| LP: Nell’ultimo progetto, da poco presentato alla Galleria Michela Rizzo di Venezia, ti riconfermi un attento indagatore del tuo tempo, proponendo un’interessante analogia tra l’opera di Marcel Duchamp e la cosiddetta “finanza creativa”. Cosa accomuna l’indiscusso maestro del Novecento all’attuale situazione economica? FV: Ultimamente, inaspettata nonostante qualche Cassandra, è arrivata la débâcle della finanza creativa, che mi ha indotto a riscoprire un mio scritto del 1978, intitolato Duchamp e l’occultamento del lavoro; l’ho riproposto con una breve aggiunta nel libro Duchamp messo a nudo, pubblicato in occasione della mostra alla Galleria Michela Rizzo. Con questa aggiunta, ho potuto mostrare in modo più chiaro le analogie di fondo fra la produzione del valore nell’opera duchampiana e quella della ricchezza millantata dalla “finanza creativa”, principale causa dell’attuale dissesto globale. La novità del testo del 1978 consisteva nel proporre una lettura inaspettata dell’opera di Duchamp, utilizzando concetti tratti dall’economia, in un momento in cui trionfava l’interpretazione in chiave alchemica (Arturo Schwarz, Jean Clair, Maurizio Calvesi, ecc.), che veniva reputata, probabilmente, molto raffinata ed elitaria. LP: Quali sono queste analogie? FV: Sia nel sistema dell’arte sia in quello della nuova economia vengono proposte affermazioni di valore autoreferenziale, nel senso che vengono sottratte al controllo. Detto in modo un po’ brutale, è come se si volesse ottenere tutto in cambio di niente. In entrambi i casi ci si viene a trovare, dal punto di vista della logica, in una situazione di paradosso. Con Duchamp si ha una completa divaricazione fra segno e giustificazione del segno, fra apparenza e ruolo; mentre, a proposito dell’economia, vale quanto detto recentemente da Giulio Tremonti: “Ci si era illusi che la ricchezza nascesse dalla finanza e non dal lavoro”. LP: Pensi che il mondo sia effettivamente cambiato dopo il dissesto economico degli ultimi anni? FV: Siamo su una slavina e tutto il terreno attorno è franoso. LP: Una delle intuizioni più felici, che oggi può essere vista come una sorta di “collante” della tua ricerca, è stata senza dubbio la novità espositiva incentrata sul concetto di “tempo reale”, che per primo hai introdotto nel dibattito artistico. Da dove nasce questa esigenza di aprirsi pericolosamente alla casualità degli eventi? FV: Ho coniato la formula “esposizione in tempo reale” all’inizio del lontano 1969. Mi ero accorto che quanto andavo proponendo non rientrava in senso stretto nelle categorie allora di moda: azione, happening, performance. C’era bisogno di una terminologia nuova se volevo evitare di essere ricondotto a categorie inadatte. È una formula che ha avuto molto successo, riconosciuta, già al suo apparire, anche dal grande Gillo Dorfles. L’aprirsi al caso era qualcosa che aveva radici lontane; in particolare era una tecnica tipica del Dadaismo e ripresa poi dal Neo-dadaismo a partire dai primi anni Sessanta. Ma la mia declinazione del caso l’ha portata a coincidere per molti aspetti con l’arte relazionale tipica degli anni Novanta; questo risulta evidente se si considerano le nozioni, presenti in entrambe, di interattività, socialità e convivialità. Per quest’ultimo aspetto basterà ricordare i quattro bar o caffè costruiti per altrettante esposizioni, a partire da quello della Biennale di Venezia del 1993, Bar Code-Code Bar. LP: Questo significa quindi partecipazione del pubblico, ingrediente che non è mai mancato nelle tue opere e che oggi pare molto apprezzato dalle nuove generazioni di artisti. FV: I progetti dei bar sono nati come risposta a un latente bisogno di convivialità mentre tutto sembrava andare nella direzione della più esasperata concorrenza e affermazione del singolo. Forse sei troppo giovane per ricordare l’imperante yuppismo degli anni Ottanta. Già nel 1972, durante la mia partecipazione alla Biennale di Venezia, era presente questa volontà di coinvolgere il pubblico. LP: Recentemente hai proposto una nuova versione di Bar Code, definendolo una“fotografia abitata”. Perché? FV: L’installazione è stata allestita in un grande ambiente dove ho avuto la possibilità di costruire un vero e proprio scenario. La sua frontalità dava all’insieme un aspetto fotografico che, date le dimensioni, diventava abitabile. LP: Qui, come nel lavoro del 1993, rifletti sul codice a barre. Cosa ti affascina di questo segno astratto? FV: Il fatto di essere, più di qualsiasi altro, il vero segno dei nostri tempi. È stato progettato solo per funzionare ed è privo di qualsiasi (voluta) dimensione simbolica. LP: Nei tuoi lavori hai sempre utilizzato le più recenti tecnologie a disposizione sul mercato, non tanto per l’immagine che queste sono in grado di ottenere, ma per la possibilità di indagare sulle logiche interne. Della fotografia, per esempio, hai evidenziato in anticipo sui tempi “l’inconscio tecnologico” che da sempre la governa, aprendo la strada a quelle sperimentazioni collettive che vedono progressivamente occultare la figura dell’autore potenziando quella dell’utente. Pensi che ci sia una relazione fra alcune tue opere e ambienti virtuali anonimi e partecipativi come blog e social network? FV: Quello di “inconscio tecnologico” è il secondo concetto di cui credo di poter vantare la paternità; per mettergli il copyright ho dovuto scrivere un libro, pubblicato nel 1979, intitolato, appunto, Fotografia e inconscio tecnologico. L’ultima parte della tua domanda riguarda fenomeni che si succedono in forma magmatica e che, se affrontati adesso, ci porterebbero molto lontano. |