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maggio - giugno 2013




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n. 309 marzo - aprile 2013
Caro Politi, Mi chiamo Marina Seravalle e scrivo da spettarice, e lettrice assidua di Flash Art, ...

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MARINA ABRAMOVIC - VANESSA BEECROFT - SHIRIN NESHAT
Helena Kontova

REPRINT - Flash Art n° 264 -2007

 

NOMADI MODERNE

 

 

COSA SIGNIFICA ESSERE una outsider, una donna e una straniera? Ho invitato tre artiste “cult” a riflettere su questi temi in una conversazione su Skype da New York, Los Angeles e Milano. Ho chiesto a Marina di fare da moderatrice.

Marina Abramovic:Vorrei iniziare con il tema della nazionalità. Quando ho lasciato la Jugoslavia sono andata a vivere in Olanda; da lì ho viaggiato molto, mi sentivo come una nomade moderna. Nel mio lavoro mi capita spesso di guardare indietro. All’inizio non aveva a che

fare con le mie origini, non sono mai stata un’artista

jugoslava. Quando vivevo in Olanda avevo un passaporto olandese ma non mi sentivo un’artista olandese; così quando vivevo in Germania, e qui a New York non mi sento un’artista americana. Non provo un senso di appartenenza

per nessuno di questi paesi. 

 

Shirin Neshat: La questione della nazionalità è sempre stata un argomento problematico per

me. Forse non sarei nemmeno diventata un’artista se non avessi attraversato questa crisi

emotiva. Anch’io mi considero una nomade moderna ma sono ossessionata dal desiderio di

tornare a casa o di ristabilire un rapporto col mio paese. Il pensiero di vivere come una

nomade dell’Est in Occidente non mi affascina, ma se un giorno mi riconciliassi col mio paese potrei anche smettere di essere un’artista. Credo che la mia situazione sia un po’ diversa da quella di Marina.

MA: Io posso tornare quando voglio. Tu potresti tornare nel tuo paese, se volessi?

SN: Inconsciamente hai la sicurezza di poter sempre tornare nella tua terra. La Serbia e gli Stati Uniti sono due paesi molto diversi ma pensa all’Iran e agli Stati Uniti: sono culturalmente lontani e vivono anche un conflitto politico.

MA:Volevo sapere cosa ne pensa Vanessa, che viene dall’Italia dove è tutta un’altra storia.

Vanessa Beecroft: Fin da piccola ho sofferto degli spostamenti. Sono cresciuta in Italia con

una madre italiana e con un nome e documentI inglesi. Non mi sentivo parte di quel luogo.

Quando sono arrivata negli Stati Uniti mi sono integrata subito perché ero un’emigrante come

tutti gli altri, pur provando un risentimento verso la politica, l’imperialismo e la cultura di massa che proveniva dalla mia educazione. Continuavo a sentire di non appartenere al posto in cui mi trovavo. Quando sono andata in Sudan ho sentito che sarebbe potuta essere la mia terra

identificandomi con quelle persone che vivono in una condizione di instabilità.

Helena Kontova: Il tema principale della Biennale di Praga di quest’anno è dedicato agli

outsider. Il ruolo dell’outsider nell’arte contemporanea rappresenta una figura fondamentale;

ma essere un outsider è ancora una condizione necessaria per un artista?

MA: Per me è stato importante iniziare la mia carriera in Jugoslavia. Lavorare con la performance e l’installazione a Belgrado in quel periodo era come essere la prima donna sulla

Luna, per cui c’era anche una specie di purezza e di innocenza nell’approccio a questi temi.

Quando mi sono spostata in Occidente la cosa più difficile è stata sviluppare un linguaggio

nuovo, dato che il mio lavoro si concentrava soprattutto su tematiche legate alla mia terra

d’origine: il sistema jugoslavo, la borghesia rossa jugoslava, il comunismo jugoslavo, la

famiglia e la società jugoslave. A quel punto dovevo utilizzare modelli universali, ma più

stavo via da Belgrado e più riuscivo a vedere la situazione in modo diverso. Ora sto lavorando a molti argomenti che riguardano la Jugoslavia più di quando abitavo lì. È un’idea di lontananza e vicinanza — e ancora distanza — che sembra funzionare bene. Che ne pensi, Shirin?

SN: Tutto quello che ho fatto si ricollega all’idea di outsider, e trovo ironico che i miei

personaggi femminili, per questioni sessuali, culturali o politiche, siano anch’esse delle

escluse dalla società. Esiste una tensione costante tra l’individuo e la comunità, e spesso

un’impossibilità di integrazione. Nel mio film Women without Men, ispirato al romanzo

omonimo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur, la storia si basa sulla vita di quattro

donne emarginate dalla società. Ognuna fugge dalla sua condizione finché non giungono tutte

in una casa di campagna dove daranno vita alla loro comunità utopica, indipendente dal

mondo. È una metafora delle battaglie che sto combattendo: l’esilio, il bisogno di un rifugio,

di un posto che puoi chiamare “casa”.

VB: Paragonando la mia condizione a quella di Marina e di Shirin, mi identifico con la loro

formazione. Ho iniziato a lavorare in un periodo che non ha registrato sviluppi nella cultura e che ha prodotto un’identità di cui non vado fiera. Per esempio, vorrei ringraziare Marina per le sue performance; le utilizzo come metodologia di lavoro. Ma non ho vissuto né un periodo

politico come gli anni Settanta né una crisi politica come quella descritta da Shirin.

 
 

SHIRIN NESHAT, Zarin, 2005. Still da video. Foto: Larry Barns. Courtesy Gladstone, New York.

 

MA:Proprio negli anni Settanta, quando arrivai in Italia per la prima volta, erano poche le artiste italiane attive. Il tuo lavoro, Vanessa, ha aperto una nuova strada. Quale pensi sia il motivo del consenso internazionale nei confronti del tuo lavoro? Perché hai lasciato l’Italia così presto?

VB: Sono stata fortunata ad aver ricevuto un supporto da subito, per esempio da Giacinto Di

Pietrantonio e da Flash Art, ma sentivo che il mio lavoro subiva delle connotazioni sessuali e

volevo fuggire da una lettura di questo tipo. Inoltre, non avevo niente a che fare con i

movimenti del passato, come l’Arte Povera.

HK: Trovo che invece ci siano molte tracce dell’iconografia italiana nel tuo lavoro. Utilizzi

immagini che si riferiscono anche alla Storia…

VB: È vero, come per esempio Pasolini e i registi e gli intellettuali degli anni Sessanta. Ma

non conosco l’attuale situazione artistica e non ho mai voluto farne parte.

MA: Helena, tu vieni da Praga, sei stata testimone del ’68 e sei entrata nel mondo dell’arte senza essere accettata. Poi ti sei trasferita, adesso sei Editor di Flash Art e oggi ci hai

invitate alla Biennale di Praga, di cui sei l’ideatrice. Come ti senti ad aver lasciato il tuo paese

per poi ritornarci con nuove idee?

HK: Vivo questi spostamenti senza drammi, era drammatico trent’anni fa. Comunque mi sento ancora una outsider, ovunque io vada, anche a Praga. Le persone lì mi considerano in

modo diverso da come farebbero se avessi vissuto lì per tutto questo tempo. Ma adesso

vorrei chiedervi, qual è la vostra più grande aspirazione al momento (in termini artistici)?

MA: Dato che ho quasi sessant’anni, di avere il tempo per seguire solo i progetti che voglio. Sto lavorando a delle performance che hanno una durata più lunga del solito, finirà che troverò per le mie opere il tempo che non ho nella vita.

SN: Io vivrò in Marocco per i prossimi mesi, non vedo l’ora di passare finalmente un po’ di

tempo in un paese islamico. Girerò un film a Casablanca e faremo credere che sia la Tehran

degli anni Cinquanta. Questo film è la mia sfida più importante, mi ci sono voluti quattro anni

per prepararlo, ma ancora oggi continuo a trarre ispirazione da Women without Men e mi sento profondamente motivata a raffigurare l’atmosfera politica dell’Iran negli anni Cinquanta. La storia si svolge nell’agosto del 1953, durante il colpo di Stato organizzato dalla CIA contro il nostro governo che spodestò il Primo Ministro eletto democraticamente riportando al potere

Shah, considerato da molti un dittatore. Questo evento ha cambiato la storia della politica

iraniana, spiega la rivoluzione islamica del 1979 e soprattutto il sentimento anti-americano

diffuso tra gli iraniani e i mediorientali.

HK:Marina, Balkan Epic è stato realizzato nel tuo paese d’origine. Ciò ha contribuito a creare

questo immaginario così potente?

MA: Non sarei mai stata in grado di fare questo lavoro se fossi rimasta lì. Ricordo dei miei amici che mi chiedevano “dove hai preso tutto questo materiale erotico? Vivevamo lì e non l’abbiamo mai visto!”. Bisogna essere lontani dalle proprie origini per avere un’immagine più nitida. Adesso che sono lontana — in più, sono passati trentacinque anni da quando sono partita — posso guardare il passato tradotto e trasformato e capire quello che sta succedendo. Vanessa, dei tuoi lavori quello che preferisco è “U.S. Navy” (VB39, 1999): è incredibile il modo in cui hai utilizzato i marines e sono dispiaciuta che non hai continuato a lavorare in quella direzione.

VB: Volevo completare “U.S. Navy” con i veterani di guerra ma non sono riuscita a realizzare

questo progetto, che doveva essere come un disegno. Una formazione militare ufficiale di

reduci del Vietnam, amputati e questa volta non allineati, una continuazione di ciò che avevo

mostrato all’inizio, con lo stesso ordine preciso, come un disegno geometrico con parti

mancanti. Volevo modificare le uniformi perché si adattassero ai corpi monchi. 

 

MARINA ABRAMOVIC, Carrying Elvira Facing Down, 2006. Stampa fotografica a colori, 464 x 388 x 152 cm. Foto: Attilio Maranzano. Courtesy Lia Rumma, Milano / Napoli;

VANESSA BEECROFT, Madonna nera con gemelli 4, 2006. Cprint digitale, 230 x 180 cm. Courtesy Lia Rumma, Milano / Napoli. © Vanessa Beecroft.

 

HK:Shirin, come ti ricolleghi alle donne erotizzate di Vanessa e Marina? Le tue figure

femminili sono più psicologiche, più fragili.

SN: Nel lavoro di Vanessa c’è più interesse verso il gruppo di protagoniste piuttosto che verso la singola donna; i personaggi perdono la loro identità individuale e l’attenzione si sposta

sulla relazione che hanno le une con le altre o con la società. Nel lavoro di Marina, invece, il

personaggio è completamente assorbito dalla sua vita interiore. Riguardo ai soggetti maschili

nel mio lavoro, in quanto artista donna e iraniana ho sempre dovuto fare molta attenzione

a come rappresentare l’uomo. Non mi interessa rappresentare gli uomini musulmani.

HK: Cosa pensi Vanessa riguardo alla rappresentazione della femminilità e della mascolinità

nel lavoro di Shirin? Perché ci sono differenze con il suo lavoro ma anche dei punti comuni,

come la separazione tra uomo e donna.

VB: Vedo un lavoro di Shirin e sento che possiede un peso diverso dal mio. Nel mio caso le donne rappresentano dei temi che preferisco estendere a un gruppo. Volevo ricreare un’immagine che non fosse necessariamente piacevole, che creasse una sorta di senso di

colpa, di imbarazzo. Volevo che il pubblico reagisse a livello psicologico. Non ottieni un

disegno completo finché il pubblico non ne entra a fare parte.

MA: Quello che trovo interessante nel lavoro di Shirin è che possiede diversi livelli di interpretazione, oltre a produrre una risposta emotiva, perché il tipo di immaginario

primordiale e il registro utilizzati non sono solo iraniani, ma appartengono a qualsiasi luogo ed epoca.

SN: Penso che una cosa che i nostri lavori hanno in comune sia la tendenza a provocare il

pubblico. Non amo creare delle separazioni ma penso che spesso le artiste abbiano il potere di provocare una reazione emotiva sul pubblico.

HK: Nei tuoi lavori gli uomini e le donne subiscono una divisione, come per Vanessa.

Marina invece ha lavorato per molti anni insieme a Ulay. Poi la collaborazione è finita e vi siete separati, nella vita e anche in arte.

MA: L’unica coppia capace di lavorare a lungo insieme è Gilbert & George. Il problema delle collaborazioni è che devi fondere il tuo ego con quello dell’altro e trasformarlo in quello che Ulay e io chiamavamo “that self”: due corpi che diventano un corpo solo. Dopo dodici anni la nostra collaborazione era finita ma per tre anni nascondevo il fatto che non riuscivamo più

nemmeno a parlarci. Quello è stato uno dei momenti più difficili della mia vita perché ho

dovuto davvero ammettere di avere fallito.

HK: Shirin, hai incontrato tuo marito durante la produzione di uno dei tuoi lavori…

SN: Sì. In generale penso che tutto quello che ho fatto è stato sempre, in un modo o nell’altro, il frutto di una collaborazione con qualcuno. Le collaborazioni rendono gli artisti umili, dato che tutti possiamo soffrire per il nostro ego.

HK: Vanessa, cosa ne pensi? Perché sicuramente hai un punto di vista diverso…

VB: Identifico inconsciamente il maschio con la società, la rigidità, le regole, il sistema, i militari. Nelle mie opere gli uomini sono il pubblico, l’abusatore, il violatore. Ho inevitabilmente messo da parte l’uomo per puntare la mia attenzione sulle donne, che guardano l’uomo.

HK: È più facile collaborare con uomini neri piuttosto che con uomini bianchi?

VB: Sì, perché appartengono a una classe non dominante in cui mi identifico. Sono cresciuta

in una famiglia matriarcale, senza uomini. Vorrei andare oltre questo limite, ma essere

donna è il mio vantaggio e il mio svantaggio.

HK: È un vantaggio e uno svantaggio al tempo stesso?

MA: Penso che il sesso non sia rilevante. È quello che produci che conta.

SN: Sono d’accordo. Ci stiamo occupando di argomenti che non riguardano solo soggetti femminili, ma spesso raccontiamo e nostre storie attraverso personaggi femminili.

 

 

(Traduzione dall’Inglese di Valentina Sansone e Catherine Borra)

Helena Kontova è Editor di Flash Art International.

Marina Abramovic è nata a Belgrado nel 1946. Vive e lavora a New York.

Vanessa Beecroft è nata a Genova nel 1969. Vive e lavora a Los Angeles.

Shirin Neshat è nata a Qazvin (Iran) nel 1957. Vive a lavora a New York.

 
 

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