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Marta Barbieri e Paola Bonino su UNA / Piacenza

Marta Barbieri e Paola Bonino hanno da poco inaugurato il primo progetto firmato UNA, la galleria che sta per aprire i battenti a Piacenza. Fondare uno spazio nuovo in una città dove il contemporaneo non è proprio tra le priorità, proponendo principalmente artisti italiani della loro generazione (under 35), è una scelta coraggiosa. Perché avete deciso di aprire UNA, dopo l’esperienza di Placentia Arte?
L’esperienza di Placentia è stata importantissima e appassionante. In quella sede storica abbiamo presentato una serie di mostre personali di artisti emergenti italiani, con molti dei quali proseguiamo la collaborazione presso UNA. Accanto all’attività di galleria, abbiamo realizzato alcuni progetti curatoriali, come ad esempio il festival di arti performative LIVENEL nella suggestiva location del Palazzo Ex-Enel di Piacenza nel settembre 2016.  L’idea alla base della nuova avventura di UNA è quella di “ribrandizzare” l’attività in vista di un ampliamento della galleria sia in termini di collaborazioni che di apertura all’estero.

Il nome incuriosisce. È conciso, suona bene. Come è nato?
Eravamo alla ricerca di un nome femminile: UNA è breve, semplice, ma incisivo e in un mondo di brand sopra le righe la sua neutralità ha una valenza universale. Siamo UNA galleria.

Avete un legame importante con Milano presso Spazio Leonardo, il nuovo contenitore di Leonardo Assicurazioni – Generali Milano, in Porta Nuova. In cosa consiste questa collaborazione?
In un’ottica di apertura e interdisciplinarietà, Spazio Leonardo ci ha affidato per l’anno 2018 la direzione artistica della sua “Gallery”: una lunga parete di 22 metri all’ingresso dell’agenzia. Da qui è nato un programma di tre mostre personali di nostri artisti: Thomas Berra, Simone Monsi e Irene Fenara. Ogni artista selezionato è invitato a sviluppare un progetto site-specific, che dialoghi con Spazio Leonardo e la sua specificità. Ogni mostra verrà inoltre accompagnata da un catalogo che raccoglierà il contributo critico di un curatore insieme alle immagini della mostra.

Con chi avete inaugurato il primo progetto?
Il primo progetto di UNA è la mostra personale di Thomas Berra a Spazio Leonardo, “Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo”, che abbiamo inaugurato lo scorso aprile e sarà aperta fino a giugno. Focus del progetto è un evanescente wall-painting su tutta la lunghezza della parete, sul quale si innestano lavori su tela di piccolo e grande formato, testimoni della pittura segnica e gestuale tipica dell’artista.

Il 5 maggio inaugurate invece la sede a Piacenza. Perché avete scelto di aprire la nuova galleria con la mostra personale di Filippo Minelli, un artista riconosciuto internazionalmente, che, da tempo, non realizzava un progetto tutto suo in Italia?
Filippo è un artista che lavora a livello internazionale, con cui collaboriamo da tempo e che abbiamo portato l’anno scorso a Artissima. Non avendo mai presentato una sua personale in galleria, abbiamo deciso di farlo in occasione dell’apertura della nuova sede. Contemporaneamente, Filippo parteciperà a una collettiva alla Galleria Civica di Modena e a un’importante Biennale europea.

Come procederà il percorso di UNA, tra mostre in sede, a Milano e le fiere a cui partecipate?
Proseguiremo il programma con una serie di mostre parallele nello spazio di Milano e in galleria a Piacenza. Tra le novità c’è la partecipazione a OFF to Milan a ottobre, la versione italiana di CONDO.

Come è lavorare in due per UNA?
Perfetto!

Rossella Farinotti

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Umberto Angelini su FOG Triennale Teatro dell’Arte / Milano

Che cos’è FOG e perché si chiama così?

L’idea del festival nasce dalla volontà di avere anche questo oltre alla stagione. Non c’è un cambiamento di rotta rispetto alle linee guida ma semplicemente abbiamo cercato d’individuare dei progetti fuori formato. Il festival esaspera alcune tematiche che utilizziamo, come il rapporto tra spettatore e performer, accentua la dimensione esperienziale, ma è anche un tentativo di lavorare su formati e contenuti più sperimentali.

Il nome FOG richiama, da un lato, in maniera ironica e romantica l’immaginario milanese e, dall’altro, sottolinea la porosità dei linguaggi e il lavoro sulla percezione. La nebbia permette di entrare e uscire da uno stato ma, allo stesso tempo, è anche una condizione in cui le cose appaiono improvvisamente per come sono, c’è anche tutta la dimensione della sorpresa e del rischio – dello stupore. Ci sembrava che queste fossero anche le caratteristiche della nostra progettualità.

Interessante sottolineare il fatto che non solo FOG porta a Milano degli spettacoli, ma ne produce anche.

Sì, la grande forza è il fatto che FOG è un festival di produzione e questa è un po’ un’anomalia in Italia. Coproduce anche in modo consistente a livello internazionale e questo sarà ancora più evidente dalla prossima edizione, ma già in questa ci sono ad esempio la  coproduzione di Motus, di Strasse o di Painé e di Biondillo e tante altre. A tutti gli effetti è un festival produttivo, che si mette a tavolino con gli artisti e con gli altri operatori (prevalentemente internazionali) e co-prduce.

A Milano ci avevi abituati a Uovo, che però era un festival itinerante, che cosa si porta dietro FOG di quell’esperienza?

Prima di tutto ha una differenza e cioè che FOG rispetto a Uovo lavora anche molto con la parola e con il testo, mentre Uovo era un festival prevalentemente visivo. FOG però si porta dietro uno spirito, che era quello più irriverente e attento alla curiosità e alla scoperta di artisti mai venuti in Italia o a Milano. Invitare i National Theater of Oklahoma, che appunto non erano mai stati a Milano, va in questa direzione. Si porta anche dietro la capacità di tenere insieme grandi nomi della scena mondiale ed emergenti.

Sei stato nominato curatore per la sezione teatro, danza, performance, musica dalla nuova presidenza di Stefano Boeri, quali sono i progetti per il futuro?

Con questa nuova nomina si riconosce all’intera Triennale un settore disciplinare legato alle arti performative che non si limita solo al teatro, ma lo immagina come parte di una squadra fatta dai curatori e dal presidente che lavorano attraverso una progettualità comune, che poi può essere declinata, ma che permette di immaginare progetti più complessi e articolati. Quindi non si parla di entità separate ma di un unico grande centro della produzione contemporanea. È troppo presto per parlare di programmi però se pensiamo solo al campo performativo artisti come Jan Fabre possono essere ad esempio letti a partire da diversi punti di vista, da quello performativo-teatrale a quello espositivo, piuttosto che video-cinematografico.

Angela Maderna

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Underneath the Arches Acquedotto Augusteo del Serino / Napoli

Nonostante si è soliti immaginare che in Italia siano ormai stati effettuati tutti i possibili ritrovamenti archeologici, in città come Roma, Napoli – e più in generale in varie zone del Lazio e della Campania – ci si trova di fronte a capitoli continuamente da scoprire. Basti pensare che è datato 2011 il ritrovamento, nel pieno del centro storico di Napoli, dell’Acquedotto Augusteo del Serino al di sotto del Palazzo Peschici Maresca del rione Sanità.

Resti di un acquedotto un tempo lungo 100 km e che serviva non solo Napoli ma anche Pompei ed Ercolano e che negli anni, a seguito dell’innalzamento del suolo stradale, fu convertito nelle fondamenta portanti di diversi edifici.
Il sito, di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini, è stato dato in gestione all’Associazione VerginiSanità che si occupa di animare e vivacizzare la vita culturale e i siti di quello che, un tempo, era uno dei quartieri dove alcune delle famiglie nobiliari più importanti costruirono i loro palazzi.
Nel solco di un’eccentrica tradizione tutta napoletana che vede interesse o per l’arte antica o per il contemporaneo, (con quale salto nostalgico al periodo che vide Napoli capitale), l’associazione ha deciso di affidare a Chiara Pirozzi ed Alessandra Troncone la curatela di un programma di mostre titolato “Underneath the Arches”, che vedrà il susseguirsi di artisti contemporanei chiamati a fronteggiare un dialogo fra un passato ed un presente, entrambi complessi sia dal punto storico che sociale.
Il primo progetto è “Blind Horizon” di Arturo Hernández Alcázar; l’artista messicano ha speso un periodo di residenza a Napoli, seguendo il percorso dell’acquedotto del Serino, sia lungo i paesaggi, sia lungo la presenza di un passato che in queste terre resta mai metabolizzato e sempre incombente nelle glorie, che non riescono a ripetersi.
La mostra vede una installazione ambientale nel tratto di acquedotto scoperto nel 2011: un progetto che cerca di rielaborare l’esperienza sia fisica che emozionale che questi luoghi hanno richiamato nell’artista; una narrazione che da una parte mostrerà l’imponenza dell’architettura dell’acquedotto romano e dall’altra, si rapporta alle molteplici stratificazioni che ha vissuto.
Trasformazioni sia urbanistiche che storiche, dove il condotto romano diviene parabola esplicativa di una storia per molti versi irrisolta ma che trova, nella ricchezza dei suoi intrecci e delle sue contaminazioni, una energia primordiale che ha animato e continua ad animare le riflessioni di molti artisti ed intellettuali.

Maria Teresa Annarumma

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Verso Q2020, la 17a Quadriennale di Roma

Lo scorso 13 marzo, nelle sale dell’ex casa della GIL di Trastevere a Roma, (costruita nel 1933 da Luigi Moretti e oggi denominata WeGIL) si è tenuta la conferenza stampa di presentazione delle iniziative che caratterizzeranno il triennio 2018-2020, in vista della 17a Quadriennale.

Accompagnati da una sequenza di immagini dell’archivio della Fondazione ritraenti le prime edizioni de La Quadriennale (1931-1942), il Presidente Franco Bernabè e il nuovo direttore artistico Sarah Cosulich, hanno l’uno spiegato il lungo percorso e le motivazioni della carica assegnata e l’altra delineato il programma che caratterizzerà la sua guida sino al 2020.
L’iter di assegnazione della direzione a Cosulich è iniziato nel maggio del 2017 quando è stato pubblicato il bando di concorso che ha visto la partecipazione iniziale di 116 candidati, la successiva selezione di 16 sino alla rosa dei 6 finalisti, resa pubblica nel novembre del 2017.
Bernabè ha sottolineato come – nonostante ogni progetto finalista fosse in linea con le specifiche richieste del bando, ossia consolidare l’istituzione con un quadro di attività che potesse renderla punto di riferimento dell’arte italiana, anche agli occhi internazionali – la scelta verso Cosulich sia stata giudicata forte grazie a una visione in grado di portare attenzione all’Italia dall’estero ponendo La Quadriennale stessa al centro di questo sguardo, come bacino di produzione artistica italiana.
Rispetto all’edizione precedente, incentrata su progetti curatoriali (anch’essi esito di bando di concorso), l’attuale programma vede per la prima volta nella storia della Fondazione un direttore artistico, ed è forte dell’indiscutibile rilancio che ha avuto la Quadriennale, grazie, appunto, alla 16a edizione – nonostante sia stata molto discussa.
Proprio grazie a questo precedente Bernabè ha voluto sottolineare come l’attività di fund raising – essenziale per portare avanti l’intero progetto – avverrà probabilmente in termini più agili.
Q2020 – ultimo tassello del triennio dirigenziale della Cosulich, ossia la mostra – sarà il traguardo finale ottenuto grazie all’importanza data alla fase di screening. Iter di ricerca nel quale la direttrice sarà affiancata dalla figura complementare del curatore Stefano Collicelli Cagol e che si metterà in pratica attraverso due iniziative: Q-International e Q-Rated.
Q-International racchiude in nuce la chiave di reale cambiamento di prospettiva dell’istituzione. Si tratta della promozione di artisti italiani all’estero attraverso il sostegno a musei, istituzioni internazionali e spazi no-profit che intendano inserire nella loro programmazione mostre con artisti nostrani. La Quadriennale diverrebbe, sul modello delle tante istituzioni straniere, il luogo a cui rivolgersi tramite un avviso pubblico indetto due volte l’anno. I progetti pervenuti saranno selezionati da un comitato scientifico composto, oltre che dal direttore artistico e dal curatore della Fondazione, da Cristiana Collu, direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Alberto Garutti, artista e docente di base a Milano, Cesare Pietroiusti, artista e docente di base a Roma e Andrea Viliani, direttore del MADRE di Napoli. Il tipo di spesa che si potrà coprire per ciascun progetto – laddove, come la Cosulich ha efficacemente esemplificato, anche solo la copertura delle spese di viaggio degli artisti può determinare le sorti di una mostra – spazierà dalle voci di trasporto e assicurazione opere a quelle, appunto, di viaggio e alloggio o a contributi per pubblicazioni.
Q-Rated – titolo che gioca sulla sua pronuncia anglofona (quindi “curated”) – è, invece, un’iniziativa di formazione allargata sul territorio italiano di artisti e curatori emergenti nostrani attraverso il confronto con figure di calibro internazionale. Consta di tre seminari annuali, in diverse città italiane, della durata di 3 giorni e rivolto a 10 artisti e 2 curatori italiani di età compresa tra i 21 e i 32 anni e selezionati, attraverso bando, dal direttore artistico e dal curatore della Fondazione, insieme ai tre tutor internazionali di ciascun seminario. Il primo è stato reso pubblico il giorno stesso della conferenza stampa e si terrà a Roma, nella sede de La Quadriennale in Villa Carpegna, il 3, 4 e 5 luglio 2018. Vedrà la partecipazione come tutor di Pierre Bal-Blanc, Elena Filipovic e James Richards attorno al tema “L’artista come curatore, il curatore come artista”. I prossimi seminari saranno a Palermo e a Torino nel 2018 e a Napoli, Venezia e Milano nel 2019.
Q-Rated vedrà in aggiunta anche la realizzazione di simposi annuali a Roma – il primo previsto per febbraio 2019 – con l’intento di approfondire tematiche di ricerca ancor poco studiate o visibili.
Con un’attenzione verso il locale e una particolare premura per le esigenze reali degli addetti ai lavori si apre, quindi, una nuova stagione de La Quadriennale verso la mostra del 2020 i cui esiti sono tutti ancora da svelare ma ai quali si arriverà grazie a un rafforzamento dell’istituzione a livello internazionale e a un’attività di studio e mappatura sul territorio che arricchirà in maniera cospicua e costante i già importanti archivi della Fondazione.

Manuela Pacella

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Fantamuseo. L’indecifrabile caso di Villa Croce

La villa disabitata da anni se ne sta immobile a guardare il Mar Ligure, circondata dalla calma apparente del suo parco. Una villa che non è più casa ma che è diventata museo comunale, dando dimora a una collezione di opere del Novecento (più di 250, con lavori di Licini, Soldati, Fontana, Melotti). Villa Croce al momento è un museo malinconico, con un pugno di amici vicini, molti amici lontani e fino a dicembre 2017 pochi visitatori (il numero è incrementato con l’ultima mostra “Vita, morte, miracoli. L’Arte della longevità”, aperta lo scorso 22 febbraio).

Questa storia inizia su per giù nel 2010, quando la direttrice Sandra Solimano sta per andare in pensione e si diffonde preoccupazione su chi sarà il suo sostituto. I fruitori del museo (capitanati dalla galleria Pinksummer), mossi dall’idea che per dirigerlo fossero necessarie delle competenze specifiche, lanciano una petizione per chiedere al Comune di aprire un bando per la designazione del successore. Succede nel frattempo che prima del pensionamento la Solimano si dimetta a causa di un decurtamento del budget. Il bando viene poi vinto da Ilaria Bonacossa che, nonostante il basso compenso e una disponibilità economica assai limitata, riesce a mettere insieme una programmazione che ha il merito di reimmettere il museo nel circuito dell’arte contemporanea. Ad un certo punto accade qualcosa di straordinario, una sperimentazione inaspettata che ha le potenzialità per diventare una case study nazionale: il Comune di Genova, insieme alla Fondazione Garrone, seleziona tre neolaureate (Paola Iconis, Elena Piazza e Alessia Moraglia) che, dopo aver partecipato a un master di 10 settimane e aver prodotto un piano di gestione per il museo, vengono premiate con un incentivo in denaro (messo a disposizione dalla Fondazione Garrone) e con l’affidamento dei servizi del museo: biglietteria, accoglienza, guardiania, didattica, marketing e comunicazione (offerto dal Comune che in questo modo si solleva da alcune incombenze); nasce in questo modo la società Open Your Art (Open srl). Così sul finire del 2016 nell’apparente tranquillità della villa irrompe la novità gestionale (non un affidamento di servizi, si dice, ma il completamento di una governance) accompagnata da una ventata di ostentato giovanilismo ed entusiasmo. Non sappiamo cosa accade esattamente in quei mesi dentro le sale e agli uffici, in qualche modo ci sono da dividersi delle responsabilità, ma nulla fa presagire cosa sarebbe accaduto dopo. Bonacossa continua il suo incarico fino a dicembre e poi lascia Villa Croce alla volta di Torino, dove l’aspetta la direzione di Artissima. E adesso? Cosa succede? Il museo è di nuovo nel limbo, mentre si avvicinano le elezioni amministrative in città. Si vota a giugno e a Genova, per la prima volta dalla seconda Guerra Mondiale le elezioni vengono vinte dal centrodestra, il passaggio si può definire epocale. Nel frattempo è stato emesso un bando per la designazione del nuovo curatore di Villa Croce e a luglio viene nominato Carlo Antonelli, che sia avvale della collaborazione di Anna Daneri e che prenderà servizio a partire dal 2018. Ancora attesa allora, ma nel frattempo niente panico perché Bonacossa ha lasciato un programma completo fino al 2018, non resta che congelare l’esperimento gestionale in attesa di avere a disposizione tutti i reagenti e anche il 2017 scorre apparentemente senza intoppi. Il 28 dicembre del 2017 si annuncia il programma del nuovo curatore con una conferenza stampa, la prima mostra è prevista per la fine di febbraio 2018. Passati i bagordi delle feste natalizie, come una pioggia fredda esplode sui social network il caso Villa Croce. È il 19 gennaio, un istante dopo la presentazione del programma e un minuto prima del suo avvio, su Facebook rimbalza la notizia che il museo è chiuso. Tra la dilagante incredulità si apprende che il tanto vantato esperimento gestionale (a questo punto partito davvero) a un primo test si è rivelato ingestibile. La neonata Open srl non è in grado di far fronte agli oneri della gestione che le è stata affidata, ma non si ritiene responsabile e imputa questa difficoltà alla programmazione culturale che non terrebbe conto della domanda dei fruitori, forse sottovalutando il ruolo del museo nella società odierna e probabilmente dimenticando che l’evolversi della storia dell’arte non si fonda sul consenso del pubblico.
Così in una non troppo fredda mattina di fine gennaio il museo è chiuso e la bomba esplode tra le mani di una nuova amministratrice (l’Assessora alla cultura, Elisa Serafini) ancor più giovane delle tre fondatrici della Open srl. In questa rocambolesca vicenda si abolisce temporaneamente il costo d’ingresso e a partire dall’Assessora per arrivare al nuovo curatore tutti si prestano a trasformarsi in volontari per tenere aperto il museo. Nel mondo reale un comportamento tanto arbitrario avrebbe avuto delle conseguenze, ma come scrivono più tardi dalla galleria Pinksummer, a Villa Croce la realtà ha superato l’immaginazione. Siamo nel caos e quando né l’autore né gli attori sanno più da che parte sta la platea si va avanti a tentoni. A distanza di giorni sui giornali si inizia a parlare di un possibile rinnovamento dei vertici con lo spostamento di Francesca Serrati, storica conservatrice responsabile del museo e unica dipendente comunale rimasta all’interno dello staff, il giallo s’infittisce e l’inspeigabile profezia del trasferimento ad altro incarico si avvera sotto un cielo cupo d’inizio marzo. Nel frattempo Carlo Antonelli e Anna Daneri, in mezzo alla bufera mediatica, sono riusciti a mettere in scena la loro prima mostra, portando così nella villa (come da programma) un altro tipo di sperimentazione in corso in città: quella della ricerca scientifica sulla vecchiaia e sulla longevità. Alla psichedelia gestionale si aggiunge il fantascientifico mito dell’elisir di lunga vita, il tutto in una città che con la sua elevata percentuale di over 65 anticipa di quasi ottant’anni l’invecchiamento del mondo. Quale sarà l’esito finale di questa doppia fantasmagorica sperimentazione racchiusa tra le mura di Villa Croce non è ancora dato sapere, ma dalla villa, ammantata di mistero, pare usciranno prossimamente una serie di racconti editi da Sagep. To be continued…

Angela Maderna

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New Generation Residencies

L’Italia ha impiegato lungo tempo per allontanarsi dal modello residenziale romantico primonovecentesco (à la American Academy o Villa Medici, per intenderci), che vedeva l’artista (esclusivamente straniero) rifuggire dalle incombenze quotidiane, per concedersi una pausa di riflessione in un luogo paesaggisticamente suggestivo tale da donare al lavoro nuova linfa e vigore.

Escludendo le esperienze di ospitalità amicale, è solamente intorno agli anni 2000 che iniziano a sorgere le prime residenze organizzate da piccole associazioni (si vedano Viafarini a Milano e progetto Diogene Bivacco Urbano a Torino) che rifiutano la mitizzazione del fare arte, fino ad allora dominante; in queste, il solipsismo creativo è messo da parte per favorire invece l’istituzione di una comunità temporanea che trovasse la forza e il senso di esistere proprio nell’interazione e nella rete di relazioni (tra i residenti e tra i residenti e la comunità artistica locale). La struttura di questi episodi, sebbene sia trascorsa appena una decade, ha subito un’obsolescenza iperaccelerata a causa dell’evoluzione nel campo della mobilità e dell’informazione: viaggiare è diventata un’attività sempre più alla portata di tutti, mentre la rete ha liberato l’informazione, rendendola democratica e dunque raggiungibile senza sforzi. Per farla breve, un artista oggi può spostarsi in economia, effettuare studio visit via Skype, approfondire il sistema dell’arte di un’altra città/regione/stato, avviare collaborazioni e progetti, senza muoversi dal proprio appartamento. Per questo oggi, in quasi tutti i casi seguendo un movimento bottom-up, sono andate a istituirsi quelle che definiremmo le “new generaton residencies”, ovvero residenze di ultima generazione che, oltre a garantire i servizi di una classica residenza (e dunque studio, vitto e alloggio, produzione finanziata), offrono un’esperienza estremamente specifica, talvolta mirata a colmare una mancanza istituzionale, talvolta atta ad approfondire una determinata urgenza tematica. Ad esempio, Senseless Residency rifiuta la finalizzazione dell’esperienza di residenza nella produzione di un’opera lasciando gli esiti il più possibile liberi e aperti; oppure Residency 80121 e Bikini Residency, sfruttano il formato temporaneo per indagare la concezione dell’abitare e il rapporto tra spazio e individuo. Queste nuove forme di residenza sono molto numerose ma anche poco trattate – una delle pubblicazioni di riferimento è Working Geographies (2015) che però, essendo figlia del progetto Resò, è rivolta più che altro al network internazionale –, e sovente si tratta di microrealtà dalle scarse risorse e dall’esigua capacità d’accoglienza. Inoltre, sempre più spesso, non sono rivolte unicamente ad artisti, ma anche scrittori e teorici le cui ricerche collimano con gli obiettivi della residenza. Da un paio di anni Flash Art Italia ha raccontato alcune di queste iniziative, come Cascina Maria ad Agrate Conturbia (NO); Spazio Artisti a Napoli; e Curva Blu a Favignana. Di seguito si segnalano quelle a cui ancora non è stata dedicata attenzione e che si sono contraddistinte per freschezza – componente necessaria per rigenerare la struttura apparentemente granitica del sistema dell’arte.

Bikini Art Residency, Cernobbio (CO)

Aperta nel 2016, Bikini Art Residency è locata a Cernobbio, sul lago di Como. La residenza si rivolge ad artisti, scrittori e, più in generale, a creatori interessati a indagare il modo di vivere contemporaneo e la relazione tra l’individuo e il mondo circostante. La selezione non avviene tramite open call, ma su invito diretto da parte del team, ovvero Thomas Guanzini (fondatore e direttore) e Roberto Scalmana (direttore del programma) che, in dialogo con il residente e a seconda del progetto presentato, studiano ad hoc la durata della permanenza. L’approccio proposto, come recita il sito, è di “guerrilla” inteso “sia al senso di ‘resistenza’ in un contesto periferico all’arte contemporanea, sia alla modalità strategica adottata per ottenere sostegno economico, organizzativo e promozionale”. L’ultima artista selezionata, Marine Julié ha realizzato nel corso della residenza un lavoro sugli equilibri dei rapporti di forza, sfociato nella mostra “Primitive Contemporary”, sviluppata intorno ad opere site specific. La partecipante precedente Lulù Nuti, invece, ha sviluppato Calcare il Mondo, un progetto che riflette su un nuovo immaginario della catastrofe; per l’occasione sono stati organizzati due studio visit, uno all’inizio della ricerca e una alla fine, per mostrare i processi teorici e pratici alla base del fare dell’artista.

Palazzo Monti, Brescia

Palazzo Monti è una residenza fondata da Edoardo Monti presso lo storico palazzo di famiglia a Brescia, nel 2017. Alla base del progetto risiede la volontà di riattivare uno spazio storico – una suggestiva palazzina del Duecento internamente decorata da splendidi affreschi d’epoca neoclassica – destinandolo a studio e alloggio per artisti (in questo caso preferibilmente internazionali). Monti, alla guida del programma, per la selezione degli artisti si appoggia a un comitato scientifico di amici di base a New York che lavora per realtà artistiche e non. I grandi ambienti permettono di ospitare circa dodici artisti contemporaneamente, invitando così i residenti a vivere una condizione comunitaria, che si intensifica durante la preparazione degli open studio. L’ultima mostra, frutto della collaborazione tra Palazzo Monti, FRAMA, e Dry Magazine, ha coinvolto gli artisti Heather Guertin, Leonardo Anker Amadeus Vandal, Daniel Martin, Dori Deng e Meta Drcar, Maya Fuhr, Paul Phung, Carl-Emil Storm Gabrielsen, Søren Drastrup, Liene Bosquê, Frederik Nystrup Larsen, Filip Vest e Caroll Taveras.

Residency 80121, Napoli

Fondata dall’artista Raffaela Naldi Rossano e da Mariagisella Giustino e Gianluca Picone, Residency 80121 nasce nel 2017 a Napoli. Il nome della residenza, infatti, fa riferimento al codice d’avviamento postale di Chiaia, il quartiere napoletano da cui proviene Rossano. L’intera residenza pare un’estensione della pratica artistica della fondatrice, la quale è solita lavorare attorno a tematiche quali l’identità femminile, le relazioni umane, l’ospitalità, la condizione post-storica. Nella ricerca di Rossano la città di Napoli gioca un ruolo chiave, in quanto è la cornice e lo sfondo di vicende familiari; la struttura stessa della città corrisponde alla sedimentazione di storie personali che Naldi riscopre attraverso un processo archeologico, che si abbandona allo stimolo sinestetico e alla libera associazione. La prima esperienza di residenza si è svolta la scorsa estate presso Relais Regina Giovanna a Sorrento e ha coinvolto gli artisti Susanne Winterling, Santiago Reyes Villaveces e Zehra Arslan i quali si sono avvicinati alla cultura, ai saperi e all’utilizzo di materiali locali e hanno fruito di un ciclo di incontri con artisti, galleristi e curatori. Il progetto si è concluso con la mostra “Otium – Corruption and the Dash” presso Palazzo Marigliano a Napoli, che oltre ad accogliere i lavori prodotti dai residenti ha incluso opere di Maria Thereza Alves e Jimmie Durham. A completare l’attività di Residency 80121 è la mostra “Sulle forme dell’abitare”, una doppia-personale di Arslan e Rossano; le due artiste attraverso interventi site-specific hanno riattivato un appartamento abbandonato nel quartiere Chiaia, rivelando le presenze e soprattutto le assenze che il tempo crea, distrugge e trasforma.

Senseless Residency, Milano

Indetta da Fondazione Arthur Cravan (ispirata al performer dadaista A. Cravan) e a cura di Cosecosmiche (Helga Franza e Silvia Hell) Senseless Residency si offre come luogo dove mettere in atto progetti insensati. E con questo si intende “qualsiasi idea / azione / pausa che superi i limiti del buon senso comune, gli standard, le norme e normalizzazioni (consapevoli o inconsapevoli) della produzione artistica e intellettuale del tempo… di questo tempo”. Aperta nel 2017, la residenza rifugge dunque la produzione e invita gli artisti ad utilizzare in modo diverso la temporalità, portandola all’estremo. Senseless Residency dovrebbe dunque essere uno spazio di rallentamento o di massima propulsione, che fa dell’improduttività produttiva la propria effige. Come è possibile intuire, la residenza non è aperta unicamente ad artisti, ma anche a ricercatori, scienziati, filosofi, curatori, critici, scrittori, registi, poeti, ovvero tutti coloro che vorrebbero evadere dal realismo capitalista Fisheriano e dalla relativa trasformazione dell’opera in una merce. Le facilities offerte sono essenziali: un monolocale a Chinatown, in cui è possibile alloggiare dai tre ai dieci giorni. Gli artisti che per ora hanno fruito della Senseless Residency sono Anna Bromley, Sabine Delafon, Giancarlo Norese ai quali è stato poi chiesto un intervento pubblico che potesse comunicare la ricerca svolta.

Cripta747, Torino

Cripta747, l’associazione no-profit torinese istituita da Elisa Troiano, Renato Leotta and Alexandro Tripodi, ha da poco lanciato il proprio programma di residenza, che si rivolge ad artisti, curatori, ricercatori. Supportato da importanti istituzioni come il Goethe Institut Turin e Compagnia di San Paolo, il programma si focalizza sul processo di ricerca e di creazione piuttosto che sulla realizzazione di un prodotto – che comunque, come specifica il bando, può essere sia immateriale che materiale. Lo scopo è fornire ai residenti lo spazio e il tempo per sviluppare ricerche e lavorare a nuovi progetti influenzati dallo scambio di idee e dalla condivisione di conoscenze e competenze. Il board scientifico è composto da Fanny Gonella, João Laia e Caterina Riva, i quali selezionano gli artisti sulla base di una open call. Gli artisti di quest’anno sono Diogo Evangelista e Viktorija Rybakova. Evangelista ha approfondito il suo interesse per la sfera del quotidiano, ai limiti con l’ordinario, creando una sorta di archivio etnografico del futuro presentato nei giorni di Artissima: una serie di neri corpi geometrici in asfalto, rimandano a temi universali come l’ecologia, le filosofie orientali, l’archeologia e la fantascienza. Rybakova si è invece concentrata sui vari aspetti del desiderio sessuale e dell’economia del desiderio, abbandonandosi al mezzo poetico.

Giulia Gregnanin

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