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Jani Ruscica — Ottozoo, Milano

 

In controtendenza rispetto alla velocità di creazione e al consumo frenetico di immagini, tipico della nostra epoca, il lavoro dell’artista finlandese Jani Ruscica indaga dinamiche differenti, negando proprio la spettacolarità e il trionfo della manipolazione – memore delle riflessioni di Dogma 95 e Lars von Trier – con un approccio che respinge la logica di una visione distratta, superficiale. Oscillando tra cinema, video arte, documentari sperimentali, teatro, performance, instaura con il fruitore una trama dialettica, una visione critica, che procede per frammenti, per tentativi.
Nel video Screen Test (for a Living Sculpture), si susseguono tre brevi sequenze in successione, prive di sonoro. Entro un impianto scenico minimale, sullo sfondo di edifici in mattoni che potrebbero appartenere a qualsiasi metropoli, due attori compiono movimenti impercettibili e ripetuti. Nevica, il freddo siderale sembra coprire l’epidermide delle statue viventi. “Accadimenti” che, in un gioco di riflessi, proseguono nelle fotografie e nei collage.
Ruscica mette in campo, per stratificazioni e rivelamenti, il rapporto tra il qui e ora della performance e la riproducibilità del video, il confine tra staticità della scultura e movimento dell¹azione performativa, tra volume e materia; attraversando come un flusso le codificazioni di diversi linguaggi. Lo scambio, i contrasti, la coesistenza nello stesso spazio di questi diversi punti di vista concorre a creare slittamenti percettivi e cognitivi, attivando interrogativi e visioni molteplici sul concetto di identità, per affrontare inquietudini e complessità del mondo contemporaneo.

 

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Bruna Esposito — Federico Luger

Bruna Esposito – Federico Luger Gallery, Milano

Nel 1969 Marshall McLuhan scrisse: “Nutro una grande fede nelle capacità di recupero e nella facoltà di adattamento dell’uomo. Spero di vedere il nostro pianeta trasformarsi in un’opera d’arte; l’uomo nuovo, integrato nell’armonia cosmica diventerà un’organica forma d’arte”. Tale profezia si è avverata con Bruna Esposito (1960), tra le poche artiste italiane note all’estero, attiva dagli anni Novanta, pluripremiata, che non sbaglia una mostra per la sua capacità analitica, sintetica e poetica di cogliere l’esprit contraddittorio del presente attraverso materiali eterogenei, mai casuali, che plasmano opere di rara tensione formale, apparentemente semplici ma dai significati plurimi e complessi, impregnati di quotidianità senza scadere nel riciclaggio o nell’assemblaggio. “Inconveniente” è il titolo scelto per la sua terza mostra personale alla FL Gallery, composta da circa venti lavori realizzati con carta da regalo, coperte isometriche, scarpe e altri elementi “poveri” che suggeriscono stati di emergenza, di disagio. Sono opere che fanno pensare agli immigrati sopravvissuti sbarcati a Lampedusa o agli homeless, e alle troppe realtà scomode, emarginate, sconvenienti. Scope, cellophane, tavole dei mercati di ambulanti di colore blu cielo trasparente, issati in verticale, diventano sculture minimaliste. Questi e altri materiali inadeguati, sproporzionati, inopportuni invadono i due piani della galleria, e ci invitano a riflettere sui molti nati dall’altra parte del benessere, agli antipodi di una giustizia sociale, dove diritti e doveri sono negati e l’umanità è un lusso.

 

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DAIDO MORIYAMA — CIAC, Foligno

Fotografare la vita e le sue meraviglie, entrare nei brani soffici della realtà per capire e carpire il suo costante fluire, per ritagliare frammenti di un firmamento contingente, mobile, fragile. È attorno a questa atmosfera irrequieta che si tesse il filo estetico di Daidō Moriyama (Ikeda-ho, Osaka 1938), una delle voci più importanti della fotografia giapponese contemporanea presente, fino al prossimo 25 gennaio, con un progetto speciale curato da Filippo Maggia e Italo Tomassoni negli spazi del Ciac di Foligno. Quasi a togliere la voce alle parole, le immagini di Moriyama urtano l’inerzia della conoscenza per colpire la misura della profondità. Le sue sono infatti parole date attraverso il potere della cronaca visiva, l’inciampo su ambienti bloccati dallo sguardo, dalla volontà immediata, frontale, impulsiva, di produrre e di raccogliere brandelli di realtà per “presentarli come materiale capace di provocare pensiero”.
Corpi che si perdono nella nebbia, un nudo femminile in un prato, una bambina in abito bianco in un vicolo degradato, l’immagine di un’alluvione, sette giovani ragazze in divisa davanti a un ristorante. E poi, ancora, un maiale sbrindellato per strada, due ragazze legate seguendo l’arte dello Shibari o il ritaglio d’una folla compressa nello spazio angusto di un autobus. Il mondo proposto da Moriyama disegna l’ordinario e lo straordinario senza preferenze, decostruisce continuamente la realtà per ristrutturarla, rileggerla secondo una prassi estetica che mira a lasciare “sospesa la domanda su ciò che abbiamo di fronte, anche dopo aver guardato le immagini”. Trentasei scatti della sequenza Japan: A Photo Theater, 35 in bianco e nero del progetto A Hunter, 32 fotografie del gruppo Lucky Artist, una serie di scatti che raccontano il desiderio di creare, per frammenti, una totalità, un puzzle infinito: queste le Visioni del mondo esposte a Foligno. Visioni di un mondo catturato in tutte le sue varie declinazioni per raccontare, mostrare, attraversare, con eleganza, lo spessore stesso della memoria.

 

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Yoichiro Kamei e Marco Paghera — ESH Gallery, Milano

E’ la ricerca sull’utilizzo e la lavorazione dei materiali la chiave che apre le porte di Esh Gallery, nuovo spazio a Milano dedicato all’arte e al design che ha dato il via alla sua attività lo scorso 27 novembre con la mostra CODICI SPAZIALI.
Nel confronto tra l’Oriente del giapponese Yoichiro Kamei e l’Occidente dell’italiano Marco Paghera, appare evidente la scrupolosa attenzione di entrambi ai materiali e alla loro lavorazione.

Porcellana per il giapponese Kamei, classe 1974, che presenta opere realizzate attraverso un’attenzione maniacale alle tecniche di realizzazione e lavorazione , grazie alle quali esprime un’idea precisa dello spazio, in cui le sue sculture sembrano proporre un concetto di esistenza e funzionalità, quasi abitativa, comune a differenti situazioni, come l’infinitamente piccolo di un alveare, o l’infinitamente grande di un grattacielo. Si tratta di unità che attivano un dialogo che nasce tra di esse, attraverso un rimando di pieni e vuoti, e che si apre anche all’esterno, attraverso un gioco di posture, abbinamenti e posizioni. Kamei rivisita un personale concetto di architettura e lo utilizza per fondere strutture di porcellana. Anche il colore, un bianco che non è semplice come appare, è funzionale alla ricerca: avvicinandosi ad ogni opera vengono infatti svelate delle ombreggiature che ne aumentano, se ce ne fosse bisogno, il significato e la struttura stessa. Il tema del dialogo con lo spazio è affrontato anche da Marco Paghera, classe 1980, che giunge ad un risultato differente e complementare a quello di Kamei, attraverso il sapiente utilizzo della materia del ferro, che egli unisce a resine e materiali speciali realizzando la serie “Introspezioni”. Come suggerisce il titolo, le sue opere evocano una commistione tra paesaggio circostante e luoghi mentali, che si ritrovano in una combinazione di moduli dall’aspetto seriale, ma in realtà ognuno differente dall’altro, come lucide elucubrazioni mentali. Il risultato formale è connotato dalla regolarità, e dalla rigorosità, mai tralasciata, che si esprime maggiormente nelle opere in metallo lucido, come ad esempio in “Esternazioni” , composta da vari cubi in metallo spazzolato che sorgono da uno sfondo, come una nascita, evocando frammenti di pensiero in movimento. La stessa rigorosità risalta comunque anche nelle opere ricche di colore, in cui le differenti gradazioni e tonalità ne sottolineano l’effetto tridimensionale. Codici Spaziali non è solo il risultato di un confronto tra differenti visioni dello spazio, è soprattutto una lezione sull’utilizzo della materia, che viene accompagnata a raggiungere la forma desiderata in una totale armonia complessiva. Idea cardine del gallerista Riccardo Sorani, che proviene dal mondo dell’antiquariato e dell’arte Orientale è infatti quella dare il via ad una ricerca che si concentri principalmente su artisti interessati all’aspetto artigianale e di lavorazione dei materiali, con grande affinità con il mondo delle arti decorative, capaci di esprimersi attraverso il confronto con materiali della tradizione, quali ceramica, vetro, metallo e materie di natura organica.

 

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Roma Publications 1998 – 2004 — Fondazione Giuliani, Roma

 

Non chiamatela una mostra di libri. I duecentotrenta volumi ordinatamente approntati in teche e su tavoli non sono che i coprotagonisti della mostra Roma Pubblications 1998-2014. Pubblicate da Roger Willems e Mark Manders, in collaborazione con numerosi artisti, scrittori e designer, queste stampe accompagnano le opere esposte, le completano e, in molti casi, ne raccontano la genesi. Libri che testimoniano come, per molti artisti, alcuni lavori siano il prodotto di una precedente elaborazione grafica. Alcuni, veri e propri libri di artista, altri cataloghi, tutti concorrono a una completa narrazione, dettagliata descrizione dell’attività creativa di ogni singolo artista. Così, dei circa cinquanta lavori in mostra, è possibile estrarre ulteriori dettagli che forniscono una visione più completa di ciascuna opera, nonché dell’artista stesso. Estremizzando, si può dire che la collettiva organizzata nella Fondazione Giuliani, è una mostra sul tempo. Perché è quello che occorre, per immergersi nelle opere attraverso l’ausilio del testo scritto. E, con un gioco di rimandi, ci si ritrova a far rimbalzare lo sguardo dall’oggetto/opera all’oggetto/libro, e rintracciare numerosi particolari. Come in Newspaper with Fives (2001) di Mark Manders e Roger Willems, o Cinnabar (2011) di Rob Johannesma, per i quali ci si domanda: chi è venuto prima? L’opera o il libro? Oppure scoprire che la foto Spomenik #4 (Tjentište) (2007) di Jan Kempenaers, oltre a narrare la strana storia dei monumenti commemorativi per i caduti della Seconda Guerra Mondiale voluti tra gli anni ’60 e ’70 da Josip Tito in Jugoslavia e a esserne la fedele documentazione, rivela come il lavoro sia una serie ampia e dettagliata. O come solo una visione dal vivo dei lavori di Marc Nagtzaam, consente di distinguere la certosina linea della matita stesa sulla carta. E come le immagini selezionate da Geert Goiris per Darkcloud (2012), installate in una proiezione in loop di trentotto diapositive, creino quell’atmosfera poetica, quasi onirica.

 

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Gianni Caravaggio — MAGA, Gallarate

 

“Quando contemplate l’imperscrutabile profondità dello spazio o ascoltate il silenzio nelle prime ore del mattino, prima dello spuntar del sole, qualcosa risuona in voi, come un riconoscere. Allora percepite la vasta profondità dello spazio come la vostra propria profondità, e sapete che la quiete preziosa che non ha forma è chi siete, più profondamente di qualunque altra cosa che costituisce il contenuto della vostra vita”.

Come ben descrive lo scrittore tedesco Eckhart Tolle, esistono dei particolari momenti, nell’esistenza di ogni persona, in cui la percezione dello spazio e del tempo si amplifica, si interseca, può arrivare a svelare altri mondi.
“Finalmente solo”, mostra che si svolge contemporaneamente al MAGA e al Musée d’Art Moderne Saint-Étienne Métropole, è uno di questi rari momenti. Una serie di opere, testimoni del percorso artistico di Gianni Caravaggio dagli anni Novanta a oggi, genera una potente empatia con lo spettatore, che si trova a vagare, solitario, all’interno di un cosmo molto più vasto di quello che appare. Opere che, attraverso l’utilizzo e l’accostamento di materiali lontani tra loro, quali ad esempio marmo, polistirolo, carta, borotalco e anche zucchero, riescono a respingere, a destabilizzare l’esplicitazione del puro concetto di realtà, che viene quindi spontaneo e obbligatorio riconsiderare. Sono combinazioni di materie che egli riesce a mettere in contatto attraverso un perfetto adattamento cromatico, che a sua volta genera un superbo mimetismo tra le sostanze; il risultato è un’emozionate trama percettiva, che attraverso una delicata insidia visiva trattiene lo spettatore su una linea di confine tra ciò che sembra e ciò che è realmente. I titoli delle opere rivestono molta importanza, evocativi di creazioni e origini, come Giovane Universo o Lo stupore è nuovo ogni giorno o ancora Luce cadente, solo per citarne alcuni. È infatti anche nella scelta delle parole utilizzate che intravediamo un’indicazione, una via. Si tratta di accostamenti che nascono con una particolare forza, scorrono fluidi, colpiscono, evocano, svelano, ispirano. Aprono una finestra sulla nostra intimità. Ci si trova così, e questa è la grande, vera magia, non tanto a riflettere o pensare, quanto a sentire. A entrare in contatto, attraverso l’essenza personale, con quel tutto di cui facciamo parte, escludendo, per un po’, la frenesia contemporanea, “finalmente soli”.

 

Chiara Chiapparoli

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