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maggio - giugno 2013




Lettere al Direttore pubblicate su Flash Art n. 309 marzo - aprile 2013
Caro Politi, Mi chiamo Marina Seravalle e scrivo da spettarice, e lettrice assidua di Flash Art, ...

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JEFF WALL
Emanuela Nobile Mino

Recensione

 
Flash Art 303 giugno 2012
 
 

lorcan o’neill - roma

Vita e arte, realtà e artificio, storia e attualità. È su un costante sconfinamento e su una verifica

delle diverse modalità di produrre nuovi paradigmi di visione, attraverso la sovrapposizione tra dato reale e manipolazione tecnologica, che il lavoro di Jeff Wall si fonda, contribuendo in modo significativo al dibattito filosofico e storico-artistico sul problema della rappresentazione e della veridicità storica.

 

 

JEFF WALL , The Thinker, 1986. Lightbox, 211 x 229 cm. Courtesy Galleria Lorcan O’Neill, Roma.

 

Jeff Wall è considerato uno dei più importanti staged photographer, uno dei primi artisti ad aver dato vita a questa tipologia di scatto, dalle modalità molto vicine alla pratica cinematografica,

ribaltando l’idea di ritratto. Il ritratto fotografico (indistintamente di personaggi, di interni, di paesaggi, di oggetti) costituisce il suo genere, letterario ancor prima che artistico, per default. Jeff Wall torna a Roma con una serie di opere, “Portraits”, in parte realizzate a Vancouver (sua città natale) in parte in Italia (in Sicilia, dove ha viaggiato per un mese). I ritratti “siciliani”, scattati nel ragusano, si impongono come due diverse tipologie/possibilità di paesaggio verticale, naturalisticamente sublime l’uno, statuario e severo come un memento mori l’altro: la collina brulla e il cimitero, uno schiaffo ai cliché che solitamente rappresentano l’Italia, e la Sicilia in particolare, o una amara metafora di un paese agonizzante? In ogni caso, i due ritratti sembrano intenzionalmente voler riferire una visione rovesciata, anomala, individuale di un luogo, rubata allo sguardo di un viaggiatore che, messo da parte lo zaino da turista, si pone come osservatore del mondo e della sua incantevole universalità. L’idea di riflessione solitaria torna nel grande lavoro in bianco e nero Young man wet with rain (2011) e Claus Jahnke Authentication. Claus Jahnke, costume historian, examinating a document relating to an item in his collection (2010). Quest’ultimo dialoga con l’altra imponente opera dedicata a un altro grande storico del costume e collezionista, Ivan Sayers, costume historian, lectures at the University Women’s Club, Vancouver 7 december 2009. Virginia Newton-Moss wears a British ensemble c. 1910, from Sayers collection(2009). Dentro e fuori, esternazione e intimità, ostentazione e pudicizia, pubblico e privato: è su un rapporto di tipo dicotomico che sopravvivono paradossalmente grazie alla loro continua osmosi, che sembrano relazionarsi le diverse visioni accostate in mostra le quali, sebbene si rapportino sullo scarto di passaggi veloci (esterno, interno, di nuovo esterno), inquadrano frammenti di realtà sospesi in dimensioni temporali lente, pacate e ambientati in contesti spaziali intenzionalmente privati di ogni connotazione caratterizzante o, benchè meno, tendente alla spettacolarizzazione.

Rendendo eccezionale anche il più piccolo degli eventi, narrativo ogni minimo gesto e lirico il senso di umana quotidianità catturato negli still life.

 

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