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New Generation Residencies

L’Italia ha impiegato lungo tempo per allontanarsi dal modello residenziale romantico primonovecentesco (à la American Academy o Villa Medici, per intenderci), che vedeva l’artista (esclusivamente straniero) rifuggire dalle incombenze quotidiane, per concedersi una pausa di riflessione in un luogo paesaggisticamente suggestivo tale da donare al lavoro nuova linfa e vigore.

Escludendo le esperienze di ospitalità amicale, è solamente intorno agli anni 2000 che iniziano a sorgere le prime residenze organizzate da piccole associazioni (si vedano Viafarini a Milano e progetto Diogene Bivacco Urbano a Torino) che rifiutano la mitizzazione del fare arte, fino ad allora dominante; in queste, il solipsismo creativo è messo da parte per favorire invece l’istituzione di una comunità temporanea che trovasse la forza e il senso di esistere proprio nell’interazione e nella rete di relazioni (tra i residenti e tra i residenti e la comunità artistica locale). La struttura di questi episodi, sebbene sia trascorsa appena una decade, ha subito un’obsolescenza iperaccelerata a causa dell’evoluzione nel campo della mobilità e dell’informazione: viaggiare è diventata un’attività sempre più alla portata di tutti, mentre la rete ha liberato l’informazione, rendendola democratica e dunque raggiungibile senza sforzi. Per farla breve, un artista oggi può spostarsi in economia, effettuare studio visit via Skype, approfondire il sistema dell’arte di un’altra città/regione/stato, avviare collaborazioni e progetti, senza muoversi dal proprio appartamento. Per questo oggi, in quasi tutti i casi seguendo un movimento bottom-up, sono andate a istituirsi quelle che definiremmo le “new generaton residencies”, ovvero residenze di ultima generazione che, oltre a garantire i servizi di una classica residenza (e dunque studio, vitto e alloggio, produzione finanziata), offrono un’esperienza estremamente specifica, talvolta mirata a colmare una mancanza istituzionale, talvolta atta ad approfondire una determinata urgenza tematica. Ad esempio, Senseless Residency rifiuta la finalizzazione dell’esperienza di residenza nella produzione di un’opera lasciando gli esiti il più possibile liberi e aperti; oppure Residency 80121 e Bikini Residency, sfruttano il formato temporaneo per indagare la concezione dell’abitare e il rapporto tra spazio e individuo. Queste nuove forme di residenza sono molto numerose ma anche poco trattate – una delle pubblicazioni di riferimento è Working Geographies (2015) che però, essendo figlia del progetto Resò, è rivolta più che altro al network internazionale –, e sovente si tratta di microrealtà dalle scarse risorse e dall’esigua capacità d’accoglienza. Inoltre, sempre più spesso, non sono rivolte unicamente ad artisti, ma anche scrittori e teorici le cui ricerche collimano con gli obiettivi della residenza. Da un paio di anni Flash Art Italia ha raccontato alcune di queste iniziative, come Cascina Maria ad Agrate Conturbia (NO); Spazio Artisti a Napoli; e Curva Blu a Favignana. Di seguito si segnalano quelle a cui ancora non è stata dedicata attenzione e che si sono contraddistinte per freschezza – componente necessaria per rigenerare la struttura apparentemente granitica del sistema dell’arte.

Bikini Art Residency, Cernobbio (CO)

Aperta nel 2016, Bikini Art Residency è locata a Cernobbio, sul lago di Como. La residenza si rivolge ad artisti, scrittori e, più in generale, a creatori interessati a indagare il modo di vivere contemporaneo e la relazione tra l’individuo e il mondo circostante. La selezione non avviene tramite open call, ma su invito diretto da parte del team, ovvero Thomas Guanzini (fondatore e direttore) e Roberto Scalmana (direttore del programma) che, in dialogo con il residente e a seconda del progetto presentato, studiano ad hoc la durata della permanenza. L’approccio proposto, come recita il sito, è di “guerrilla” inteso “sia al senso di ‘resistenza’ in un contesto periferico all’arte contemporanea, sia alla modalità strategica adottata per ottenere sostegno economico, organizzativo e promozionale”. L’ultima artista selezionata, Marine Julié ha realizzato nel corso della residenza un lavoro sugli equilibri dei rapporti di forza, sfociato nella mostra “Primitive Contemporary”, sviluppata intorno ad opere site specific. La partecipante precedente Lulù Nuti, invece, ha sviluppato Calcare il Mondo, un progetto che riflette su un nuovo immaginario della catastrofe; per l’occasione sono stati organizzati due studio visit, uno all’inizio della ricerca e una alla fine, per mostrare i processi teorici e pratici alla base del fare dell’artista.

Palazzo Monti, Brescia

Palazzo Monti è una residenza fondata da Edoardo Monti presso lo storico palazzo di famiglia a Brescia, nel 2017. Alla base del progetto risiede la volontà di riattivare uno spazio storico – una suggestiva palazzina del Duecento internamente decorata da splendidi affreschi d’epoca neoclassica – destinandolo a studio e alloggio per artisti (in questo caso preferibilmente internazionali). Monti, alla guida del programma, per la selezione degli artisti si appoggia a un comitato scientifico di amici di base a New York che lavora per realtà artistiche e non. I grandi ambienti permettono di ospitare circa dodici artisti contemporaneamente, invitando così i residenti a vivere una condizione comunitaria, che si intensifica durante la preparazione degli open studio. L’ultima mostra, frutto della collaborazione tra Palazzo Monti, FRAMA, e Dry Magazine, ha coinvolto gli artisti Heather Guertin, Leonardo Anker Amadeus Vandal, Daniel Martin, Dori Deng e Meta Drcar, Maya Fuhr, Paul Phung, Carl-Emil Storm Gabrielsen, Søren Drastrup, Liene Bosquê, Frederik Nystrup Larsen, Filip Vest e Caroll Taveras.

Residency 80121, Napoli

Fondata dall’artista Raffaela Naldi Rossano e da Mariagisella Giustino e Gianluca Picone, Residency 80121 nasce nel 2017 a Napoli. Il nome della residenza, infatti, fa riferimento al codice d’avviamento postale di Chiaia, il quartiere napoletano da cui proviene Rossano. L’intera residenza pare un’estensione della pratica artistica della fondatrice, la quale è solita lavorare attorno a tematiche quali l’identità femminile, le relazioni umane, l’ospitalità, la condizione post-storica. Nella ricerca di Rossano la città di Napoli gioca un ruolo chiave, in quanto è la cornice e lo sfondo di vicende familiari; la struttura stessa della città corrisponde alla sedimentazione di storie personali che Naldi riscopre attraverso un processo archeologico, che si abbandona allo stimolo sinestetico e alla libera associazione. La prima esperienza di residenza si è svolta la scorsa estate presso Relais Regina Giovanna a Sorrento e ha coinvolto gli artisti Susanne Winterling, Santiago Reyes Villaveces e Zehra Arslan i quali si sono avvicinati alla cultura, ai saperi e all’utilizzo di materiali locali e hanno fruito di un ciclo di incontri con artisti, galleristi e curatori. Il progetto si è concluso con la mostra “Otium – Corruption and the Dash” presso Palazzo Marigliano a Napoli, che oltre ad accogliere i lavori prodotti dai residenti ha incluso opere di Maria Thereza Alves e Jimmie Durham. A completare l’attività di Residency 80121 è la mostra “Sulle forme dell’abitare”, una doppia-personale di Arslan e Rossano; le due artiste attraverso interventi site-specific hanno riattivato un appartamento abbandonato nel quartiere Chiaia, rivelando le presenze e soprattutto le assenze che il tempo crea, distrugge e trasforma.

Senseless Residency, Milano

Indetta da Fondazione Arthur Cravan (ispirata al performer dadaista A. Cravan) e a cura di Cosecosmiche (Helga Franza e Silvia Hell) Senseless Residency si offre come luogo dove mettere in atto progetti insensati. E con questo si intende “qualsiasi idea / azione / pausa che superi i limiti del buon senso comune, gli standard, le norme e normalizzazioni (consapevoli o inconsapevoli) della produzione artistica e intellettuale del tempo… di questo tempo”. Aperta nel 2017, la residenza rifugge dunque la produzione e invita gli artisti ad utilizzare in modo diverso la temporalità, portandola all’estremo. Senseless Residency dovrebbe dunque essere uno spazio di rallentamento o di massima propulsione, che fa dell’improduttività produttiva la propria effige. Come è possibile intuire, la residenza non è aperta unicamente ad artisti, ma anche a ricercatori, scienziati, filosofi, curatori, critici, scrittori, registi, poeti, ovvero tutti coloro che vorrebbero evadere dal realismo capitalista Fisheriano e dalla relativa trasformazione dell’opera in una merce. Le facilities offerte sono essenziali: un monolocale a Chinatown, in cui è possibile alloggiare dai tre ai dieci giorni. Gli artisti che per ora hanno fruito della Senseless Residency sono Anna Bromley, Sabine Delafon, Giancarlo Norese ai quali è stato poi chiesto un intervento pubblico che potesse comunicare la ricerca svolta.

Cripta747, Torino

Cripta747, l’associazione no-profit torinese istituita da Elisa Troiano, Renato Leotta and Alexandro Tripodi, ha da poco lanciato il proprio programma di residenza, che si rivolge ad artisti, curatori, ricercatori. Supportato da importanti istituzioni come il Goethe Institut Turin e Compagnia di San Paolo, il programma si focalizza sul processo di ricerca e di creazione piuttosto che sulla realizzazione di un prodotto – che comunque, come specifica il bando, può essere sia immateriale che materiale. Lo scopo è fornire ai residenti lo spazio e il tempo per sviluppare ricerche e lavorare a nuovi progetti influenzati dallo scambio di idee e dalla condivisione di conoscenze e competenze. Il board scientifico è composto da Fanny Gonella, João Laia e Caterina Riva, i quali selezionano gli artisti sulla base di una open call. Gli artisti di quest’anno sono Diogo Evangelista e Viktorija Rybakova. Evangelista ha approfondito il suo interesse per la sfera del quotidiano, ai limiti con l’ordinario, creando una sorta di archivio etnografico del futuro presentato nei giorni di Artissima: una serie di neri corpi geometrici in asfalto, rimandano a temi universali come l’ecologia, le filosofie orientali, l’archeologia e la fantascienza. Rybakova si è invece concentrata sui vari aspetti del desiderio sessuale e dell’economia del desiderio, abbandonandosi al mezzo poetico.

Giulia Gregnanin

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Gillo Dorfles (1910 – 2018)

In un’intervista rilasciata per Flash Art Italia nel dicembre 2015, Gillo Dorfles parlava del suo rapporto con l’arte:

Il rapporto che ho avuto con l’arte, fin da piccolo, credo non sia cambiato affatto. Ho sempre avuto molta curiosità, sia per l’arte creativa che per quella fruitiva. Il mio rapporto è costante, salvo trovarmi di fronte a arte negativa e allora naturalmente il mio è un disprezzo invece che un’ammirazione. Che poi io abbia sempre dipinto, fatto il critico, il professore universitario, e abbia cercato anche di praticare degli sport, ha certamente danneggiato ognuna di queste discipline. Comunque non mi interessa, l’importante per me era divertirmi, fare quel che mi interessava, senza dover necessariamente eccellere.”

Addio Gillo.

Intervista completa disponibile qui.

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Moshe Tabibnia su BUILDING / Milano

Perché un noto collezionista di arazzi e arte tessile antica decide di aprire uno spazio polifunzionale per le arti contemporanee? 
Il desiderio di creare un ponte tra passato e presente è la ragione che mi ha portato all’apertura dello spazio; inoltre il contemporaneo mi ha sempre avvolto e attratto.

Anche nella mia galleria d’arte tessile: ad esempio, nella recente mostra “Intrecci del Novecento”, presso la Triennale di Milano, erano presenti alcuni pezzi appartenenti alla mia collezione di arazzi e tappeti, voluti e disegnati da artisti come Severini, Balla, Fontana, Dorfles, per citarne solo alcuni. Sono un collezionista e la passione per l’arte dell’ultimo secolo, unita a una grande curiosità per ricerche ancora più contemporanee, mi ha indotto a seguire tale vocazione. Non escludo poi che BUILDING possa ospitare anche esposizioni dedicate al design o ad altre arti applicate, e credo che provenire da una conoscenza e una forma mentis legate all’antico possa fornire un valore aggiunto.

BUILDING, nome austero e freddo, sembra entrare in contrasto con l’anima liberty dell’edificio del primo Novecento che lo ospita. A cosa è dovuta la scelta di non preservare all’interno elementi propri della palazzina, cancellandone la connotazione di stile e tempo?
Parto dall’affermazione che per noi BUILDING non è un nome austero. Secondo l’origine semantica anglosassone è al tempo stesso sostantivo e gerundio, “edificio” e atto di edificare, azione presente e proiettata al futuro; rivela nel nome l’intenzione, una precisa mission istituzionale. Pertanto BUILDING è un contenitore che parlerà attraverso i contenuti, che di volta in volta emergeranno in un palinsesto incalzante e ricco. Per quanto riguarda il lavoro di ristrutturazione, l’edificio – datato primi Novecento – ha subito nel corso del Ventesimo secolo numerosi cambiamenti: destinato ad uso abitativo fino agli anni Settanta, venne poi convertito in uffici, in diversi passaggi di proprietà. Pochi sono i dettagli originali pervenuti a noi. Quando abbiamo iniziato quest’ultimo restauro, l’intento è stato proprio quello di valorizzare i pochi riferimenti rimasti.

Tornando alla poli-funzionalità che caratterizza lo spazio, e dunque alla programmazione, esiste una linea che intendete perseguire?
L’intento è quello di ospitare esposizioni, ma anche concerti, momenti di riflessione, workshops con giovani artisti, incontri con figure autorevoli, momenti di creatività e di crescita, di apertura nei confronti della città.
Per la mostra “Continuo Infinito Presente” di Remo Salvadori l’affluenza è stata importante. Abbiamo ospitato classi provenienti da accademie, ospiti italiani e internazionali, tra cui curatori di musei, direttori di collezioni private e pubbliche, addetti ai lavori, docenti universitari, studiosi, ma non solo.
La versatilità dello spazio ci permetterà di sperimentare. Lo studio, la ricerca e il confronto sono per noi strumenti imprescindibili per consolidare la nostra identità.

Milano vive un’espansione continua, gallerie, spazi no-profit, fiere indipendenti di settore. Recentemente l’apertura di Spazio Maiocchi ha importato il modello esterofilo (non una novità) di spazio come connettore di idee interdisciplinari. In quest’ultimo convivono arte, moda e design. Con BUILDING pensa di riempire un tassello mancante?  
La programmazione di BUILDING, definita dal nostro comitato scientifico e dal team di curatori, tenta di fornire una linea coerente. Non escludiamo sinergie con altre istituzioni, con progetti che prevedano una sintonia di idee e di intenti e una condivisione di visioni, a livello artistico e programmatico. Divulgazione, didattica, sperimentazione, sono attività che solitamente appartengono al modus operandi di realtà pubbliche come musei o fondazioni, mentre BUILDING è una struttura privata con uno spazio espositivo che si estende su quattro piani, che è anche galleria d’arte, ma non solo, è anche centro per le arti, con una biblioteca e una think tank. BUILDING, grazie alla posizione centrale, in via Monte di Pietà, vorrebbe diventare un punto di riferimento per la città di Milano.

Eleonora Milani

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Getulio Alviani ci ha lasciato (5 settembre 1939 – 24 febbraio 2018)

Getulio Alviani, grande amico nostro – fu lui a disegnare la testata di Flash Art in helvetica alla fine degli ani ’60 – oggi, 24 febbraio, ci ha lasciato. Da tempo lottava contro un male insidioso che non è riuscito a vincere.

Artista cinetico tra i più importanti del nostro tempo, ha anche sfiorato il design e la moda sempre con grande originalità ed essenzialità (celebri i suoi vestiti cinetici con Germana Marucelli, famosa stilista degli anni ’60 nonché zia di Paolo Scheggi).
Getulio si è battuto sino all’impossibile anche per sostenere i suoi compagni di viaggio (Morellet, Le Parc, Massironi, Munari, ecc.) con mostre e articoli apparsi sulle pagine di questa rivista. Per lui il movimento “Arte cinetica e programmata” veniva prima del suo lavoro.
Un ricordo più circostanziato sul prossimo numero di Flash Art cartaceo.

Addio caro amico di una vita.

Con Enrico Castellani e François Morellet, qualche notte, all’improvviso, ci darete un segnale con un cielo cinetico stellato.

Giancarlo Politi

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Vent’anni di BASE, Firenze

Sono vent’anni che Base progetti per l’arte opera in Firenze. Recentemente Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, esaltava i piccoli musei, celebrando le micro narrazioni individuali contro le grandi storie dei musei nazionali.

Lo spazio fiorentino, gestito da undici artisti, è di piccole dimensioni e meriterebbe un premio per la costanza e l’intelligenza critica con cui ha operato fino a oggi. Base ha vissuto di racconti individuali, inanellati uno dopo l’altro. La collana è lunga e di grande pregio. Due stanze che hanno dimostrato in questi due decenni una malleabilità straordinaria. Ciò è dipeso, più che dalla conformazione architettonica, da quella concettuale dei suoi organizzatori che hanno mantenuto uno spirito libero e mobile, prediligendo la continua variazione alla monotonia ideologica.
Basta sfogliare l’elenco delle partecipazioni. Il mondo dell’arte è transitato da Base, attraverso un ingaggio fondato su stima, amicizia, e soprattutto una piena condivisione delle istanze moderniste. Le limitate risorse finanziarie sono state bilanciate dalla partecipazione generosa degli artisti invitati. Sembrano storie di altri tempi. Artisti che si aiutano tra loro; complici e alleati in una sorta di guerriglia culturale che è volutamente rimasta ai margini della Firenze rinascimentale, indifferente alle diverse sirene pubbliche e private.
Perché Base ha preteso di vivere sulla linea di confine tra l’underground e l’istituzionale, tra lo sperimentale e quanto di più conformista esista nell’arte, tra apocalittici e integrati. Con un certo orgoglio di casta ha difeso il suo diritto a operare in una riserva, una zona franca, capitalizzando il fondo d’investimento più redditizio, quello garantito dagli stessi soci di maggioranza, gli artisti più sofisticati e apprezzati all’interno del sistema dell’arte internazionale.
Il gruppo dirigente non ha sbagliato una mossa, ha sempre azzeccato le scelte. E la qualità del suo percorso sta proprio nell’aver demolito posizioni egemoniche di questo o quel ‘basista’ dall’interno. L’ultima mostra che abbiamo visitato è quella di Richard Long, uno dei padri fondatori della Land Art. Abituato a percorre distanze immense, a realizzare sculture ambientali in spazi sconfinati, Richard Long ha saputo gestire le due stanzucce di via San Niccolò, trasformandone la spazialità e aumentando i confini percettivi e mentali. Le due geometrie sono una coppia di affreschi realizzati spalmando un denso colore terroso con la mano, in modo da lasciare in vista il gesto. Qualcosa che è sia pittura, che scultura, architettura, performance, enviroment e installazione.
Se Long è artista da manuale di storia dell’arte, altri ospiti di Base non lo sono ancora e forse mai lo saranno. Ma non importa perché questa è l’arte contemporanea; a Base tutti si valorizzano allo stesso modo. Il segreto sta nell’esaltare le differenze tra questo e quello, impegnando tutti nello stesso esercizio, all’interno della stessa cornice.
Differenze generazionali (da Lawrence Weiner a Eva Marisaldi, da Niele Toroni a Giuseppe Gabellone, da Robert Barry a Koo Jeong A, ma anche da Jan Vercruysse a Christian Jankowski). E poi ancora differenze nazionali, regionali. Distanze, prossimità. L’eterogeneità dei linguaggi e delle tecniche, dei materiali e dei comportamenti, ha generato una vitalità nella velocità della programmazione che nessun museo può oggi permettersi.
Gilles Deleuze, in Rizome, si raccomanda di non fare mai il punto ma di tracciare linee. La vicenda di Base, piuttosto che con un classico catalogo, si spiegherebbe meglio con l’infografica. Ne potrebbe emergere la continua deterritorializzazione, fatta di croisement, combinazioni e collisioni – quel poco di zigzag che tanto fa bene al sistema dell’arte.
Perché non c’è altra funzione così interessante come quella dell’incoerenza per salvare ogni sistema chiuso – dal grande al piccolo – liberandosi dell’ideologia e della derivante omologazione. Senza un piano critico dominate, l’atteggiamento filosofico e organizzativo di Base è stato, fino a qui, praticamente affettivo, sentimentale, quasi conviviale ( nel senso greco del termine). Base, infatti, ha costruito una riserva e una libera accademia di avanguardisti nella culla del rinascimento, opponendo alla grande storia dell’arte una geografia di affinità elettive. Un modo giusto per non essere né istituzione museale nè galleria. Buon anniversario Base.

Sergio Risaliti

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Maria Luisa Frisa sulla mostra “Italiana” / Palazzo Reale, Milano

Spesso hai ribadito che “Italiana” è una “dichiarazione di intenti”, non solo un titolo. Cosa intendi con questa definizione?

Con questa espressione intendo sottolineare la natura programmatica del progetto, costituito da una mostra e da un libro. La moda in Italia è un sistema economico, comunicativo e culturale. Occorre, però, trovare luoghi della rappresentazione fuori dai soliti circuiti in cui viene confinata, e lavorare con metodo sulla costruzione di una narrazione identitaria della moda italiana.

Così, riappropriarsi delle forme della produzione della conoscenza e di apertura alla molteplicità delle fonti creative diventa sempre più urgente. “Italiana” s’inserisce in questa direzione, per affermare il valore della nostra moda, il valore di una cultura della moda che non può essere letta soltanto come produzione di manufatti meravigliosi ma come punto di vista irrinunciabile sugli stili di vita e sui modi della contemporaneità. L’Italia ha scelto nel tempo di non assegnare alla moda quel ruolo culturale che oggi ci permetterebbe di dialogare alla pari con i grandi musei e le importanti istituzioni che all’estero si occupano di moda. A ben vedere il titolo stesso è una dichiarazione di intenti: un aggettivo che diventa sostantivo per mettere in luce stili e atmosfere che definiscono la cultura italiana nelle sue forme.

Nel testo titolato “La Bellezza Utile” hai esordito con un importante affermazione di Susan Sontag: “Basta con i duplicati, fin quando non torneremo a fare un’esperienza più immediata di ciò che abbiamo.” Potresti dire che si tratta di un punto di partenza di “Italiana”?

“La Bellezza Utile” è il saggio scritto con Stefano Tonchi e l’esergo di Sontag è estratto da uno dei suoi primi libri, Contro l’interpretazione. Non credo si tratti esattamente del punto di partenza di Italiana ma certamente è una delle riflessioni che hanno sostenuto e mosso il progetto. Abbiamo riattraversato un trentennio cruciale per la definizione dell’identità della moda italiana fino alla sua trasformazione in fenomeno globale. Lo abbiamo fatto privilegiando una postura attivista, prodotta dal desiderio di far parlare la nostra moda, di darla come argomento. Quella disegnata è una delle traiettorie possibili, in cui anche la dimensione biografica riveste importanza e si mescola con le vicende del tempo.

“Italiana” non accoglie solo la moda dal 1971 al 2001 ma anche molta arte contemporanea. Con quale criterio avete selezionato gli artisti e come si rapportano, se si rapportano, con la moda?

“Italiana” mette a fuoco alcuni tratti definitori della moda italiana ma nel contempo la racconta in modo articolato e polifonico, in relazione e confronto anche con l’arte e il design, così da poter ripristinare quel territorio comune di dialogo in cui la moda da sempre agisce in risposta alle sollecitazioni più eterogenee. Il percorso della mostra non segue la linearità cronologica ma prende corpo in una costellazione di temi, tenuti insieme da una lettura critica, che privilegia la complessità alla semplificazione. Accanto agli abiti, oltre centoventi, ci sono le opere di undici artisti italiani: Michelangelo Pistoletto, Maurizio Cattelan, Elisabetta Benassi, Luciano Fabro, Francesco Vezzoli, Vanessa Beecroft, Luigi Ontani, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Ketty La Rocca, Gino De Dominicis. Sono autori affermati, alcuni storicizzati, le cui visioni hanno superato i confini nazionali e parlato una lingua globale. Nonostante questo, alcuni lavori selezionati sono connessi in profondità alla nostra cultura e alla nostra storia: penso per esempio al video You’ll Never Walk Alone (2000) di Benassi, o all’opera Italia feticcio di Fabro del 1981. La presenza di artisti come Beecroft e Vezzoli avvicina, invece, in modo più esplicito, il territorio della moda a quello dell’arte contemporanea.

Esiste ancora un’italianità? Si può ancora parlare di valori locali?

Il progetto nasce dalla consapevolezza che la nostra moda presenta caratteristiche e qualità specifiche. Per questo prima ti parlavo di un titolo che è già una dichiarazione di intenti. Al tempo stesso occorre ridiscutere e aggiornare l’idea di Made in Italy, considerarla nel suo vero significato: un prodotto di qualità fatto in serie, che vede in azione il designer, l’azienda, il tecnico – anche l’artigiano, ma solo in una dimensione di ricerca. Occorre svincolare la moda italiana dall’idea che sia il luogo iperspecialistico del fare artigianale. Gli attori del sistema immaginano e producono. Intercettano e disegnano i desideri.

Quali sarebbero i criteri di “Italiana” se prendessimo gli anni a seguire? Dai primi 2000 al 2018?

“Italiana” si chiude alla soglia del nuovo millennio, nel momento in cui la moda cambia pelle e si trasforma in un fenomeno globale. Negli ultimi quindici anni si è assistito a un’accelerazione: il sistema è cresciuto moltissimo e in maniera sempre più rapida, si è trasformato nelle sue forme e anche nei modi di creazione e produzione. Pensa per esempio al ruolo del direttore creativo. Un possibile progetto dovrebbe tenere conto di tutto questo, elaborando una lettura critica specifica e strumenti capaci di padroneggiare questa rivoluzione.

Gea Politi

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