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maggio - giugno 2013




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n. 309 marzo - aprile 2013
Caro Politi, Mi chiamo Marina Seravalle e scrivo da spettarice, e lettrice assidua di Flash Art, ...

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DALL'OGGI AL DOMANI
Alighiero Boetti

Flash Art Ottobre Novembere 2001

 

 

1.Vorrei parlare di questi miei vent’anni di lavoro. In questo tempo io penso di essermi posto in una situazione di ricerca, nel senso di un atteggiamento di attenzione e di curiosità che permette di vedere moltissime cose e di divertirsi molto con il mondo, dietro le cui apparenze stanno delle incredibili magie: magie delle parole, magie dei numeri... Un esempio di quello che sono le magie delle parole, cioè un piccolo aspetto di questo nostro universo ricco di mille cose degne di attenzione, degne di essere conosciute, è costituito da quelle particelle che si mettono davanti ai verbi e che ne mutano completamente il senso. Prendiamo il verbo correre. Da questo verbo derivano, grazie alle particelle: scorrere incorrere percorrere rioccorrere ridiscorrere occorrere ascorrere concorrere trascorrere ritrascorrere accorrere riscorrere decorrere rincorrere soccorrere riaccorrere ridecorrere ripercorrere  ricorrere intercorrere.

Ci troviamo di fronte, come anche nel caso del dis di ordine e disordine, di turbi e disturbi, di segno e disegno, a una serie di piccoli suoni che trasformano, a volte completamente, l’immagine e il significato del verbo iniziale.

Come ci sono anche delle magie straordinarie nel mondo dei numeri; e come ci sono delle cose straordinarie che avvengono nel mondo minerale, nel mondo vegetale e nel mondo animale. Questi mondi sono stati separati e messi in ordine gerarchico, ma io penso che in definitiva non esista nessuna gerarchia: siamo sempre di fronte alla stessa cosa, allo stesso manifestarsi di un disegno nelle cose. Come una pianta cresce, così un quarzo cresce anch’esso in una grotta, e una pietra nel Sahara, di notte, si può spaccare in due e mettersi a correre, a rotolare via...

 

Ritratto di Alighiero Boetti, 1964

 

2. Forse volevo parlare della densità, della ricchezza che esiste nel mondo, e che si può rivelare a uno sguardo di analisi e di attenzione che sia altrettanto ricco, altrettanto sfaccettato. Volevo parlare della quantità enorme dei prodotti umani: prodotti dell’intelligenza, della curiosità, dell’attenzione. Potrei parlare di mille cose, in realtà. E vorrei parlare, in particolare, di tutte quelle coppie apparentemente in antitesi ma che io amo vedere unite: separate solo da una convenzione linguistica.

Prendiamo la coppia naturale/artificiale; tanto per fare un esempio: un cestino di bambù è naturale o artificiale? Il fatto è che quando l’uomo entra nelle cose e i fenomeni naturali entrano nella cultura umana, ecco che saltano tutte le antitesi apparenti, tutte le gerarchie e le separazioni che normalmente trasformano il mondo in una prigione. Ci sono, insomma, alcune categorie che, se venissero eliminate, ci permetterebbero di giungere a un maggior grado di comprensione delle cose. Le categorie, in realtà, negano, invece di favorire, la possibilità di comprensione dei fenomeni.

Io ho lavorato molto sul concetto di ordine e disordine: disordinando l’ordine oppure mettendo l’ordine in certi disordini, o ancora: presentando un disordine visivo che fosse invece la rappresentazione di un ordine mentale.

È solo questione di conoscere le regole del gioco: chi non le conosce non vedrà mai l’ordine che regna nelle cose, così come di fronte a un cielo stellato, chi non conosce l’ordine delle stelle vedrà solo una confusione, là dove un astronomo avrà invece una visione molto chiara delle cose.

Di fronte a queste coppie di concetti apparentemente antitetici io penso che ogni cosa contenga il suo contrario, per cui l’atteggiamento preferibile dovrebbe essere quello di azzerare le cose, azzerare i concetti, distenderli, spiegarli; proprio come si può spiegare un foglio di carta, così si può ordinare e disordinare una coppia o una classe di concetti, senza privilegiare mai uno dei due termini contrapposti, ma al contrario cercando sempre l’uno nell’altro: l’ordine nel disordine, il naturale nell’artificiale, l’ombra nella luce e viceversa. D’altra parte così è, forse, anche nell’ordine naturale delle cose: tutto si muove attraverso delle onde, e le onde sono fatte di alti e bassi e sono fatte di intervalli, di pause, e di silenzi...

 

Strumentomusicale, 1970. Stampa fotografica. Foto Paolo Mussat Sartor

 

3. Vorrei raccontare di una pittura che ho visto nella chiesa di Ponza. Vi è rappresentata una porta chiusa e sotto c’è scritto: questa porta non si aprirà mai. Là ho pensato alla forza della pittura e ho capito che quella asserzione, in definitiva, è giusta. Così mi sono reso conto che noi abbiamo un enorme potere in mano: che è quello di inventare il mondo, di mettere al mondo il mondo. Avevano ragione gli Etruschi a fare le foglie blu: dipingere una foglia blu è un atto di invenzione del mondo, dato che la foglia verde esiste già come tale nel regno delle cose e sarebbe meno interessante come rappresentazione. Ecco allora che si arriva al concetto di decorazione, intesa come strumento per stravolgere le cose al fine di inventarle. Una foglia blu in parte stravolge, in parte contiene la forma originaria della foglia, e quindi può dare altre immagini, altre emozioni, altri significati. Anche perché uno dei sensi fondamentali dell’arte e degli artisti è quello di comunicare le cose, di saperle comunicare. Chiunque può fare l’esperienza di cose bellissime, ma comunicarle con la semplice definizione di bello non ha alcun significato, mentre sono proprio gli artisti a essere in grado, usando certi mezzi quali le parole, le immagini, i suoni, ecc., di comunicare realmente l’essenza di quel bello.

Mi viene in mente una considerazione che avevo fatto tempo fa riguardo al rapporto tra arte e alchimia: certamente gli artisti sono tra le rare persone che sanno trasformare certi stati di disagio, di tristezza o semplicemente di imbarazzo nell’essere al mondo, in cose belle. Possiamo cioè arrivare a considerare l’artista come fattore alchemico di trasformazione.

 

Boetti e il gufo nel giardino del One Hotel. Kabul, 1972; Autoritratto (dettaglio), 1993. Bronzo, dispositivo idraulico

e elettrico, 205 x 90 x 60 cm.

 

4. Non amo fare generalizzazioni, e tanto meno analisi teoriche. Dunque preferisco raccontare una mia recente esperienza in Giappone, al fianco di un maestro calligrafo con il quale ho lavorato a Tokyo, e che è stata davvero abbastanza strana e originale. Io infatti avevo conoscenza di quegli artisti occidentali degli anni Quaranta e Cinquanta, inventori dell’action painting; e improvvisamente mi sono visto davanti questo calligrafo giapponese buttarsi sul foglio con il pennello carico d’inchiostro ed eseguire il suo calligramma in un gesto solo, con una grande forza emotiva e con una tensione altissima, proprio come Franz Kline avrebbe potuto fare, e forse faceva, i suoi quadri. Era il contesto a essere completamente diverso: mentre Franz Kline era certamente cosciente di compiere un gesto nuovo — gesto di trasgressione o forse, più semplicemente, solo di grande libertà — questo maestro calligrafo invece non faceva che ripetere, nel suo gesto, migliaia di anni di tradizione anche se, forse, con un suo minimo apporto personale. Eccoci così di fronte a due atteggiamenti completamente differenti, diametralmente opposti di un medesimo fatto, di una stessa realtà fisica e di un fenomeno dotato di una medesima, enormemente intensa emotività. Lavorare con lui è stato bellissimo, anche perché c’è un enorme rigore in Giappone, e certamente io ne sono affascinato essendo forse, caratterialmente, più indirizzato verso un certo disordine, per cui sono molto attratto dal loro rigore, da questa forma secca, asciutta e rituale. E certamente la componente rituale della forma è una cosa bella, gratificante, molto armoniosa e che contiene anche una sua dimensione mentale.

 

5. Vorrei parlare del vento: questa forza che rende le cose leggere, che movimenta e trasporta, che rende leggere anche le cose pesanti. Il vento è un attimo di grazia. Le forme create dal vento sono sempre delle forme di energia, di movimento. Il vento, inoltre, rende le cose provvisorie, e dà anche la dimensione del tempo, perché realizza nelle forme la successione di istante dopo istante dopo istante... Un colpo di vento è anche un colpo via al passato, alle tracce del passato.

Il vento trasforma continuamente le forme: lo si può vedere nella neve, nella polvere, nella sabbia. È una vera forza viva, reale, come i raggi del sole, ma più leggera, anche se la sua energia può essere talvolta violentissima. Ma la sua immagine resta quella della leggerezza, anche mentalmente: le parole leggere, ventilate…

È proprio sul concetto e sulla parola vento che ho voluto lavorare insieme al calligrafo giapponese. Insieme abbiamo fatto dei quadri sulla parola vento. Dal termine italiano si è passati, attraverso l’interprete, a quello inglese per poi approdare a decine e decine di possibilità di scrivere il vento in giapponese. Per scegliere il termine giusto, gli ho spiegato la mia concezione del vento. A questo punto gli ho chiesto di disegnare tutti i venti, tutti i calligrammi e gli ideogrammi che esprimessero questo mio concetto di vento. Dopodiché ne abbiamo scelto un paio e siamo passati a preparare la carta su cui questi sarebbero poi stati tracciati. La preparazione della carta consisteva in una serie di piegature: regolari, irregolari, in orizzontale, in verticale, a ventaglio, ecc. Una volta piegata la carta lui vi tracciava sopra il calligramma prescelto. In seguito, asciugatosi l’inchiostro, la carta veniva di nuovo spiegata e infine definitivamente incollata sopra un supporto. Il risultato era la scomposizione del calligramma iniziale. È stato solo a questo punto, a lavoro ultimato, che mi sono reso conto del fatto che, stranamente, ero andato a fare un lavoro sulle pieghe proprio nel paese del ventaglio. In effetti, per lui era come disegnare su un ventaglio chiuso che poi, aprendosi, scompone l’immagine, mentre in Giappone si fa normalmente il contrario, cioè si dipinge su un ventaglio aperto che poi, chiudendosi, nasconde l’immagine ripiegandola su se stessa. Ma il momento culminante di tutta l’operazione resta comunque quello dell’esecuzione dell’ideogramma, che viene tracciato sempre in un colpo solo, e il pennello, che all’inizio e carico d’inchiostro, risulta alla fine quasi asciutto. Il maestro con cui ho lavorato si chiama Enomoto, Mr. Enomoto, anzi: Enomoto San, che vuol dire Signor Enomoto.

 

6. Vorrei tornare in Giappone la prossima primavera. Questo perché vorrei vedere la fioritura dei giardini. Inoltre, perché la volta scorsa sono andato in autunno. L’autunno è la stagione prediletta dai giapponesi, forse perché ha quel tocco di nostalgia, di tristezza, dato dall’infiammarsi degli alberi, che a loro piace in modo particolare: i rossi, i gialli forti... L’autunno rappresenta molto bene la tendenza caratteriale di quel popolo, che lo sente e lo apprezza — credo — perché vi riconosce una propria inclinazione se non proprio al negativo, almeno al fascino della morte, del dolore, di certi rituali del tramonto e della fine.

Così mi sembra giusto fare il prossimo viaggio in primavera, quando il paese offrirà un tutt’altro aspetto. Tra l’altro, non bisogna dimenticare che tra autunno e primavera corre la stessa differenza di atmosfera che c’è tra il solstizio di inverno e quello d’estate. Mentre infatti il solstizio d’inverno, che dovrebbe essere il giorno più triste dell’anno in quanto quello con meno sole, meno luce ecc., è in realtà il giorno più bello, il giorno della vita, perché è da allora che tutto incomincia a risalire; quello dell’estate, che dovrebbe rappresentare un momento di grande gioia, costituisce invece l’inizio della decadenza. Ecco che mi ritrovo a parlare sempre di questo concetto del doppio, che è poi un soggetto che, come dicono i critici, percorre tutto il mio lavoro. Il fatto è che ci troviamo di fronte a una realtà naturale: è incontrovertibile che una cellula si divida in due, poi in quattro e così via; che noi abbiamo due gambe, due braccia e due occhi e così via; che lo specchio raddoppi le immagini; che l’uomo abbia fondato tutta la sua esistenza su una serie di modelli binari, compresi i computer; che il linguaggio proceda per coppie di termini contrapposti, come quelli che citavo sopra: ordine e disordine, segno e disegno, ecc. È evidente che questo concetto della coppia è uno degli elementi archetipi fondamentali della nostra cultura, e l’atto di prendere un foglio e di strapparlo in due creando così una coppia, in apparenza così semplice, è pur sempre un fatto abbastanza miracoloso, in definitiva.

 

 

7. Vorrei parlare anche di Giovan Bat­tista Boetti, un mio antenato che nacque in Piemonte nel 1700, divenne un domenicano, prese un battello a Genova e partì per l’Oriente. In quelle regioni operò come religioso e poi, dopo vari viaggi di andata e ritorno dall’Italia, fondò una religione, e anche un esercito col quale — e fu il suo ultimo, grande gesto — dichiarò guerra, nel Caucaso, a Caterina di Russia. Naturalmente i suoi 40.000 uomini furono massacrati mentre lui fu preso e fatto prigioniero in un monastero su di un’isoletta del Mar Baltico, dove sembra sia morto. Ma ci sono anche moltissime leggende e tradizioni diverse.

È stato qualche tempo fa che, casualmente, ho ritrovato un suo vecchio ritratto, che mi assomiglia moltissimo e, incuriosito, ho fatto delle ricerche che mi hanno portato a recuperare il manoscritto delle sue memorie, dettate, sembra, in un momento di disgrazia durante il quale lui si trovava in carcere a Genova. Forse non è un grande personaggio, questo mio antenato, ma certamente è un personaggio interessante nella sua dimensione, credo, quasi contadina.

 

8. Potrei parlare dello stesso disegno che troviamo su un ananas e su una tartaruga. E così ritornare al punto iniziale, alla mia convinzione che uno degli errori più evidenti della nostra cultura sia la divisione che è stata operata sulla unicità e globalità del mondo in rigide classificazioni: quali regno animale, vegetale, minerale e così via. È una categoria mentale, questa della separazione, che mi sembra offuschi, veli la possibilità di una comprensione delle cose; che nella sua pretesa di spiegare, serva invece solo a negare un ampio respiro di comprensione verso le cose. Ecco allora che bisogna azzerare: bisogna capire che il meccanismo del mondo in definitiva è unico, e si sviluppa attraverso vari procedimenti e attraverso aspetti diversificati in qualsiasi realtà, sia essa una roccia, un fiore o altro... Come si può vedere una foglia di fico crescere e arrampicarsi, così si può immaginare ugualmente energetico un quarzo che si crea nella profondità e nel silenzio di una grotta; e cresce, ingrandisce, esattamente come un animale o una pianta. Bisogna allora riuscire a percepire questa unicità nelle cose, invece di frammentarle sempre in categorie e classificazioni, e soprattutto in antitesi del tipo buono/cattivo, bianco/nero, ecc. Le cose sono sempre estremamente miscelate. Basta osservare le regole della fisica: se prendiamo un mucchio di sabbia bianca e un mucchio di sabbia rosa e li mischiamo, possiamo star certi che non si verificherà mai un movimento per cui tutti i granelli bianchi torneranno da una parte e tutti i granelli rosa dall’altra. Continueranno a essere mischiati e non si scioglieranno mai più.

Grazie a questa unione tra bianco e rosa, credo si potranno intuire certi meccanismi della vita e certe bellezze del mondo, e certe felicità del mondo, senza peraltro limitarsi a uno sguardo troppo ammirativo nei confronti della natura: anzi, c’è una mia serie di lavori che si chiama La natura è una faccenda ottusa, nei quali ho voluto presentare un’immagine della natura come realtà senza forma né colore, solo un insensato correre verso la vita, mentre è lo sguardo mentale dell’uomo che solo può, grazie all’attenzione che vorrà porre verso le cose del mondo, coglierne i colori, i profumi, le bellezze...                   
 
 

Trascrizione di un colloquio avvenuto nella primavera del 1986 tra Alighiero Boetti e Sandro Lombardi, pubblicato per la prima volta in  Dall’oggi al domani, a cura di S. Lombardi, Edizioni L’Obliquo, Brescia, 1988.

 
 

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