| ER: In tutti i tuoi film i protagonisti, spesso con i destini contro, sono forti sia fisicamente che mentalmente. Inoltre, con il tuo tocco “pittorico”, hai fatto in modo di trasformare la loro sofferenza in qualcosa di bello, come se la loro unica speranza di sfuggire alla morte fosse attraverso la loro arte. JS: La vita comprende la morte ma l’arte no, perché non è vita. È una rappresentazione della vita. Così, se non contiene la morte, essa è una negazione della morte ed è per questo che noi diciamo essere un’affermazione della vita, non importa quanto possa essere tragico il personaggio. Andrei Tarkovsky afferma che non ci può mai essere un’arte pessimistica, ci può essere solo talento e mediocrità. E io credo che abbia ragione. Non mi piace usare parole come creare, spirituale o ispirazione; la verità è il modo in cui descrivi un film come Andrej Rublëv. L’autore ne è così preso da trovarsi nel processo, nell’atto di filmare qualcosa che è al di là del linguaggio. Ed è ciò che cerco di fare nei miei dipinti e nei miei film. ER: Lo scafandro e la farfalla è al di là del linguaggio. JS: È anche al di là della logica. Anche i miei quadri sono in un certo senso al di là della logica. Posseggono delle caratteristiche riconoscibili ma poi c’è dell’altro che va al di là di questi requisiti, qualsiasi significato avessero precedentemente, e che li fa approdare altrove. È qualcosa a cui non so rispondere. ER: I tuoi dipinti non sono così accessibili come i tuoi film. JS: Sai perché? Se si potessero portare tutte le persone che vanno al cinema nella stanza in cui ti trovavi questo pomeriggio non ci sarebbe alcun problema. Ma la gente è abituata a guardare la TV a casa o ad andare al cinema, non sa stare in piedi davanti a un dipinto, quasi fosse un’esperienza obsoleta. Non credo si possa giudicare il successo o la qualità di un lavoro dal numero di persone che lo vede. Ma quando si tratta di un film questo è possibile, per esempio se si incassa un miliardo di dollari con un film come Avatar. ER: Prima che sia notte è stato girato in Messico e a New York, Lo scafandro e la farfalla in Francia e Miral in Israele e Palestina. Mi sembra che tu sia attratto, e mi permetto di aggiungere molto facilmente, da tutto ciò che è straniero: paesi, scrittori, location cinematografiche, per non citare le belle donne, due delle quali hai sposato, e una con cui convivi attualmente. Hai anche vissuto in Europa. Cosa ti piace dell’Europa? JS: Un giorno scriverò qualcosa sui miei quadri e qualcuno mi chiederà: “Perché lo hai scritto”? E io dirò: “Non ti piace quando vai all’opera e tutti cantano in italiano e tu non sai quello che stanno dicendo?”. Così io penso ci sia una sorta di piacere nell’estraneità. È un tale ostacolo quando si capisce tutto. ER: Il tuo film più recente, Miral, basato su un libro di Rula Jebreal, già presentato ai festival di Toronto e Venezia, racconta la storia del conflitto israeliano-palestinese da un punto di vista pro Palestina. Questo sembra essere un punto di partenza per te. Intendo dire che tutte le altre pellicole, fatta eccezione forse per Prima che sia notte, ambientato a Cuba, non sono né controverse né particolarmente politiche. JS: Penso che i miei film, così come i miei dipinti siano diversi. Sono tutti uguali e sono tutti diversi. Credo, infatti, che questo film sia in fondo anche la storia di uno scrittore. Si tratta di una ragazza che diventa una scrittrice e racconta la storia di ciò che è successo e del perché, una storia che può rendere la gente più consapevole. In realtà non è un film pro Palestina, ma un film a favore della pace. E penso che ciò che è buono per i palestinesi sia buono per gli israeliani e viceversa. (Traduzione dall’Inglese di Sara Tedesco). Edward Rubin è critico d’arte. Vive e lavora a New York. Julian Schnabel è nato nel 1951 a New York, dove vive e lavora. |