatti a esprimere la contemporaneità per come essa è: veloce, frammentata, liquida e globalizzata. Nonostante questo, forse non ne vedremo mai la fine, come nel paradosso di Zenone, come in Achille e la tartaruga, l’ultimo film della trilogia dell’artista di T.Kitano in cui è proprio un pittore a non voler far pace con il fallimento delle sue tele e col suo essere forzatamente artista. | | | | Francesco Ventrella Critico d’arte e curatore  | | | Potrei essere un po’ estremo e dire che se c’è tanta arte interessante, purtroppo nello specifico della pittura ce n’è solo di bella o brutta. Questo perché la categoria dell’“interessante” diventa per la pittura una categoria estetica (per ciò che mi guarda, nel senso rancieriano del termine). Nonostante nelle mie ricerche mi sia soprattutto occupato di performance, video e pratiche partecipative, ho sempre messo da parte quell’arte interessante, preferendogli la categoria dell’estetico. In questo senso, la pittura non è una lingua morta, affatto! Spesso sono proprio i discorsi sulla sua obsolescenza che la mortificano. La questione non sta nella morte della pittura, ma nella vita delle “Belle Arti” come luogo in cui insegnare, fare e discutere la pittura. A mio parere, il discorso andrebbe spostato verso l’“immaginazione pittorica” che appartiene a tutti quei giovani artisti e artiste che oggi, come tanti critici, lavorano sulla forma archivio, la narratività e la performatività dei diversi medium, declinati anche attraverso la pittura, il disegno, il collage… Se penso ad alcuni giovani artisti italiani, sono solo la minoranza quelli che non disegnano o dipingono, parallelamente alle loro pratiche video, performance, installazione. Alcuni lo fanno un po’ per campare (Perilli chiamava “panini” i quadri di piccolo formato che gli servivano a pagar la spesa…), altri, proprio attraverso l’“immaginazione pittorica”, stanno introducendo in Italia la cultura del DIY su diversi formati (penso alle riviste NERO e Brown). Chi se ne frega della ricerca, però, molto spesso approda alla “cosmetica”, come dice Nancy, ovvero né più né meno che un accessorio del mondo delle immagini e della pubblicità: questa pittura è indubbiamente cool, ma nel mio studio io la sostituirei volentieri con il poster di una mostra degli anni Sessanta! Chi paragona la pittura italiana e straniera si accorge che la bella pittura qui non è morta per niente. I lavori di Gioacchino Pontrelli, ad esempio, interrogando il rapporto tra pattern decorativo e spazio circostante, costruiscono sulla tela un diagramma di interpretazione che, specialmente nelle tele di grande formato, funziona come una macchina teatrale che mette la pittura in performance; oppure Federico Pietrella, che partendo dalla ricerca sul tempo della pittura, mi sembra approdato ad una concezione fotografica di esposizione della tela alla luce. Entrambi non fanno affatto “cosmetica” e sarebbero perfetti in una mostra collettiva assieme a Peter Doig, Tim Eitel, Andrea Salvino, Carla Klein, Rob Pruitt, Alessandro Pessoli, Matthias Weischer e Carola Bonfili curata da David Hockey. Ma quale museo la organizzerebbe? | | | | Alessandra Poggianti Critica d’arte e curatrice Se mi si chiede un’opinione personale, come curatrice, devo dire che il mio innamoramento alla pittura si ferma agli anni 60. Oggi mi sembra poco interessante affrontare la questione dell'arte contemporanea a partire dai suoi "mezzi". In questo senso sì, parlare di pittura è anacronistico perché tutto diventa autoreferenziale e un mero problema di rappresentazione. Se invece devo esprimere un’opinione generale, credo che la pittura continui a vivere questa doppia vita tra misticismo e mercato che non le permette di superare la sua ambiguità. | | | | |
 |
 |
 |

|
| Simona Barucco Critica d’arte e curatrice Una lingua si considera morta, quando smette d’essere strumento di comunicazione universalmente riconosciuto. Se il latino oggi è lingua morta lo si deve alla colossale opera di smantellamento culturale avvenuta nei secoli e al continuo imporlo, oggi, ai nostri studenti, sotto forma di regole sintattiche, morfologiche ed eccezioni grammaticali. Non credo che ciò possa mai avvenire per la pittura perché resta, in ogni caso, il più tradizionale dei mezzi visivi e il più compreso globalmente, capace di superare ogni barriera culturale e geografica. La pittura si muove con ampia flessibilità da sempre. Ciclicamente continuiamo ad interrogarci sul suo futuro, sulla sua capacità d’essere un linguaggio moderno e attuale e puntualmente assistiamo al suo ritorno, spesso in grande stile, perché la pittura vive della forza del gesto, della diretta connessione tra artista e materia. Ma a cosa serve oggi la pittura? forse a fornire una visione alternativa della nostra coscienza. Ad indagare in profondità le maglie della nostra psiche. A re-inventare il nostro mondo e la sua interpretazione. A farci osservare ogni cosa sotto una luce diversa. A farci apparire la realtà non univoca ma plurima, variegata, inafferrabile. La pittura è lingua morta perché non abbiamo più voglia di guardarci dentro e di esplorare con coraggio ciò che c’è fuori. La pittura è lingua morta perché sopraffatta dalla velocità degli altri media che usano l’immagine. A cosa serve la pittura se non siamo in grado di soffermarci, di riflettere? Alla pittura serve tempo per essere digerita, compresa, accolta, stratificata nella nostra mente. Vivere la pittura è impegnativo. Superficialmente, a prima vista, può apparire più decodificabile, più semplice, ma non è così. Entrano continuamente in gioco altri elementi: suggestioni, ricordi, emozioni. Il gesto che inevitabilmente la struttura, ci obbliga a compiacerla, accarezzandola con lo sguardo nelle sue pieghe più intime. | | | | Elisabetta Rota Critica d’arte e curatrice Non sono particolarmente legata alla pittura, che non prediligo certamente tra i possibili modi per fare arte, eppure non mi sento di giudicarla morta o desueta tout court, credo invece che, dopo il postmoderno, ogni mezzo espressivo possa essere validamente utilizzato ma che sia necessario fare chiarezza su progettualità e intenti. Innanzitutto il termine pittura è, di per sé, un contenitore abbastanza neutro, definendo solo una procedure tecnica: in realtà si può usare il medium pittorico, anche molto tradizionale, per veicolare contenuti eminentemente concettuali o per esprimere visivamente alcuni aspetti di un modo di vita molto più globale e multimediale, quale è ad esempio la street art che non vive certo solo di espressioni grafiche ma coinvolge video, musica e comportamenti urbani in una dinamica aperta e complessa a cui la definizione di neo-pop sta sicuramente molto stretta. Fatte queste dovute premesse, è però indiscutibile che la stragrande maggioranza della produzione pittorica in circolazione sia di pessima qualità e di assoluta irrilevanza artistica, sia che si tratti delle trite ripetizioni di ricerche astratte, ormai svuotate e manieristiche, che popolano il mercato parallelo di migliaia di gallerie non solo di provincia, sia che si tratti di quel neofigurativo, di moda ormai neppure più tanto recente, che affolla le fiere di opere furbette pronte ad essere acquistate proprio dal bauscia di turno (senza riferimento geografico, può essere di qualunque regione o nazione) che sotto sotto appenderebbe volentieri in salotto l’oleografia della Madonna di Pompei o il paginone centrale di Playboy ma che, per fregiarsi di una cultura degna del suo status sociale, “investe” sulla tela del pittore di grido e pubblicizzato, un trend che ha comunque permesso di arrotondare lo stipendio a tanti docenti e allievi di Accademie in possesso di un minimo di nozioni di figura. Per la mia formazione di stampo filosofico ho sempre pensato che la vera arte, anche quella del passato vincolata alla committenza, debba avere in ogni caso un nucleo di concettualità, in senso lato ed esteso naturalmente, debba in pratica esprimere e stimolare una riflessione sui rapporti tra l’artista e l’esserci e l’esistere, sia in ambito fisico ed economico/storico, sia in ambito psicologico e/o metafisico/ontologico: tutto il resto rimane per me relegato nell’ambito del meramente descrittivo e decorativo e lo giudico “arte inutile”e,vista alla luce di quest’ottica, la maggior parte della pittura contemporanea è desolatamente inutile, quando non semplicemente brutta. Il discorso non è comunque univoco, ma coinvolge tutti i possibili mezzi d’espressione: anche nell’arte neotecnologica, ad esempio, talora ci troviamo di fronte ad installazioni molto vistose, estetizzanti e scenografiche ma totalmente prive di contenuti e, anche in questi casi, l’inutilità è il loro unico scopo. In sintesi credo che oggi sia estremamente difficile fare arte valida con il medium pittorico, ma difficile non è sinonimo di impossibile. | | | | Massimiliano Scuderi Critico d’arte e curatore  | | | Non credo che la pittura nel mondo sia effettivamente in crisi. Personalmente la trovo noiosa quando diventa troppo narrativa o troppo decorativa. È probabile che ci sia un sincero disinteresse da parte della critica dovuto da un lato al problema della spettacolarizzazione di alcune mostre - per cui la pittura sembra meno impattante - dall’altro per l’interesse verso il sociale, in cui semplicemente la pittura ha poco da dire in questo momento rispetto ad altre espressioni. È anche vero che ciò, ad esempio in Italia, ha comportato il proliferare di mostre di artigiani, curate da critici che si sono auto-proclamati salvatori della pittura e che hanno creato un mercato medio - basso e provinciale. I nostri Sasnal credo abbiano bisogno di più spazio, di una lettura specifica e di un contesto critico nuovo. La fortuna della pittura sta nel fatto di rimanere all’interno della superficie della tela e di avere sempre un altro quadro a cui riferirsi. Mi sembra invece che, in alcuni casi, gli artisti e i galleristi abbiano utilizzato la pittura a supporto dell’installazione per uscire dall’impasse della difficile vendibilità di alcuni lavori. Ovviamente da questa considerazione sono da escludere gli autori per i quali questo approccio è necessario e il risultato convincente. La questione, in definitiva, è riconducibile esclusivamente alla qualità delle opere e degli artisti e alla responsabilità di questi ultimi di difendere il proprio lavoro, ricollocandosi al centro dell’arte. Semmai la pittura fosse un mezzo obsoleto, lasciamola morire come l’ultimo dei panda, tanto l’arte vivrà per sempre. | | | | Riccarda Mandrini Critica d’arte e curatrice  | | | Il lavoro di numerosi artisti parte oggi da una riflessione molto critica della realtà a 360 gradi. La pittura con tutta la sua ritualità e una gestualità così lenta non permette all'artista di cogliere una situazione che con tutta probabilità a breve sarà diversa. Oggi non scriviamo più con gli stessi mezzi con cui scrivevamo alcuni decenni fa (ad es. nessuno immagina di scrivere più lettere a mano); le comunicazioni sono state e continuano ad essere oggetto di nuove rivoluzioni, intese come cambiamento; difficile immaginare che l'arte restasse fortemente legata ad un mezzo così tradizionale. Una ottima gallerista mi faceva anche notare come alla pittura non si perdoni il richiamo formale con la fotografia, anche questo è assolutamente vero. Pur tuttavia, il panorama dell'arte ci offre alcune ottime eccezioni. Victor Man, artista rumeno, Meschac Gaba, che lo scorso anno, in una sua personale a Johannesburg ha presentato una collezione di opere pittoriche di grande valore, si intitolavano “Les couleurs de Cotonou”, ispirate ai colori delle case di Cotonou, la città dove è nato in Benin. Non credo che la pittura sia di per sé morta. Il pittore indubbiamente sì. Gli artisti invece e per fortuna no. | | | | Anna Marzona Critica d’arte e curatrice Non penso che non si scelga la pittura o non si parli di pittura perché ormai lingua morta e obsoleta, piuttosto penso che il problema stia nella qualità dell'arte d'oggi, dove il proliferare di opere e artisti è oramai giunto a una situazione di non controllo. Pochi sono i filtri, soprattutto a livello più basso, e allora o si utilizza la pittura come "ripiego" o si preferisce snobbarla per mezzi più propri per il nostro tempo, più facili da gestire. La pittura è riflessione, mentre tutto oggi richiede istantaneità, non c'è più tempo. | | | | Antonella Micaletti Critica d’arte e curatrice  | | | Se ancora ci interroghiamo intorno al dilemma se la pittura sia oppure no una lingua morta, a ormai vent’anni di distanza da quando la grande ventata di recupero delle tecniche tradizionali dell’arte e la rielaborazione di nuove forme di narrazione hanno rilegittimato una forma artistica in realtà mai scomparsa, è evidente che la ragione sta nel fatto che il fenomeno del “ritorno della pittura” ha investito molto più i suoi risvolti economici che non quelli concettuali. Sembra ipotizzabile pertanto che esso sia stato motivato in questi anni più da una nuova chance per il mercato che da una consapevole riflessione sulla natura vitale che caratterizza la pittura e sul suo valore fisico e sensibile (leggi dei sensi). Voglio dire che il fascino della pittura - troppo spesso identificato soprattutto in Italia con nuove soluzioni figurative quasi di natura sociologica, tanto sono state legate alle più diffuse forme di comunicazione – sta principalmente nella sua materia prima, che è pigmento, colore, superficie pittorica. Ma su questo piano la critica ha ceduto il passo al timore che la pittura potesse rappresentare il recupero di una ricerca che aveva già manifestato in passato tante delle sue possibilità espressive, e non invece uno sguardo nuovo ed attuale, facilitato dalla scelta quasi omologata dei giovani artisti. In realtà credo che ancora molto la pittura possa dire alle nostre facoltà sensoriali e alla nostra necessità di conoscenza nei termini più strettamente legati al suo linguaggio, un alfabeto basilare ma fondamentale, che parla una lingua che unisce concretezza a trascendenza, narrazione a pensiero. | | | | Mauro Cossu Artista e critico d’arte  | | | Quando 12.000,16.000 o 36.000 anni fa, senza entrare nel merito alla continua revisione delle datazioni, sconosciuti artisti impressero le impronte delle proprie mani sulla superficie delle grotte che li ospitavano, e ancora scene di caccia e altri significativi momenti del proprio stare al mondo, nacque la pittura. Che la stessa sia comunque giunta fino ai giorni nostri in quanto forma espressiva è un dato di fatto. Senza cedere a un atteggiamento didattico - maieutico e andando oltre le sistematizzazioni attuali, non si vede la ragione per ritenerla una lingua morta. È plausibile pensare che essendo vissuta tanto, vivrà ancora. A mio avviso ci ritroviamo a discutere di una forma espressiva tra le tante, sempre più numerose, con la conseguente perdita di quelle posizioni di netto vantaggio, sotto il profilo numerico, rispetto ad altre. I limiti tra le varie discipline sono talmente permeabili da indurre a una semplice riflessione: gli spazi creativi si agitano principalmente in questa linea di confine sempre più labile. Nel coinvolgimento simultaneo dei cinque sensi, gli stimoli maggiori. Il punto non è tuttavia l’utilizzo di strumenti più o meno collaudati ma avere qualcosa (di interessante) da dire. | | | | Antonella Marino Critica d’arte e curatrice  | | | Ebbene sì, lo confesso, faccio parte del drappello degli scettici (una minoranza, dopotutto), degli abiuratori e dei fedifraghi nei confronti di un pratica che pure ha alimentato i miei studi, il mio interesse per l’arte, la scelta stessa di questa professione. Non per ideologia, per partito preso o peggio ancora per indottrinamento modaiolo. Né per altrettanto sospette preferenze verso un'altra tecnica, qualunque essa sia. Ci mancherebbe. Ciascun linguaggio, vecchio o nuovo, può essere di volta in volta o insieme ad altri funzionale a comunicare una ricerca. Ma proprio questo è il punto. Se è vero (e io ne sono convinta) che le esperienze artistiche più interessarti passano oggi attraverso la necessità di esercitare uno sguardo critico sulla realtà, di confrontarsi con la sua complessità e le sue contraddizioni, di sintonizzarsi con le sue tematiche più urgenti all’interno delle quali introdurre punti di vista e approcci altri, il dubbio è che sia proprio la pittura la pratica più vantaggiosa a farsi carico di una contemporaneità tecnologica e complessa. Chi oggi decide di dipingere, non può farlo a caso. La sua non può che essere una scelta intellettuale, in grado di fare i conti con le incrostazioni del passato anche recente, la dimensione ipertrofica del territorio delle immagini, le tentazioni virtuosistiche e il surplus intimistico e decorativo che tende a insinuarsi anche nel più rigoroso approccio postconcettuale. Mission impossibile, dunque? Non ci giurerei, anche se, almeno in questo momento, gli stimoli più interessanti per me provengono da altre direzioni. | | Veronica Liotti Critica d’arte e curatrice Da circa un anno curo una rubrica di arte per una rivista medica. La richiesta della redazione è stata da subito quella di pubblicare giovani artisti italiani attivi in ambito pittorico. Il mio entusiasmo si è presto scontrato con la realtà dei fatti, è sempre più difficile trovare giovani pittori – e non credo che il problema sia ascrivibile al solo ambito italiano – che facciano un lavoro di qualità portando avanti una ricerca rigorosa. Sebbene per i non “addetti ai lavori” la pittura possa apparire come un medium semplice e rassicurante – a differenza dell’arte digitale, delle installazioni ambientali e degli happening – forse per una certa consuetudine e familiarità con l’estetica del dipinto – ormai nemmeno l’astrattismo spaventa più “il volgo” – oppure perché l’opera pittorica ha una dimensione fisica “ponderabile” e “possedibile” tuttavia, la pittura non è affatto “semplice” per chi l’arte “la fa”. Il problema, a me sembra, risiede nella difficoltà di essere originali e innovatori in un ambito di così lunga tradizione. Recentemente ho avuto modo di scoprire e apprezzare la ricerca di un giovane bresciano, Stefano Capuzzi, che sfrutta le “imperfezioni” del medium pittorico per “umanizzare” e “scaldare” l’algida perfezione del disegno digitale. Le grandi tele quadrate, risultato di un complesso iter a più fasi, strati e medium, sono vivaci foreste di forme e colori dove è quasi impossibile distinguere tra tecnologia e tradizione pittorica. Anche Eva e Franco Mattes (aka 0100101110101101.org) si sono rivolti al “calore” della tela per mitigare l’aspetto “metallico” delle stampe digitali della serie “13 Most Beautiful Avatars” (2006-2007) e per avvicinarle all’estetica della ritrattistica classica. Che sia allora questo il destino della pittura? Venire in aiuto della grafica computerizzata riconciliandola con la nostra sensibilità di esseri umani imperfetti? | | | | Elisabetta Tolosano Critica d’arte e curatrice La pittura nel passato aveva la funzione di riprodurre immagini, testimoniare eventi o visualizzare concetti e allegorie. La pittura andava ben oltre le finalità decorative. Per la religione cristiana la figurazione ha sempre avuto un valore didattico didascalico, insegnava per immagini episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento, rendeva visibili i concetti di bene e male e indicava la giusta via al buon cristiano. Le famiglie reali, per secoli, hanno utilizzato i ritratti dei loro figli per combinare matrimoni strategici. Re e imperatori chiamavano a corte valenti pittori per immortalare eventi e battaglie vittoriose. La produzione pittorica era indispensabile per la comunicazione sociale, politica, diplomatica e religiosa dalle antiche civiltà fino alla metà del XIX secolo. In questi ultimi secoli il nostro modo di vivere e di comunicare è cambiato molto più rapidamente di quanto non sia successo nei millenni precedenti. Le arti figurative non potevano rimanere immutate. Con ciò non si deve decretare la morte della pittura e delle tecniche tradizionali, ma è ovvio che fruizione e finalità di queste siano cambiate rispetto al passato. Non dico che la buona pittura, astratta o figurativa che sia, non possa rappresentare la contemporaneità. Un dipinto, poi, può avere un’ottima funzione d’arredo, è facilmente commerciabile e può essere un bene rifugio. Ma la pittura, quella a olio in particolare, è una tecnica lenta, richiede tempi e spazi di una civiltà artigianale e non industriale o telematica. Quando la pittura non è banale, passatista o replica del passato è un lusso, una pausa di riflessione estetica nel mondo frenetico delle immagini. La pittura non è la sublimazione dei linguaggi dei nostri tempi, perché per rappresentare il reale o l’immaginario usiamo altre tecniche, non migliori ma più rapide, più attuali. Prima della nascita della fotografia, il disegno e la pittura erano necessari, indispensabili come la mnemotecnica lo era prima dell’invenzione della stampa, della stenografia e della registrazione. Nonostante queste riflessioni, auspico che la pittura sopravviva alle più accreditate scelte curatoriali, continui ad essere insegnata nelle scuole d’arte e praticata da artisti consapevoli come non deve perdersi l’esercizio di tradurre le lingue classiche. | | | | Jenny Dogliani Critica d’arte e curatrice  | | | Mi sono chiesta più volte se la pittura non sia un mezzo inadeguato a rappresentare la realtà contemporanea in tutte le sue dinamiche sfaccettature e certo non sempre è d’impatto, come lo sono invece installazioni visive o sonore. Ma ricordo, per esempio, di essermi seduta con lo sguardo disarmato di fronte ad alcuni quadri di Kiefer: nessun altro tipo di opera avrebbe mai potuto farmi penetrare nella pelle il ricordo dell’olocausto come i semi di girasole secchi e privi di vita, imprigionati negli spessi cretti di colore applicati sulla tela a formare lande cupe e desolate. Il fatto è, io credo, che la pittura necessita di tempi e modi di fruizione più lenti e contemplativi, diversi insomma rispetto a quelli a cui il mercato dell’arte contemporanea ci ha abituati. Forse la pittura è disarmante e forse per questo le è più difficile farsi strada in un mercato “trendy” che spesso punta su mirabilia ed effetti speciali ma che poi, paradossalmente, stabilisce i suoi record su dipinti di impressionisti e moderni o sulla più giovane pittura cinese. Io non credo che la pittura sia una lingua morta e se posso con un pizzico di ironia ribaltare la frase di Duchamp, forse siamo noi troppo stupidi per la pittura ma questo solo il tempo potrà dirlo, del resto come scrisse Théophile Gautier: “Tutto passa, solo l’arte robusta è eterna!”. | | | | Luca Panaro Critico d’arte e curatore  | | | Ho sempre creduto che l’utilizzo contemporaneo della pittura fosse ormai in declino, eclissato dalla propria obsolescenza. Mi sono spesso stupito del largo consenso che hanno continuato a godere in questi anni alcuni artisti, nonostante l’evidente ed involontario anacronismo di certe opere. Questo però non significa che la pittura sia morta, ritengo solamente che sia svanito l’interesse per un certo modo di utilizzarla. Credo che gli artisti debbano impegnarsi maggiormente per farla uscire da questa imbarazzante condizione di “fuori moda”, valorizzandone le peculiarità ed instaurando un nuovo rapporto con la società circostante. Basterebbe guardare alla scultura e alla capacità di questo medium di re-inventarsi nel tempo, instaurando relazioni con l’ambiente museale ma soprattutto con quello urbano, divenendo così “installazione” oppure “public art”. I mezzi non muoiono, si rinnovano (o almeno dovrebbero), resistono al tempo mutando assieme a ciò che li circonda, senza mai negare le caratteristiche che li contraddistingue. | | | | Jacqueline Ceresoli Critica d’arte e curatrice  | | | La pittura è un’enciclopedia dell’immaginazione, non è “out” e mai lo sarà finché sarà vista, diffusa e divulgata come linguaggio innovativo. Il colore, la forma, il segno sperimentano infinite varabili e nuovi codici, ibridandosi con altre tecniche contemporanee. In Europa, in Cina e in America Latina la pittura figurativa, nonostante l’attuale moda del multimediale, è vivacissima. La pittura nel nuovo millennio affascina anche i giovani artisti e non soltanto il mercato dell’arte, non è più etichettata superata come avvenne negli anni Settanta. Una tela, con i sui colori e forme intorno a un immagine più o meno definita, appaga il desiderio del nuovo perenne che tormenta i talenti di tutti i tempi, anche se non è “sensazionalistica” come altri linguaggi visivi. Il problema non è se la pittura sopravvive o meno nella “modernità liquida” delle acrobazie tecnologiche, ma è il suo contenuto, l’energia del colore, del segno, del gesto che la determinano. Non è la pittura in via di estinzione ma i modi di declinarla. La domanda è: perché la comunicazione non la “iconizza” come una forma d’arte di tendenza e una ricerca in bilico tra tradizione e innovazione? La pittura è stata il linguaggio delle avanguardie e delle neoavanguardie, puntando non sulla mimesi ma sulla traslazione della realtà, così è stato per Picasso, Pollock, De Kooning, Vedova, Klein, Bacon, De Dominicis, Schifano, Kiefer, Clemente, De Maria, Barcelò, Baselitz, anche la Bad painting americana costantemente alla ricerca di perturbazioni visive. Un segnale inequivocabile di ripresa della pittura nel mercato dell’arte dal 2000, è stata la vendita da Christie’s di Der Hongress - professor Zander - (1965), olio su tela di Richter per 4.500.000 dollari, seguita nel 2006, da quella di Mao (1972) trasformato in una icona pop da Warhol, battuta all’asta per 15.500.000 dollari. Nel 2008, Triptych (1974-77) di Bacon è stato battuto a Londra per 23.500.000 sterline. Questi e altri dati confermano che la pittura è viva e vegeta ed è considerata come un investimento “sicuro”, oltre le mode; insomma è un mattone dell’arte e il resto è letteratura per i molti che non se la possono permettere. | | | | Roberta Ridolfi Critica d’arte e curatrice  | | | Nell'epoca attuale la pittura rappresenta, forse inconsciamente, un linguaggio che rimanda al passato. Che ci piaccia o no, dobbiamo riconoscere che la contemporaneità è un tempo “strano” accelerato che ci ha resi voraci consumatori di novità. Viviamo in città che pullulano di messaggi che inneggiano al futuro, attraverso ritrovati tecnologici, e quant’altro la modernità ci mette a disposizione. Le immagini che ci bombardano le pupille non lasciano spazio alla contemplazione intima e personale della bellezza, anzi questo stato di cose ha creato una sorta di assuefazione che poco o nulla ha a che fare con tutto ciò che rappresenta la tradizione. E' proprio questo il punto, la gente mostra poco interesse verso la pittura perché rappresenta la saturazione dell'interesse, prodotta dalla storia dell'arte, mentre si sente attratta dall'alternativa, dalla fotografia digitale, dall'installazione e da tutti gli altri linguaggi che compongono il contemporaneo. Il fatto del collezionare è poi un'altra faccenda: penso infatti, anche per esperienza personale, che chi colleziona arte si indirizzi verso la pittura per avere una certa sicurezza, sia d'investimento, sia per piacere personale nel mettersi oggetti in casa che diano un certo benessere emotivo. Insomma non credo che la pittura sia ormai divenuta lettera morta, penso piuttosto che le persone diano ora più retta alla novità, un po' per seguire la moda, un po' per dar voce alla propria impulsività che altro non è che un aspetto del nostro tempo. | | Luigi Meneghelli Critico d’arte e curatore Si può parlare di sparizione della pittura dalle grandi rassegne internazionali solo se la si intende confinata nella propria storia, nella memoria dei propri procedimenti tradizionali. Da più di un secolo invece essa ha smesso di barricarsi in un’asettica dimensione virtuale (il quadro), per protendersi in ogni direzione e farsi territorio che si relaziona con le altri arti, con le altre forme di espressione visiva. La sparizione allora si configura come trasformazione, come ri-definizione degli statuti stessi del dipingere. Non più lavoro manuale opposto alla tecnologia, ma pratica che è influenzata e influenza altri media (foto, pubblicità, video, televisione). Rimane emblematica l’affermazione di Richter: “Non voglio copiare delle fotografie, voglio farle”. Il che è come affermare la volontà di spingere la pittura a mostrare quel congedo dalla realtà che è in fondo anche ogni documento oggettivo. È chiaro che essa non è più un dato autoreferenziale che si appoggia e si legittima attraverso la sua tecnica. Testimone delle immagini artificiali, essa, l’archetipo di ogni immagine, forse si è messa a sondare questo splendore epidermico che è diventato il mondo: in altre parole si è messa ad usare il suo linguaggio, per farci capire che “ciò che vediamo non è necessariamente ciò che è”. Solo che in questa maniera la pittura si fa anche riflessione, pensiero, domanda (e non solo sui modi della rappresentazione, ma anche sui modi di essere della cosa rappresentata). Non è una lingua morta, è una lingua mimetizzata, che si re-inventa senza interruzione, per non vedersi sfuggire il presente. Si misura oltre se stessa, oltre ciò che è assodato in essa, per occupare spazi imprevisti, per aprire verso discorsi da molto tempo trascurati. Non è anacronistica, è ancestrale; non è inattuale, è perennemente originaria. Probabilmente per questo non la si vede spesso o, più semplicemente, non sappiamo più vederla. | | | |
 |
 |
 |

|
| Alberto Zanchetta Critico d’arte e curatore I critici e le istituzioni à la page si contendono l’epitaffio dei pittori, magari attribuendo loro una frase di Rousseau: “Poco sensibile alle lodi lo fui sempre alla vergogna”. In realtà hanno ragione i – veri – pittori perché tra tutte le arti visive la pittura è la più strettamente connessa alla questione deontologica: un dipinto dovrebbe essere sempre un atto morale, e proprio per questo niente o nessuno potrà intaccarne l’integrità. Si vorrebbe tacciare la pittura come anacronistica, renderla inattua[bi]le, ma questo è un “falso storico” (non dell’artista bensì del critico). In molti hanno inteso la morte dell’arte come sedicente morte della pittura, il fatto è che la morte non deve essere imposta né revocata, bensì accettata, così come si accetterebbe il sacrificio nei rituali religiosi. Per molti millenni la pittura si è dimostrata immortale, mentre adesso il suo destino è di morire e resuscitare in modo sistematico – ovvero scomparire e riaffiorare, come accadde negli anni’ 70 e ’80 – perché la/il fine ultimo è il conseguimento della massima esperienza possibile, e soltanto la morte può rendere piena e completa un’esistenza. In ogni ciclo vitale (ivi compreso quello della pittura) è necessario che ci sia un punto di partenza (Lascaux) e uno d’arrivo (il Novecento); dopo di allora sarà possibile ricominciare a vivere (Terzo Millennio). Personalmente sono favorevole a qualsiasi morte metaforica in quanto presuppone una rinascita, che è ben altra cosa da un revival, e quindi anche una catarsi. Credo infatti che la pittura del XX secolo fosse in errore quando era motivata da un sentimento di sopravvivenza, il tentativo di prolungare la propria esistenza rischiava di non avere più senso, mentre il “senso di tutta una vita” ci è reso noto quando si è in procinto di morire. Con l’epoca moderna e con il postmoderno, la pittura si è spinta a [più di] una morte plateale per testimoniare il raggiungimento del suo apogeo: un’espressione massima che è destinata a perpetuarsi anche in futuro, non tanto perché antica ma perché naturale. Nonostante ora si trovi lontano dalle luci della ribalta, c’è da aspettarsi che presto la pittura non solo risorgerà ma addirittura insorgerà contro il diktat dei musei contemporanei, rivendicando il posto che le appartiene di diritto. | | | | Simona Cresci Critica d’arte e curatrice L’assenza di pittori nelle più importanti manifestazioni di arte contemporanea a mio avviso è vincolata dalla “dittatura dei curatori”, condizionati a loro volta dall’andamento delle tendenze artistiche, che variano a seconda delle esigenze di mercato. Un circolo vizioso nel quale ammetto, forse con un minimo di provocazione e senza compiacersi con falsi e spesso ipocriti intellettualismi, che ne possiamo entrare a far parte, se veniamo selezionati per alcuni importanti circuiti, soliti a dettare l’andamento dell’arte contemporanea. Ma a questa realtà che, appunto, esiste, rifletto se veramente bisogna considerare o no la pittura morta: si nota indubbiamente la sua assenza, ma ponendomi l’interrogativo sul concetto stesso di dipingere, penso che oggi possiamo anche permetterci di sorvolare sulla scelta del mezzo espressivo, se si prende in considerazione che il fine dell’opera non è lo strumento con il quale viene realizzata, bensì la riuscita di comunicare un determinato messaggio. | | | | Queste invece sono le reazioni pervenuteci a seguito dell'invio della nostra Newsletter sempre sul tema "Pittura Lingua Morta?" | | | | | | Ciao Giancarlo, come stai? Spero meglio, con la tua allergia. Ieri sono andata all’opening di Cecily Brown da Gagosian. Mai vista cosi tanta gente a un opening in galleria, e per riempire quella sulla 24th ce ne vuole tanta. Era strapieno. Ho visto anche Ferrara e Veltroni con compagnie diverse. Poi Dash Snow, David Salle, Chuck Close, galleristi dal Lower East side, ecc... Un’altissima affluenza di giovani. Non credo proprio che la pittura sia morta, almeno qui a New York. Magari è solo curiosità per la Brown, ma veramente è stato un evento. Non pensavo. Tra l’altro, lei mi è piaciuta molto: è arrivata sul tardi ed era visibilmente emozionata per l’audience, sorridente con tutti ma anche timida. Niente a che fare con l’immagine sexy da rivista di moda. Anzi, non mi è sembrata neanche bella, direi graziosa. Mi ha dato energia, un buon esempio per i giovani. Baci. Amalia Piccinini, amalia.piccinini@gmail.com | | Caro Giancarlo Politi, la mia vita è segnata dall’incontro con la pittura. Il mio parere sulle questioni che sollevi sarà quindi fatalmente inquinato da quei personalismi che hai chiesto di evitare, e per nulla oggettivo. In compenso, non sarà generico e mi auguro possa fornire spunti di discussione imprevedibili. Come forse sai, sono da quasi undici anni un gallerista che si occupa in maniera esclusiva di pittori e scultori. Sono arrivato tardivamente a questa professione, dopo essere stato per quindici anni un illustratore iper-realista per la pubblicità. Per perfezionare la tecnica pittorica, ho fatto un lungo apprendistato, e con l’esercizio metodico ho capito che la pittura ha delle leggi precise con le quali ci si misura, e che esistono degli attendibili criteri di valutazione della qualità. Naturalmente buona pittura non significa buona arte, e lo dimostra l’eccelsa fattura dei deprecabili quadri “pompier” o, al contrario, il recente successo critico della Bad Painting. La pittura che si vede oggi nel mondo dell’arte è lontana anni luce per competenza, confidenza e “classe” da quella dei grandi maestri dell’Ottocento formati nelle accademie e atelier del tempo, e persino da coloro che hanno ripudiato l’accademismo alla fine del secolo e successivamente. Figure come Boccioni o Kandinsky, fino ad arrivare ad Afro, avevano autentico mestiere, mentre mi sento di dire che un Peter Doig, che pure fa cose meravigliose, probabilmente non avrebbe passato l’esame di ammissione all’Ecole des Beaux Arts di Parigi del 1850. Con la rarefazione dei bravi pittori, sono diminuite le persone competenti anche tra il pubblico, quelle in grado di apprezzare quelle qualità puramente manuali, tecniche e linguistiche che, senza essere l’essenza dell’opera d’arte, ne sono il più piacevole strumento di seduzione. La scomparsa della buona pittura non è legata, secondo me, a scelte curatoriali, ma a un problema di costi e tempi che la rendono inadeguata a partecipare al mercato e alle mostre pubbliche con quella prontezza e disponibilità quantitativa che è necessaria. I criteri di selezione nel sistema dell’arte, poi, sono divenuti molto ministeriali. Credo che sia inutile domandare a commissioni di fiere o musei che devono vagliare migliaia di candidature di soffermarsi sulla qualità e rarità dei singoli pezzi, quando certi nomi sono una garanzia implicita che snellisce il processo di scelta e mette al riparo dai ricorsi degli esclusi. Rimane da chiedersi se la pittura ha un futuro. Il problema è molto generale e riguarda la conservazione delle capacità artigianali in una società del benessere di massa. Come osservava Levi-Strauss, quando una cultura muore la possono riesumare solo gli archeologi e temo che la stagione dei Friedrich o degli Ingres sia scomparsa per non tornare più. Occorrerebbero investimenti colossali per recuperare e rilanciare quel patrimonio di conoscenze e non credo che questo possa accadere con la vigente logica del profitto. Nel mondo reale però si stanno facendo strada fenomeni come “SlowFood” che premiano il valore artigianale preludendo al ritorno di comportamenti generalizzati che legano la qualità ai tempi lunghi necessari per ottenerla. Staremo a vedere. Dal canto suo, il sistema dell’arte mi appare impacciato da gerarchie, burocrazia e soprattutto vecchi pregiudizi. È diventato tutto il contrario di quel regno della libertà di pensiero che contraddistingue le vere avanguardie e quindi poco reattivo nel recepire certi fermenti della società. Ho conosciuto pittori arrivati a esiti straordinari in tarda età, che rimangono bloccati per mancanza di un vero curriculum (fa ridere pensare che ne serva uno per farsi guardare) e quindi, come giustamente fai notare, costretti a vivacchiare commerciando nelle retrovie, neanche sfiorati dall’alone di notorietà di cui sono onorati autentici “bidoni” con l’aura del giovane artista in carriera. Il discorso potrebbe continuare all’infinito. Duchamp diceva che i pittori erano stupidi pur essendo un ottimo pittore e Warhol, che era un fantastico disegnatore, preferiva stampare le serigrafie. Ma stavano prendendo in giro gli artisti o chi, cinquant’anni dopo, avrebbe comprato le scatole di Campbell Soup da Sotheby’s invece che al supermercato? Ti saluto con la più sincera cordialità. Jimmi Rubin, inforubin@galleriarubin.com | | Caro Giancarlo Politi, ci siamo conosciuti nei primi anni Sessanta nella galleria Numero di Roma. Probabilmente non ti ricorderai perché nel frattempo tu da giovane critico sei diventato protagonista di successo, io da giovane artista sono diventato un vecchio che cerca di capire il senso della vita usando l’arte come strumento di conoscenza. Non è il caso di considerare queste parole come manifestazione di frustrazione, perché io vivo molto felicemente questa condizione che mi permette di non dare eccessiva importanza al giudizio che gli altri hanno di me e del mio lavoro, riservandomi, privatamente, la valutazione delle cose, anche con molta severità. In quanto al tuo quesito a proposito di pittura o no, provo a darti una mia risposta. Se parliamo d’arte il problema non dovrebbe porsi. Personalmente considero la conoscenza e la coscienza di un uomo e del suo ambiente come una necessità primaria e l’arte lo strumento linguistico più efficace a perseguire questa ricerca e darne conto. Ci sono due modi fondamentalmente diversi e validi di fare arte: il primo è testimoniare, evidenziare la condizione dell’essere e del suo rapporto con l’ambiente, l’altro, proporre ipotesi e progetti creativi. Consideriamo schematicamente il modo con il quale l’arte permette la visitazione del nostro universo interiore e il suo rapporto con le altre forme della vita: credo che il pensiero e la conoscenza procedano per immagini e la pratica artistica permette la loro formazione nei modi più vari e apparentemente diversi. Importante non è la tipologia o il modo con cui si realizzano le immagini-forme ma il rapporto che con esse si stabilisce. Il processo è molto simile a quello alchemico: si lavora su l’immagine per ottenere, per empatia, la trasformazione desiderata dell’operatore: l’artista, che lo voglia o no, crea intorno all’opera una specie di aura che permette a chi la produce e a chi la osserva una forma d’unione totale fra l’opera e l’osservatore. Questo tipo di avventura innesca un processo conoscitivo che avviene per identificazione con il mondo dell’immagine e, realizzandosi in maniera totale, con tutti i mezzi di cui l’uomo dispone, non necessita di spiegazioni. A questo punto sembra che il primo modo di produrre immagini sia più congeniale con la moda più recente mentre fare il pittore forse è più funzionale alla meditazione e al secondo modo di porsi in rapporto con l’arte. L’uso del linguaggio analitico per valutare l’opera è improprio e riduttivo, danneggia il mondo dell’arte e le conseguenze di questa pratica da parte della critica sono esiziali. Lo si può accettare soltanto come possibile punto di partenza e riferimento per introdurre l’osservazione, ma non può determinare il giudizio che rischierebbe di diventare succube di un atteggiamento ideologico. Mi sembra inutile la distinzione tra le varie creazioni di immagini realizzate in qualsiasi modo e in quanto ai pittori, ma anche gli altri artisti, credo si debba precisare che, inesorabilmente, saranno stupidi se sono nati stupidi oppure stupidi saranno i giudici. Non credo sia il caso di dare rilievo e importanza ad una forma d’arte valutandone il successo in rapporto alla maggiore o minore quantità di denaro in essa coinvolto. Sappiamo tutti benissimo che nel breve-medio periodo la qualità non interferisce sugli investimenti che possono godere di un’organizzazione protettiva ben coordinata (musei gallerie e critici collegati da interessi comuni); altro caso si pone nel lungo periodo dove cambiamenti importanti dell’ambiente interessato richiedono vero, efficace e utile valore per transitare. Cordiali saluti da Carlo Cioni | | Riguardo alla pittura e al suo pertinente quesito, mi sento di risponderle con questo breve testo. La parabola interminabile della pittura non troverà a mio parere mai un esaurimento, per via della sua densità, del suo passato e della sfida che gli artisti contemporanei continuano a vivere. Ci sono, ed è salutare, dei periodi di interruzione a cui la storia dell’arte ci ha abituato, come di conseguenza ci sono periodi di ripresa; la pittura va aspettata, ci vuole pazienza, può essere molto distante o dietro l’angolo, è una questione di attesa. Io la trovo come il nostro corpo, il nostro sangue, è un valore primario, nell'ambito dell’arte e delle altre rappresentazioni artistiche assume il ruolo di necessità e di parametro. Quanto cinema, fotografia, video-arte hanno assorbito dalla pittura ridisegnando dei loro percorsi e continuano a farlo. La pittura e la poesia sono la rappresentazione del cammino dell’uomo nella vita, le tele dei pittori stanno sospese sulle pareti come le parole dei poeti tra la terra e il cielo. Ai grandi critici/curatori responsabili delle più importanti esposizioni internazionali consiglio nei momenti di perdita di vista della pittura di recarsi nei luoghi dove la pittura continua a superare il fattore temporale per identificarsi sempre come contemporanea. A San Sepolcro ad esempio, per la Resurrezione di Piero della Francesca. I capolavori insegnano a guardare soprattutto nel proprio presente, aiutano ad individuare cosa sta accadendo. Sono convinto che nei prossimi anni proprio da questo paese ripartirà una nuova generazione di pittori pronti come in passato a conquistare il mondo dell’arte. Cordiali saluti Marco Mango, galleria42@fastwebnet.it | | Caro Giancarlo Premetto che ti scrive un assiduo e curioso “studente” dell'università sull'arte contemporanea più seria (e a buon mercato - sfido chiunque a trovare lezioni di tale qualità all'irrisorio costo di 6 euro a bimestre) del nostro paese. Ho 40 anni e tutti dicono che sono un “ottimo pittore”. Io ho seri dubbi, sia perché chi lo dice spesso ha appena scroccato una cena a casa mia, ma soprattutto perché ho una discreta competenza e un occhio particolarmente allenato sull’arte e sulla pittura contemporanea, tale da rendermi conto da solo di essere né più né meno che uno dei tanti imbrattatele della domenica. E infatti l’ultima mia opera risale ad almeno un anno fa. La pittura non è morta, è obsoleta. Il che è peggio. Essa vive dell’erronea convinzione di essere considerata arte “a prescindere”. Ed è un retaggio che deriva dal passato, da quando, cioè, era considerata l’unico mezzo di espressione artistica esistente (e la scultura era considerata artigianato). La funzione della pittura è quella di rappresentare. Un fiore, uno stato d’animo, una visione del mondo o della propria stanza da letto. Comunque rappresentare, riprodurre, trasferire su tela (o su altro) un’immagine o un concetto. La sua obsolescenza è data forse dalla quasi cessata capacità di rinnovarsi e di mettersi al passo con tutte le altre forme di espressione artistica. Ormai è stato dipinto di tutto, con tutti i colori e tutte le forme, sia astratte che figurative. Il livello medio dei pittori è cresciuto parallelamente alla crescita generale del livello medio della nostra società in ogni campo la si prenda in considerazione, e paradossalmente la pittura è diventata un ottimo artigianato (sfogliare Arte per credere, meravigliosa - si fa per dire - fiera mensile dell’artigianato pittorico). Per carità, esistono degli ottimi artisti giovani - ahimé tutti fuori dall’Italia - che creano utilizzando tele e colori. Ma sono mosche bianche, e soprattutto non sono “pittori” perché di pittura non si tratta. La “praticità” e la “commerciabilità” dell’opera pittorica la vera motivazione per cui non cesserà mai di esistere. Del resto, appendere in cameretta un Papa abbattuto da un meteorite risulta piuttosto complicato. In conclusione, la pittura è stata superata da altre espressioni artistiche più fresche e attuali, anche se purtroppo troppo variegate e di sempre più complessa catalogazione. La pittura esiste dalla notte dei tempi ed esisterà per sempre. Ma non sarà più l’alfiere dell’arte. Tutt’al più, potrà essere un pedone. Un caro saluto. Stefano Melas, stefanomelas@gmail.com - romano di Cagliari | | Che disgrazia, la pittura è morta? Non credo che la pittura sia davvero morta ed emarginata dalle grandi rassegne internazionali, è solo che i curatori vedono ancora la possibilità di creare una nuova tendenza oppure gruppo futuristico, quando poi il bene di consumo è sempre la pittura, la forma d’arte più venduta sia nelle aste che al pubblico privato. Bisogna abbandonare questa strada, perché porta a un autolesionismo, da parte sia delle istituzioni che delle riviste specializzate, comprare vera cultura significa anche pittura, ottima e di qualità, parola di un artista che se ne intende, Roberto Scala. Cordiali saluti. Artista Roberto Scala, robertoscala@inwind.it | | Egregio Giancarlo Politi, Pittura passatempo per pensionati? Premetto che non sono né pittrice, né pensionata (purtroppo!), ma una “ricercatrice” di artisti, a cui il successo non ha mai interessato, li cerco come Diogene cercava l’Uomo, per capire un po’ la vita!!! Molto più interessante di quanto può sembrare al primo impatto, questo interrogativo stimola a meditare su vari concetti. Questo fenomeno che pare veramente si verifichi va giustamente analizzato per comprendere, non con disprezzo!!! In questa società che certo non considera la saggezza che può aver raggiunto chi è anziano, che non riesce a capire chi è arrivato all’età della libertà, ma che considera il pensionato solo un parcheggiato in attesa della morte, come colui che ha perso il principale valore riconosciuto, la giovinezza, può travisare il fenomeno e non riuscire a capirne il grande richiamo!! Il bisogno di dipingere di chi ha raggiunto la libertà dai soldi, dalla tensione al raggiungimento di valori effimeri come il successo, indipendentemente dai risultati che può raggiungere, deve far pensare molto!!! È un bisogno che si fa sentire non per passatempo, ma per “afferrare” il tempo e farlo comprendere!!! È la necessità di trovare “l’umano”, perso in un iter pilotato da poteri dominanti, è la necessità di guardarsi dentro e intorno, di liberarsi da “fronzoli” per ricercare l’essenziale! Ne conosco molti di pensionati pittori, e faccio sempre letture psicologiche dei loro manufatti. Così come si può trovare qualche segnale interessante negli scarabocchi dei fanciulli ancora puri e fuori dalle maglie della società, gli anziani recuperano questa capacità con lo spessore aggiunto di una più profonda conoscenza della vita! Potrebbero insegnare molto ai giovani, se assumessero presto questo ruolo nella società, migliorandola, ma essi raramente osservano, disprezzando “i pensionati”, distratti e captati da ben altri raggiungimenti, rispecchiano spesso il vuoto di questa società che uccide l’umano, quindi l’Arte e la manualità della Pittura che può divenire Arte! Forse lo capiranno solo da pensionati… Ma le probabilità diminuiscono perché l’umano si perde sempre più in questa società di venditori che preparano compratori! Certo è che i “pittori” si ritengono Artisti, e invece solo qualcuno lo è! Ovvero, certamente l’Arte prevede intelligenza, emozione, sensibilità, sintesi esistenziali e capacità di espressione. Essenziale è avere qualcosa di contenuto da comunicare coscientemente o inconsciamente, con quale mezzo è molto poco importante! Il mezzo può essere la pittura, ma può essere un mezzo virtuale, una performance di qualsiasi assemblaggio di elementi, può essere il più svariato! Però il mezzo pittura è una forma di artigianato, che può divenire Arte, ma che come tale è in declino, si cerca sempre il nuovo desueto! Ogni mezzo meccanico prende il sopravvento sull’uomo! L’essere umano non sa rimanere fuori dagli ingranaggi stupidi e stritolanti di questa società che condizionano e non riesce quindi a sviluppare, anche se potrebbe averne le capacità, le doti Artistiche. È importante tentare di cercare sempre il nuovo in Arte? Non è l’astoricità dell’Arte essenziale, anche se in parte l’Arte è coinvolta dall’epoca vissuta? L’Arte non dovrebbe essere al di là della moda, dei costumi della tecnologia e trattare argomenti soprattutto eterni, come la vita, l’essere umano, le relative problematiche esistenziali? Certo la manualità del pittore può, non molto condizionata dai mezzi tecnici, permettere anche comunicazioni inconsce che sono quelle che danno più valore alla Comunicazione Artistica! Quanto più con mezzi semplici l’Artista riesce ad esprimersi, tanto più è fuori dai condizionamenti del tempo… si può pensar che anche la pittura può essere troppo complicata, troppo artigianale?! Esiste una dittatura dei curatori? Certo, esiste una dittatura della maggioranza dei curatori che hanno poteri, che trova facile presa tra chi (non meno responsabile!) vuole emergere, per il desiderio di captare l’attenzione ed ottenere potere economico! Dove è il vero Artista che si esprime con libertà, per bisogno naturale, incondizionato, con semplicità istintiva, con qualsiasi mezzo che, non a caso, abbia scelto, che non cerca il mercato, non cerca il successo? Lo si può trovare solo se lo si “scova”… ma chi lo scova e ha voglia di scovarlo per soli fini Artistici? Solo coloro che a loro volta non cercano denaro, non cercano successo e godono solo di aver trovato un simile che non è stato “fagocitato” per approfondire il senso della vita! Quindi i pochi veri Artisti e chi li ha scovati restano isolati e sconosciuti, fuori dalle beghe economiche e di potere e ne sono felici… Però purtroppo non possono essere utili alla società che li ha stupidamente emarginati! Einstein richiamava al valore nella società di artisti, nelle cui opere “leggere” per imparare a gestire la società con una qualità di vita degna e come lui pochi altri… Ma oggi a chi interessa? Grazie per l’attenzione, spero nella foga di essere riuscita a comunicare il mio pensiero e, soprattutto, l’emozione di chi cerca sempre l’umano, quindi l’Arte. Marisa Russo, arperc@libero.it | | Gentile Direttore, mi chiamo Vittorio Emanuele sono un Pittore e incisore. Le scrivo perché il tema che tratterete prossimamente sul fatto che si considera la Pittura una Lingua morta mi interessa molto e mi tocca da vicino. La Pittura è stata esclusa dagli spazi istituzionali quasi del tutto, ma questo è solamente frutto di scelte di curatori alla moda e spesso politicizzati. Non intendo fare il solito piagnisteo da escluso, la Pittura esiste malgrado tutto, io ho sempre dipinto e continuo a farlo. Ci sono gallerie, collezionisti, e un mercato che esiste e resiste, anzi direi che negli ultimi anni si è consolidato. Il linguaggio è vivo più che mai, ed è incoraggiante vedere molti giovanissimi che hanno ripreso a dipingere. Peccato che nel frattempo c'è stato un buco didattico di 50 anni, questi ragazzi non hanno nessuna nozione tecnica e una conoscenza dei materiali molto approssimativa, un vero peccato. Nelle Accademie la cattedra veniva assegnata per meriti (Carpi aveva 15 allievi), non le centinaia di studenti spesso affidata all’assistente dell’assistente. L’Accademia (salvo qualche isola felice) non insegna il linguaggio, forse gli stessi docenti confusi e smarriti non sanno più come inseguire le tendenze, o forse l’assegnazione della cattedra per titoli non è una selezione sufficiente. In Spagna, dove questo non è successo e le Accademie funzionano perfettamente, esistono grandi maestri (Antonio Lopez Garcia, Guillermo Munoz Vera, ecc), gli studenti sono preparati e tutto il meccanismo funziona. È curioso dover consigliare a un giovane pittore italiano che voglia apprendere le preparazioni delle tavole a gesso e colla di coniglio di rivolgersi ad un pittore cileno. La Pittura è vitale come lo sono il teatro, la musica, la poesia. Si pensava a torto che il Cinema, che somma la musica, il colore, la parola, il movimento, la letteratura, ecc, facesse tabula rasa di tutte le espressioni artistiche. Cosi non è stato. Per concludere, direi che la Pittura non ha bisogno di riflettori puntati, anzi, quello che temo e che diventi un fenomeno di moda, e come tale sia passeggero ed effimero (Oscar Wilde diceva “la moda è cosi brutta che bisogna cambiarla una volta l’anno”). Cordialmente, Vittorio Emanuele, vittor.emanuele@tiscali.it | | Non credo sia passatempo solo per pensionati. Penso che chi ha possibilità finanziarie continui a comprare come anche i grandi collezionisti di tendenza. Chi non può spendere si “accontenta” di pittura e artisti a basso livello. La pittura, a mio avviso, non è una lingua morta ma essa, come l’opera d’arte, è figlia del suo tempo, come ha detto Kandinsky. Nelle rassegne più significative le gallerie hanno interesse a portare i propri esclusivi artisti. Non tutti gli artisti di alto livello sono legati a gallerie e non si affannano a farsi rappresentare in occasione di rassegne. Infine, sono dell’avviso che sia conseguenza della “dittatura dei curatori”. Antonio Fiore-Ufagrà, afiore@antoniofiore.it | | La pittura sempre più passatempo per pensionati? Caro Politi, ho sempre sostenuto che ci debba essere un organismo, ente, autorità, che ufficializzi in maniera autoritaria chi è artista e chi no! Se il pensionato si alza alla mattina e si auto dichiara artista, allora siamo in anarchia (come in un puttan…). Io per essere un artista sono andato a scuola, ho studiato, ho sudato ed ho sputato sangue... Pittura come lingua morta? No, la pittura oggi, come sostiene una delle più autorevoli critiche di storia dell'arte, è a un punto zero. La pittura è lo specchio dell'anima umana e lo sarà sempre… Ha solo bisogno di tempo per re-identificarsi. Ciao Alessandro, artopere@libero.it | | Faccio veramente fatica a considerare la pittura una lingua morta, ma piuttosto un codice linguistico che molto spesso, perché snobbato, e quindi sempre meno compreso, perde presa nella contemporaneità. Il fatto è che le installazioni (che poi in definitiva hanno eclissato anche la scultura, sebbene ne conservino la dimensione spaziale), hanno un codice interpretativo della realtà che gioca con le sue stesse armi, interagendo direttamente col reale e modificando, quando riescono bene, la visione di esso. La pittura invece crea un nuovo sguardo sulla realtà, proprio perché crea una realtà, con un proprio linguaggio, con dei propri referenti, ed è pertanto più sublimante. E oserei dire sublime. La pittura non è anacronistica, perché il linguaggio che essa adopera può mutare in rapporto alla propria contemporaneità, senza rischiare di perdere in smalto. È altresì vero che spesso se ne vede in giro di molto brutta, ma non perché mal prodotta, piuttosto perché mal pensata. La buona pittura è la traduzione di un pensiero/idea in immagine, e quanto più il pensiero è alto, rivelatore, indagatore o curioso, quanto più esso mette il dito nella piaga del profondo umano e intellettuale senza scivolare nell'intellettualismo e nella psicologia casalinga, allora la pittura saprà parlare, ovviamente se gli si vorrà prestare orecchio. Spero di non essere sembrata troppo di parte, nel mio piccolo mi “batto” sempre per la pittura. Ed è bello che se ne parli. Eleonora Magnani, eleonora_magnani@yahoo.it | | Gentile Giancarlo, sono una laureanda in Lettere, indirizzo storico-artistico, all’università Ca’Foscari di Venezia. Entro febbraio vorrei consegnare la mia tesi “In difesa della pittura nell’arte contemporanea”. Che meraviglioso regalo mi fa occupandosi di questo tema nei prossimi numeri! Intanto Le posso dire che dopo mesi di studio sono giunta a capire che artisti e critici hanno ben poco da spartire, entrambi si occupano di arte, ma sono come due binari, paralleli, che non si incontrano mai. Sto girando le gallerie della mia città per consegnare delle domande. Raccolgo le varie esperienze per concludere la mia tesi in un modo “sperimentale”. La prima parte presenta brevi capitoli su Greenberg, Vettese, alcuni testi presi dalla Sua rivista, Camille Paglia, la Krauss e altri; la seconda parte riporta la testimonianza di coloro che vivono d'arte. Concluderò poi parlando di Marlene Dumas, pittrice che amo molto. Intanto posso spedirLe le mie domande. Quando avrò del materiale Le invierò le varie risposte. Al più presto Le darò anche un parere personale in merito. Nel frattempo mi faccia sapere se può interessarLa. Grazie di cuore. Cinzia Boschin, iudith@alice.it | | Forse la risposta sta nelle riflessioni di Nicolas Bourriaud a proposito della cosiddetta “estetica relazionale”. Il teorico francese ipotizzava, a partire dal lavoro di Felix Gonzalez-Torres ma non solo, un tramonto dell’estetica tradizionale dal momento in cui ci saremo resi conto che “il gesto precede il senso”, per usare le sue parole. In sostanza, dice Bourriaud, un cubo di fotocopie diventa un capolavoro non in quanto tale e neppure, come nel caso di Duchamp, perché è esposto in una galleria, ma perché il suo inedito interagire con il pubblico lo rende portatore di significato: il cubo di fotocopie di Torres, infatti, poteva essere letteralmente disfatto e portato a casa per volontà dell’artista, dopo che era stato stabilito un suo valore commerciale. Tutto questo ha sconvolto i più elementari criteri del mercato e del capitalismo tutto, almeno sul piano simbolico, vista la riproducibilità dell'arte concettuale. La pittura è la negazione di tutto ciò; essa è il “pezzo unico” per eccellenza, o almeno così viene percepita nell'immaginario collettivo, il suo ricarico è il più alto che si possa immaginare rispetto ai costi di produzione e, sopratutto, nella pittura il senso precede il gesto quasi per definizione. La pittura è antimoderna nel senso più pieno del termine, compreso quella che si vorrebbe rivoluzionaria, proprio perché "educativa": il senso arriva dall'alto, bello pronto, resta solo da stabilire se arreda bene il salotto. Ma di questi tempi nessuno vuole essere moralizzato, solo appagato visivamente oppure dire la sua su qualsiasi argomento. Tutti vogliamo portarci via la fotocopia di Torres gratis, il feticcio, "io c'ero"; il salotto ce lo arreda l'interior designer (se siamo ricchi), ce lo arreda il quadro della zia pittrice della domenica (se siamo poveri e ingenui), ma per carità niente pinacoteche in casa se siamo colti e attuali, perché come disse Alessandro Mendini, la collezione d'arte in casa può non essere kitsch nei suoi singoli pezzi, ma lo diventa in quanto riproduzione del concetto di "quadro d'autore". Ormai tutto questo è stato percepito. Anche dal pubblico meno colto. Carlo Serri, c.serri@tiscali.it, Cagliari | | | |
 |
 |
 |

|
| Pittura – lingua minore. La pittura, avendo avuto una lunga e articolata storia, ha dato praticamente tutto quello che poteva all’Arte. Ora, con una tecnologia sempre più articolata e un modo di percepire l’immagine completamente diversa, non può che essere che una delle tante forme visive che descrivono il mondo. Sicuramente con un suo grande fascino, ma incapace di reggere al ritmo dell’immagine digitalizzata che, col suo continuo mutarsi, la rende superata nel paesaggio visivo quotidiano. Oggi viviamo immersi in continui pannelli elettronici, i muri domestici si arredano di grandi schermi, lo spazio urbano sempre più usa cristalli liquidi e ogni manufatto ha un suo monitor visivo. Un’immagine affascinante ma statica ha difficile possibilità di trovare nel futuro un suo spazio. Sul fronte poi dei significati l’arte pittorica raramente riesce nel rappresentare la complessità dei temi contemporanei, essendo essi stessi articolati e bisognosi di un insieme di tecniche (video, fotografie, suoni, spazi) per poter essere affrontati ed espressi. Rimane il sentire romantico del passato e quel piacere fisico di giocare con gli strumenti del colore materico. Per cui, più che una lingua morta, possiamo ottimisticamente pensarla come una meravigliosa lingua minore, con i suoi appassionati ed estimatori. Domenico Olivero, domenico.olivero@bottero.com | | Pittura, fotografia, altro. Come per lo scrittore o il giornalista la penna, o il computer, rappresentano mezzi immediati per dare corpo alle idee e ai loro pensieri, allo stesso modo alcune immagini e alcune idee, visioni, concetti per alcuni artisti prendono la forma di dipinti, con tutti i procedimenti tecnici necessari per la realizzazione dell’opera. Se gli scrittori fossero stufi del vecchio sistema della scrittura si sforzerebbero ad usare la telepatia, o scriverebbero con la forza del pensiero, si procurerebbero un aggeggio, qualcosa collegato al cervello che scriva i loro pensieri. Chi si lamenta, poi, dei cantanti che ancora usano il preistorico mezzo della voce per esprimersi? Educare la voce, educare la mano, educare lo sguardo. Alcune immagini per gli artisti sono fatte di pittura. Questi artisti non sentono la necessità di cambiare sistema di rappresentazione, che li tradirebbe, che non sono in grado di usare bene, o così bene come altri. La pittura sarà pure da alcuni considerata un passatempo per pensionati, come lo sarà il collezionismo di francobolli, o di vecchi dischi in vinile, come lo sarà l’hobby della fotografia o lo strimpellare di qualche strumento musicale, o la composizione di versi o racconti. Sembra che tutte le grandi attività intellettuali vengano in ogni modo praticate anche a livello amatoriale. In genere tutti fanno qualcosa per essere felici, e se l’attività della pittura dilettantesca da felicità a qualcuno qual è in problema? La pittura trova espressione e applicazione in campi davvero disparati, dalle insegne fatte a mano (che purtroppo abbiamo perso, dalle nostre parti ) ai cartelloni, alle sue applicazioni edili e decorative. Si tratta sempre di pittura, così come, nel campo della fotografia, qualunque stampa fotografica è una fotografia, che sia una foto-tessera, una foto di gruppo o il ritratto di una persona scomparsa, in un’effigie ceramizzata, applicata su di una tomba. Da questo punto di vista, certi vecchi cimiteri sono degli interessanti musei di fotografia. Gli artisti che usano la pittura prendono spunto da forme d’arte pittorica popolare, come i dipinti ex voto che troviamo nelle chiese, o dalle fiancate dei camion dipinti ad aerografo, nei luna-park, ecc. Il pittore cerca la pittura, spesso in ogni sua forma, e poi naturalmente scarta ciò che non gli interessa. Ciò che conta e che trovo interessante è il dialogo che si è venuto ad instaurare sin dalle origini tra pittura, fotografia e altre forme d’espressione. Se da un lato l’avvento della fotografia ha messo in crisi l’uso della pittura, dall’altro gli ha dato una spinta al cambiamento. Le dimensioni gigantesche di alcune stampe fotografiche che la tecnologia ci ha offerto derivano, in fondo, dalle grandi dimensioni delle pareti affrescate, con il loro potere comunicativo. Le stampe digitali e i nuovi supporti plastificati hanno dato origine a mostre fotografiche all’aperto dove le fotografie, originariamente stampate su piccolo formato, vengono qui ingrandite e “spettacolarizzate”. Quel senso intimo della fotografia viene in questi casi un po’ tradito. Ancora una volta, io punterei all’emozione, al mistero, all’intelligenza e all’unicità dell’opera più che al mezzo utilizzato. Ci sono quadri che sono capolavori, altri mediocri, altri banali, e la stessa cosa si può dire delle foto, dei film, delle riviste, dei libri, delle poesie, ecc, Se l’uso della pittura porta in alcuni casi “in dietro nel tempo” perché non dovrebbe andare bene? Cosa c’è di male a guardare avanti, fermarsi, e anche volgere lo sguardo all’indietro? Molti apprezzati musicisti e compositori contemporanei utilizzano strumenti musicali come la chitarra (Ben Harper, Springsteen) o in pianoforte (Nick Cave) o, ancora, tamburi, violini o strumenti appartenenti a culture etniche. Eppure nessuno sembra indignarsi per l’utilizzo di questi strumenti così tradizionali, anzi, sembra scatenarsi una vera passione per come questi artisti li utilizzano. Evidentemente nella musica il problema degli strumenti usati passa in secondo piano rispetto all’interesse e alla curiosità, e alla passione per il risultato. Gli spettatori non dovrebbero lasciarsi ingannare dal mezzo usato ma dovrebbero vedere il risultato, come nella musica. La tecnologia, poi, procede, direi, parallelamente, nell’ottimizzazione dei prodotti artistici disponibili in tutti i campi. I grandi centri per le attrezzature fotografiche sono provvisti di materiale per lavori digitali o analogici. Le case produttrici di macchine fotografiche e videocamere raggiungono risultati straordinari, così come le industrie per la produzione di colori per belle arti, per edilizia o per applicazioni industriali, ottimizzano sempre di più la gamma di ciò che producono, e anche qui i risultati sono stupefacenti. Non parliamo, poi, della tecnologia applicata nel campo del suono. Poi ci sono i maniaci della tradizione, pittori che usano i pigmenti alla maniera antica, ma ciò non garantisce risultati di intelligenza dell’immagine. La stessa cosa si può dire dei video-maker che usano la vecchia pellicola per lavorare che, nonostante sia avvero affascinante, non costituisce garanzia per il buon risultato del lavoro. Credo sia importante sintonizzarsi con la natura di ogni lavoro, fotografia, disegno o dipinto che sia. Il colore ad olio o l’acrilico, o la tempera possono trasmutarsi in qualcosa di veramente unico, così come la pellicola cinematografica può essere impressionata con immagini che rimangono nella storia, e così come la grafite della matita può dare origine a immagini talmente profonde. O la penna può servire a comporre un testo illuminante. Non è il mezzo ma è l’uso che se ne fa. Anche partendo dall’oro, se l’orafo non ha un buon concetto del pezzo che vuole realizzare il risultato sarà certamente un oggetto d’oro ma non avremo mai vero gioiello. Così chi vede in un dipinto solo o soprattutto la pittura è come chi, in un gioiello, vede soltanto l’oro. Tanto vale allora collezionare tubetti o barattoli di colore come fossero lingotti. Per fortuna ci sono tanti dipinti che fanno dimenticare la pittura, come ci sono tante pellicole che fanno dimenticare la pellicola, e ci fanno uscire dalle sale cinematografiche pensierosi, o sconvolti, più allegri o, a volte, più malinconici di prima. Filippo La Vaccara, flv73@libero.it | | Caro Direttore, ringrazio Flash Art e la Sua persona per avermi inserito nel dizionario della pittura italiana. Ho letto con attenzione le risposte che hanno dato i critici alla sua domanda: la pittura lingua morta? Mi sono accorto come tanti da Lei interpellati abbiano detto delle falsità di convenienza. Circa il 90% di quest'ultimi seguono e citano soltanto pittori che hanno avuto già grandi riconoscimenti per merito di altri critici. Mai nessuno di questi si è mai preoccupato di investire il proprio tempo su un pittore italiano e difenderlo. Essi hanno altro a cui pensare che alla pittura! Se avesse posto quella stessa domanda a chi ogni giorno vive e pensa alla pittura, forse avrebbe avuto qualche risposta più sincera e meno sofisticata. La pittura non sarà mai lingua morta; la pittura non ha che fare con il tempo e quindi non ha un ciclo organico. Essa ha avuto un inizio con l'umanità stessa e quindi finirà soltanto quando l'umanità smetterà di esistere. A volte dà qualche sguardo in avanti e ci mostra degli scenari futuribili, altre volte si guarda indietro e rivede se stessa non grande orgoglio, ma resta sempre dentro l'attualità. Premesso ciò, si puo' disquisire su tutto, ma sarà un continuo parlarsi addosso per non dire che la pittura non perderà mai il suo ruolo sociale. Essa fa parte della vita già da prima che la voce riesca ad esprimere le prime parole. La mia nipotina che ha 13 mesi cerca i miei colori per fare dei bellissimi segni, una necessità primordiale quindiŠ Come si possa pensare che una necessità espressiva di tale forza possa finire o possa morire? Solo artificiosità di qualche "mente superiore" può pensare a qualcosa del genere. L'istinto che lega questa pratica alla vita è indiscindibile per non dire una necessità interiore. So di non dire niente di nuovo come tanti altri stupidi pittori. Ma la sola cosa che mi gratifica di questo mestiere è la ricerca che lega l'estetica all'etica o il desiderio di esprimersi mirando sempre all'utopia. Certo il problema che interessa al sistema dell'arte è se questi segni sono arteŠ questo lo lascio decidere alla storia che fino a oggi non si è mai sbagliata. Un caro saluto Giuseppe Veneziano veneziano.giuseppe@virgilio.it | | Gentile Direttore POLITI, Con la presente intendo fare riferimento alla Sua e-mail concernente l’iniziativa “PITTURA OGGI IN ITALIA” tesa a monitorare (se ho bene inteso) lo stato dell’arte in Italia e di chi vi opera; ma in particolare svolgere una ricognizione di quegli artisti che, al giorno d’oggi, testardamente, ancora operano e si esprimono con il linguaggio della pittura. Al riguardo, mi si consenta di esternare le mie personali perplessità di fronte all’atteggiamento, dagli umori un po’ “modaioli”, di critici e quanti altri operano all’interno del sistema dell’arte tendente ad una specie, come dire, di estemporanea (spero) abiura del linguaggio primordiale della pittura e all’oscurazione della sua visibilità. A me pare, così come si appalesa il fenomeno, che ci si allontani velleitariamente dalla comprensione di quelle che sono le vere e profonde istanze che spingono l’artista ad operare mediante il linguaggio della pittura, senza di certo rinnegare gli altri, nella consapevolezza che non sono certamente essi (linguaggi) che a lui interessano, bensì il risultato che per il loro tramite si intende perseguire e raggiungere. Ma tant’è, se questo è il mondo dell’arte e se ogni teoria e/o atteggiamento procedurale è possibile senza pena di essere confutati sulla base di un dato a priori, chiedo venia dello spunto polemico e velocemente mi allontano dalle pastoie di una simile querelle. In quanto, invece, alla richiesta di segnalazione di pittori giovanissimi (nati dopo il 1975!) “interessanti ed originali”, mi dispiace dirle che di essi non ho cognizione (mentre ho conoscenza di tanti altri silenziosi e validi artisti che operano con ‘pennelli e colorì, a prescindere dal dato anagrafico, da ritenersi – credo - ininfluente ai fini di poter percepire e valutare l’originalità di un’opera d’arte). Personalmente, poi, ravviso che nelle cose dell’arte la ‘pratica’ si è messa sul difficile ed operare in modo originale oggi risulta più arduo che nel passato, per via della forte spinta speculativa che, al pari degli altri prodotti dello spirito, l’appetito di conoscenza ha subito nell’epoca contemporanea. In particolare, l’azione di ‘scavo’ prodotta nel secolo scorso è stata così vasta e poderosa per cui la prosecuzione dei lavori implica necessariamente una ricognizione a vasto raggio della realtà, nelle sue infinite oggettive e subiettive sfaccettature leganti gli aspetti più disparati del mondo fisico e sensoriale, un’escursione nei meandri ancora riposti di questi, in modo da varcare il muro delle apparenze evidenziate o evidenziabili, per portare in superficie, oggettivandole, le sottili ed infinite connessioni cui sono sottoposti tutti gli aspetti di quel mondo e la generale coerenza che esso contiene, come espressione di una grandiosa equazione matematica. Dico questo per evidenziare come sia arduo, in linea generale, per il giovanissimo artista contemporaneo l’essere originale atteso che per raggiungere una tale vetta egli ha da maturare e metabolizzare un’enormità di prodotti e fatti artistici oggettivati e per certi versi storicizzati. L’arte, a mio avviso, sempre più risulta essere un insieme di infiniti incontri e scontri a livello di percezione verticale della realtà. L’azione, laddove viene resa visibile, è solo una fra le tante possibili, ma resta pur sempre una “verità”, poiché non v’è possibilità di dilatarla nel medesimo spazio-tempo in cui si è costituita. Saranno possibili varianti, certamente, ma solo in spazi e tempi successivi, consapevoli come siamo che ogni atteggiamento dialettico con le cose, sviluppa infinite possibilità di pensiero teorico ed innumerevoli fatti ed eventi spaziali e temporali. Per tornare al tema oggetto della presente, con il Suo consenso, mi onoro di comunicarle il mio sito: http://www.namir.it/DESANTISGIUSTINO.HTM con preghiera di una Sua visione onde poter avere cognizione dei miei lavori (rigorosamente di pittura!) e del mio pensiero, (quello di un operatore d’arte di 65 anni, ahimè non più giovanissimo, anche se, mi creda, dal punto di vista creativo tale mi sento, oggi più di ieri). Voglia Signor Direttore perdonare la mia prolissità e nella speranza di un Suo cortese riscontro La saluto con viva cordialità augurando sempre migliori fortune alla rivista FLASH ART, a cui sono abbonato da molti lustri. DE SANTIS Giustino, godess1942@libero.it, Roma | | Stupido come un pittore. Ci sono uccelli che raggruppano tutti gli oggetti colorati che trovano in giro nel luogo dove avverrà il corteggiamento. Forse,il primo e inconsapevole gesto artistico è stato quello di raccogliere un fiore o una conchiglia. Estrapolarli da un contesto e designarli a una nuova valenza estetica. Si è iniziato con un fiore e si concluso con un orinatoio. La pittura è più complessa, Duchamp lo sapeva benissimo. "Questo" vuol dire "quello","questo" rappresenta "quello".Il pensiero analogico è complesso,il gesto che indica e prende lo è meno. Penso che tutta l'arte sia morta,non solo la pittura,e che questo sia la propria forza; essere fantasma,immagine senza corpo e poter prendere qualsiasi forma mi sembra il massimo della potenza. Tutta l'arte che riesce a dare corpo ad un "qualcosa" che sembra arrivare da "chissà dove" è grandiosa,sia essa pittura,foto,video ecc. Con la pittura è più difficile dire qualcosa di nuovo perché già è stato detto tanto,ma quando ci si riesce avviene una rivoluzione. Francis Bacon viene dopo Marcel Duchamp… Cordialmente, Pastorella, pastorello.gm@tiscali.it | | Caro Politi, sto scherzando. Alla mia età non mi resta che provare a realizzare una pinacoteca "Ottavio e Manlio Manvati" in Roma. I primi passi sono stati fatti. Sono certo che mi darai una mano con la tua pubblicazione. Passerà un po' di tempo...ma mi farò vivo con una mia. Non ti scoraggiare come purtroppo accade ai pittori: siamo destinati a fare grandi salti dalle stelle alle stalle. Manlio, manvatipainter@libero.it | | Sono un artista ed utilizzo i materiali più diversi per esprimermi "anche" la pittura. In realtà chiedersi se la pittura è anacronistica come strumento artistico nasconde una domanda ancora più profonda: cos'è l'arte? Secondo me, solo dopo aver risposto a questa domanda sarà possibile, direi lecito, dare un parere su quali strumenti considerare idonei nel fare artistico. Per quanto mi riguarda, considero buoni tutti gli strumenti possibili, anche quelli che non conosco o che ancora non sono stati inventati. L'artista è un uomo libero e sceglierà lo strumento che lui,solo lui,libero da qualsiasi condizionamento, riterrà più opportuno; sentendosi libero,per ogni opera che creerà, di navigare senza freni di stili oltre che di strumenti. Insomma: l'arte è un mistero; è sorpresa; è sogno d'immortalità; è bellezza; a volte è scienza oltre la scienza ufficiale; soprattutto,penso io, ci offre sguardi nuovi e sorprendenti sulla vita,intesa sia come micro che come macrocosmo. E' un modo di cercare...di farsi domande... I musei, i curatori, i critici raccolgono e si soffermano su ciò che gli pare e ne hanno tutto il diritto. Lo stesso penso delle gallerie o dei collezionisti che guardano anche al mercato. L'artista può solo proporsi, gli altri sono liberi di scegliere. Mi fanno pena gli artisti che criticano i collezionisti che seguono solo il mercato condizionato dai curatori e dai critici. Peggio per loro, no? ...appunto niente è anacronistico... nemmeno i saluti (Senza firma) giacomopp@libero.it | | Chiariamo innanzitutto una cosa: la pittura in arte può essere usata in due modi precisi, cioè pittura come fine e pittura come mezzo. 1) La pittura come fine quando la pittura stessa, nel senso stretto della materia pittorica, diventa autogratificante cioè protagonista essa stessa del godimento artistico. ( ciò può essere maggiormente evidente nell'arte non figurativa). 2) La pittura come mezzo quando la stessa non è protagonista ma, attraverso la sua finzione pittorica (finzione perché dipinge la realtà, o allude ad essa) enuncia altre emozioni indipendenti dall'immagine riprodotta. Quindi arte non dalla materia pittorica ma arte attraverso un nuovo pensiero che va oltre la pittura stessa (non arte concettuale, per intenderci, ma pittura concettuale). Rifacendomi ora all'antica diatriba di un tempo fra arte astratta e arte figurativa, che di fatto ovviamente non esiste ne mai sarebbe dovuto esistere, ripropongo allo stesso modo: non deve esistere diatriba fra arte attraverso il mezzo pittorico e arte attraverso qualsiasi (dico qualsiasi) altro mezzo espressivo. Arte, se lo è, è per i suoi contenuti e non per i suoi linguaggi quindi, togliere quello specifico della pittura vorrebbe dire di nuovo togliere all'arte i suoi confini illimitati conquistati nel tempo. E dunque, a mio parere, trovo veramente inutile un'inchiesta del genere perché non ritengo che esista il problema. E poi, per conferma,cosa penserebbero tanti artisti contemporanei ancor giovani e assolutamente internazionali, di cui sarebbe addirittura ridicolo fare l'elenco, se si togliesse loro il linguaggio della pittura che li fa protagonisti dell'arte mondiale?. Pittura obsoleta, anacronistica, vecchia, inutile ? Non mi pare. Tino Stefanoni, info@tinostefanoni.com | | Caro Giancarlo, leggo sempre con avidità le tue lettere perché c'è sempre molto da imparare e quest'ultima sulla Pittura mi riguarda in prima persona in quanto la mia galleria tratta principalmente questo settore. Non è una scelta per partito preso, un artista lo seleziono in base alla sua bravura, serietà, capacità di comunicare il suo prodotto e difenderlo. Devo riuscire a capirlo o a emozionarmi senza fare troppi sforzi mentali, mai amato molto l'arte concettuale, le iperbole, i paradossi, mi fermo a Duchamp un genio che ha tracciato un solco, definendo sì il pittore uno stupido ma dopo averci lasciato grandi opere di pittura, come il Grande Vetro che per me resta un opera modernissima di "pittura". Nella mia programmazione ho inserito video, installazioni, foto, sculture, ma il più delle volte mi capita di riconoscere la bravura nella pittura, forse perché da giovane dipingevo e ho provato la carriera senza successo (sicuramente accolgo il tuo consiglio che dai in altre lettere di dipingere una volta in pensione ). A ben vedere anche tu come curatore cedi a questa "debolezza" se l'unica sezione che hai riproposto all'interno delle tre Biennali di Praga è stata "Expanded painting", sicuramente la più godibile sezione delle biennali, affiancata a progetti ambiziosi e importanti, ma a volte un po' pesanti. Ma c'è un'altra ragione di fondo : la mia galleria deve vendere quello che propone, a chi la vendo un'installazione o un video di un artista esordiente ? Le esperienze in questo senso le ho tutte finanziate senza avere un ritorno, e se espongo un monitor spento dubito di avere la folla fuori dalla galleria se l'operazione non è firmata da chi fa tendenza, con un'operazione così mi giocherei i miei cari collezionisti , che non sono dei bauscia , è gente che spende con fatica o meno per comprare ciò che ritiene arte, così come fa Saatchi che compra ed investe in pittura. Comprano opere che capiscono, spesso sono molto informati, frequentano le gallerie, leggono la tua e le altre riviste. Ritengono di fare un probabile investimento ma soprattutto comprano opere che gli piacciono, da cui traggono un godimento estetico, che stimolano riflessioni, che trattano la contemporaneità anche se utilizzano un linguaggio antico. La pittura come opere d''arte è più certificabili rispetto a quelle proposte con altri media, forse è anche più facile riconoscere la serietà dell'artista, per dipingere a certi livelli occorre fatica e dedizione, molte opere proposte nelle grandi sedi ufficiali spesso sono delle trovate, più o meno geniali, disturbanti, clamorose, cervellotiche e che non sempre l'artista riesce a riproporre con uguale risultato mediatico. Così la mia programmazione mi relega fra le gallerie di serie b ( che resta comunque un buon campionato, come nel calcio forniamo artisti alle squadre milionarie della serie A, abbiamo il nostro pubblico fedelissimo, giocare bene in b può essere più dignitoso che fare una stagione umiliante in A, certo ammiro tantissimo il Chievo che riesce a resistere nel campionato maggiore e vorrei imitarlo ). Che servono i mezzi però non è solo una giustificazione per nascondere la mediocrità, se potessi pagarmi gli spazi, la pubblicità, qualche marchetta critica, avrei altra visibilità, ma non voglio lamentarmi ne accusare il sistema, è una regola di mercato ( che come tutte le regole prevede delle eccezioni ) e quindi sto investendo in questo senso, al momento si vede poco, ma sono in contatto con il tuo ufficio pubblicitario e di altre riviste , partecipo alla fiera di Verona, produco dei cataloghi. So di molti colleghi che non hanno bisogno di vendere per pagare l'affitto della galleria, che propongono la performance scioccante o l'installazione enorme e poi hanno il magazzino pieno di moderni, ho sentito colleghi uscire contenti senza aver venduto niente da una fiera che gli era costata 30000 €, quella volta che partecipai alla fiera di Bologna, vendetti quasi tutto, pensai di aver ben figurato, ma evidentemente non fu così visto che non sono stato riconfermato. Per me la pittura non è lingua morta, sta bene perché è un linguaggio molto duttile, combinabile con altre tecniche, alcune molto moderne come la pittura digitale, può essere mimesi dell'oggi o astrazione, interiorità pura, può ancora oggi essere uno strumento di ricerca artistica e se la ricerca è seria lo strumento non è fondamentale.Loris Di Falco, spaziobraz@tiscali.it | | Penso che la pittura oggi sia lingua morta, il pittore e l'artista oggi non è altro che un uomo ed un individuo che coltiva malessere, la vera essenza della vita oggi è lontanissima dal gesto pittorico, non credo ad i sensi eccitati attraverso il gesto pittorico e se i sensi si esaltano attraverso il gesto pittorico si conduce una vita piatta di uomo prima che d'artista. Non credo all'istinto animale che passa per il gesto pittorico oggi e neanche nell'alta definizione della pittura, al limite gesto istintivo e definizione d'immagine oggi viaggiano su videofonini, webcam e telecamere digitali. Niente come la digitalizzazione della vita esalta la consapevolezza della morte, meglio di qualsiasi gesto pittorico, non esiste rimedio alla morte, neanche lasciare un quadro ad i posteri, ragion per cui credo nell'egologicità della produzione digitale. L'uomo ritrae sempre l'umanità, che usi videocamera digitale o un pennello, i miei autoritratti migliori sono le mie fototessere, niente meglio di loro racconta la caducità e l'ineluttabilità della vita e della mia condizione umana. Niente oggi è più interiore della nostra pelle esteriore, niente trasmette meglio la consapevolezza della vita che ci rende reietti e disperati ma mai domi. Volti, sbronze, scopate, rughe e brufoli sono la reazione all'ineluttabile ciclo della vita. Il mio volto, la mia fototessera asettica e digitale è il frutto d'interazioni e solitudini postume ed ha ucciso sia la mia che la vostra pittura. Nessuno dal Poetto di Cagliari, mariopesceafore@hotmail.it | | Carissimo Giancarlo Politi, A proposito del sondaggio sulla Pittura, vorrei dire solo due parole: a) In un mondo inflazionato dalle immagini, cosa può dire ancora la pittura? b) In un mondo in cui l'artista è "strumento" di un elefantiaco "sistema", una sua /libertà /espressiva è ancora possibile? c) In un mondo "supertecnologizzato" (e non più tecnologico!) l'artista ha ancora un ruolo specifico? d) In un mondo in cui la percezione delle cose muta vertiginosamente, può l'artista leggere, attraverso la pittura, coerentemente lo Zeitgeist? e) E se muta continuamente la percezione del reale, quale identità l'artista deve esprimere? f ) In un mondo in cui la divaricazione tra umanismo e "tecnologizzazione" tende ad allargarsi sempre più, può l'artista avere una visione globale del suo tempo, come l'ebbero gli artisti "classici"? Io ho dato tutta la vita all'arte, come sai, ho sperimentato e ricercato, penso di essere riuscito ad esprimere il mio tempo, ma davanti agli interrogativi di cui sopra, ho sentito tutto il peso della mia inadeguatezza di pittore e seguendo un percorso, se vogliamo doloroso, sono pervenuto all"A-Zero" dell'opera d'arte, che vuol dire "nullificazione" della stessa, deriva verso "pensiero puro". Nonostante questo mio /viaggio/ nel "nulla", vorrei porre sul tappeto un interrogativo: la pittura è un medium da oltre mille anni, perché non potrebbe esserlo ancora? La pittura (come qualunque arte!) "passatempo per pensionati" non ha mai fatto la Storia dell'arte, ma per quanto io ne sappia, il buon U. Eco docet, ha fatto la Storia dell'arte solo chi, disarticolando i codici visivi di cui sopra, è riuscito a riorganizzarli in una nuova visione, diciamo dal mondo greco in poi. Oggi non ci resta altro, da buoni pittori, che indossare il "saio francescano" e lasciandoci alle spalle le nostre "ricchezze" esperienziali, cercare, ancora, da artisti che credono nell'arte, di entrare nel nostro tempo! Ne saremo capaci? Dittatura del curatore? Ma cosa trova il curatore sulla "piazza"? Quale disarticolazione dei codici linguistici correnti offre l'artista? L'arte è ancora poesia (?) in quanto "simbolo" che arricchisce il reale? Gino Cilio, Itriagiudice@email.it - Siracusa | | STUPIDA COME UNA CERTA RIVISTA? Ricevo come sempre la newsletter di una nota rivista sempre sull'orlo del fallimento (come la ha definita a Gambettola un noto presentatore televisivo che si occupa d'arte). Naturalmente io non ricordo di essermi mai iscritto a questa newsletter però arriva. Subito apre con l'inchiesta "STUPIDO COME UN PITTORE", titolo che fa già sembrare stupida la rivista. Il tema è se la pittura è una lingua morta perché emarginata dai grandi musei (forse perché si presta poco ai giochi di fondazioni/critici/sgravi fiscali?). Questa rilegatura di fogli riesce a vivacchiare con poche copie vendute ogni anno, autocelebrandosi sempre come il top delle riviste, blablabla, e usando proprio il tema della sua longevità (vari decenni) come garanzia di qualità, garanzia che non riconosce a una nota galleria bolognese della sua stessa, identica età che si occupa di pittura figurativa e che viene definita dalla direzione della rismaccia di carta, una galleria che sembra importante ma in realtà non lo è. A me però pare che questa rivistaccia da poche copie ogni vari mesi, decisamente incline a certi generi d'arte concettuali e minimalisti non abbia tutte queste referenze. Il suo direttore è sempre intento a citare quelli che hanno lavorato con lui come testimoni attendibili della qualità del suo operato e del genere d'arte che difende (se lo dicono i miei amici che sono bravo sarà vero!) e a tirare in ballo la veneranda età della sua bozzaccia (veneranda età che non conta però per le gallerie sue coetanee che lui detesta non facendosi problemi nel parlare male dei suoi artisti). Passa proprio troppo tempo a parlare della sua rivista e dire "io valgo", troppo tempo. E' evidente che ha la coda di paglia o meglio, sa di non valere, tanto che è costretto a dire ai suoi più giovani collaboratori "vai e parla bene di quella mostra perché il museo/galleria fa pubblicità sulla nostra cartaccia! Pensare che si è fatto anche prendere in giro da un gruppo di giovani artisti (che forse allora ancora non lo erano) che gli hanno inventato personaggi inesistenti (artisti) da portare ad una manifestazione d'arte della quale si occupa che chiunque leggeva il CV di costoro diceva "ma questi sono inventati". E gli hanno persino fatto credere che a proporglieli fosse un notissimo fotografo e pubblicitario che non ne sapeva nulla e quando ha saputo a momenti... vabbè comunque costui ha definito la sua rivista nel peggiore dei modi e oggi il dIRetTore parla male del notissimo fotografo (ovviamente). Non sarà che questa rismaccia di fogli che chiama rivista sembra importante ma non lo è? Non sarà ora che sparisca? Lui da lezioni a tutti ma ci sembra un improvvisato. Che vada in pensione lui, la "rivista" e la newsletter. Non sarà che la pittura trova nel collezionismo privato una linfa ben più sana dei giochi di potere di certi musei che sembrano importanti e liberi dal mercato ma lo sono meno delle gallerie? Eli Muca Il Muratore, mucaelido76@yahoo.it | | Non credo proprio che la pittura sia morta. Credo che sia considerata inferiore rispetto alle altre. Basti citare Cattelan, Beecroft, Hirst... Artisti da me stimati e tanto amati. Credo che sia colpa dei curatori del settore e chiamo in causa anche voi. La pittura non è da pensionati, io difendo il mio settore per me è lavoro; anche se so che potrei passare a videoart o installazioni. Lavoro notte e giorno a periodi… per il resto penso quando non lavoro. So che poi tutto verrà tradotto su tele. Misia, collagi3@hotmail.it | | Il rispettatissimo e giusto uomo Pier Luigi Sacco è il grande maestro che ci può dare grandi risposte. Chi meglio di lui sa che il mercato in Italia viaggia sull’onda della pittura. Penso sia un buon investimento per molti. Attenzione sappiamo anche che rispetto a N.Y. (crollo economia, periodo elezioni a parte) alle aste si batte altro. Lì chi sopravvive almeno per 10 anni è un genio (Hirst), spero che Cattelan tra 20/50/100 anni faccia ancora parte della storia dell'arte. A N.Y. è tutto veloce. Magari fosse così in Italia. Da noi chi investe sull'arte sono principalmente banche e fondazioni... ma guardano fuori dal paesello. Contenta che alla biennale di Praga abbia vinto un artista pittore io vado avanti con i miei studi su materiali e tecniche, amo sperimentare. Nell’arte è importante staccare la propria vita da ciò che si vuole comunicare. Forse quello è il pensionato! Sono ancora nel sottobosco! Decisione del critico. Io sono ostinata e non mi voglio bruciare. Questi sono miei problemi. Scusate gli errori, non rileggo. La stanchezza e il nervoso sulla questione. Nb: non metto nome e cognome per la morte di mia madre per omissione di soccorso. Malasanità. E la magistratura sta indagando. Scusatemi. So che a politi non è cosa gradita l'anonimato. Grazie e cordiali saluti. Flash Art sta sempre nella mia biblioteca d'arte contemporanea. Mi riabbonerò molto presto . Misia, collagi3@hotmail.it | | | |
 |
 |
 |

|
| A proposito de: LA PITTURA, SEMPRE PIU' PASSATEMPO PER PENSIONATI? UNA BREVE RIFLESSIONE ATTENTA E MOTIVATA SULLA PITTURA Premesso che non sono un pittore né tanto meno un artista, ma semplicemente uno che scrive d'arte e purtroppo, come tutti coloro i quali si interessano d'arte, una certa faziosità può starci, in alcuni casi rientra nei canoni di quella "obiettività" dettata dall'informazione esasperata di giornali, riviste, mostre e più in generale dai mezzi di informazione telematica e televisiva. Sono peraltro sempre più convinto che l'errore di considerare la pittura come una "lingua morta" nasca dal volere considerare a tutti i costi le nuove tendenze artistiche come una sorta di continuazione della pittura. Ciò è un concetto errato perché l'arte ha semplicemente trovato una nuova formula per esprimersi. Non più pittura propriamente detta ma altre forme espressive quali la video arte, le installazioni e quanto di più innovativo ha generato la cultura contemporanea. Ma allora la pittura in quanto tale come dovremmo considerarla? La pittura pittura rientra in quei meccanismi che ci hanno consentito, generazione dopo generazione, una crescita culturale scevra dall'indottrinamento scolastico. Oggi l'uomo porta in sé, fin dalla nascita, nel proprio patrimonio genetico, quegli elementi che gli permettono di decodificare la qualità di un quadro rispetto ad un altro. A nessuno viene in mente oggi di pensare che un'opera di Van Gogh o di Sisley o di altri impressionisti o post impressionisti, sia una brutta opera, potrà non piacere, ma ciò non toglie che gli attribuirà comunque un valore. Da ciò si deduce che avendo assunto nel nostro patrimonio genetico questo aspetto della conoscenza, e raramente ne faremo a meno per il futuro, continueremo a dipingere, così come continueremo a sperimentare nuove strade verso una ricerca della creatività altra. Duchamp avrà usato il termine: "stupido come un pittore", ma bisogna anche ricordarsi che questo gigante chiamato Marcel Duchamp ha iniziato dipingendo. Francesco M. Scorson, francescoscorsone@alice.it, Palermo | | La mancanza di pittori nelle grandi esposizioni internazionali è appunto la conseguenza, a mio avviso - come anche voi suggerite come possibile motivo, tra gli altri - di quella dittatura dei curatori che ne hanno progressivamente favorito l'emarginazione, favorendo e incoraggiando altri "media" artistici come l'installazione. la videoarte, la fotografia, ormai spesso proposta e venduta come un sostitutivo dell'opera pittorica, ritenuti più "moderni" e in grado di attirare maggiormente le fasce giovanili, oltre a proporsi per un altro tipo di committenza a prezzi anche enormemente superiori per musei, collezioni, fondazioni, ecc. I grandi pittori o, più semplicemente gli eccellenti pittori, non hanno mai smesso di esistere. Alcuni sono anche riusciti a sfuggire - grazie alla loro qualità assoluta - a questa dittatura curatoriale (penso a Richter, Twombly, Polke, in parte Kiefer, solo per fare qualche esempio), e a conquistare comunque un ruolo centrale nell'arte contemporanea, mentre credo che "beatificazioni" come quella di Lucien Freud, siano comunque funzionali a chi vuole comunque continuare a identificare la pittura come una forma di espressione artistica datata". C'è poi da legare a tutto ciò, il decadimento delle tecniche artistiche nella nostra formazione: difficilmente molti studenti delle Accademie sanno oggi maneggiare una matita o un pennello, mentre l'uso di una macchina fotografica o del video sono alla portata di tutti e la loro "artisticità" si presto alla più ampia discrezionalità di giudizio, se adeguatamente sostenuta dalla critica. Penso, in conclusione, che si sia semplicemente scelto di marginalizzare la pittura, con un'operazione critico-mercantile che potrebbe tranquillamente essere rivista in qualsiasi momento. Nel qual caso, parleremmo di "rifiorire" della pittura. Enrico Tantucci, tantuc@interfree.it | | Non credo sia un medium obsoleto (anche se l’età dice il contrario), certamente è molto limitativo. La pittura sta esaurendo carica e tensione, sopravvive (con fatica) grazie al lavoro di pochi artisti. Se inglobata (o fusa) in un ampio progetto che preveda il libero utilizzo di altre forme espressive tipo disegno, fotografia, video, performance, installazione, la pittura potrebbe ancora attrarre e recitare un ruolo importante. È come un appassionato d’auto che nel proprio parco macchine tiene il SUV, l’auto sportiva e la vecchia 500 che utilizza con fierezza e parsimonia nel fine settimana… Lino Cairo, linocairo@libero.it | | E’ una questione di cultura prima che di stile. Intendendo con ciò che tutta una generazione, oramai è sui sessant’anni, è stata coltivata all’ombra dell’albero della “totalità”. Come a dire: la tua visione del mondo dev’essere una visione totalitaria, non in senso ideologico, bensì che comprenda la pittura, la scultura e l’architettura dentro il sociale, dentro il farsi della storia. Finita questa “centralità visionaria” che ha dato grandi frutti si pensi al teatro (Brecht, Baal, Piscator), alla letteratura, alla pittura e ai suoi tanti teorici come Klee, Malevic, Kandiskij. O, si pensi al solo sogno del Bauhaus per cui tutto era arte e vita, e si andava a prospettare un’estetica che si fondeva con l’etica pertanto anche la pittura si fondeva al sociale in questa ottica. Oggi, tutto ciò, si è perso nell’ambito di una serie di disarticolazioni, di rivoli e di individualità che non hanno e non possono avere la complessità di allora, se non quella della propria epoca che è questa di oggi settoriale e divisa. Al di là di questo la pittura resta ed è ancora un’àncora. Che la si voglia o no: oggettiva; che la si voglia o no: soggettiva; essa risponde sempre al detto: “l’arte è un modo di espressione attraverso un mezzo resistente”. La tela eè il mezzo resistente che è come la pagina bianca per lo scrittore. Non tutti arrivano al Nobel, ma tanti scrivono; alcuni scrivono cose intelligenti e sensibili. Ma anche il giudizio si è fatto difficile. Se una volta era semplice inquadrare e quindi giudicare, oggi non c’è stile se non quello individuale per cui il giudizio diventa più opinabile e quindi è difficile catalogarlo e inserirlo in un contesto come è più difficile riconoscerne le qualità. Soprattutto le qualità espressive intrinseche del proprio tempo. Quindi anche i Curatori sono diffidenti nei confronti del loro giudizio ed hanno più paura di sbagliare in quanto i loro giudizii possono essere più fragili, ed esposti alla critica del tempo e delle mode in un breve lasso temporale. L’arte, anzi la pittura, si fa più atto di divinazione che richiede maggiore capacità sensoriale ed emozionale, cosa questa che non tutti i curatori hanno mentre magari hanno sagacia e intelligenza. Ma, se “l’aspetto più importante della pittura non è la sua correttezza, bensì la sua bellezza” si capisce che le doti per riconoscerla non sono più quelle di una categoria standard del bello noto a tutti, ma di un bello da individuare. E nessuno dei curatori ha il coraggio di rischiare nell’indicare Tizio al posto di Caio, ma soprattutto di bruciarsi le carte che hanno in mano. Fallire significa bruciare denaro ai loro livelli. Il mercato si aspetta da loro di individuare investimenti solidi non a rischio. Quindi è meglio scegliere qualcosa d’altro di misconosciuto, o ancora nuovo in fase di sperimentazione. Nel frattempo i Bacon, o, i Pittori Cinesi volano a centinaia di migliaia di euri. Ed essere stupido come un pittore credo che sia da intendere come un complimento in quanto l’amore rende stupidi, ma se non l’hai provato non puoi saperlo! Boris Brollo, borisenko@libero.it | | IGNORANTE COME UN COLLEZIONISTA. Un quadro non si guarda: si legge. Il mecenate di un tempo era l'uomo colto che ben sapeva a chi dare il proprio denaro. L'artista era un artigiano al servizio della società del proprio tempo. Morto il Mecenate è nato il Mercato dell'arte, unitamente al Genio Artistico. Abbiamo imparato a leggere la scrittura, tutti sappiamo distinguere un manifesto pubblicitario da un romanzo, un saggio critico da un thriller, un libretto d'istruzioni da un annuncio mortuario. Non abbiamo imparato a leggere l'arte, ed è divertente sentire un addetto ai lavori mentre evoca sensazioni da un elenco telefonico o rilega nella cultura un foglio bianco. Grazie al nostro "analfabetismo" il mercato dell'arte si è trovato per decenni nella facile situazione di poter trasformare la variabile Tempo in denaro. Questa operazione è stata resa possibile semplicemente comprimendo fino all'esasperazione i tempi di produzione dell'arte e inventando il critico: una persona che legga al posto tuo e, spesso, addirittura al posto dell'autore stesso. Inoltre, sempre facendo un parallelo con il mondo dell'editoria, nell'arte da un certo momento in poi sono spariti i romanzi ed è stata bandita la poesia. Sono stati esposti al pubblico solo saggi critici e manifesti pubblicitari, e guai a non capire la filosofia dei primi o l'immediatezza dei secondi. Il collezionista, l'amatore, negli ultimi ridicoli decenni è stato spesso accolto con sufficienza da un algido, elegante gallerista, in un luogo signorile e soggiogante, più simile ad una banca che alla sobrietà ed alla fatica di cui è tappezzato un atelier. Devi pagare il veloce, incomprensibile parto di un genio che sta al di sopra di tutti ingenerando così un altro paio di fraintendimenti: 1) che il valore di mercato di un'opera d'arte sia uguale al valore artistico della stessa. Questa situazione si può verificare ma, per ora, solo accidentalmente, mentre un'opera stanca o semplicemente non riuscita di autore famoso, avrà di sicuro un valore artistico inferiore al proprio valore commerciale. Il calcolo di una quotazione deve quindi tenere conto di molte variabili. Eppure è anch'esso una fredda espressione matematica che, essendo il risultato di una media, ti darà allo stesso prezzo l'ottimo quadro ed il dipinto non riuscito. Sta all'occhio del collezionista "aggiustare" le quotazioni, sapendo leggere un quadro, senza dover per forza decidere tra "affare" e Arte. 2) pur tenendo presente che un lavoro orribile può aver richiesto molto tempo, mentre uno splendido bozzetto solo l'attimo necessario alla sua visualizzazione, il tempo di produzione di un'opera d'arte non può essere una variabile del tutto insignificante nel calcolo di una quotazione. Inoltre, chi impieghi mediamente un mese per dipingere un quadro non potrà mai dare al gallerista il 50 % o più di provvigione con la stessa serenità di chi, semplificando al massimo il contenuto culturale e/o tecnico, può produrre nella stessa unità di tempo decine di lavori. Quindi un elemento importantissimo perché il mercato dell'arte possa riequilibrare meritocrazia e compenso, è anche il grado di alfabetizzazione di tutti noi. Sarà bello quando la maestra, domani, darà come compito: un quadro da leggere e da valutare è un quadro di sensazioni? Oppure è un saggio critico concettuale?... è una semplice fiaba?... è un violento manifesto pubblicitario? E poi: il quadro ha centrato il suo obiettivo? Pienamente? Poco? Voto. Solo allora, grazie ad una nuova generazione di "lettori" sarà possibile un enorme autodafè davanti allo studio di ogni pittore, per bruciare i "calcoli" sbagliati, e, come lo scienziato, poter così presentare al pubblico solo i risultati corretti: l'arte. In più di 20 anni di pittura ho voluto capire, per accertarmi di non aver buttato via tutte le ore della mia giovinezza nell'inseguire qualcosa che non esiste. Inseguo semplicemente la forma di comunicazione che ci viene dalle grotte di Altamira e di Lascaux, la scienza che ha fatto nascere la geometria. Per fortuna, nell'epoca del riscaldamento e della televisione, l'Arte della consolazione, della religione e dei grandi conflitti esistenziali non è più necessaria, e, nell'attuale contesto, può essere percepita come sovrabbondante: il Requiem di Mozart lo puoi ascoltare solo dimenticando il comfort ergonomico del tuo divano, per uscire nel buio infinito che ci sovrasta. La Scienza silenziosa e intelligentemente modesta ha dato una grande lezione all'individualismo ed alla vanità del pittore. Gli scienziati hanno continuato a passarsi il testimone, mentre noi non ricordiamo più come si prepara una tela. Lo scienziato deve dimostrare le sue formule, le case ed i ponti devono essere stabili e fruibili, solo uno stupido pittore può limitarsi a sputare sulla propria tela? Sì, ma non a caso, perchè l'arte è un calcolo fatto ad occhio, ma può mancare il proprio obiettivo per molto meno di un'unità. Allora ben vengano il concettuale, le transavanguardie, le installazioni: tutto è ammesso se ogni categoria della produzione artistica ha però la possibilità di una seria espressione e collocazione sul mercato. La Biennale di Venezia e la fiera di Bologna non sono che due esempi vergognosi di lobbies di potere che hanno scientemente contribuito ad uccidere una buona parte della produzione artistica più onesta e seria. Basta per ora, sono un operaio dell'arte. Le mie otto ore mi attendono. Anche questa sera sarò stanca quando andrò a lavare i pennelli. Anche questa sera continuerò a vedermi invecchiare nello specchio del bagno, alla luce quaresimale del suo neon. Ma ora sono serena, ho capito che questa missione non richiesta, il grande sacrificio di vivere senza testimoni per la propria esistenza ha un significato. Ho scritto "saggi" nel decennio surreale, ho scritto algoritmi nel periodo delle composizioni modulari e ora, per essere più vicina agli altri, sto scrivendo romanzi. Ho capito che ogni pagina di questo mio libro è un'impronta del mio cammino, l'istante importante rapito all'oblio. Peccato che le mostre non siano che libri strappati. Laura Grusovin, Gorizia, 28 ottobre 2008 | | | | | | | | | | | | | | |
 |
 |
 |
|
|
|
 |

|
 |