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AGOSTO - SETTEMBRE 2010




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n.285 luglio 2010
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PADIGLIONE ITALIA: PROVA GENERALE DI ORDINE NUOVO?
Giancarlo Politi

 

Flash Art n. 277  agosto-settembre 09

 

 

GIANCARLO POLITI: Caro Luca, qualcuno ha tentato di fare carne da macello di te, del Padiglione Italia e degli artisti da te invitati. Alla fine come è andata? Credi di esserne uscito indenne o quasi?

Luca Beatrice: Caro Giancarlo, la Biennale di Venezia è la mostra delle mostre.

Dirigerla o curarne una parte, soprattutto la rappresentanza italiana, scatena un sentimento d’invidia che si trascina dietro critiche feroci per diritto acquisito. Fin dal giorno della nostra nomina (il 30 settembre 2008), Beatrice Buscaroli e io siamo stati oggetto di una “caccia all’uomo” (e alla donna) senza precedenti. Non me ne sono mai lamentato ma ho accettato le regole del gioco. Per la gran parte degli addetti ai lavori, avessimo invitato due artisti o trentadue, famosissimi o sconosciuti, saremmo stati comunque indegni di tale carica. Questo genere di obiezioni non mi interessa.

Mi importa, e molto, invece, avere riaperto un varco, aver reso di nuovo possibile la Biennale di Venezia per i nostri artisti, aver riportato il Padiglione Italia al centro del problema, dopo che Ida Gianelli lo aveva umiliato con scelte di comodo. Sembra di tornare alla vivacità della Biennale del 1993, quella di ABO e di Flash Art. E poiché l’unica cosa che conta davvero è la risposta del pubblico pagante e il numero di articoli pubblicati sui giornali, direi che stiamo andando bene. Anche sulla strategia c’è da riflettere: tirandoci addosso fulmini e critiche, abbiamo permesso agli artisti di lavorare bene senza pressione. Un po’ come Mourinho, insomma, il che detto da uno juventino… 

 

MASBEDO, Schegge d’incanto in fondo al dubbio, 2009. Videoinstallazione in retroproiezione su due schermi. Courtesy Marco Noire Contemporary Art, Torino.

 

GP: Lo sai che ogni collaboratore di Flash Art interpellato si è rifiutato di recensire la tua Biennale oppure ha glissato? Come la metti con questo fuggi fuggi dalla tua sezione? Timore di essere inquadrati politicamente oppure disprezzo per le tue scelte?

LB: Ho ben presente il conformismo culturale, nonché l’ignoranza diffusa da parte di quella categoria autosoprannominata “giovane curatore” o peggio “curatore indipendente” che produce (poco) pensiero unico, macchiette di terza fila che aspirano

a qualche posticino d’assistente a vita — dove un tempo si facevano fotocopie oggi si risponde alle e-mail —, il cui massimo traguardo sarà una mostra non pagata in Viafarini. Non ho nessun problema a prendermi le critiche, però devo capire da dove vengono. Che a Bonami non potesse piacere il nostro Padiglione Italia era scritto nelle stelle, ma almeno la sua ironia mi diverte, e poi lui con la sua storia se lo può anche permettere. Se Massimo De Carlo fa la faccia storta, lo posso accettare, il suo profilo parla chiaro. Ma se i “mandatari” sono critici della mutua tipo la Pasini che definisce orrendo il Padiglione Italia o vecchie galleriste in pensione, come la Gianferrari che da anni non fa una mostra e ancora passa per essere una “maitresse à penser” con il diritto di far fuori dalle fiere i suoi colleghi per vendette trasversali, beh guarda, le loro osservazioni non hanno su di me nessun peso. E poi scusa: abbiamo invitato venti artisti. Ma è possibile che non te ne piaccia nessuno, proprio nessuno?

GP: Le critiche aspre (talvolta un po’ ottuse, altre volte ragionevoli) ti hanno caricato

e ho visto che dalle colonne di Libero e in qualche intervista sei passato al contrattacco, proponendoti non tanto velatamente, assieme al ministro Bondi, tra i Nuovi Ordinatori dell’Artein Italia. Chi è il nuovo Bottai, tu o il ministro poeta? E nell’aria c’è anche un Farinacci?

LB: Intanto dovremmo spiegare al “giovane critico medio” che il Bottai a cui ti riferisci

non è il titolare della galleria Spazia di Bologna ma il ministro della Cultura che durante il Ventennio fondò una delle più importanti riviste d’arte, Primato, e istituì il Premio Bergamo dove fu premiato tra l’altro Renato Guttuso con la Crocefissione. E Guttuso divenne poi l’artista ufficiale del PCI. Quando tu parli del rapporto tra arte e politica, la logica del vero regime culturale che dal 1945 solo oggi sembra essere messo in discussione vorrebbe l’indipendenza tra queste due categorie. Però, quando Veltroni da sindaco di Roma inventava la Festa del Cinema o la Casa del Jazz, quella era politica. Anzi, la bella politica. Quando negli anni Settanta, in piena emergenza terrorismo, due grandi assessori comunisti come Balmas e Nicolini, a Torino e a Roma, inventarono Punti Verdi o Massenzio, erano grandi scelte politiche. Se invece il ministro di un governo di centrodestra propone una sua linea, chiara e precisa, che intende riscattare la povera arte italiana dall’eterno vassallaggio colonialista, e soprattutto provare a trasformare una voce in perdita in un possibile profitto, viste le risorse che abbiamo, questo non va bene perché non arriva da sinistra. Risultato: scollamento sempre più evidente tra la maggioranza del paese che si esprime in un modo e una minoranza sempre più risicata che vorrebbe tenerci in ostaggio. Bene, il vento è cambiato, forse dovreste accorgervene. Inutile scomodare l’ironia sul ministro poeta o evocare il fantasma di Farinacci.

GP: Con quale armata penseresti di riordinare il sistema dellarte in Italia? Chi vorresti mettere all’indice? Quali artisti e curatori, con l’aiuto del ministro, butterete dalla torre?

LB: Non vorrei mettere all’indice né buttare dalla torre nessuno, ma solo permettere a tutti gli attori della scena italiana di potersi esprimere in nome del pluralismo culturale, proprio come si è visto nel nostro Padiglione Italia dove accanto alla pittura c’erano video, foto, installazioni, sculture, senza preclusione alcuna. Peccato che l’ampio branco di coglioni che popola questo mondo ha parlato solo di ritorno alla figurazione. Certe volte penso di essere troppo sofisticato e intelligente, per esempio quando ho spinto i miei interlocutori a carpire la differenza tra la matrice iconografico-cattolica dell’arte italiana e quella iconoclastaprotestante da cui proviene Birnbaum.

Solo che i critici oggi si formano sulle pubblicità di Artforum, e di queste cose profonde puoi giusto parlare con Gian Marco Montesano.

 

SANDRO CHIA, 2009. Olio su tela, 203 x 150 cm. Courtesy Studio Sandro Chia, Roma.

 

LA BONDIZZAZIONE DELL’ARTE

 

GP: Nella sezione “News” di questo numero è pubblicata un’intervista a Gino Agnese, il

Presidente della Quadriennale romana: stessa aria di “pulizia culturale”. Alla Quadriennale addirittura il nuovo Consiglio di Amministrazione è un raduno di reduci ottuagenari. E non uno,

dico uno solo, che conosca e abbia a cuore l’arte contemporanea. È vero che la Quadriennale ha sempre rappresentato l’enclave romana del clientelismo (da molto prima di Agnese, il quale è anche persona onesta, nessuno ne dubita, ma troppo ligio: la Quadriennale è sempre stato il carrozzone politico del chi più ne ha, più ne metta). È la brezza che si fa vento e poi tempesta? Avete concordato con Agnese, e soprattutto con Bondi, una bondizzazionedell’arte e della cultura italiana?

LB: Avendo avuto il piacere di lavorare con Gino Agnese, intellettuale di fronte al quale mi leverò sempre il cappello, gli avevo persino rimproverato di essere stato troppo tenero con i curatori di sinistra nella scorsa Quadriennale, che tra l’altro non era affatto una cattiva mostra. Il resto è opinione tua, che non condivido, ne prendo atto e ti ribalto il problema: siamo passati dal togliattismo all’arte da zella di centro sociale, oppure, per contrasto, all’arte dei magnati che gonfi ano i muscoli, il Pinault che si compra tutti i Polke esposti alla Biennale del 2007 (quindi molto tardivi) con lo stesso atteggiamento con cui il presidente del Real Madrid fa incetta di calciatori-fi gurine alla faccia della crisi. Se la “bondizzazione” fosse il ripristino del buon gusto, di comportamenti eticamente corretti, di atteggiamenti virtuosi senza spreco di denaro — mi riferisco in particolare alle centinaia di fi lm di merda finanziati dalla sinistra — allora sarei davvero per la “bondizzazione”. Anzi, mi augurerei che il ministro mi portasse con sé…

GP: Sino ad ora hai non detto ma dimostrato che il Nuovo Ordinamento è il Padiglione

Italia alla Biennale di Venezia. Tutto ciò che non è pittura è di sinistra, cioè da

mettere al bando o semplicemente da relegare in cantina?

LB: Giancarlo, ti prego. Tu ami la pittura almeno quanto me. Nella tua Biennale di

Praga hai sempre dato molto spazio ai pittori di talento, a giovani sconosciuti e anche

ad alcuni amici e parenti. Proviamo a riportare la discussione su un piano più elevato.

A mio avviso la radice italiana sta soprattutto nell’immagine, romantica, nostalgica,

evocativa del naufragio, consapevole della propria grandezza ma anche dei propri limiti.

Su questa idea abbiamo lavorato, mettendo al centro la poetica e non i linguaggi.

Un progetto di mostra: criticateci questo, non la lista…

GP: Bondi non è di destra, dice lui e tu sembri sottoscrivere. Si fa presto a dire, ma le scelte sono scelte. Da sempre si dice e si scrive che la pittura è di destra e l’arte concettuale, l’arte povera, la performance, persino la fotografia siano di sinistra. Come la mettiamo?

LB: L’Arte Povera nasce nel 1967 anticipando di un soffi o il ’68 e cavalcandolo fin

quando è servito, poi è diventata arte di regime e di consenso. Celant, nel saggio che

tu pubblicasti per primo, parlava di “appunti per una guerriglia”. Oggi veste Prada e

frequenta il jet set, tu invece sei rimasto lo stesso Giancarlo che si inventa la vita ogni

mattina. Per colpa del ’68, del sofrismo, delle tentazioni sovversive, in Italia si è creduto che la spaccatura forte (nell’arte e nella cultura) fosse da ricondurre a quegli anni. Invece no, la vera rivoluzione parte dal ’79, dalla Transavanguardia al postmoderno della Biennale di Architettura, da Eco a Tondelli, da Arbore alla TV commerciale, dal design alla moda, dal Pablito Mundial nell’82 a Bettino Craxi. Il mio testo in catalogo parte da lì e suppone di rileggere la nostra storia recente in questa chiave, buttando a mare l’ideologismo fetido che ancora ci attanaglia. Però bisogna avere tempo e voglia di leggerlo.

GP: Non credi che il Padiglione Italia (a parte un paio di presenze) sia stata considerata la pecora nera, soprattutto dall’estero, della Biennale? Anche tu come Berlusconi pensi che gli osservatori stranieri siano stati influenzati dalla sinistra italiana?

LB: Guarda che se qualcuno lo pensa veramente è da ricercare nel ricettacolo di critici invidiosi e di poco talento che popolano il nostro Bel Paese. Questi commenti così negativi degli stranieri io non li ho letti, eppure ho la rassegna stampa aggiornata in

tempo reale.

 

LUCA PIGNATELLI, La battaglia di Lepanto, 2009. Acrilico e tecnica mista su telone, 300 x 400 cm;

MARCO LODOLA, Hangar. Il balletto plastico (dettaglio), 2009. Perspex, luce al neon, dimensioni ambientali.

Courtesy Cristiano Ragni, Forlì.

 

ANCHE CATTELAN AL ROGO?

 

GP: Io so che tu sei più intelligente di quello che sembri. Anche se il tuo apprezzamento a Sgarbi in catalogo sembrerebbe smentirmi (ora aspetto che tu dica le stesse cose di Philippe Daverio): so pertanto che tu apprezzi sinceramente artisti come Maurizio Cattelan, Francesco Vezzoli o Vanessa Beecroft. In questa atmosfera di bondizzazione, li mandiamo al rogo con tutti gli altri?

LB: Apprezzo Vittorio Sgarbi non solo per il suo talento immaginifico ma anche per la sua grande onestà e le tante prove di amicizia e di sostegno “senza ritorno” nei miei confronti. Non apprezzo affatto il “tartufesco” Daverio, candidato con il PD a Milano e poi papabile assessore in Sicilia con il PdL, per i suoi toni da comare e il suo pessimo vestire. Vezzoli è un grandissimo artista che ha fatto già quattro biennali e, nonostante il suo talento, non può essere l’unico a rappresentare l’Italia. Cattelan mi piace soprattutto perché è l’equivalente di Berlusconi nell’arte (però preferisco il Cavaliere). La Beecroft mi piaceva un tempo, da quando ha scoperto il sociale proprio non la reggo.

GP: Apprezzare Sgarbi e anche il gesuita Agnese, vuol dire proprio avere un bello stomaco. Sgarbi è una persona totalmente refrattaria all’arte contemporanea, con una capacità di comprensione di essa e una sensibilità vicina allo zero. Ti ha forse sponsorizzato lui presso Bondi? Agnese ha costituito il Consiglio di Amministrazione della nuova Quadriennale (che dovrebbe rappresentare il Laboratorio d’Arte dell’Italia) invitando solo ottuagenari, tra cui quella Graziella Lonardi che sta all’arte contemporanea come io alla fi sica nucleare. Non ti sembra che l’approssimazione

e il qualunquismo di Berlusconi stiano invadendo anche il mondo dell’arte e della cultura?

LB: Se Vittorio mi avesse “sponsorizzato” presso il ministro, avrebbe fatto davvero bene in quanto io sono uno dei migliori conoscitori dell’arte italiana degli ultimi trent’anni, e tu lo sai benissimo. Quanto ad Agnese, non dimenticarti che all’inizio del suo mandato inventò due sezioni giovani della Quadriennale, a Torino e a Napoli,  affidate a un gruppo di giovani critici — tra cui me e la Buscaroli —, gruppo da cui si dimise con nostro massimo gaudio Laura Cherubini, proprio con l’intento di svecchiarne il meccanismo. Poi ha coinvolto Giorgio Verzotti, Giacinto Di Pietrantonio, Chiara Bertola, tutta gente che passa per essere “molto contemporanea”. Ma anche questi, più che giudizi, sono pregiudizi. In quanto al Presidente del Consiglio, di cui ti so estimatore anche se tu cambi idea con la frequenza con la quale io cambio macchina, da italiano,  sono veramente orgoglioso di ciò che sta facendo, in Abruzzo e a Napoli, a fianco delle persone più deboli per fronteggiare la crisi economica, per dire basta a questa scuola stalinista che ci ha ammorbato finora, per snellire la pubblica amministrazione contenendo sprechi e frenando il malcostume. Tu che sei uomo libero, imprenditore non assistito, dovresti ogni mattina ringraziare “che Silvio c’è” e augurarti che Nostro Signore lo mantenga sempre in salute.

 

UNA FAMIGLIA ALLARGATA

GP: Qualcuno dice di te che “tieni famiglia” e pertanto invitano a giustificare le tue scelte alla Biennale di Venezia ma anche quelle, talvolta più scabrose e spensierate, nelle gallerie private. Come ti senti nella pelle di chi tiene famiglia?

LB: Come te tengo famiglia, con moglie e i gli di cui vado orgoglioso. Poi ho una piccola aziendina con due persone che pago regolarmente ogni mese dietro presentazione di fattura. Ma soprattutto ho una famiglia allargata di artisti cui voglio bene e con cui ho deciso fi n dal primo momento che avrei condiviso questa avventura senza tradire un lavoro fatto insieme da tanto tempo: potevo lasciare a casa il “nostro” Montesano e Marco Lodola (il mio gemello astrale), non telefonare a Sandro Chia che per me è una delle ragioni per le quali faccio questo mestiere, e poi i miei compagni di viaggio, i Pignatelli, i Galliano, i Cingolani? Questa è la mia famiglia, i miei amici, gente che merita di essere rispettata per il lavoro che ha fatto, non volgarmente insultata da qualche tuo collega idiota. Con loro mi sento bene, mi sento felice. E pure con te, Giancarlo, che sei uno di famiglia, il mio testimone di nozze…

GP: Quanti artisti e quali, hanno rifiutato di partecipare al Padiglione Italia? Si danno per certi Enzo Cucchi e Mimmo Paladino Ma quali altri ancora?

LB: Non so proprio dove e da chi tu abbia avuto queste informazioni. Bastava leggere

l’intervista che Mimmo Paladino ha rilasciato ad Alain Elkann su La Stampa alcuni mesi fa, dove parlava in maniera molto lusinghiera e incuriosita del Padiglione Italia, “nonostante — sono parole sue — non mi abbiano invitato”. Quanto a Enzo Cucchi proprio non ci avevamo pensato. Per noi, per me in particolare, era importante “cominciare” il nostro excursus nell’arte italiana di oggi da due padri fondatori. Beatrice Buscaroli, per il suo eccellente background da studiosa, ha scelto Filippo Tommaso Marinetti, l’avanguardista, il movimentista, il cucinatore di talenti. Io invece ho sempre considerato la Transavanguardia la chiave di volta di una nuova modernità attraversata dall’Italian Style e ho sempre visto in Sandro Chia l’artista chiave, il più poetico e intenso. Anzi, io sono letteralmente innamorato della sua pittura, fin da quando ero ragazzo. Rifi uti non ce ne sono stati, piuttosto potrei farti la lista di persone insospettabili, gallerie con cui non ho mai lavorato e che forse non mi considerano nemmeno troppo interessante, pronti a propormi i nomi più incredibili. Ma tutto questo alla prossima intervista…

 

 

Alcuni giudizi su persone e fatti espressi da Luca Beatrice in questa intervista

sono da ritenersi assolutamente personali, in molti casi non condivisi dalla direzione e dalla redazione di Flash Art.

 
 

AARON DEMETZ, veduta parziale dell’installazione alla 53ma Biennale di Venezia. Foto: Maria Mulas; BERTOZZI & CASONI, veduta parziale dell’installazione alla 53ma Biennale di Venezia. Foto: Maria Mulas.

 

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