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maggio - giugno 2013




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n. 309 marzo - aprile 2013
Caro Politi, Mi chiamo Marina Seravalle e scrivo da spettarice, e lettrice assidua di Flash Art, ...

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KETTY LA ROCCA
Francesca Pasini

Flash Art n.298 dicembre 2011 – gennaio 2012

 

 

Galleria Milano – Milano

 

Ketty La Rocca (1938-1976) dichiara nel 1963: “Non voglio il conto della vita — mi dispiace niente autocritica”. È un collage su fondo nero dove queste due affermazioni si trovano una all’inizio e l’altra alla fine del campo visivo; in mezzo, bocche che sembrano foglie che  cadono, si addensano attorno a una candela accesa. Si trova giustamente all’ingresso della Galleria, quasi un incipit della bella rassegna che racconta la vita attraverso le opere. 

 

Ketty La Rocca, Non voglio il conto della vita, 1963. Collage su

carta, 70 x 50 cm. Courtesy Galleria Milano, Milano.

 

Di Ketty La Rocca tutti sappiamo, in una specie di passa parola, che non ha ancora avuto l’ufficialità che merita. Fa dunque un grande piacere questa mostra. L’attualità dell’artista colpisce specialmente nella crisi attuale, che non riguarda solo l’economia, la politica, la finanza, ma anche i desideri e le emozioni. E lei ci avverte che il conto della vita non si può subire passivamente, che non si può fare autocritica quando non ci sono ragioni sufficienti per rinunciare alla propria integrità. Il suo appello, lanciato nel 1963 come un manifesto pubblicitario, assume oggi un valore profetico e uno stimolo a uscire dalla palude di conformismo che fa dire ai benpensanti che l’intreccio tra sesso e politica c’è sempre stato. Il suo “mi dispiace niente autocritica” si aggiorna immediatamente. No, non si può accettare che l’attuale capitalismo del sesso imponga un’arcaica visione del rapporto uomo-donna. Ketty La Rocca aveva capito che il perno delle relazioni tra l’uno e

l’altro stava proprio in quello “You” impresso sul palmo della mano (You You, 1975), e nelle parole che assecondano le linee della vita. Le immagini della storia dell’arte, della sua città, di poster del cinema (La Pietà, 1974; Firenze-Piazza Demidoff, 1974; Il monello, 1975), scontornate dai suoi testi in grafia microscopica, si disincarnano in una sequenza che giunge a pochi tratti sospesi, come se la scrittura e il disegno fossero il gene della biologia umana che fa affiorare la soggettività. Il dialogo, tra me e te, era la sua adesione alla poesia visiva.

 
 
 
 

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