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Artissima 2017

Come una falena alla fiamma – per riprendere il titolo della maxi-mostra proposta da OGR e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo –, ogni anno dal 1994, il pubblico aduso all’arte libra attorno ad Artissima e all’esteso calendario d’eventi generato dalla fiera torinese, nel côté della (sempre più) ospitale e raffinata città sabauda: un’elegante dama mantata da un fogliame ocra e porpora e profumata di nocciole e acqua piovana. “Artissima non potrebbe esistere in nessun altro luogo, se non a Torino”, scrive Vittoria Martini nel saggio “Re-contextualizing the Art Fair: Part One” per The Exhibitionist, partendo dal discorso sviluppato da Elena Filipovic in “The Global White Cube” relativo alla necessità di “localizzare” progetti artistici e contestualizzarli all’interno della cornice (temporale, geografica, storica, discorsiva e istituzionale) in cui prendono vita. Ed effettivamente Artissima si genera ed è generata a Torino, una città spontaneamente incline all’arte contemporanea, come dimostrano sia i suoi, indimenticabili, fasti del passato che le manifestazioni odierne (“Luci d’Artista”, ad esempio).

Quest’anno pare, però, si sia introdotta una piccola rivoluzione copernicana: la città da semplice scenario è stata trasformata in soggetto, entrando all’interno della fiera e divenendo protagonista di diverse manifestazioni collaterali – basti pensare al re-design dello spazio fieristico da parte dello studio Vudafieri-Saverino che per il posizionamento degli stand ha ripreso la maglia barocca della città, o a progetti curatoriali contestuali alla fiera come “Deposito d’Arte Italiana Presente” e  “Piper. Learning at the discotheque”, su cui mi soffermerò più avanti.

Venendo al fulcro, Artssima 2017 – per il primo anno diretta da Ilaria Bonacossa che subentra dopo cinque anni di mandato di Sara Cosulich – si pone in parte in continuità e, in buona parte, in contrasto con le edizioni precedenti. Spariscono dunque le sezioni “Per4m” (dedicata alla performance) e “In Mostra” (sezione espositiva interna alla fiera ma esterna alle vendite, progettata da un curatore libero di attingere dal bacino di collezioni pubbliche e private torinesi), per fare spazio alla sezione “Disegni”, e a due progetti curatoriali già menzionati, “Deposito d’Arte Italiana Presente” e “Piper”.
Bonacossa ha più volte sottolineato quanto quest’edizione si debba considerare un episodio pilota; una prova di accensione di un ingranaggio fieristico complesso e lento nell’avvio a pieno regime. E forse qualche inciampo si è percepito particolarmente nella sezione “Disegni”, che porta a interrogarsi su quanto, ancora oggi, abbia senso compartimentare i linguaggi artistici all’interno di una fiera, soprattutto se poi i curatori della sezione Luìs Silva e João Mourão nel saggio in catalogo denunciano la necessità di ampliare e “superare le definizioni convenzionali” legate ai mezzi d’espressione artistica. Nulla però si vuole togliere alla qualità dei lavori esposti, come l’ambientale intervento presentato da Patrizio Di Massimo con T293 (Roma) o i disegni a grafite su carta di Andrea Romano con Vistamare (Pescara).
A imporsi come uno spazio di rottura rispetto alla standardizzata scansione fieristica è il “Piper”, una piattaforma di studio a cura di Paola Nicolin che indaga il rapporto tra clubbing e arte, a partire dall’esperienza del Piper torinese, la discoteca progettata da Pietro Derossi con Giorgio Ceretti e Riccardo Rosso, attiva dal 1966 al 1969 e frequentata da Pistoletto, Boetti, Gilardi, Merz, Piacentino, ma anche Quartucci, Patty Pravo, il Living Theater e Carmelo Bene.
Ma il ricontestualizzare la fiera a Torino si fa discorso articolato e compiuto nel “Deposito d’Arte Italiana Presente”. A cura di Bonacossa e Martini, il progetto espositivo propone le opere di 128 artisti italiani realizzate dal 1994 – anno della fondazione di Artissima – a oggi, e prende le mosse dal Deposito d’Arte Presente, attivo solamente un anno tra il ’67 e il ’68 e subito diventato leggenda: un luogo espositivo sperimentale, “aperto e vivo”, fortemente voluto da Pistoletto, Gilardi, Zorio ma soprattutto dal loro gallerista, Gian Enzo Sperone. Il deposito odierno dimentica l’ariosità e gli ampi spazi di quello speroniano, perde la funzione di produzione e si fa magazzino, accogliendo le opere in scaffali e creando un cortocircuito storico che invita il visitatore ad assimilare l’arte di un ventennio attraverso un solo sguardo.
Tornando però alle sezioni, “Main Section” ha raccolto una buona scelta di gallerie, tra cui Rodeo (Londra), che ha presentato l’indagine di Sidsel Meineche Hansen attorno alla pornografia (in fiera era presente il provocatorio video DICKGIRL 3D(X) [2016]); Sommer (Tel Aviv) con il lavoro installativo e sonoro di Tamar Harpaz Christine (2017); Jocelyn Wolff (Parigi) con dei muscolari disegni di Miriam Cahn. Per quanto riguarda “Present Future”, è inevitabile non menzionare i rifugi casalinghi ritratti nelle fotografie in bianco e nero da Joanna Piotrowska per Madragoa (Lisbona) e Cally Spooner, vincitrice quest’anno del premio illy Present Future, presentata da GB Agency (Parigi) e Zero… (Milano) La sezione “Back To The Future” è apparsa più sottotono rispetto alle scorse edizioni, sebbene Amalia Del Ponte (per galleria Milano) e Corrado Levi (per Ribot [Milano]) abbiano riportato l’attenzione su ricerche d’avanguardia (e che non hanno mai cessato di esserlo) finora poco considerate dal mercato dell’arte. Tra le “New Entries” Acappella di Napoli e Bad Reputation di Los Angeles hanno mostrato freschezza e una ricercata selezione di artisti.

Ma è uscendo dall’Oval che si scopre un’altra dimensione, quella di una scena artistica torinese vitale e ricca di spazi ed eventi eclettici, visitati da un pubblico sempre più internazionale e all’inseguimento del fuoco fatuo contemporaneo. La febbre dell’opening contagia tutti: dai musei agli spazi progetto, dalle gallerie alle fondazioni, dai festival alle fiere collaterali (uno dei formati più discussi che però, per l’alto numero di manifestazioni – Flashback, Dama, The Others, Paratissima, Flat – caratterizza fortemente l’art week torinese). Una rete sistemica che ha compreso la necessità di differenziarsi dall’omologazione degli eventi internazionali, reagendo con una contestualizzazione all’interno della propria cornice.
A proporre una delle più toccanti mostre italiane dell’ultimo anno è il Castello di Rivoli, con la retrospettiva di Gilberto Zorio, che celebra i cinquant’anni dalla nascita del movimento dell’Arte povera. L’artista interviene direttamente sull’esperienza dello spettatore, che si trova ad essere esso stesso oggetto di indagine, una particella all’interno di un sistema in continua palingenesi (che arriva a corrispondere con il dispositivo mostra) attivato da quelle reazioni fisiche e chimiche da sempre alla base della ricerca di Zorio. Nel frattempo, l’altra metà del Castello è occupata da Anna Boghiguian, artista armena che rende la Manica Lunga un volume da sfogliare, leggere, dimenticare e leggere di nuovo.
“Radicare una mostra a un luogo”, secondo le parole di Tom Eccles, è l’obiettivo di “Come una falena alla fiamma”, mostra sviluppata presso OGR e Fondazione Sadretto Re Rebaudengo, curata da Eccles, Mark Rappolt e Liam Gillick. Una triade curatoriale singolare, che sceglie come incipit il neon di Cerith Wyn Evans In girum imus nocte et consumimur igni (2006) – ispirata dal titolo dell’ultimo film di Guy Debord – per condurre una riflessione intorno all’incertezza, alla deriva, alla necessità di rinnovamento, attingendo alle opere appartenenti a collezioni pubbliche e private torinesi.
Fondazione Sandretto presenta, in aggiunta, una personale del pittore russo Sanya Kantarovsky. Sviluppata in un’unica sala, la mostra presenta sulla parete frontale un murales dal tono blu petrolio di un “Khrushchyovka”, edificio popolare diffuso in Unione Sovietica negli anni Sessanta, mentre a terra giacciono giochi per bambini a forma di tartaruga, di quelli che si trovano nei giardini e nei parchi pubblici. Alle pareti bianche e sul murales stesso sono collocati dipinti raffiguranti umani sospesi in un’atmosfera tragica e dolorosa che riportano al danno statale di una povertà cogente.
Ancora sulla città è la mostra di Carlos Garaicoa alla Fondazione Merz. L’urbano è qui uno spazio ideale, un luogo di partecipazione e di crescita di storie e prospettive dove l’azione di progettare unisce utopia e esigenze reali. L’artista cubano si sofferma particolarmente su Torino e sulle spinte (industriali, razionaliste, di riuso) che hanno guidato lo sviluppo della città.
Numerose le mostre in gallerie e fondazioni: Guido Costa omaggia la scomparsa di Chiara Fumai con “Nico Fumai: being remixed”, retrospettiva attorno a una delle prime ricerche affrontate da Fumai legata alla figura del padre; Fondazione Sardi per l’Arte presenta all’università di Torino “Remains of What Has Not Been Said”, recente progetto dell’artista Fatma Bucak, vincitrice nel 2013 del premio illy. Franco Noero attiva entrambi i suoi spazi (Via Mottalciata con Mario Garcia Torres e Piazza Carignano con Pablo Bronstein) e invade anche il vicino Museo del Risorgimento con Tabula Rasa (2017) di Martino Gamper. Tramite peculiari carte da parati installate sulle pareti del palazzo barocco di Piazza Carignagno, l’allestimento di Bronstein riesce a domare l’opulenza dello spazio, riordinandola e inserendo un’ulteriore dimensione geografica e semantica legata alla Cina. Norma Mangione apre, invece, con la personale di Anita Leisz, a cura di Tenzing Barshee, e un progetto off-site di Francesco Pedraglio. La mostra in galleria, pulita ed elegante, conduce lo spettatore all’interno della processualità di Leisz, la quale utilizza materiali solitamente impiegati nell’edilizia per la realizzazione di quadri ingannevoli, lavori che riportano radicalmente a un ragionamento sul confine e la separazione tra interno ed esterno.
Tra gli spazi progetto, a contraddistinguersi quest’anno oltre a Cripta747, sono il giovane Treti Galaxie – che apre il Forte Pastiss con le opere di Clémence de La Tour du Pin – e CLOG, lo spazio in Via Giulia di Barolo fondato e a cura di Lucrezia Calabrò Visconti e Cosimo Piga che, in collaborazione con Tile, invita il pubblico schizofrenico, stremato dalla settimana dell’arte e dal loisir più sfrenato del Club To Club (che quest’anno ha portato a Torino Liberato, Arca, Nicolas Jaar, Kraftwerk, tra gli altri), a prendersi una pausa-sigaretta all’interno della mostra-progetto “Self Care While Smoking”. Un’altra sosta è proposta da Barriera, che da consuetudine invita a una colazione domenicale per esplorare “Collegati Scollegati Collegati…” esposizione di Jonathan Monk e Ariel Schlesinger, in collaborazione con la galleria Massimo Minini.

L’attraversamento incessante della città arriva alla sua compiutezza ma anche, in un certo senso, ad una dichiarazione di débâcle, con la performance progettata da Ludovica Carbotta e presentata presso Blank la sera di sabato 4 novembre. Ultimo capitolo di Monowe – la ricerca di Carbotta attorno a una città immaginaria chiamata appunto Monowe e popolata idealmente da un solo abitante – la performance si è strutturata in un’intervista dell’unico cittadino a sé stesso. L’interprete femminile, in dialogo tra un sé presente e un sé assente – la presenza è garantita attraverso una registrazione vocale emessa da una grossa cuffia alle orecchie della performer – ragiona individualmente sulla difficoltà di definire e, soprattutto, trasmettere agli altri la complessità di un sistema come quello di Monowe, metafora dell’inafferrabilità di una urbanità diafana e mobile.
A volte la localizzazione di progetti (per riprendere le fila di Filipovic) porta ad aporie, incursioni in territori opachi e contraddittori colmi di conflitti ancora non elaborati. A Monowe la sicurezza è al confine con la prigionia, proprio come accade nelle gated community sparse per il globo. A Torino l’orgoglio per il suo passato poverista arriva talvolta a coincidere con il rimpianto, in breve tempo trasformato in uno spettro che continua a tormentare le nuove generazioni.
Ed è forse questo il momento più stimolante del processo di ri-contestualizzazione, ovvero quando si supera la mera riproposizione e si affrontano crisi e conflitti, e il fallimento è il terminus da cui ripartire.

Giulia Gregnanin

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ArtVerona

L’eterogenea galassia delle fiere d’arte contemporanea raccoglie sotto un’unica terminologia realtà con intenti e modi di operare molto diversi. Gli eventi che oggi si sono ritagliati un ruolo preponderante nel sistema dell’arte sono quelli che si sono configurati come crocevia, luoghi insieme di intercettazione, lettura e propulsione rispetto alle dinamiche del sistema stesso, alle esigenze dei suoi attori e dei territori coinvolti, offrendo occasioni di incontro, dibattito e sperimentazione.

L’edizione 2017 di ArtVerona é riuscita a essere questo, una fiera che lavora sul sistema dell’arte promuovendo sinergie aperte al confronto reale (e realistico). Sotto la nuova guida di Adriana Polveroni nel ruolo di direttrice artistica per il prossimo triennio, assieme al Comitato di Indirizzo di ArtVerona – con Mauro De Iorio, Giorgio Fasol, Michele Furlanetto, Patrizia Moroso, Cristiano Seganfreddo, Catterina Seia e, da quest’anno, il collezionista Diego Bergamaschi – la fiera veronese è riuscita stabilire una continuità con ciò che di positivo si è proposto nelle precedenti edizioni e a aggiungere occasioni di ampliamento e nuove energie con due obiettivi principali: sancire in modo definitivo la portata nazionale dell’evento e lavorare sulla centralità del collezionismo attraverso una stretta collaborazione con il Consorzio Collezionisti delle Pianure – composto da trenta collezionisti e nato a supporto di ArtVerona. Ad alimentare la riflessione su questo tema hanno contribuito anche i progetti “Critical Collecting” e “La nuova indagine sul collezionismo”, che analizzano prassi multiformi e generazioni differenti di collezionisti.
140 le gallerie partecipanti, di cui 35 presenti per la prima volta, a cui si sono aggiunte 14 nuove realtà indipendenti e 20 operatori del settore editoria, per un’edizione che si è chiusa con la presenza di 23mila visitatori, con un più 26% nella giornata dedicata ai collezionisti (con 480 coppie di collezionisti vip italiani e stranieri ospitati in città, 30 in più rispetto alla scorsa edizione) e che ha registrato l’acquisto soprattutto di opere di artisti italiani giovani, mid-carrer e dei maestri.
Nei due padiglioni che hanno ospitato la vivace alternanza tra spazi indipendenti, gallerie nuove e gallerie che da anni operano nel mercato, si è creato un vibrante equilibrio, grazie sia al percorso scandito dalle cinque sezioni espositive (Grand Tour, Scouting – novità 2017 –, Main Section, Raw Zone e i8 – spazi indipendenti), sia agli eventi collaterali all’interno della fiera che hanno presentato proposte espositive, come Free Stage (con artisti che ancora non lavorano con una galleria) e King Kong e numerose occasioni di dibattito e incontro: ArtVerona Talk, Primo Amore, Atupertu, Critical Collecting e Collectors Studio.
Per la sua tredicesima edizione ArtVerona ha scelto come focus “Viaggio in Italia #Backtoitaly”, che attraverso una serie di incontri a cura di Paola Tognon, ha approfondito in modo serrato il tema centrale: raccontare cosa succede oggi in Italia, il sistema visto da dentro e da fuori, attraverso un alternarsi di punti di vista, narrazioni di esperienze e progetti in una dimensione sia nazione che internazionale per ripartire dal presente per proiettarsi nel futuro.
Nove i premi e i riconoscimenti assegnati, che rappresentano ciascuno storie e visioni differenti, per i quali è stato stanziato un plafond complessivo di 221mila euro: Concorso Icona (conferito a Flavio Favelli), Fondo Privato Acquisizioni (che ha acquistato undici lavori di Rebecca Ackroyd, Evgeny Antufiev, Olivio Barbieri, Luca Bertolo, Edson Chagas, Valerio Nicolai, Alek O., Athena Papadopoulos,  Navid Azimi Sajadi e due opere di Fatma Bucak), Premio Display (assegnato alle gallerie 10 A. M. Art di Milano e Z2O Sara Zanin Gallery di Roma), Premio OTTELLA for GAM (andato a bianco di Julia Bornefeld e Notes for a Book (“Dear Michel”) di Antonio Rovaldi), Sustainable Art Prize Ca’ Foscari (al collettivo formato da Sasha Vinci e Maria Grazia Galesi), Premio Fotografia Under 40 (al duo artistico The Cool Couple), Premio AMIA per i8 – Spazi Indipendenti (che ha premiato MORE – a museum of refused or unrealized art projects), Premio Rotary Club Asolo per i giovani artisti (a Dženan Hadžihasanović e Marco Neri) e Level 0 (in cui i direttori di dieci musei italiani hanno selezionato altrettanti artisti che esporranno nelle rispettive istituzioni: Alek O., Alice Cattaneo, Ivan Barlafante, Luca Cattaneo, Lucia Cristiani, Discipula, Fabrizio Prevedello, Arcangelo Sassolino, Anna Di Prospero, Concorso Icona e Julia Bornefel).
Ricco il fuorifiera, ArtVerona OFF, articolato in un percorso che può idealmente essere letto tracciando un filo rosso che parte dalla fiera, dalla sezione Free Stage dedicata agli artisti senza galleria, passando per gli spazi indipendenti e le gallerie, per entrare poi nelle mostre “Iconoclash – The Conflict of Images” al Museo di Castelvecchio, che esplora il mondo del collezionismo, e “Il mio Corpo nel tempo” con Lüthi, Ontani e Opalka alla GAM, a documentare la ricerca di quegli artisti che opera dopo opera negli anni hanno scritto la storia dell’arte, così come per Basilico con la mostra Architettura e Memoria, fino a addentrarsi nel Banchetto Palindromo di Daniel Spoerri, una cena-performance che dissolve i labili confini tra arte e realtà, per poi tornare per le vie della città con il Festival Veronetta.
Secondo le parole di Polveroni, l’edizione di quest’anno è “una fiera ‘aperta’, non modaiola o piegata ai diktat del mercato, e non fotocopia, uguale cioè alla maggior parte delle fiere che si vedono in giro. L’aspetto che tutti hanno apprezzato è stata una certa “freschezza”, una fiera che presentava realtà diverse dove, accanto al comparto forte del moderno, si trovavano le gallerie più giovani e di ricerca, gli indipendenti, sia come collettivi curatoriali che come artisti. Direi che ArtVerona è piaciuta soprattutto per questi motivi. Personalmente sono molto soddisfatta della presenza di tante buone gallerie giovani che per la prima volta hanno partecipato e per le quali dobbiamo lavorare di più nei prossimi anni, a partire dalla prossima edizione. Per fortuna ArtVerona può contare su tanti collezionisti che ci sostengono, ma costruire una realtà solida anche per tante nuove gallerie è un processo che richiede del tempo”.
Ad aprire il calendario 2017/18 del contemporaneo in Italia, dunque, una fiera che ha saputo mettersi in gioco e che trae la propria forza dalla voglia di crescere e di far germogliare, anno dopo anno, i molti input positivi che è riuscita a canalizzare e creare, nella prospettiva di valorizzare, promuovere e alimentare sinergie per costruire un solido tassello del presente e del futuro dell’arte nel nostro paese.

 

Silvia Conta

Non è Basel, non è Frieze. Non è “la Mecca del Moderno” né un set in cui si mescolano eccentricamente arte, lusso e denaro. ArtVerona, arrivata alla tredicesima edizione, mantiene una dimensione sobria. Eppure, dietro questa parvenza di misura, si nasconde un progetto dinamico, sperimentale, avventuroso: quello che la nuova direttrice artistica Adriana Polveroni definisce come il tentativo di “far emergere e valorizzare il sistema dell’arte italiana”. Un impegno che è sempre stato la caratteristica di ArtVerona, ma che in questa tornata fieristica diventa il leitmotiv che attraversa i due tradizionali padiglioni (moderno e contemporaneo), per diffondersi all’esterno e coinvolgere musei, negozi, teatri.
Ma cosa intende Polveroni quando suggerisce come tema “Viaggio in Italia #back to Italy”? Il suo “concept” è quello di uno sguardo che si allarga oltre i confini, per “esplorare nuove geografie d’arte”. Per questo, nel padiglione di Arte Contemporanea ha creato “un’isola” con l’intento di riproporre il fascino del Grand Tour ottocentesco, mettendo fianco a fianco realtà straniere che operano nel nostro paese e gallerie italiane che hanno sedi all’estero. Sei in tutto, che non attestano, certo, un dato strutturale, ma un processo sempre più accelerato di scambi, relazioni, attraversamenti di frontiere culturali.
Passare tra gli stand diventa allora un vero iter iniziatico, un visitare mondi che vanno al di là del puro possesso e della visione e aprono inedite “forme di relazione e inaspettati incroci”. È quanto accade, ad esempio, nella sezione “Indipendents”, dove quattordici nuove realtà (associazioni no profit o collettivi) riflettono proprio sul tema del viaggio. MoRE realizza una mappatura dei progetti non realizzati, Contemporary Locus invita artisti ad interpretare spazi dismessi o dimenticati, Magazzini fotografici mette assieme immagini ritrovate con foto scattate di recente, ecc. C’è qualcosa di utopico nell’attività di questi gruppi, una sorta di volontà di andare oltre il vissuto, per attingere all’immaginario e “rendere possibile l’impossibile”.
E non mancano convegni, dibattiti, talk, incontri che hanno la funzione di spostare la dimensione dell’arte dal suo valore di merce alle questioni stesse del suo farsi, del suo esserci, del suo produrre pensiero. Ma poi gli stand espositivi, vero cuore pulsante di una Fiera, si dimostrano all’altezza della cornice? Sono davvero spazi di promozione e proposta? Se si osserva il padiglione 11 (quello dedicato all’arte del Novecento), non si può che definirlo impeccabile sia negli allestimenti che nella qualità delle offerte. Solo un po’ ripetitivo nei nomi, in prevalenza appartenenti all’arte cinetica e programmatica o alla pittura analitica (Alviani, Bonalumi, Biasi, Verna, Griffa, Cotani, ecc.). Il tutto in sintonia con quelle che sono le tendenze del mercato. Rari gli spazi che espongono opere con una sensibilità inedita e misteriosa: tra questi Valmore Studio d’Arte (di Vicenza) presente con l’installazione di Jacques Toussaint “Meccanica Celeste”: una scansione aerea di tubi al neon blu, che sembra dividere e insieme moltiplicare lo spazio o Ferrarin Arte (di Legnago) che allestisce una sorta di caverna platonica, in cui Carlo Bernardini, impiegando la fibra ottica, dà vita ad una architettura potenziale. Ma il confine tra moderno e contemporaneo si fa labile e più di una galleria del padiglione 12 colloca accanto alle promesse alcune figure consolidate. Non si tratta di spostare l’autorità della storia a sostegno di un presente alla deriva, ma di impiegare la storia come “business appeal”. Solo con le sezioni “Raw Zone” (gli stand dedicati ad un solo artista) e “Scouting” (16 gallerie attente alle innovazioni) ci troviamo immersi in una dimensione eccentrica, in una sorta di officina creativa.
Entusiastici i comunicati di ArtVerona: “Cresce il numero delle gallerie (140, di cui 35 presenti per la prima volta), cresce il numero delle visite, cresce il numero di collezionisti e degli operatori di settore”. Ed effettivamente i nove premi che quest’anno sono stati attribuiti testimoniano di un riconoscimento da parte di istituzioni, musei, consorzi di collezionisti del livello delle proposte. Soprattutto l’Ente Fiera ha inserito ArtVerona nel suo network con Vinitaly o Marmomacc e ha ospitato in città 480 coppie di collezionisti italiani e stranieri. L’importante però è non consegnarsi alla solita filosofia dell’evento, dell’euforia, dell’effetto speciale. Forse è anche per questo che Polveroni ha pensato ad un progetto capace di esercitare più una funzione formativa che spettacolare. E l’ha fatto, promuovendo eventi che coinvolgono l’intero territorio, in collaborazione con soprintendenza, università, Esu, accademia. Col contributo di una decina di curatori, ha portato nel Museo Civico di Castelvecchio ventitrè opere contemporanee di collezionisti, in dialogo/conflitto con le opere del passato (“Iconoclash”), ha curato per la GAM l’esposizione ”Il mio corpo nel tempo. Luthi, Ontani, Opalka”, togliendo letteralmente dalle stanze della Galleria la tanta polvere accumulata nel corso degli anni, ha allestito un autentico Festival “precario, effimero, transitorio” nel quartiere multietnico di Veronetta… Insomma un crogiolo espositivo, un organismo molteplice. Un po’ come l’opera di Flavio Favelli Extra profondo oro (2017) (che ha vinto il concorso Icona e che sarà l’immagine della prossima edizione di ArtVerona): un collage di carte di cioccolatini su pannello. Un monocromo prezioso, realizzato con degli scarti. Quasi un augurio: fare molto anche con poco.

 

Luigi Meneghelli

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Live Works 2017 / Centrale Fies, Dro

Una centrale idroelettrica di inizi ‘900 situata fra le montagne trentine è il luogo che fa da cornice a “Drodesera”, il festival per le arti performative che dal 1980 rappresenta una delle rassegne italiane più attente all’articolato ambito delle live arts. L’edizione di quest’anno è titolata “Supercontinent” e si propone di edificare una neo-geografia, una “Pangea” in cui a prosperare sono identità ibride, incerte, dirottate, che sfuggono alle griglie del “canone occidentale” e ai paradigmi del politicamente corretto.
Il programma di “Supercontinent” si compone di proiezioni cinematografiche, prime nazionali di videoarte e, naturalmente, performance (tra gli artisti invitati: Roberto Fassone, Riccardo Giacconi, Alessandro Sciarroni, Francesca Grilli, ecc.).

A fare da apripista a questo macro-evento da cinque anni è Live Works Performance Act Award, una residenza dedicata alle pratiche live che, attraverso il formato dell’open-call, si indirizza ad artisti emergenti. Più di trecento sono state le candidature ricevute quest’anno, dieci invece gli artisti selezionati – scelti da un team curatoriale composto da Barbara Boninsegna, Simone Frangi, Daniel Blanga Gubbay, e da un board di professionisti esterni di cui fanno parte Lorenzo Benedetti, Vincent Honorè, Eva Neklyaeva, Manuel Segade e Christine Tohmé – a cui viene affidato un piccolo budget per produrre una performance da presentare nei tre giorni di resa pubblica.

Più che la qualità dei lavori presentati a essere particolarmente incisiva è la volontà dei curatori di lasciare da parte la nozione di performance per assumere quella più completa di live art – che abbraccia la sound art, la text-based e lecture performance, il multimedia storytelling, le pratiche coreografiche e i progetti workshop-based. Performance è un termine che purtroppo, sempre più spesso, è associato all’idea di produzione forzata e presentazione pubblica del corpo, come dimostra Sven Lütticken nel suo saggio “General Performance” (e-flux Journal, n.31, gennaio 2012), contestualizzandolo nel sistema economico neoliberale: “nell’economia di oggi, ‘performance’ non si riferisce solamente alla produttività del lavoro, ma anche a un’effettiva, quasi teatrale auto-presentazione, un’auto-performance in un’economia dove il lavoro è diventato più dipendetene a fattori immateriali”. In quest’ottica risulta doveroso riconoscere il successo della decisione da parte del board curatoriale di Live Works di non selezionare un vincitore (a cui poi sarebbe andato un premio in denaro) ma ridistribuire il budget, in modo da osteggiare competizioni e classificazioni vincitore/vinti.

Per entrare più nel vivo in alcune delle pratiche degli artisti selezionati (Alok Vaid-Menon, Claudia Pagés Rabal, Gaetano Cunsolo, Kent Chan, Lisa Vereertbrugghen, Madison Bycroft, Mercedes Azpilicueta, Mohamed Abdelkarim, Rodrigo Sobarzo de Larraechea e Urok Shirhan) non si può fare a meno di notare un’attenzione generale verso le questioni di genere, le micro-narrazioni e le condizioni periferiche e marginali. L’artista irachena Urok Shirhan, ad esempio, con la performance Empty Orchestra (titolo che riprende l’etimologia della parola karaoke: kara significa “vuoto”, mentre ōkesutora significa “orchestra”), ha doppiato in arabo canzoni di star internazionali – da Beyoncé a Mariah Carey – per svelare come l’identità si possa legare a linguaggi e suoni, oltre che a luoghi e confini.
Gaetano Cunsolo, unica presenza italiana, ha portato una performance intima e meditata: nel corso delle tre notti di Live Works ha costruito e poi distrutto una casa composta da pezzi di legno, rifiuti plastici e ferraglie trovate nella periferia di Dro. Soon as night falls… I’ll start to built è una riflessione sul demanio, e sul fatto che costruire una casa in una notte in diverse culture sia considerato di buon auspicio, forse perché è nello spazio vacuo del crepuscolo che può trovare campo una nuova presenza.
Più di petto è stata la performance dell’artista transgender Alok Vaid-Menon. Questi, dopo essersi prodigato in un lungo, isterico, monologo sugli stereotipi attribuiti ai transgender, ha iniziato a manifestare il proprio stato di asia su diversi social come Tinder e Instagram, scrivendo ai propri “match” invettive contro la discriminazione e la violenza, e pubblicando selfie sorridenti con una didascalia all’immagine intrisa di paura e solitudine. L’operazione era visibile grazie a un dispositivo tecnico che collegava il suo smartphone a un maxischermo, svelando il tema – negli ultimi anni spesso dibattuto – della manipolazione della verità nella comunicazione del sé.
Anche Rodrigo Sobarzo de Larraechea ha messo alla prova la pazienza del pubblico in uno spettacolo acquatico poco consistente, che ha sfruttato le suggestioni del buio per presentare un’indagine grossolana sull’estuario e la geologia tout court.
Operazione molto strutturata invece quella di Mohamed Abdelkarim, che ha messo in scena l’ultimo capitolo di un progetto iniziato nel 2014, Dramatic episodes about Locomotion, un complesso archivio di libri, cartografie, poesie, immagini, tracce musicali e oggetti che incrociano aneddoti personali e narrazioni fittizie a eventi storici così da mettere in crisi il materialismo storico e il concetto stesso di verità. Mercedes Azpilicueta infine con Yuko & Justine (rispettivamente Yuko Yamaguchi, colui che, sopravvissuto a Hiroshima, descrisse il momento esatto della caduta dell’ordigno, e Justine, la protagonista del libro Justine ou les malheurs de la vertu del Marchese de Sade) ha creato uno script immaginario interpretato da alcuni abitanti del luogo. Ancora una volta si tratta di un tentativo di costruzione di un racconto soggettivo, instabile, dove memoria individuale e racconto collettivo s’incontrano, si contaminano e si ibridano.

Giulia Gregnanin

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Altrove Festival / Catanzaro

Ogni possibile campo semantico della parola “altrove” rinvia a un dislocamento, che in una fase così delicata della crisi economica rimanda a fenomeni di molti giovani dalla periferia al centro urbano.
A Catanzaro la parola “altrove” è utilizzata come nome di un festival d’arte contemporanea che – insieme ad altre manifestazioni simili (FRAC Festival, Color Festival e Guarimba) nate negli ultimi anni grazie alla passione e all’energia di giovani curatori – intende “mettere radici” e portare del “nuovo” in un territorio che presenta ancora diverse problematiche ma, allo stesso tempo, racchiude numerose potenzialità in grado di competere con altri contesti più attivi dal punto di vista culturale.

Altrove Festival, svoltosi dal 20 al 22 luglio nel centro storico della città, si è strutturato come un evento dedicato alla street art e, allo stesso tempo, come un festival d’arte capace di coinvolgere linguaggi ed espressioni artistiche diverse. Un altrove fisico, immateriale e mentale, in grado di produrre eterotopie che configurano “luoghi altri”, dove Catanzaro è vista come spazio per la manifestazione del proprio pensiero, del proprio sentire e come simbolo di connessione con luoghi differenti.
Come hanno dichiarato Edoardo Suraci e Vincenzo Costantino, curatori del festival: “Le edizioni precedenti hanno reso il capoluogo calabrese e il suo territorio più contemporaneo e moderno, non solo per le quaranta opere d’arte pubblica disseminate tra la città e il lido, ma anche per un nuovo e attivo interesse verso eventi culturali e artistici, scaturito nel tessuto popolare e politico del luogo. Questa IV edizione, si presenta molto diversa dalle altre, sia per estensione degli interventi sia per i linguaggi artistici adottati e soprattutto per la scelta di operare nel cuore del centro storico, al fine di valorizzare, rivitalizzare e rieducare al concetto di bellezza un ambito urbano trascurato e rassegnato al degrado estetico”.
Erano ben otto gli interventi installativi e svariati gli eventi musicali e performativi, che hanno trasformato gli edifici e le piazze della città, generando nel pubblico un’esperienza multisensoriale, che ha reso la manifestazione più dinamica e capace di coinvolgere l’intero tessuto urbano.
Il percorso tra le opere parte da cortile del Complesso Monumentale del San Giovanni, con la grande installazione Aria dell’artista spagnolo Gonzalo Borondo, un lavoro composto di 185 pannelli in vetro e 73 figure femminili in bianco e nero, realizzate in serigrafia e rifinite a mano dall’artista, al fine di ottenere quel particolare effetto graffiato che consente di connettersi con il contesto architettonico e naturale. Non una barriera ma un’opera che porta il visitatore a percepire punti di vista sempre differenti.
Si prosegue con l’opera dell’artista 3TTMAN (Louis Lambert), francese di nascita ma spagnolo di adozione, conosciuto e apprezzato per i suoi murales. Per Altrove Festval 3TTMAN progetta Exit For All, un murale che mescola le forme classiche di un tempio della Magna Grecia ai simboli contemporanei delle istruzioni di sicurezza presenti in aereo. Il lavoro, in cemento inciso, collocato sulla facciata di una piccola casa all’uscita del tunnel del castello medievale di Catanzaro, diviene come in passato la strada da seguire in caso di pericolo o di emergenza.
Anche l’istallazione multisensoriale, realizzata all’interno del Parco di Villa Trieste, dal titolo Invisibili orchestre, ideata dai Quiet Ensemble (Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli), mostra un evidente interesse per il sito in cui s’inserisce, esaltandolo attraverso moderni sistemi audiovisivi     il rapporto tra arte e natura. L’artista ha invitato il pubblico a “suonare il Parco”, interagendo con esso come un direttore di orchestrata fa con i suoi musicisti. Un’azione diretta e immersiva che ha concesso al performer di ascoltare e imparare a percepire ogni piccola sfumatura della natura, dai suoni ai colori, dal fruscio degli alberi agli animali fino ai profumi.
Nella piazza dei “Giardini Nicholas Green, al centro di quattro sedute disposte a cerchio, è stata collocata la scultura di 4 metri dal titolo Melencolia realizzata dall’artista romano ANDRECO, con il supporto degli artigiani del luogo. L’opera nasce da un ragionamento che l’artista compie sugli spazi circostanti, traendo ispirazione dalla geologia e dalle trasformazioni chimico-fisiche fondamentali per la salvaguardia dell’ecosistema.
Non sono passate inosservate all’occhio attento del visitatore neanche la contestata scultura in cemento NIMBY (Not In My Back Yard) di Roberto Ciredz, l’installazione urbana con le bandiere dell’argentino AMOR (Jorge Pomar) e la scenografica opera site specific di Dilen Tigreblu, collocata nella Galleria Mancuso.
Il percorso tra le opere del Festival termina con il murale realizzato dall’artista Roberto Alfano, in collaborazione con i bambini delle associazioni del territorio, in occasione di Supereroi, workshop sulle dinamiche delle espressioni artistiche in situazioni di disagio psicofisico.
Altrove Festival ha offerto anche una serie di eventi collaterali con musicisti, performers e artisti, sotto la direzione artistica di Fabio Nirta per la selezione musicale e del collettivo Spora per gli eventi performativi. Tra questi il video mapping, proiettato sulla facciata della Cattedrale di Catanzaro dell’italo-israeliano Ehab Halabi Abo Kher e lo spettacolo de gruppo Ninos du Brasil, progetto musicale di Nico Vascellari, che ha condotto il pubblico in un’esperienza mistica e liberatoria tra punk, techno tribale e il batacuda, una declinazione musicale della samba ispirata agli stili percussivi brasiliani.

Giovanni Viceconte

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Volcano Extravaganza 2017 / Napoli, Stromboli

Una celata casa vacanze, poco lontana dal modesto centro storico di Stromboli, proietta tutte le sere, a prescindere dal numero di spettatori, Stromboli (Terra di Dio) (1950), il film del maestro del neorealismo italiano Roberto Rossellini. La proiezione prende luogo nell’alloggio in cui la fulgida Ingrid Bergman soggiornò durante le riprese e dove, probabilmente, Rossellini e la Bergman si incontravano clandestinamente per suggellare il loro amore.

Questo rito quotidiano sembra finalizzato a conservare l’icona del film che ha contribuito a costituire l’immaginario stromboliano. Ma si potrebbe aggiungere di più: è l’atto della ripetizione che, come teorizza Gilles Deleuze in Differenza e ripetizione (Cortina Editore, Milano, 1997), fa emergere l’essenza di ciò che si ripete. Allo stesso tempo la ripetizione genera la differenza, in quanto ogni “ripetuto” produce un’esperienza diversa per il soggetto che la contempla. Da una parte, dunque, una struttura fissa data dalla solidità dell’essenza, dall’altra la mobilità dell’interpretazione soggettiva.

La riflessione attorno al film di Rossellini si potrebbe applicare anche a Volcano Extravaganza 2017, il festival per le arti contemporanee presentato da Fiorucci Art Trust (per questa edizione in partnership con l’etichetta inglese The Vinyl Factory) e curato da Milovan Farronato, che dal 2011 colonizza l’incantevole isola delle Eolie e da quest’anno anche la città di Napoli.
Titolato iconicamente “I Polpi” dall’“artistic leader” Eddie Peake, il progetto concerne il corpo, i suoi limiti e i suoi eccessi, strutturandosi come una resa pubblica di vecchie e nuove performance dell’artista, più un murales site specific collocato all’interno della sede stromboliana di Fiorucci Art Trust.
Artista inglese laureato nel 2013 alla Royal Academy, Peake ha sempre trattato, con caustica ironia, tematiche quali la sessualità, il linguaggio e l’autorappresentazione (basti pensare al suo provocatorio sito/portfolio). Meno frequentemente, invece, si è concentrato sui concetti di reenactment, di ripetizione (e dunque di differenza) che, attraverso una destrutturazione della “variazione sul tema”, trova a costituire l’ossatura de “I Polpi”.
In musica, per variazione sul tema si intende la creazione di una struttura apparentemente semplice, basata sull’utilizzo di un tema presentato inizialmente nella sua forma originale e successivamente riproposto più volte attraverso delle variazioni. Ne “I Polpi”, la variazione di Peake è applicata nell’unica performance di nuova produzione, To Corpse. Nello slang teatrale “to corpse” è un’espressione usata per descrivere una situazione in cui gli attori escono accidentalmente dal loro personaggio, scoppiando a ridere improvvisamente.
L’artista si appropria del termine, rendendolo il titolo di una serie di cinque performance dove cinque ballerini (tre donne e due uomini) interpretano una coreografia da lui disegnata
dalla durata di circa venti minuti. La coreografia costituisce la trama, ovvero l’elemento fisso che attraversa i cinque atti. L’ordito è però più complesso. Qui Peake coinvolge musicisti, artisti, poeti chiedendo di proporre una propria lettura, una propria variazione, trasformando drasticamente ciascuna performance. Anche lo spazio ogni volta si trova ad essere differente, occupando alcuni strabilianti scenari del napoletano e dell’isola di Stromboli.

13 luglio 2017

La prima performance presentata, Gli Animali (riproposizione della performance Touch del 2012), consiste in una partita di calcetto dalla durata di trenta minuti. I giocatori, cinque contro cinque e rigorosamente nudi (eccezion fatta per scarpe da calcio e calzettoni), si sfidano in un campetto improvvisato nel cortile della Fondazione Morra. L’erotismo iniziale dato dalla virilità della muscolatura maschile in tensione arriva, in breve tempo, a essere anestetizzato e trasformato in una nudità ingenua, simile a quella che s’incontra negli spogliatoi sportivi quando si è circondati da amici e compagni di squadra. La luce calda che precede appena il crepuscolo abbraccia la corte, mentre il pubblico tifa animatamente, in una scena che si compiace dello stereotipo italiano che perpetra. 7 a 7, il risultato è un pareggio.

14 luglio 2017

La prima variazione di To Corpse prende atto nel cortile interno del museo MADRE di Napoli, con il produttore di musica elettronica Actress. I cinque ballerini, avviluppati in un body bianco, eseguono una coreografia aliena. Sembrano parlarci di sesso, desideri nascosti, pulsioni violente, odio, infatuazione e amore. La musica di Actress dona una ferma astrazione, portando a una dimensione cosmica ipossica.

La seconda variazione avviene poche ore dopo nella suggestiva cornice delle Scalze, una chiesa abbandonata (ma non sconsacrata) del XXVII secolo. In questa sede la musica, opera di Gwilym Gold, crea un’atmosfera mistica. I performer, vestiti di nero e con Reebok bianche ai piedi (calzature che indosseranno per tutto il festival), appaiono come sacerdoti di una religione nata profana. I gesti sessuali da loro compiuti trascendono dionisiacamente lo spazio.

Il terzo episodio di The Corpse, al tramonto, si sviluppa alla Solfatara di Pozzuoli, un’altura naturale da cui fuoriescono gas sulfurei, celebri per le loro proprietà taumaturgiche. Ad accompagnare la coreografia, e i corpi dei performer guantati in questa occasione di magenta, è la poetessa Holly Pester. Con versi gutturali, Pester interpreta un racconto assurdo riguardante un’affettività malata, tormentata da distanza e solitudine. “I am tired, I have lost the revolution”, ripete con rassegnazione.

15 luglio 2017

Sull’aliscafo SNAV per Stromboli il ritmo si distende. Ad essere portata in scena è la performance Fox del 2005, concepita da Peake insieme a Sam Hacking mentre frequentava la Slade School of Fine Arts.
Davanti alla zona bar all’interno dell’aliscafo è piazzato un personaggio mascherato da volpe, chiuso all’interno in una di quelle tute in lycra sintetica con il capo a mo’ di pupazzo. Presto un secondo performer si introduce con fatica all’interno del travestimento, allo scopo di liberare la persona dalla maschera e assumere a sua volta il ruolo di volpe gaudente. Il secondo performer dona dunque i propri vestiti al primo (nudo all’interno della maschera) in un faticoso scambio che si svolge tutto nella tuta. Finalmente abbigliato, il primo performer può uscire dalla maschera da volpe con gli abiti del secondo. L’azione si ripete altre tre volte.

Presso il molo di Scari a Stromboli si svolge Megaphone Duet, la performance del 2016 interpretata da Peake e dalla ballerina Emma Fisher. Qui Fisher, vestita con un body nero, dà inizio a delle prove di danza, sorvegliata e corretta dallo sguardo severo di Peake. Poi, ciclicamente, Peake prende il microfono in mano per domandarle: “I love to watch you perform, move and dance. Do you love me?”. La ballerina a questo punto si avvicina a lui, urla istericamente “No fucking way”, lo colpisce su una guancia con un violento schiaffo e lo abbraccia. Sembra si tenti di affrontare tematiche quali i giochi di potere all’interno di una coppia, ma anche il rapporto di sudditanza tra maestro e allievo o una sindrome di Stoccolma non ancora elaborata.

16 luglio 2017

Violenti e fragili, i corpi di Peake sono pervasi da una frenesia riformatrice. La superficie epidermica è il terreno di scontro e riconciliazione dei conflitti interni ed esterni e ricettacolo dei sapori e delle atmosfere del contesto circostante. Effettivamente, l’esperienza di ciascuna variazione è totalmente condizionata dalla musica e dal contesto in cui prende atto.
La quarta variazione di To Corpse si svolge al Club Megà di Stromboli intorno a mezzanotte. Le musiche di Evan Ifekoya e Victoria Sin accompagnano i cinque performers, ora completamente nudi e rivestiti di polvere d’oro. La performance è muscolare, tra il sessuale e l’erotico, in un contesto legato al divertimento, al vizio e all’eccesso.

Ne consegue un forte contrasto con la successiva e ultima variazione, sulla spiaggia. Nessuna musica stavolta ma unicamente i rumori dell’isola. I corpi dei ballerini si stagliano davanti all’albeggiare. L’infrangersi delle onde sulla battigia accarezza il movimento silenzioso della coreografia, conducendo il lavoro al grado zero del movimento, al grado zero della performance, al grado zero della variazione sul tema. Silenzio. Una tempesta chiude il sipario.

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Granpalazzo / Ariccia (RM)

Al terzo anno di vita Granpalazzo, la piccola fiera indipendente organizzata da tre galleristi (Paola Capata, Delfo Durante e Federica Schiavo) e una curatrice (Ilaria Gianni), ha cambiato sede – le prime due edizioni si svolsero a Zagarolo, questa invece ad Ariccia – e il grande edificio che lo ospita, Palazzo Chigi, è, se possibile, ancora più carico di storia e suggestioni del precedente (c’è l’intervento di Bernini sul palazzo e la piazza antistante, la quadreria barocca all’interno, il cortile con vista sul parco, le memorie cinematografiche, da Visconti a Matteo Garrone).

L’atmosfera, invece, resta la stessa delle passate edizioni, con quel clima da gita fuori porta, spensierato e un po’ caciarone (Ariccia è un paese noto per le sue fraschette e trattorie), che accompagna il percorso dello spettatore verso la sede di Granpalazzo e penetra, in una forma più composta, la fiera stessa. Il punto è che Granpalazzo finisce per colmare il vuoto lasciato dalla fallimentare esperienza di una fiera romana (terminata alcuni anni fa), e lo fa soprattutto attraverso la scelta di una sede laterale e decentrata rispetto alla città, che sublima, senza forzature concettuali, quella tendenza sempre più consolidata di infiltrare il contemporaneo nei luoghi storici.
Granpalazzo è dunque uno strano ibrido, un incrocio tra una fiera e un evento espositivo che si affida alla sensibilità di una curatrice e dei galleristi, invitati a interpretare uno spazio così connotato presentando un solo artista; è un luogo in cui diverse figure maneggiano il formato fiera (così determinante per quelli che si sono formati a cavallo tra anni Novanta e Duemila) e si incontrano per mostrare come la diffusa intercambiabilità tra ruoli e figure nel mondo dell’arte non genera solo confusione ma talvolta, se si indovina una voce corale, costituisce una risorsa.
Se le cose stanno così si può provare a trattare Granpalazzo come una vera mostra, e passare in rassegna alcuni degli interventi più riusciti: Skins (2017) di Ann Iren Buan (rappresentata dalla galleria Apalazzo), grandi rotoli composti da vecchi disegni che finiscono per leggersi in continuità con le pareti intonacate della sala che le ospita ed entrano in dialogo con l’altra artista presentata all’interno della stessa stanza, Amie Dicke (Anat Ebgi), le cui immagini erose comunicano lo stesso senso di strappo, o di lacerazione; Autoritratto come tramonto triangolare (2017) di Francesco Gennari (Zero…), una piccola foto che campeggia in una sala vuota (in perfetto stile Zero…), un’immagine di un “uomo/tramonto”, organizzata attraverso alcune geometrie luminose; i dipinti di Clive Hodgson (per la galleria Arcade), un campionario di forme astratte, automatiche, involontariamente moderniste, che l’artista firma sulla superficie (ogni volta con grafie sensibilmente diverse e appariscenti) come per sottolineare il problema dell’autorialità in pittura; Indoor Flora (2016) di Alice Ronchi (Francesca Minini), composto da elementi colorati e industriali (pezzi di tubi idraulici) capaci di attrarre, come in una stanza delle costruzioni, molti bambini e qualche adulto; le fotografie di Pierre Descamps (The Goma), con immagini di architetture utilizzate dagli skater come rampe in diverse parti del mondo, algide interpretazioni, in chiave minimalista, di luoghi attorno a cui si addensa una forte dimensione di assenza.
Infine alcune note stonate: l’eccessivo affollamento della prima grande sala, che penalizza un poco i bei lavori di Alis / Filliol (Pinksummer), Arcangelo Sassolino (Rolando Anselmi), Ana Cardoso (Collicaligreggi), e la presentazione delle opere di Albert Samson (Massimo Minini), un lavoro vagamente “tuymaneggiante” che alterna alcuni dipinti figurativi a monocromi o dipinti astratti, la cui lettura è fortemente compromessa dalla scelta (apparentemente obbligatoria, visto che in una sede storica non si possono bucare le pareti, ma comunque immotivata) di un allestimento su pavimento.

Davide Ferri

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