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maggio - giugno 2013




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n. 309 marzo - aprile 2013
Caro Politi, Mi chiamo Marina Seravalle e scrivo da spettarice, e lettrice assidua di Flash Art, ...

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HERNAN BAS
Sarah Douglas

Flash Art 258 – giugno – luglio 2006

 

 

L’INVENZIONE DELL’AMORE

 

SARAH DOUGLAS: Fino a non molto tempo fa, hai dipinto giovani snelli, dall’aria fragile, usando i drink dietetici della Slim Fast. Come hai deciso di utilizzare questo materiale piuttosto non convenzionale? Nel lavoro di un altro artista, lo si sarebbe potuto leggere come un intento critico una critica all’industria degli alimenti dietetici, o un attacco all’ossessione americana per l’immagine fisica e per i corpi idealizzati della pubblicità, ma non riscontro questa volontà nel tuo lavoro.

Hernan Bas: L’idea dello Slim Fast come materiale artistico mi è venuta cercando

qualcosa di equivalente all’uso del grasso da parte di Joseph Beuys. Si è trattato di

un’idea molto semplice: dipingere dei ragazzi magri con della pittura magra. La reazione

critica è qualcosa di cui sono sempre ben consapevole, tuttavia per me la preoccupazione maggiore era quella di vedere il modo in cui il liquido si depositava, macchiava e rapprendeva la carta. Dipingo ragazzi magri perché sono uno di loro. C’è stato un tempo in cui il mio lavoro si basava su nozioni legate all’immagine fisica, ma sono cresciuto da allora e adesso dipingo ciò che conosco (quindi, spesso, me stesso).

 

Picking Lillies for the Dead (dettaglio), 2006. Olio e tecnica mista su tavola, 30,5 x 25,4 cm. Courtesy Victoria Miro, Londra.

 

SD: I tuoi dipinti richiamano alla mente  dandy del XIX secolo. Hai mai letto la pièce di Tom Stoppard L’invenzione dell’amoreRiguarda l’omosessualità repressa del poeta classicista A.E. Housman, l’ossessione per un suo atletico compagno di collegio, opposta alla celebrazione incondizionata della personalità dandy da parte di Oscar Wilde. Un critico ha scritto che esplori le radici — che affondano nel XIX secolo — di un “determinato vocabolario

omosessuale”.

HB: Ho letto L’invenzione dell’amore. La mia frase preferita è di Wilde. Mentre viene traghettato attraverso il fiume Stige, dice: “La malvagità è un mito inventato dai buoni per spiegare lo strano fascino degli altri”. La mia attrazione verso l’epoca dei dandy è legata alla speranza che essi (Wilde, Huysmans e persino Bosie) possano aiutare a gettare luce sul perché trovo che i piaceri che loro promuovono siano stati tanto seducenti decenni fa, quanto lo sono per me oggi. Mi piacciono i pavoni e la porcellana perché questo è insito nell’essere gay, o mi sento attratto da queste cose perché fanno parte, o dovrei dire il “vocabolario” di queste cose fa parte, dell’unica “storia gay” che posso rintracciare? Il fatto che la maggior parte della storia gay sia, in qualche modo, nascosta, è diventato piuttosto importante nel modo in cui stratifico il mio lavoro; ho sempre pensato che i segreti e il sospetto siano più sexy dello spiattellare tutto.

SD: Le donne non compaiono spesso nei tuoi dipinti — in realtà sembrano esserne del tutto assenti. Hai fatto serie basate su versioni completamente maschili di Carrie di Stephen King, dei misteri nei gialli Hardy Boys, dei manuali dei Boy Scout e di Moby Dick.

HB: Curiosamente, ho incluso da un po’ di tempo alcune donne nei miei dipinti, e nessuno se ne è accorto. Credo dipenda dal fatto che la mia tipologia maschile assomiglia tanto a quella di fragili modelle che, quando includo una ragazza, tutti pensano si tratti di un ragazzo con i capelli lunghi. Ma sì, in passato, è stato un mondo solo al maschile. Non aspiro a vivere in un’utopia gay; diventerebbe noiosa molto presto. Sto cercando di realizzare dei lavori su temi universali. Se l’amore è uno di questi, non ci penso troppo quando l’immagine include due ragazzi. È qualcosa che la gente presume di vedere, a prescindere dal fatto che io dipinga una ragazza o meno.

 

Things Fly About, 2006. Olio e tecnica mista su tavola, 30,5 x 25,4 cm.

 

SD: Alcuni dei tuoi dipinti — per esempio The Lovers of Lyons, in cui due giovani stanno per commettere un suicidio in un cimitero — mi ricordano il tipo d’inevitabile seriosità dei testi degli Smiths (“Morire al tuo fianco è un modo paradisiaco di morire”). Da un lato, questi testi sono melodrammatici, ed è facile farli passare per ironici o satirici. Dall’altro, beh, chi non ha provato questo tipo di emozioni überromantiche?

HB: Penso tu abbia capito a fondo il mio lavoro. Adoro giocare col dramma fino al punto in cui si trasforma in commedia. Sono scosso da un brivido quando vedo qualcuno che osserva i miei dipinti con una specie di sorriso, e dice “davvero dolce!”, e a questo punto dico loro il titolo o faccio notare che la credenza cui si appoggia il ragazzo è in realtà una bara e il dipinto si intitola He’s Not Coming BackSono un gran fan delle soap opera. La mia preferita è Passions, uno show che non potrebbe prendersi seriamente nemmeno se ci provasse. In una cittadina sul mare chiamata Harmony, un cast di personaggi che include una strega di  trecento anni e una bambinaia scimmiesca traballa attraverso trame improntate vagamente a uno stile camp, “effeminato”.

SD: Il tuo lavoro è letterario e narrativo — recentemente sembra esserci stata una rinascita

della pittura narrativa. Che cosa ti ha condotto verso questa tipologia?

HB: Sono sempre stato “toccato”, per usare l’unico termine che si avvicini alle mie emozioni,

dalla parola scritta. Se mai potessi suscitare con un dipinto ciò che una frase da una poesia di Whitman o da una canzone dei Magnetic Fields provoca in me, sarei estremamente felice. Credo che forse le immagini che dipingo stiano solo cercando di ricreare il momento topico di un bel romanzo.

 

Dall’alto, in senso orario: A Little Broken, 2006. Olio e tecnica mista su tavola, 30,5 x 25,4 cm; A Visit, 2006. Olio e tecnica mista su tavola, 30,5 x 25,4 cm; Lipstick Stone, 2006. Olio e tecnica mista su tavola, 30,5 x 25,4 cm; The Bullfighter, Time Off, 2006. Olio e tecnica mista su tavola, 30,5 x 25,4 cm; A Little Puss, 2006. Olio e tecnica

mista su tavola, 30,5 x 25,4 cm; The Gateway, 2006. Olio e tecnica mista su tavola, 30,5 x 25,4 cm. Courtesy Victoria Miro, Londra.

 

SD: Un articolo elogiativo, uscito sul New York Times riguardo alla tua partecipazione alla Biennale del Whitney del 2004 comprendeva l’osservazione: “Il suo lavoro, meno interessato a dichiarare un’identità sessuale che a rivelare l’instabilità di tutti i ruoli di genere, aiuta a 
definire
un’ ‘arte queer’in opposizione a un’‘arte gay’”. Sei d’accordo?

HB: Quella è una delle osservazioni sul mio lavoro che preferisco. Mi piace l’idea che “arte gay” sia un’espressione datata per descrivere il lavoro di un giovane artista gay in questo momento. Preferisco di gran lunga “arte queer” ad “arte gay”, lascia molte più possibilità. “Queer” somiglia di più a un universo in stile John Waters dove i Teletubbies vivono in armonia con i pupazzi di Meet the Feebles di Peter Jackson [film parodia dei Muppets, i cui protagonisti — fra gli altri un coniglio con l’AIDS, una rana cocainomane e una volpe omosessuale — ne dissacrano il mito familistico]. Quello è un mondo in cui merita vivere.

 

(Traduzione dall’Inglese di Chiara Leoni)

Sarah Douglas è giornalista di Art + Auction. Vive e lavora a New York.

Hernan Bas è nato a Miami nel 1978. Vive e lavora a Miami.

 

Principali mostre personali: 2006: Il Capricorno, Venezia; Daniel Reich, New York; 2005: Fredric Snitzer, Miami; Victoria Miro, Londra; 2004: Moore Space, Miami; Sandroni Rey, Los Angeles; Daniel Reich, New York; Schmidt Center, Florida; 2003: Fredric Snitzer, Miami; 2002: Museum of Contemporary Art, North Miami, FL; 2000: Frances Wolfson, Miami Dade Community College, Miami.

Principali mostre collettive: 2006: Mixed Emotions, Haifa Museum of Art, Israele; Think Warm, Tomio Koyama, Tokyo; Garden Party, Deitch Projects, New York; 2005: New Figuration, Christina Wilson, Copenaghen; Triumph of Painting - Part III, Saatchi Gallery, Londra; MoCA and Miami, Museum of Contemporary Art, Miami; Little Odysseys, Marianne

Boesky, New York; Ten, Rubell Family Collection, Miami; New Worlds: New Romanticism in

Contemporary Art, Schirn Kunsthalle, Francoforte; Situational Prosthetics, New Langston Arts, San Francisco; 2004: Whitney Biennial, Whitney Museum of Contemporary Art, New York; Painting 2004, Victoria Miro, Londra

 
 

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