Speciale Biennale /

Gli eventi collaterali

Ci sono alcuni temi, come il rapporto con la tradizione, che la città di Venezia con le sue collezioni e la sua storia, le maestranze, i palazzi, i teatri e le Biennali non fa che perpetrare e rinnovare, offrendosi come contesto unico in cui il passato si apre al dialogo con il contemporaneo. Alcune tra le mostre in programma quest’anno mettono in luce la fascinazione che l’eredità culturale di Venezia ha esercitato sull’arte contemporanea, testandone l’incisività e l’attualità.

Presso le Gallerie dell’Accademia si svolgerà la prima mostra dedicata a Philip Guston a Venezia, in quelle stesse sale che l’artista ammirò in uno dei suoi viaggi in Italia, nella città in cui si soffermò sulle pitture di Tiepolo e Tintoretto, come riporta la sua corrispondenza. Philip Guston and The Poets, curata da Kosme de Barañano, presenterà cinquanta tele e venticinque disegni organizzati secondo nuclei tematici in relazione con i componimenti di cinque celeberrimi poeti.
Palazzo Fortuny inaugurerà una grande collettiva che riflette sull’intuizione; una sensibilità – o per meglio dire attitudine – che attraversa la storia dell’arte, emergendo con decisione in alcuni momenti-chiave, indagati singolarmente nella mostra. Curata da Daniela Ferretti e Axel Vervoordt, Intuition comprenderà lavori site-specific, performance e nuove produzioni in dialogo con le opere storiche e gli ambienti del Palazzo.
“Afterglow: Pictures of Ruins”, la mostra di Vik Muniz ospitata al secondo piano della Galleria di Palazzo Cini a San Vio, presenta inedite fotografie ispirate al motivo del “capriccio” nella produzione pittorica italiana del Sei-Settecento e all’opera di maestri veneziani, tra cui Francesco Guardi, Dosso Dossi e Canaletto, ammirati dall’artista brasiliano nel 2016 presso lo stesso in Palazzo Cini. A cura di Luca Massimo Barbero, l’esposizione si completa con una scultura in vetro di Murano.
Sull’Isola di San Giorgio Maggiore, Le Stanze del Vetro dedicheranno a Ettore Sottsass, nel centenario della nascita, una mostra interamente votata alla sua produzione in vetro. L’esposizione, anch’essa a cura di Barbero, comprende circa duecento pezzi che esplorano l’eclettica, eterogenea produzione vetraria del celebre architetto e designer.
Sempre sull’Isola di San Giorgio Maggiore, gli spazi della Fondazione Cini ospiteranno Minimo Massimo, grande retrospettiva di Alighiero Boetti, a cura di Barbero. La mostra metterà a confronto i vari formati delle opere di Boetti e includerà un progetto speciale sul tema della fotocopia a cura di Hans Ulrich Obrist. Sull’Isola sarà inoltre presentata l’installazione di Bryan McCormack “Yesterday/Today/Tomorrow, che riporta l’esperienza dei rifugiati in maniera diretta e autentica, lontana da quella trasmessa dai media.
A un grande pittore statunitense è dedicata la mostra alla Collezione Peggy Guggenheim: Mark Tobey. La luce filante ripercorrerà la carriera dell’artista attraverso una selezione di circa ottanta opere realizzate dalla fine degli anni Venti fino agli anni Settanta. Curata da Debra Bricker Balken, si tratta della più ampia retrospettiva sull’opera di Tobey organizzata negli ultimi quarant’anni.
La mostra Carol Rama. Spazio anche più che tempo conferma il momento di riscoperta dell’artista torinese scomparsa nel 2015. Organizzata dall’Archivio Carol Rama, comprende un gruppo di trenta lavori che mettono a fuoco la sua personalissima elaborazione formale, anche a partire da stimoli provenienti dall’opera di altri artisti. A cura di Maria Cristina Mundici e Raffaella Roddolo, l’esposizione avrà luogo nello storico palazzo Ca’ Nova sul Canal Grande e coinciderà con “Carol Rama: Antibodies”, dal 3 maggio al New Museum di New York.

 

In aggiunta, la redazione di Flash Art – oltre a The Boat is Leaking. The Captain Lied presso Fondazione Prada e Damien Hirst. Treasures from the Wreck of the Unbelievable a Palazzo Grassi e Punta della Dogana già parte dello “Speciale Biennale di Venezia” – segnala:

– la doppia mostra di Rauschenberg Late Series” e “Us Silkscreeners…” promossa da Faurschou Foundation presso la Fondazione Cini;

– la mostra personale di Pierre Huyghe presso lEspace Louis Vuitton Venezia in cui verranno presentate tre opere dell’artista, parte della collezione della Maison;

Body and Soul: Performance Art – Past and Present mostra di arte performativa curata da Elga Wimmer per la New York Promoter Rush Philanthropic Art Foundation;

– la mostra Films in Sheep’s Clothing del videoartista britannico John Smith presso la galleria Alma Zevi;

– presso Campo della Tana “Samson Young: Songs for Disaster Relief”, mostra che raccoglie un nuovo corpo di lavori dell’artista di Hong Kong che ripropone e storpia alcuni “charity singles” – le canzoni comunemente prodotte per scopi di beneficenza;

– la mostra site-specific “The End of Utopia” progettata da Studio la Città e Palazzo Flangini che raccoglie i lavori dei due artisti americani Jacob Hashimoto e Emil Lukas;

– la mostra di Michelangelo Pistoletto One and One makes Three – realizzata con il supporto di Galleria Continua – in cui l’artista presenterà presso la Basilica di San Giorgio Maggiore opere e installazioni ambientali attorno a temi quali il destino dell’uomo e la necessità di cambiamento sociale;

– la personale di Ariela Wertheimer presso Palazzo Mora, in cui saranno esposti i light boxes già apparsi alla Farkash Gallery di Tel Aviv;

Solo di Thomas Braida a cura di Caroline Corbetta presso Palazzo Nani Bernardo;

The Golden Tower di James Lee Byars, opera concepita dall’artista nel 1976 e per la prima volta esposta in uno spazio pubblico tra la Collezione Peggy Guggenheim e l’Accademia, grazie all’impegno di Fondazione Giuliani e dalla galleria Michael Werner;

– “Jan Fabre – Glass and Bone Sculptures 1977-2017”, una selezione di opere in vetro e ossa realizzate da Fabre ed esposte all’Abbazia di San Gregorio – promossa da GaMEC;

– la mostra dei ventuno giovani artisti candidati al Future Generation Art Prize 2017, presso Palazzo Contarini Polignac. Il premio, ottenuto quest’anno dall’artista sudafricana Main Prize Winner, è indetto dal Pinchuck Art Centre di Kiev;

Leviathan di Shezad Dawood, un progetto cinematografico su un futuro post-apocalittico diviso in dieci episodi – i primi due mostrati a Palazzina Canonica –, insieme a una serie di nuovi lavori in mostra presso la fabbrica Fortuny;

The Home of My Eyes, mostra di Shirin Neshat a Palazzo Correr in cui saranno presentati una serie di ritratti fotografici di persone residenti in varie regioni dell’Azerbaijan, realizzati nel 2015;

– la personale di James Richards promossa da Cymru yn Fenis Wales; l’artista presenterà una installazione sonora accompagnata da un corpus di lavori presso Santa Maria Ausiliatrice;

– “Velme”, il progetto site specific di Marzia Migliora presentato da Fondazione Merz, MUVE e Musei Civici di Venezia presso lo storico Palazzo Ca’ Rezzonico;

– La mostra “Doing Time” di Tehching Hsieh promossa dal Taipei Fine Arts Museum presso Palazzo delle Prigioni, la più estensiva personale dell’artista taiwanese mai organizzata ad oggi.

Sara De Chiara

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Speciale Biennale /

Udo Kittelmann su “The Boat is Leaking. The Captain Lied”, Fondazione Prada / Venezia

Attraverso le opere filmiche di Alexander Kluge, le fotografie di Thomas Demand, e le scenografie di Anna Viebrock, in dialogo con gli spazi di Ca’ Corner della Regina, “The Boat is Leaking. The Captain Lied” si preannuncia un’esposizione immersiva e disorientante, in grado di affrontare le contraddizioni dell’attualità e coinvolgere lo spettatore in maniera diretta, mettendo in discussione la sua capacità di percepire come appartenenti a domini differenti la realtà e la finzione.

Sara De Chiara: L’esposizione sarà l’esito di un dialogo a più voci tra lo scrittore e regista cinematografico Alexander Kluge, l’artista visivo Thomas Demand e la scenografa e costumista Anna Viebrock, tre artisti tedeschi appartenenti a generazioni e ambiti formativi differenti, che lavorano con media disparati. Cosa condividono e qual è stato il terreno d’incontro per questo dialogo?

Udo Kittelmann: I tre protagonisti della mostra si conoscono reciprocamente da molto tempo e ciascuno condivide l’interesse e la stima nei confronti del lavoro e del pensiero dell’altro. La dedizione e la passione che tutti e tre rivolgono da tempo ai loro propri mezzi espressivi – arte, cinema, scrittura e messa in scena – è la prima qualità che li accomuna. Oltre a questo, condividono un vivo interesse per il mondo circostante e per gli accadimenti del presente. In quanto artisti, sanno che non possono cambiare le cose in maniera diretta, ma che possono cambiare il nostro modo di percepirle. Hanno il coraggio di osservare fenomeni come, ad esempio, incidenti nucleari e attacchi terroristici, e le loro conseguenze, senza tuttavia farsi illusioni, ma sapendo che è più difficile porsi la domanda giusta che trovare una risposta.

SDC: Sebbene attraverso pratiche diverse, i tre artisti indagano la sottile sfasatura esistente tra realtà e finzione. In che modo la vocazione multidisciplinare della mostra veicola questo contenuto?

UK: Noi tutti vediamo il mondo attraverso occhi diversi ed esistono metodi differenti per descrivere la realtà. Alcuni quotidiani prestigiosi e canali televisivi autorevoli, impegnati nella diffusione di informazioni oggettive, sono stati recentemente bollati come “stampa bugiarda” dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Come possiamo stabilire il punto esatto in cui la realtà finisce e cede il passo alla fiction, o ai “fatti alternativi”? Io, personalmente, non distinguo più la realtà dalla finzione. È possibile davvero percepire una sfasatura tra le cose che succedono nel mondo di oggi e una pièce teatrale, un film o una fotografia? L’effettiva architettura di Ca’ Corner della Regina appartiene alla dimensione reale mentre le scenografie di Viebrock sono finzione? È disorientante, lo so, e questa esposizione sarà disorientante proprio quanto lo è il mondo in questo momento. Se il pubblico è interessato a scoprire di più sul rapporto tra realtà e finzione, questa mostra offre un’opportunità per intraprendere un’indagine personale, per decidere se rimanere spettatori o diventare attori.

SDC: Il pubblico sarà in grado di riconoscere il palazzo Ca’ Corner della Regina o gli spazi saranno radicalmente trasformati? Il palazzo storico e il suo contesto hanno giocato un ruolo nell’elaborazione del concetto della mostra e nell’allestimento?

UK: Lo spettatore percorrerà il palazzo veneziano con le sue colonne, le scale di rappresentanza, con gli affreschi e gli stucchi per la maggior parte visibili. L’architettura, con cui il progetto si è relazionato stabilendo un rapporto di reciprocità, gioca il ruolo che le è proprio. Eppure, nel momento stesso in cui attraverserà le sale, il visitatore uscirà ripetutamente dagli ambienti del palazzo per accedere fisicamente ad altri spazi, luoghi che avrà appena visto dipinti o in un film. Spazi, mezzi espressivi e suoni si sovrapporranno e avvolgeranno lo spettatore che si muoverà costantemente tra realtà e finzione. Non aspettatevi uno spazio neutro, un white cube, sarà esattamente l’opposto. L’oggettività non consentirà di mantenere il controllo. E, forse, solo il suono di un orologio che scoccherà a ogni ora potrà aiutare a orientarsi.

Sara De Chiara

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I Padiglioni Nazionali

La Biennale d’Arte conta quest’anno ottantacinque partecipazioni nazionali, che si divideranno tra i Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e le diverse sedi nel centro storico di Venezia.

I paesi alla loro prima partecipazione sono quattro: Kazakistan, che per la prima volta espone da solo, Kiribati, Nigeria e Antigua e Barbuda, che presenteranno la mostra “The Last Universal Man”, dedicata al lavoro dell’eclettico scrittore e pittore di Antigua Frank Walter (1926-2009).
Accanto alle esposizioni che consacrano la carriera di artisti attivi da tempo, come Phyllida Barlow  che presenterà un nuovo gruppo di sculture al Padiglione britannico, e Boris Mikhailov, protagonista di quello ucraino con alcune fotografie della serie Parliament (iniziata nel 2014), diversi paesi saranno rappresentati da giovani artisti. Tra questi l’Estonia, che presenterà Katja Novitskova con “If Only You Could See What I’ve Seen with Your Eyes”, un progetto che indaga l’influenza delle immagini digitali sulla capacità di elaborare informazioni visive, e la Georgia che proporrà “Living Dog Among Dead Lions” di Vajiko Chachkhiani, un’installazione incentrata sulle implicazioni che i fattori politici e sociali esercitano sulla dimensione individuale più intima.
Sul confronto tra artisti appartenenti a generazioni diverse si concentreranno, tra gli altri, il Padiglione sudafricano, dove si assisterà al dialogo tra Candice Breitz e il fotografo e videoartista Mohau Modisakeng; il Padiglione della Repubblica di Corea, che racconterà l’identità del paese attraverso le sculture di Cody Choi e le fotografie trovate di Lee Wan; e il Padiglione russo che, con la mostra “Theatrum Orbis”, affiancherà le opere di Grisha Bruskin ai video di Sasha Pirogova e alle installazioni realizzate con materiali industriali del Recycle Group, formato da Andrei Blokhin e Georgy Kuznetsov.
Al centro dell’esposizione “Women of Venice”, che metterà a confronto i lavori del duo Teresa Hubbard/Alexander Birchler con quelli di Carol Bove, c’è il grande artista svizzero Alberto Giacometti, o meglio, la sua assenza da tutte le edizioni della Biennale di Venezia. Il Padiglione finlandese, progettato da Alvar Aalto, presenterà l’installazione immersiva e multimediale “The Aalto Natives”, frutto della collaborazione tra Erkka Nissinen e Nathaniel Mellors.
Un’altra installazione immersiva, che reinterpreterà lo spazio trasformandolo in un vero e proprio dispositivo musicale, sarà quella presentata da Xavier Veilhan al Padiglione francese. “Studio Venezia” si concentrerà sulla percezione del pubblico e vedrà alternarsi musicisti provenienti da tutto il mondo nell’esecuzione di composizioni sperimentali per l’intera durata della mostra. Dedicato al suono sarà anche “ÇIN”, il progetto che Cevdet Erek (Istanbul, 1974) presenterà al Padiglione della Turchia. Un’ esperienza profondamente legata alla percezione sarà offerta dal Padiglione tedesco, che accoglierà un nuovo progetto di Anne Imhof, autrice di complesse performance che invitano a riformulare il lessico del corpo.
Al Padiglione del Brasile, Cinthia Marcelle  creerà un’installazione site-specific che introdurrà lo spettatore nell’universo poetico dell’artista, costruito con materiali e oggetti che appartengono al quotidiano.
Diversi Padiglioni saranno dedicati alla fotografia, tra i quali quello australiano con Tracey Moffatt e quello belga con Dirk Braeckman, mentre la fotografia rappresenta il punto di partenza per il progetto “A way out of the mirror” di Geoffrey Farmer al Padiglione canadese.
Votati invece alla pittura saranno il Padiglione statutintense, che presenterà i lavori di Mark Bradford, in un progetto intitolato “Tomorrow is Another Day”, e il Padiglione dell’Angola, alla sua terza partecipazione in Biennale, con “Magnetic Memory/Historical Resonance” di António Ole.

Sara De Chiara

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Cecilia Alemani sul Padiglione Italia

Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey rappresenteranno l’Italia alla prossima Biennale di Venezia, chiamati a confrontarsi sul tema della magia. La scelta di esporre tre artisti da parte della curatrice Cecilia Alemani, in controtendenza rispetto alle numerose partecipazioni che hanno contraddistinto le mostre del Padiglione italiano nelle ultime edizioni della Biennale, si pone l’obiettivo di presentare un approfondimento sul lavoro degli artisti coinvolti, tutti alle prese con nuove, ambiziose produzioni.

Sara De Chiara: Finora si hanno poche notizie sul progetto che riunisce i lavori di Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey. Su quali premesse si basa il confronto tra questi tre artisti? Ci sarà un dialogo serrato tra i loro lavori? 

Cecilia Alemani: Si tratta di tre artisti nati tra gli anni Settanta e Ottanta e attivi a partire dal nuovo millennio che, a dispetto di molte differenze stilistiche, condividono una fascinazione per il potere trasformativo dell’immaginazione e un interesse nei confronti del magico. La mostra infatti si intitolerà “Il mondo magico” ed è ispirata dall’omonimo libro di Ernesto de Martino, antropologo napoletano e pensatore chiave dello studio del magico, nei cui rituali, ha individuato gli strumenti attraverso i quali l’individuo può padroneggiare una situazione storica incerta e riaffermare la propria presenza nel mondo. I tre artisti invitati non cercano nel magico una via di fuga nell’irrazionale, quanto piuttosto una nuova esperienza della realtà: per loro la magia è uno strumento attraverso il quale abitare il mondo in tutta la sua ricchezza e molteplicità. Ogni artista sta lavorando a un grande progetto, completamente nuovo. Avranno ciascuno il proprio spazio, ma ci sarà un percorso espositivo raccomandato e rimandi tematici e consonanze visive che spero lo spettatore potrà cogliere durante la visita.

SDC: La scelta di invitare tre artisti a rappresentare l’Italia segna un’inversione di rotta rispetto alle esposizioni nel Padiglione italiano delle ultime edizioni della Biennale, in cui ha prevalso una tendenza a voler mappare, o documentare in maniera esaustiva, il panorama dell’arte contemporanea nazionale. Cosa l’ha condotta a questa scelta e che responsabilità diversa implica per il curatore? Ma anche, che tipo di impegno comporta per gli artisti, chiamati a confrontarsi con uno spazio enorme, di circa duemila metri quadri?

CA: Non penso che il ruolo del Padiglione Italia sia di rappresentare una panoramica sull’arte italiana, ma piuttosto di guardare in profondità al lavoro di un gruppo ristretto di artisti, dando loro spazio, tempo e risorse per presentare al pubblico internazionale della Biennale un progetto ambizioso, che costituisca un’occasione imperdibile nella loro carriera e che possa offrire al pubblico l’opportunità di immergersi nella mente e nel mondo degli artisti. Il mio obiettivo è che questo Padiglione si allinei agli altri padiglioni nazionali, aprendo un dialogo che possa andare oltre i confini fisici di ciascun padiglione. Ovviamente una scelta come questa implica che gli artisti abbiano progetti molto più ambiziosi rispetto a quelli degli anni passati, ma anche più tempo per concepire un’installazione nuova, che instauri un dialogo profondo con l’architettura del Padiglione, senza volerne celare le caratteristiche architettoniche più eclatanti.

SDC: Il suo punto di vista dall’estero sull’arte italiana è un punto di vista privilegiato? Che visibilità hanno in questo momento gli artisti italiani fuori del paese? È possibile percepire un’identità italiana?

CA: Non penso tanto a un’identità artistica italiana; piuttosto m’interessano artisti e tendenze che siano in grado di aprirsi a un dialogo cosmopolita e internazionale, e non di chiudersi a riccio nel tentativo obsoleto di far parte o definire un movimento stilistico legato alla propria nazione. Ci sono ovviamente molti artisti italiani che ammiro e di cui seguo il lavoro e con cui ho lavorato in molte occasioni, ma questo ha meno a che vedere con il fatto che siano italiani e più con il loro lavoro e con i linguaggi che usano.

SDC: Ha avuto già modo di collaborare con gli artisti invitati? Com’è entrata in contatto con il loro lavoro?

CA: Conosco il lavoro di Roberto Cuoghi dai primi anni duemila, e ricordo molto bene la sua personale al Castello di Rivoli, ma questa è la nostra prima collaborazione. Ho lavorato invece sia con Giorgio Andreotta Calò che con Adelita Husni-Bey recentemente per la High Line a New York. Giorgio è un artista che seguo da parecchi anni, a partire dalla sua prima mostra personale da Zero…, a Milano, fino a quando si e trasferito a New York per il premio New York. Ho incontrato invece l’opera di Adelita a Meeting Point 7 nel 2013, ad Anversa.

Sara De Chiara

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Christine Macel sulla 57a Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

“‘VIVA ARTE VIVA’ è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti”. La centralità degli artisti e delle loro pratiche si riflette nella struttura stessa dell’esposizione, che sarà scandita in alcuni spazi di confronto e intervallata da momenti di riflessione, volti ad approfondire ciò che sottende il processo creativo: il Padiglione degli Artisti e dei Libri, restituirà l’atmosfera dello studio d’artista e la dimensione temporale che vi regna; l’iniziativa Tavola Aperta sarà un ciclo di incontri conviviali tra gli artisti e il pubblico; il Progetto Pratiche d’Artista consisterà nella proiezione di video incentrati sul modo di lavorare dei loro stessi autori; infine, ne La Mia Biblioteca, intitolata come il celebre saggio di Walter Benjamin, le opere saranno raccontate attraverso i libri che le hanno ispirate.

Sara De Chiara: Qual è stata la reazione degli artisti al suo invito a condividere con il pubblico gli aspetti più intimi e privati della loro pratica? Si sono rivelati disponibili a lasciarsi coinvolgere o riluttanti, secondo quella attitudine “saturnina” a loro attribuita in passato? 

Christine Macel: Gli artisti hanno reagito molto positivamente a tutti i progetti paralleli. Dallo scorso 7 febbraio il sito della Biennale ospita video realizzati da ciascun artista sulla propria pratica, oltre cento filmati saranno disponibili fino al giorno precedente l’inaugurazione. Guardando questi video si ha la sensazione di incontrare gli artisti sotto nuove spoglie: alcuni si presentano attraverso un documentario girato all’interno del proprio studio, altri si ritraggono durante la realizzazione di un lavoro, oppure attraverso un’azione emblematica che, sebbene possa risultare criptica, è simbolica del loro modo di lavorare. Per esempio, il video che mostra Charles Atlas chiedere a un comico vestito da vecchio professore di parlare di lui è francamente esilarante e raccoglie l’eredità delle performance della West Coast; mentre quello di Philippe Parreno, che filma un polipo animale che da sempre occupa un posto centrale nella sua immaginazione nell’acquario del suo studio, rimane piuttosto misterioso. L’adesione alla Tavola Aperta è stata ugualmente ampia, e sarà possibile seguire le conversazioni in streaming sul sito della Biennale, se non seduti a pranzo con lo stesso artista a Venezia. In questo modo ho voluto estendere la pratica della conversazione, da sempre importante per artisti e curatori, al pubblico che si trova spesso escluso da questa realtà. Il progetto La Mia Biblioteca, fruibile nella mostra e presente in catalogo, sarà una specie di enorme biblioteca, cui anche gli artisti dei padiglioni nazionali parteciperanno, installata nel Padiglione Stirling dei Giardini con la funzione di spazio di ritrovo, dedicato alla lettura e alla riflessione. Tutti i libri raccolti rivelano molto sul mondo degli artisti e sul loro pensiero. Sono stata sorpresa, per esempio, di scoprire che l’opera dell’artista afro-americano Senga Nengudi s’ispiri a Rumi [teologo musulmano e poeta mistico di origine persiana], e questo mi ha svelato molto della dimensione più spirituale della sua pratica.

SDC: Come si evolve lo spazio dedicato alla creazione? Dall’atelier del pittore allo studio immateriale e portatile, gli artisti sono sempre più spesso in viaggio per residenze, progetti e mostre. Lo studio d’artista, se presentato alla Biennale d’Arte, preserva la sua autenticità? Può oggi la Biennale d’Arte essere un luogo di produzione di conoscenza collettiva?

CM: Non ci saranno studi, ma lavori di artisti che riflettono sull’idea dello studio. Si tratta più di una rappresentazione, dello studio come tema nell’universo dell’artista. Qui però la prospettiva è leggermente diversa. Non riguarda un’immagine dello studio, quanto piuttosto le posizioni che gli artisti assumono nei confronti dello studio, vissuto come un luogo di ozio e d’intima riflessione (otium) o già aperto a una sfera pubblica (negotium), un luogo che possiede una tensione tra l’esigenza di stare con se stessi e il desiderio di apertura a una dimensione di vita collettiva. Questo tema è visibile nella sala dedicata a Franz West, i cui lavori trattano direttamente la nozione di otium, per lui un vero e proprio oggetto di riflessione; e nel lavoro di Dawn Kasper, che trasferirà tutto il suo studio alla Biennale per una performance di sei mesi. O ancora in quello di Olafur Eliasson che, per il progetto Green Light, creerà uno spazio che rievoca il metodo di lavoro del suo studio a Berlino, simile a un laboratorio collettivo.

SDC: Alcuni dei cinquantadue lavori realizzati appositamente per la Biennale d’Arte trasmettono o rivelano certi aspetti del processo creativo stesso. Possiamo fare qualche esempio?

CM: Il processo creativo è un punto di partenza ed è sviluppato nei progetti paralleli. Naturalmente, spero che questa impostazione permetterà ai visitatori di approcciare le opere in maniera diversa, trasmettendo inoltre il desiderio di approfondirne la comprensione attraverso il catalogo, un volume di oltre seicento pagine dedicato esclusivamente agli artisti, ricco di materiali, immagini e testi. La mostra stessa segue un flusso narrativo organico che parte dall’io/artista e si propaga verso dimensioni differenti, attraverso i nove Trans-padiglioni, definiti così perché trans-nazionali; disegna un movimento di estroversione verso l’altro, l’ambiente circostante, lo sconosciuto, ecc.. La mostra coinvolgerà i visitatori in un viaggio che affronta le diverse dimensioni della vita, in grado di suscitare percezioni e pensieri sulla necessità di rielaborare la loro intima relazione con queste dimensioni, anche con le più speculative. Riguardo al processo creativo, la decisione di approfondirne la comprensione sta al pubblico, che sarà dotato di diversi strumenti: oltre alle didascalie ci saranno i video online, le Tavole aperte e il catalogo. Prendiamo un esempio: Abdullah Al Saadi mostra nel Padiglione degli Artisti e dei Libri alcune scatole contenenti testi in arabo, i suoi diari. Quando si guarda il suo video, si comprende il modo in cui l’artista lavora in casa seduto a un piccolo tavolo e il suo rapporto con l’ambiente naturale, bello e modesto, della montagna di Kor Fakkan (UAE). La sua pratica solitaria, introversa ma anche aperta alle sue immediate vicinanze, dalla famiglia alle aride montagne che circondano l’abitazione, diventa chiaramente comprensibile.

SDC: Sorprende il numero di artisti alla loro prima partecipazione alla Biennale d’Arte (103 su 120). Alcuni sono molto giovani, come Katherine Nuñez & Issay Rodriguez dalle Filippine (nate rispettivamente nel 1992 e 1991), mentre altri sono ancora ampiamente sconosciuti nonostante l’importanza della loro opera. C’è una convergenza tra le opere dei giovani artisti e i lavori del passato? Un’opera d’arte può possedere un carattere profetico?

CM: Nell’esposizione sono presenti alcune opere degli anni Sessanta e Settanta scelte molto accuratamente, che affrontano alcune questioni specifiche che ritengo cruciali per il nostro tempo e che sono in risonanza con molti lavori contemporanei. Il Padiglione dello Spazio Comune, per esempio, mostra chiaramente che molte delle posizioni assunte dagli artisti che in passato hanno affrontato la questione del vivere in comune – come costruire qualcosa collettivamente in un tempo di forte individualismo? –, da Maria Lai a David Medalla, sono oggi ancora valide e centrali nella riflessione di artisti più giovani come Martin Cordiano, Yorgos Sapountzis o Marcos Avila Forero.

SDC: L’esposizione è articolata in nove Trans-padiglioni, i cui nomi sono molto evocativi, in particolare il Padiglione degli Sciamani o il Padiglione Dionisiaco. La spiritualità è ancora viva nell’arte contemporanea? È vissuta come esperienza vera e propria o filtrata da una lente antropologica?

CM: L’approccio antropologico è sempre stato fondamentale per me e capisco quanto gli artisti stessi siano profondamente interessati a questo tipo di ricerche. Le opere di Maria Lai, per esempio, un’artista molto concentrata sul modo di vivere e di pensare della sua nativa Sardegna, affondano le radici proprio nella comunità di Ulassai. Juan Downey, Ernesto Neto, Ayrson Heraclito, Abdulaye Konaté, e molti altri artisti in questa edizione della Biennale, hanno sviluppato i loro lavori con un una profonda vocazione antropologica e una sensibilità autentica verso alcune particolari comunità e le relative pratiche sociali. Allo stesso tempo, vedo molti artisti interessati alle dimensioni più spirituali della vita, e tra questi ci sono molti giovani. Prendiamo l’esempio di Younès Rahmoun, arista marocchino che vive a Tetouan, che ha sviluppato una pratica concettuale, basata sull’idea della casa berbera, la ghorfa. Il suo pensiero è profondamente radicato nel sufismo e, per portare avanti questo tipo di lavoro, ha condotto una vita da eremita, vivendo nel sottoscala della casa dei suoi genitori. Anche in questo caso, non si tratta di qualcosa di nuovo, se pensiamo ad artisti come On Kawara e ai suoi Date Paintings che affrontavano la questione del tempo e dell’infinito da un punto di vista concettuale-metafisico. La differenza sta nel nostro tempo presente, che rende questi interrogativi ancora più urgenti proprio perché alcuni artisti si considerano “missionari”, come Marcel Duchamp era solito dire, agendo senza esoterismi né movimenti reazionari contro la ragione, ma con la consapevolezza di un più profondo significato dell’arte e la necessità di trasformare la nostra realtà. Dopo aver convissuto in Amazzonia con gli Huni Kuins, Ernesto Neto ha affermato che il nostro non è il tempo della rivoluzione ma della trasformazione. La dichiarazione può naturalmente essere messa in discussione, ma rimane ugualmente molto significativa.

SDC: Nel comunicato stampa, leggiamo che i Padiglioni “si succedono tra loro in maniera fluida, come i capitoli di un libro” e ancora “questi nove episodi propongono un racconto”. Esistono una o più fonti letterarie che hanno ispirato “VIVA ARTE VIVA”?

CM: Non direttamente ma, poiché sono una lettrice ossessiva, il mio universo è, naturalmente, pieno di libri. La mostra è una mostra, ma i titoli che ho scelto per i suoi diversi capitoli, che non sono fisicamente separati nello spazio ma risultano così menzionati nel materiale cartaceo, sono in effetti come titoli di libri, più evocativi che didattici. Mi auguro che attivino l’immaginazione dei visitatori che per me sono, insieme agli artisti, gli attori essenziali dell’esposizione.

Sara De Chiara

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