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maggio - giugno 2013




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n. 309 marzo - aprile 2013
Caro Politi, Mi chiamo Marina Seravalle e scrivo da spettarice, e lettrice assidua di Flash Art, ...

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BIENNALE MANIFESTO
Hans Ulrich Obrist

Flash Art n. 277  agosto-settembre 09

 

“A twenty-fi rst-century biennale will utilize calculated uncertainty and conscious incompleteness to produce a catalyst for invigorating change whilst always producing the harvest of the quiet eye”.

Cedric Price

 

A for ARCHIPELAGO

Per Édouard Glissant le biennali possono essere paragonabili sia a continenti, imponenti e solidi come roccia, sia ad arcipelaghi, accoglienti e ospitali. Secondo Glissant, infatti: “La temporalità non lineare implicita in questa idea o concetto, la coesistenza di più zone temporali implicherebbero senz’altro anche una gran varietà di luoghi di contatto”. Intesa come punto di contatto reciproco, la biennale è in grado di mediare tra città e museo. Piuttosto che copiare il formato di altre biennali, quelle nuove dovrebbero pertanto inventare altri moduli espositivi. Sempre per Édouard Glissant le biennali oggi hanno bisogno di fornire nuovi spazi e parametri temporali al fine di creare una “mondialità”: una diversità che arricchisce il dialogo globale. L’odierna moltiplicazione di biennali nel mondo rappresenta una sfida a tale esigenza. Urge generare una situazione recettiva verso spazi più complessi e interessanti che possano combinare grande e piccolo, vecchio e nuovo, accelerazione e decelerazione, silenzio e rumore.

 

TOBIAS REHBERGER, Was du liebst, bringt dich auch zum weinen, 2009. Veduta dell’installazione al Palazzo

delle Esposizioni, 53ma Biennale di Venezia. Foto: Wolfgang Guenzel.

 

B for BRIDGE

La moltiplicazione di biennali/triennali va considerata come un fenomeno positivo anche in relazione alla necessaria moltiplicazione dei centri. La ricerca di un centro assoluto che ha dominato gran parte del XX secolo si è aperta a una polifonia di centri nel XXI secolo e le biennali contribuiscono in maniera determinante a tale cambiamento. Inoltre, esse agiscono come ponte tra “locale” e “globale”, tra due poli, due estremità. Come l’artista Huang Yong Ping ha recentemente spiegato, generalmente noi pensiamo che una persona dovrebbe avere un solo punto di vista, ma quando quella persona diventa un “ponte”, i punti di vista devono essere due. Questo spiega anche, in qualche modo, il concetto del superamento dei confini dell’io individuale. Uno dei due punti, la propria personalità, è quello più stabile mentre l’altro è il punto più fluttuante. Un ponte è sempre pericoloso. Tuttavia per Huang Yong Ping la nozione di pericolo non è negativa bensì positiva: crea le condizioni favorevoli allo sviluppo di qualcosa d’altro. Affidandosi al caso, si può avere accesso all’illuminazione. I filosofi della tradizione cinese non hanno mai detto: “Io dico”, ma: “I nostri antenati dicevano”. È un modo per accedere alla realtà.

 

C for CRITICAL MASS

Una biennale è spesso il fattore scatenante di un campo di energia dinamica che si irradia su tutta la città. Questo funziona in particolare quando tutti gli spazi espositivi e le istituzioni partecipano in uno sforzo comune. Accanto alla biennale e alle grandi esposizioni possono innestarsi inoltre molti altri eventi autonomi: mostre studentesche, controbiennali... Grosso potenziale di una biennale è quello di essere una vera e propria scintilla per la scena locale, o come sostiene Anri Sala: “un input multistratificato sulla città”.

 

D for DEATH OF THE BIENNALE

In un recente testo Daniel Birnbaum ha paragonato l’esaurimento finale del formato biennale con la morte del romanzo. Ciò non vuol dire che non ci saranno più biennali ma che, al contrario, ci troviamo di fronte a uno scenario che ingloba più di cento biennali e triennali sparse nel mondo. Birnbaum si domanda se la biennale, in quanto modello sperimentale e innovativo, abbia terminato il suo gioco. Il testo si conclude con una speranza: un nuovo inizio avrà luogo... 

 

Dall’alto in senso orario: GUTAI, veduta parziale della mostra al Palazzo delle Esposizioni, 53ma Biennale di Venezia; SIMON STARLING, Wilhelm Noack oHG, 2006. Veduta dell’installazione. Courtesy Fondazione La Biennale di Venezia; ALESSANDRO PESSOLI, Superstandard (dettaglio), 2009. Tecnica mista su carta, 30 parti. Per tutte: Courtesy Fondazione La Biennale di Venezia. Foto: Giorgio Zucchiatti.

 

E for ÉTONNEZ-MOI

Le biennali dovrebbero schiudersi all’inatteso; la posizione curatoriale disporsi alla sorpresa. In uno scambio ormai leggendario Diaghilev sfidò Cocteau a stupirlo. Il suo “Étonnez-Moi!”  (sorprendimi!) sarà sempre significativo. Dobbiamo aspettarci sempre qualcosa di nuovo dalle biennali.

 

F for FUTURE

Le biennali sono una lotta continua e articolata tra presente, passato e futuro, in cui l’unica costante è rappresentata dal cambiamento stesso: è una visione della storia in perenne negoziazione; verità storica per sempre in situ. Che dire, dunque, sul futuro della biennale? Innanzitutto, occorre sottolineare che, in riferimento a qualsiasi fenomeno, le visioni del futuro: (a) evolvono nel tempo e (b) sono molteplici... Il futuro della biennale sarà, in altre parole, variabile e plurimo.

 

I for IN-BETWEEN

La biennale è anche un’occasione per creare nuove alleanze; si tratta di andare oltre quelle strategie che marchiano la città e orientarsi verso nuove forme di cooperazione e dialogo. Per la Biennale di Lione io e Stéphanie Moisdon volevamo instaurare un dialogo con la città e con la regione — il programma di “Résonances” includeva più di 80 eventi in giro per Lione —, allo scopo di stimolare nuove collaborazioni — la formula di “Tres Bienn” coinvolgeva le biennali di Atene, Istanbul e Lione nello sviluppo comune di scambi interculturali. Questo aspetto delle nuove alleanze è particolarmente importante in un momento in cui sono assenti quei movimenti ideologici, generazionali o stilistici ai quali eravamo abituati nei decenni passati.

 

M for MEMORY

“Tutto, tutto tutto è memoria”, diceva Giuseppe Ungaretti. Una biennale si svolge in circostanze complesse. Quando cerchiamo il modo per affrontare tale complessità è importante non limitare le nostre riflessioni a un singolo modello, ma studiarne diversi, sia

storici sia contemporanei, che adottino un approccio sperimentale nei confronti di questa complessità. In un momento di profonda innovazione nel campo dell’arte contemporanea — un momento nel quale la stessa si è inserita nella coscienza pubblica come mai in passato — è vitale che le biennali procedano intelligentemente e che si agisca non solo con la consapevolezza di ciò che i nostri contemporanei stanno attraversando nel sistema dell’arte, ma anche con la comprensione di quanto è avvenuto in passato e di ciò che accade oggi nelle discipline parallele.

 

Da sinistra: ULLA VON BRANDENBURG, Singspiel, 2009. Veduta parziale dell’installazione. Courtesy Fondazione La Biennale di Venezia. Foto: Giorgio Zucchiatti.

THOMAS BAYRLE, Conveyor Belt, 2007-2008. Legno, 450 x 430 x 430 cm. Courtesy Galerie Barbara Weiss, Berlino. Foto: Wolfgang Günzel.

 

N for NEW GEOGRAPHIES

“Sì, credo che ci sia molto da fare riguardo a questo tema: seguire e descrivere, accompagnare eventualmente questo grande, enorme ribaltamento che stiamo vivendo,

questo enorme spostamento del centro di gravità dei mondi antichi verso questi nuovi mondi di cui non possiamo fare altro che indovinare le forme in mezzo alla nebbia! Evidentemente il parallelo braudeliano si impone: pensavo a quello spostamento del centro del mondo dal Mediterraneo all’Atlantico e al Pacifico nel corso del XVI secolo (vale a dire da un mondo formato/limitato/ edificato verso un orizzonte illimitato, punteggiato di arcipelaghi e di nebulose), che Fernand Braudel descrive in Civiltà materiale, economia e capitalismo”.

(Da una e-mail di Patricia Falguières ad Hans Ulrich Obrist, gennaio 2007)

 

O for ORGANIC / ONGOING

È molto importante ciò che avviene tra una biennale e l’altra. Pensiamo al vuoto di due anni che segue all’evento. Idealmente si dovrebbe trattare di un processo costante, un’attività continua, più organica. La maggior parte delle biennali viene realizzata in un arco di tempo brevissimo e le operazioni organizzative sono sempre più ridotte. I curatori dovrebbero opporsi e trovare un contesto di lavoro più ragionevole. Data l’importanza delle biennali c’è il pericolo latente che a seguire il fuoco d’artificio siano due anni di deserto. Cambiare il format e lavorare a eventi ad interim può aiutare a superare questo problema. In termini progettuali, una biennale potrebbe svilupparsi su più livelli che si sedimentano. Con ciò si evita che la biennale sia una tabula rasa, che comincia daccapo ogni due anni e nega la sua precedente storia. Significa anche considerare quanto accade tra un grande evento e l’altro. In molti casi l’inaugurazione attrae numerosi visitatori ma subito dopo è come se il pulsante di spegnimento fosse stato premuto. Al contrario, quello che speriamo di vedere è una fiamma perenne, sempre accesa tra una festa e la successiva e non un evento temporaneo nel nome di quel turismo culturale che poco contribuisce alla scena artistica locale. Non optiamo per uno sprint, ma per una corsa sulla lunga distanza che miri a una biennale sostenibile e possa stimolare lo sviluppo locale grazie alla creazione di un laboratorio permanente che accumuli importante materiale d’archivio.

 

P for PLURALISM

Come indica assai bene Paul Veyne: “Bisogna sempre diffidare dalle spiegazioni in stile

‘spirito del tempo’, dalla totalità sociale e politica, dall’essere pluralisti, pluralisti e ancora

pluralisti. Bisogna riconoscere la specificità di ogni cosa: della religione, dell’arte, di tutto ciò che si vuole, senza cercare alcuna spiegazione globale, né uno stile globale. Occorre percepire la diversità, l’originalità e la casualità della complessità umana, composta da elementi eterogenei, nessuno dei quali governa gli altri, nessuno dei quali è sovrano. Non si calunnia il proprio tempo se non ignorando la storia”.

 

T for TRANSNATIONAL

Diventare una linea di confine. La questione delle mostre trans-nazionali sembra aver rappresentato un punto chiave dagli anni Novanta fino a oggi; non si tratta di focalizzarsi sui confini ma diventare effettivamente la linea di confine. Opponendosi a ciò che lui stesso aveva defi nito come un aspetto irreversibile della globalizzazione: uniformità e omogeneità, Étienne Balibar una volta mi descrisse ciò che aveva individuato come il bisogno per gli artisti e per le mostre di essere nomadi, fisicamente e mentalmente in viaggio attraverso le frontiere. In seguito mi spiegò come valicare le linee di confine permetterebbe a lingue e culture di espandersi in tutte le direzioni, di estendere l’orizzonte delle capacità di traduzione. “Le mostre si vanifi cherebbero nel loro intervento”, era solito dire, “sarebbero necessarie ma senza monopolizzare, sarebbero esse stesse linee di confine”.

 

Hans Ulrich Obrist è critico d’arte, curatore e co-direttore della Serpentine Gallery di

Londra. Vive e lavora a Londra. 


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