Recensioni /

Moto ondoso stabile Z2O Sara Zanin / Roma

“Moto ondoso stabile” è il titolo della mostra curata da Davide Ferri presso la galleria Z2O di Roma che vede aprotagonisti le variazioni pittoriche di Jinn Bronwen Lee, Neil Gall, Rezi van Lankveld, Nazzarena Poli Maramotti, Alessandro Sarra e Jessica Warboys. Preso in prestito da un racconto di Anne Tyler, il titolo si sofferma sulla natura del mezzo pittorico, definendolo poeticamente.

La mostra esplora proprio quei gesti che diventano cifre stilistiche, le spazialità che trasformano la superfice della tela ridefinendo i suoi confini, la dimensione stratificata del dipinto come nuova presenza. Così nei Sea Paintings (2011) di Warboys, il cui lavoro oscilla tra processo e azione, controllo e imprevedibilità, il paesaggio si fa segno. Una battaglia tra il colore e l’immagine impressa è quella condotta da Poli Maramotti, le cui tele rievocano dettagli di paesaggi settecenteschi: gesto, materia e colore si fondono per dare luce a nuove sensibili composizioni astratte. Anche le serie di tele ovali di Bronwen Lee sembrano combattere con se stesse. Le composizioni condizionate dalle loro stesse superfici, generano forme che rimandano ad una memoria iconografica, diventando apparizioni. Gli strati di pittura sulle tavole di Sarra sono invece intaccati da sottili linee, rivelando la varietà di colori che compongono l’ingannevole monocromo. Illusori anch’essi, ma con l’uso di codici espressivi radicalmente opposti, sono i lavori di Gall. Il suo approccio fotopittorico porta alla costruzione di tele che sembrano dischiudere una terza dimensione. Forme scivolose con le sembianze di sagome quasi-scultoree popolano i suggestivi dipinti di van Lankveld. Abbozzati frammenti di figure emergono dai quadri che l’artista costruisce versando i pigmenti su tavole appoggiate a terra che modella rotando la superfice pittorica.
Ogni pennellata in “Moto ondoso stabile” restituisce uno spazio visibile nel quale identificare il percorso del mezzo pittorico: approcci linguistici differenti, generanti stili e ricerche, che contribuiscono alla stesura di un testo che sarà sempre in divenire.

Ilaria Gianni

leggi di più
Recensioni /

Giuseppe Chiari Luoghi vari / Prato, Firenze

A dieci anni dalla scomparsa di Giuseppe Chiari, cinque gallerie tra Firenze e Prato (Santo Ficara, Frittelli, Armanda Gori, Il Ponte, Tornabuoni) ospitano altrettante mostre incentrate sull’artista fiorentino e con la curatela di Bruno Corà.

L’intenzione è quella di celebrare Chiari attraverso una sfaccettata ricognizione di oltre cento opere che dimostrano la sua poliedrica e multiforme attività. Musicista, artista visivo, performer e teorico, Chiari si è distinto per una ricerca sperimentale incentrata sull’interazione tra musica, linguaggio, gesto e immagine attraverso l’adozione di mezzi espressivi eterogenei come collage, scritte e timbrature su pentagrammi, spartiti e fotografie, fino alle sue esecuzioni musicali, chiamate “musica d’azione”, dove l’artista affiancava agli strumenti tradizionali degli elementi sonori inusuali, che interagivano tra loro mediante principi di casualità e improvvisazione.
Le opere esposte presso le cinque gallerie documentano il portato sperimentale ed eclettico dell’artista e, al contempo, rendono evidente il rapporto personalissimo esistente tra Chiari e i galleristi che lo hanno sostenuto – relazioni che sono state tradotte in un corpus differenziato che risente delle singole esperienze e attitudini dei collezionisti. Ne è un esempio il focus sulla produzione degli anni Novanta e Duemila alla galleria Armanda Gori di Prato, dove ad essere presentati sono i lavori maggiormente scultorei e legati ai media, oppure il nucleo di opere fotografiche della galleria Il Ponte di Firenze, che testimoniano l’assiduo ricorrere dell’artista all’appropriazione di immagini poi elaborate attraverso viraggi, collage, disegni e scritte. “PentaChiari” si configura dunque come un’iniziativa importante, che assume la forma di un’operazione culturale più che commerciale, tesa alla difesa e alla valorizzazione di un grande artista che non ha ancora ottenuto il riconoscimento dovuto.

Elena Magini

leggi di più
Recensioni /

Józef Robakowski Centro Pecci / Prato

Il cinema di Józef Robakowski, a tratti materico, a tratti autobiografico, inesorabilmente performativo, mette alla prova i confini del medium filmico concentrando e riducendo i suoi elementi costitutivi.

La vasta retrospettiva a lui dedicata riflette sulle tematiche affrontate in quarant’anni di produzione, evidenziando l’interesse, da un lato, per la materialità del supporto cinematografico e la complicità fra la videocamera e il corpo del regista, dall’altro, per la narrazione della storia, pubblica e privata, intima e ufficiale.
In Test I (1971), una serie di cerchi bianchi si alternano velocemente sullo schermo nero, accompagnati da battiti sordi e violenti che ne scandiscono la regolarità opprimente. Forando la pellicola e graffiando manualmente la banda sonora, l’artista lascia che sia la meccanica del proiettore a creare il film, espandendo il frame verso una dimensione scultorea. In Esercizi per due mani (1976), l’artista utilizza due cineprese come estensioni prostetiche per ampliare la propria visione stereoscopica, filmando così la realtà attraverso un filtro psicomotorio. Fra i due video, il ritratto dell’artista, in posa vittoriosa con le cineprese in mano, diventa un monumento alla sinergia fra corpo e macchina da presa.
Lentiggini (2014) mostra un primo piano ravvicinato di Robakowski che, intento a raccontare il dolore e la vergogna provati da bambino per le sue efelidi, ne rimarca l’assenza sul volto maturo disegnandole con un pennarello nero. Questo cinema, da lui definito come “personale”, è uno strumento per dare spazio alla storia privata del corpo e della coscienza, che scorre in parallelo a quella pubblica e condivisa. Questa è affrontata in Dalla mia finestra (1978-1999), dove il cortile di cemento di fronte al proprio palazzo è il palcoscenico su cui si succedono le varie stagioni politiche della Polonia, accennate solo attraverso i comportamenti dei suoi vicini e concittadini, che vengono raccontati dal regista con una narrazione carica di realismo poetico.

Davide Daninos

leggi di più
Recensioni /

Jim Hodges Massimo De Carlo / Milano

“Turning the pages in the book of love” è il titolo della prima personale di Jim Hodges alla galleria Massimo De Carlo di Milano, in cui l’artista americano presenta cinque nuove opere appositamente concepite e realizzate in dialogo con gli spazi neoclassici di Palazzo Belgioioso.

A partire dal titolo, la mostra stessa può essere interpretata come un libro da sfogliare. Un libro che, di pagina in pagina, parla di amore, ma anche di precarietà e morte, di bellezza sfolgorante e irrimediabile caducità. Che parla della vita, insomma.
Lo stile narrativo adottato dall’artista è potente e delicato al contempo: potente perché Hodges ha la straordinaria capacità di teatralizzare i materiali – dai più nobili ai più comuni – per dare vita a fastose messe in scena barocche, debitrici della tradizione secolare del saper fare manuale e artigiano; Delicato perché non è mai gratuita ostentazione. Hodges tratteggia percorsi fatti di fugaci rivelazioni e simboli, come nel caso, nella prima sala, di un fragile albero in vetro circondato da colorate farfalle (in greco il termine psyché indicava sia il lepidottero che l’anima), accessibile alla vista solo tramite la fessura di un imponente mobile in legno (The Narrow Gate [2017]). L’artista distilla e disvela i dettagli precisi e preziosi delle suoi lavori a poco a poco, in maniera sussurrata. La sua poetica implica – e invita a – prendersi cura delle cose, proteggerle e portare l’attenzione su elementi magari infinitesimali, ma significanti. E così due mani scolpite in marmo bianco di Michelangelo celano al loro interno una rosa d’oro (an ocean [2017]), o ancora, altre mani intrecciate, al centro di un ambiente raccolto, sontuoso e solenne per via dei velluti drappeggiati, custodiscono un piccolo oggetto da scoprire (a dream of knowing [2017]).
Nella sua sperimentazione transmediale Hodges si confronta anche con la pittura per illuminare di rosso lo spazio espositivo stratificando su tela glitter, medium acrilico e pastello su tela (go far baby go far [2017]). Nel passare dagli interni della galleria al giardino, l’artista recupera ed estremizza lo scultoreo nella natura – uno dei topoi ricorrenti e a lui più cari – tramutando quasi alchemicamente in bronzo e oro le radici di una sequoia gigante, ricordo di un viaggio (other ways [2017]).
Con le sue opere Hodges concorre alla definizione di una metafisica del quotidiano non scevra da profonde riflessioni sull’effimero e sul transeunte. E sulle possibili malattie – tanto reali quanto metaforiche – della società contemporanea.

Damiano Gullì

 

leggi di più
Recensioni /

Johannes Wald Rita Urso Artopia Gallery / Milano

La scultura può rappresentare l’effimero? Un gesto, un soffio, un respiro o un movimento come possono tradursi in materia? Johannes Wald indaga continuamente questo confine, nel tentativo di rendere questa dimensione fugace attraverso la durezza del marmo.

Una sfida impossibile che l’artista tedesco affronta nelle sue opere che sono sempre necessariamente non concluse, nel senso che rivelano “vuoti, mancanze e nascondimenti”, come giustamente scrive la curatrice Giulia Bortoluzzi. In questa prima personale italiana alla galleria Artopia di Rita Urso a Milano, Wald realizza quattro nuove opere, variazioni sul tema della rappresentazione del corpo umano – soggetto d’elezione della statuaria – che rimandano l’una all’altra come fossero parte di un’unica installazione. In continuità con la tradizione, l’artista utilizza i materiali e i procedimenti classici della scultura – marmo e bronzo – piegandoli all’espressione della dimensione impalpabile e immateriale della corporeità intesa come calore e movimento: una sfida che si risolve ogni volta nella ricerca della perfetta sintesi tra forma, concetto e materia. L’armonia espressa nell’opera si identifica con la grazia, che va oltre ogni storica teorizzazione del gusto.
“Grace is a volatile matter” è la frase incisa a secco su carta goffrata in Untitled (2016): il cartiglio quasi invisibile rimanda all’omonimo bronzo (2017) che riproduce il calco di un braccio, un vuoto che testimonia una presenza scomparsa ed evocata dalla sua impronta. Corpo fantasmatico che si rivela epifanicamente anche in Cold veins/ warm light (2017) grazie alla proiezione sulla lastra marmorea di un ventre che respira: la superficie venata del marmo si fa tutt’uno con la carne che, con il suo movimento ritmico e quasi impercettibile, infonde vita alla materia inerte. E questa energia è la stessa che anima la pietra di Giving body to the stone (I sognatori) (2017), un blocco di marmo di Carrara, riscaldato con delle resistenze fino a raggiungere la stessa temperatura di un essere vivente. Classicità e alchimia rientrano come orizzonti di riferimento del lavoro di Johannes Wald: la scultura non è semplice mimesi ma transustanziazione poetica della realtà, che aspira a elevare materia e immagine alla dimensione universale dell’arte.

Rossella Moratto

leggi di più
Recensioni /

Hans Op de Beeck, Fondazione Pino Pascali / Polignano a Mare

La Fondazione Pino Pascali ospita la mostra monografica di Hans Op de Beeck a cui assegna il riconoscimento della XX edizione del Premio Pino Pascali, in virtù dei linguaggi multidisciplinari che caratterizzano la pratica dell’artista.

Andando a generare delle relazioni di forte impatto nel rapporto tra scultura, immagine e corpo umano, la mostra intende costituire uno spazio intimo e introspettivo, un vero e proprio atto linguistico capace di amplificare la portata della ricerca concettuale e stilistica dell’artista belga.
All’interno dello spazio espositivo, le sculture monocromatiche creano la suggestione di un territorio ibrido fossilizzato nel suo punto di rottura, una quotidianità residua, in cui abita un senso di atemporalità che evoca una presenza umana precedente e difforme. Le opere Lauren (2017), Lucas (2017) e Fatima (2016) – che hanno a che fare con l’infanzia e con il processo di crescita – messe in relazione con Vanitas Table (2016) e con le installazioni in scala Christmas (2006) e Table (2006), invitano alla percezione del dettaglio, svelando la complessità di un’archeologia del presente che nasce nel tempo, e nel tempo coniuga la vita e la forma attraverso la materia.
Al centro della narrazione espositiva è il film di animazione digitale The Girl (2017), presentato in anteprima per l’occasione; con questo video de Beeck scava nella sfera profonda della dimensione psichica, abbandonandosi a evocazioni oniriche e al contempo iperrealiste, capaci di parlare agli strati inconsci radicati in ognuno di noi. Un viaggio attraverso la perdita, la morte e le criticità dettate dalle tensioni uomo-natura-capitale che riflettono le urgenze della condizione umana e manifestano alcune delle dicotomie più significative dell’esistenza postmoderna.

Laura Perrone

leggi di più