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OGR / Torino

Durante i giorni di inaugurazione della 57a Biennale di Venezia è stato presentato ufficialmente alla stampa il progetto di Officine Grandi Riparazioni.

Il direttore generale di OGR, Massimo Lapucci, ha introdotto il programma di arti visive affidato alla direzione artistica di Nicola Ricciardi, partito da un’opera di riqualificazione di uno spazio di 35.000 mq che fino ai primi anni Novanta era la sede delle officine di manutenzione treni.
Situato vicino alla stazione di Porta Susa e, quindi al centro della città, l’opera di ristrutturazione e riconversione è stata affidata alla Fondazione CRT con l’intento di trasformarla in un centro per la ricerca artistica e tecnologica in modo da rilanciare Torino, non solo fra le capitali dell’arte italiana ma per donarle anche una dimensione di referente internazionale.
L’apertura al pubblico è prevista per il 30 settembre 2017, occasione in cui si presenterà l’opera pubblica Procession of Reparationists di William Kentridge, prodotta e curata dal Castello di Rivoli, e un’installazione temporanea di Patrick Tuttofuoco intitolata Tutto Infinito.
L’opera di Kentridge sarà ispirata alla storia di OGR e al suo passato di luogo industriale ed operaio, mentre quella di Tuttofuoco coinvolgerà i piccoli ospiti di CasaOz – casa diurna per bambini che affrontano la malattia – nella realizzazione di uno scenario di circa 2500 mq ispirato dalle opere della collezione della Fondazione CRT.
Un nuovo appuntamento è previsto per il 3 novembre, in coincidenza con Artissima, quando sarà inaugurata la mostra collettiva organizzata in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per festeggiare i suoi venticinque anni di attività. La mostra, a cura di Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt, sarà un progetto legato alla storia della città di Torino e del suo territorio che vedrà la collaborazione e lo scambio con alcune delle istituzioni più importanti della città: il Museo Egizio, Palazzo Madama, Museo d’Arte Orientale e naturalmente la galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea insieme al castello di Rivoli.
Il 2018 vedrà le mostre personali di Tino Sehgal (a cura di Luca Cerizza), Susan Hiller (a cura di Barbara Casavecchia) e Mike Nelson, oltre ad una collettiva di lavori provenienti dalla collezione del Castello di Rivoli, “Castelodirivoli@OGR” (a cura di Marcella Beccaria).

Maria Teresa Annarumma

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Nancy Olnick e Giorgio Spanu su Magazzino of Italian Art, Cold Spring / New York

GP: Nancy, Giorgio, come è nata la vostra passione per l’Arte Povera?

GS: Nei primi anni Novanta viaggiavamo molto in Italia in cerca di vetri di Murano, una delle nostre passioni, ma Nancy aveva iniziato a coltivare un particolare interesse per l’arte contemporanea. Chiedemmo allora a Sauro Bocchi, un caro amico e art advisor – che purtroppo in tempi recenti ci ha lasciati – quali artisti poteva suggerirci per una collezione. Ci diede un piccolo pamphlet e ci consigliò di visitare il Castello di Rivoli e poi tornare da lui per parlarne. Questo è stato l’inizio.

NO: Quando abbiamo visitato Rivoli c’era questa meravigliosa mostra di Arte Povera che ci ha profondamente ispirati. È stato allora che abbiamo capito che era su questa corrente che volevamo concentrarci. Non si trattava semplicemente di acquistare delle opere, ma iniziare un processo di educazione e di apprendimento di qualcosa che non conoscevamo.

GP: Quali sono le prime opere che avete acquistato? 

GS: La prima artista che abbiamo incontrato a Roma è stata Carla Accardi, una persona meravigliosa, e da lei abbiamo preso alcuni lavori.

GG: Qual è l’identità alla base di Magazzino of Italian Art, il centro dedicato all’arte italiana del dopoguerra e contemporanea che avete fondato quest’anno?

GS: Vorrei innanzitutto precisare che Magazzino non è né una fondazione né un museo, ma un vero e proprio magazzino di cui vorremmo preservare le caratteristiche. La nostra idea è che Magazzino diventi, con il tempo, un luogo capace di attirare visitatori e ricercatori, sia per i suoi programmi di lecture e performance, che per un’estesa biblioteca adibita alla consultazione e allo studio. Stiamo cercando di tradurre in inglese alcuni testi d’arte che per ora si trovano solamente in italiano.

NO: Nostro desiderio è attirare le generazioni più giovani e mostrare loro quanto l’Arte Povera sia contemporanea, poiché riguarda i processi di vita – basti pensare alle opere di Merz. Magazzino rappresenterà l’arte e la cultura italiana “at large”.

GG: La mostra inaugurale è dedicata a Margherita Stein. Perché non a Christian Stein, ovvero lo pseudonimo per cui Margherita era nota e con cui ha battezzato la sua galleria?

NO: Margherita ha fondato la galleria Christian Stein nel 1966 a Torino. Per noi era importante fare una mostra usando il suo nome di battesimo. Essere una gallerista donna, in quei tempi e in Italia, non deve essere stato affatto semplice e lei si è sempre mossa con grande intelligenza e consapevolezza.

GS: Iniziando a schedare la nostra collezione – con l’aiuto della storica dell’arte Laura Conte – abbiamo scoperto che il 90% dei lavori di Arte Povera di nostra proprietà sono appartenuti a Margherita Stein. Anche un pezzo acquistato all’ultima edizione di Miart, una bellissima opera di Kounellis, era parte della sua collezione.

NO: Margherita era una tale forza e aveva un occhio incredibile. Tutte le storie che abbiamo sentito su di lei parlano di come riuscisse a cogliere la natura degli artisti. La mostra ha anche un sottotitolo: “Rebel with a Cause”. Questo perché sapeva assolutamente quello che stava facendo, aveva carisma.

GS: Recentemente abbiamo avuto questa bellissima conversazione con Giulio Paolini in cui ci ha descritto Margherita come una mamma, capace di andare a fondo delle vite di quella comunità artistica e proteggerla. La nostra intenzione è fare un sincero tributo a lei, non al suo lavoro da gallerista, ma a lei in quanto persona.

GP: Com’è nato il programma di residenza “Olnick Spanu Art Program”?

GS: Il programma è nato da una fortuita coincidenza. Nel 2003 invitammo Giorgio Vigna a soggiornare nella nostra proprietà a Garrison, nello stato di New York. In quei giorni ci fu un blackout che lo costrinse a rimanere più di quanto aveva preventivato. Nel nostro giardino Giorgio trovò quello che secondo lui era il perfetto piedistallo per una possibile scultura: si trattava della superficie di una cisterna, sulla quale poi posò sette sfere dalla struttura leggera e reticolare in bronzo (La Radura – A Glade of One’s Own [2003-05]). Non avevamo mai pensato di inserire dell’arte nel parco, ma poi ci siamo detti: perché non iniziare? Era così bello invitare qualcuno ed essere coinvolti nel processo di creazione.
Abbiamo poi ospitato Massimo Bartolini, Mario Airò, Domenico Bianchi, Remo Salvadori, Stefano Arienti, Bruna Esposito, Marco Bagnoli, Francesco Arena e Paolo Canevari.

NO: Avere dei lavori site specific per noi è molto importante. È incredibile come ognuno legga lo stesso luogo con diverse sensibilità. Arienti, ad esempio, con Biblioteca (2011-12) ha creato una libreria composta da duecento mattoni in terracotta, che riflette il backgrond culturale della nostra famiglia. Tra le letture selezionate c’è anche una copia di Flash Art!

Gea Politi e Giulia Gregnanin

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Ilaria Bonacossa su Fondazione La Raia / Novi Ligure

È una ricerca sul paesaggio quella proposta da La Raia, la fondazione nata nel 2013 per mano di Giorgio Rossi Cairo e Irene Crocco come progetto dell’azienda agricola biodinamica La Raia. 
Nel corso degli anni Fondazione La Raia ha coinvolto artisti, filosofi, paesaggisti in una serie di progetti atti ad approfondire il rispetto per l’ambiente, l’agricoltura biodinamica, la pedagogia steineriana, il legame con la tradizione (ovvero i princìpi comuni all’azienda agricola). Da settembre 2016 la curatrice Ilaria Bonacossa ne ha assunto l’incarico di direttore artistico.

La nozione di “paesaggio”, oggi, è alquanto complessa; le polarità abbracciate dal termine – ovvero la dimensione naturale e quella antropica – spesso, condividendo lo stesso terreno d’azione, entrano in conflitto. Ilaria, in che modo Fondazione La Raia si rapporta con il paesaggio e con queste possibili problematiche?

Non credo che le due visioni del paesaggio siano conflittuali. Al contrario credo si compenetrino trasformando il mondo che ci circonda. Immaginare il paesaggio senza l’uomo è forse ormai un esercizio inutile; più interessante, invece, capire come le continue trasformazioni della nostra vita e le innovazioni tecnologiche possano entrare in armonia con il paesaggio e non in conflitto.
La Raia è un’azienda biodinamica il che, di per sé, la rende unica e gli artisti invitati a intervenire devono poter assorbire questa speciale atmosfera, passando del tempo a La Raia per poter poi creare dei lavori che entrino in dialogo con il contesto e possano offrire al pubblico una chiave di lettura di questo luogo, che ha una sua sottile spiritualità. Per questo motivo gli interventi non sono mai monumentali ma al contrario “silenziose” inserzioni nel paesaggio che si aprono a una lettura personale quasi intima con il visitatore.

Il primo progetto da te curato riguarda la presentazione di BALES (2014-17) di Michael Beutler. Un lavoro che l’artista ha realizzato al parco del Kunstareal di Monaco, stendendo lunghe cannucce colorate e chiedendo a dei fattori di creare delle balle attraverso l’utilizzo di rotopresse. Tra le tematiche sottese all’opera – oltre alla delega autoriale, la relazione tra uomo e macchina, il rapporto tra naturale e artificiale – vi è quella di portare il paesaggio rurale all’interno della città. Reinstallando l’opera in un contesto agricolo, che implicazioni subentrano?

Reinstallate nel panorama delle colline del Gavi, nelle distese di prati, il lavoro si trasforma ulteriormente, mettendo a fuoco il complesso rapporto tra naturale e artificiale, tra lavoro industriale – svolto oggi dalla maggior parte delle aziende agricole – e attenzione personale e manuale verso la natura. A La Raia la vendemmia viene eseguita a mano, i filari vengono lasciati inerbiti e non falciati, tutta la conduzione delle coltivazioni avviene secondo il principio steineriano dell’interconnessione tra ogni presenza, animale e vegetale, dell’azienda.
Le grandi rotoballe dai colori fosforescenti sono una presenza estranea, quasi degli extra-terrestri che sembrano volerci ricordare le nostre responsabilità in un sistema di produzione di massa, in cui diamo per scontato il perdurare degli elementi naturali del paesaggio mentre investiamo in una forma di modernità che può determinarne la progressiva scomparsa. Se il paesaggio non verrà tutelato forse i nostri nipoti potranno vedere solo rotoballe in plastica, totalmente artificiali. La natura pop dell’intervento di Beutler vuole poi sottolineare come anche il paesaggio stia diventando un materiale di consumo, plasmato in toto dall’intervento umano.

Che tipo di programmazione vorresti strutturare? Hai in cantiere progetti che esulino dal formato di intervento artistico site specific?

La natura degli interventi sarà sempre site-specific o in alcuni casi site-responsive, quando gli artisti lavorano già su temi legati alla bio-sostenibilità e alla bio-diversità; tuttavia già con Michael Beutler la fondazione la Raia ha deciso di sostenere la produzione della sua grande installazione Boatyard, 2017, prodotta per la 57a Biennale di Venezia curata da Christine Macel, nei giardini delle Vergini all’Arsenale. Michael Beutler ha ricreato un piccolo squero, atto ad aggiustare piccole imbarcazioni, tutto in legno, sostenuto da quattro vasche d’acqua e montato a mano legando e incastrando insieme listelli di legno naturale. Come sempre l’intervento è nato da un lavoro di squadra guidato da Michael Beutler, che ha qualcosa di performativo e insieme di artigianale, reclamando all’arte contemporanea uno spazio nella nostra società industriale.

Fondazione La Raia, così come numerose cantine di vini, testimoniano una modalità alternativa di impegno nell’arte contemporanea. Credi sia auspicabile che questo tipo di realtà facciano sistema?

Numerose cantine e aziende viti-vinicole, non solo in Italia (penso a Pommery Art Experience) si occupano di arte contemporanea. Penso alla fantastica cappella di Barolo affrescata da Sol Lewitt e David Tremlett nel 1999 per i Ceretto proprio in Piemonte; al Castello di Ama con lo spettacolare intevento di Daniel Buren nel Chianti e ovviamente a Antinori Art Projects, di cui ho curato gli ultimi interventi site-specific di Giorgio Andreotta Calò, Tomás Saraceno e Stefano Arienti.
Non credo sia facile mettere questi progetti in rete ma forse pubblicare una guida all’arte nelle cantine sarebbe sicuramente un bel progetto.

Giulia Gregnanin

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Joseph Grima su UniversoAssisi

Dal 20 al 23 luglio la città di Assisi ospita la prima edizione di UniversoAssisi – a Festival in secret places, ideata e organizzata da Città di Assisi in collaborazione con Fondazione Internazionale Assisi, con la direzione artistica di Joseph Grima. Un festival che intende attivare luoghi segreti e inconsueti di Assisi attraverso le arti contemporanee innescando un dialogo serrato con gli spazi urbani. Il ricchissimo programma di eventi prevede la presenza di progetti e interventi di numerosi protagonisti, tra cui Rem Koolhaas, Hans Ulrich Obrist, Superstudio, Nicola Piovani, Antonio Rezza, Marco Paolini, Diego Fusaro, Gianluigi Ricuperati, il collettivo ArchHeartz e la compagnia Aterballetto.

Joseph, hai ideato UniversoAssisi come un festival programmaticamente multidisciplinare, che spazia tra musica, architettura, teatro, danza, cinema, filosofia, letteratura. C’è un fil rouge che collega queste discipline all’interno del tuo progetto?

All’interno di UniversoAssisi le varie discipline sono legate non tanto da una questione contenutistica disciplinare, quanto dalla modalità di presentazione. Vogliamo che questo festival non venga concepito come qualcosa di separato dalla città che avviene unicamente negli spazi istituzionali dedicati alla cultura, ma che sia piuttosto qualcosa che serve ad attivare la città stessa. È un esperimento per vedere come diverse tipologie di produzione culturale, in dialogo diretto con gli spazi di Assisi, possono rispondere a questa decontestualizzazione. Ciò per due motivi: da una parte, per capire come il dialogo con lo spazio urbano trasforma il contenuto stesso che si sta presentando; dall’altra, per dare vita a un processo di riscoperta di Assisi, che come tante città così note e famose, tende talvolta a cristallizzarsi intorno a due o tre icone rischiando di oscurare tantissimi altri luoghi, altrettanto belli e altrettanto interessanti.

Hai coinvolto personalità di altissimo livello nei loro rispettivi ambiti. Perché hai scelto questi protagonisti? E qual è l’identità che assegni al festival?

Diciamo che questo è un primo esperimento, lo consideriamo quasi come un numero zero del festival, e quindi più che per una coerenza concettuale molto forte abbiamo optato per una coerenza dal punto di vista della filosofia artistica dei partecipanti. Tutti i personaggi coinvolti si sono resi disponibili a partecipare a un esperimento che non ha precedenti e che pone una sfida non particolarmente comune, ovvero quella di reagire a luoghi come il Mortaro Grande, l’Anfiteatro romano, la Rocca Maggiore. Gli artisti coinvolti sono tutti interessati a un discorso “urbanistico”: sono legati da un’attitudine che li porta ad abbracciare lo spazio urbano e a ricercare un nuovo equilibrio con il pubblico.
Questo è un festival che vuole definire Assisi come un punto di riferimento culturale celebrando, allo stesso tempo, la curiosità. Nostro desiderio è che il pubblico e gli artisti vengano non solo per dare qualcosa agli altri, ma anche per ricevere qualcosa indietro, qualcosa di nuovo, di non familiare.

La tua ricerca sull’architettura è molto attenta al rapporto con il territorio e con le culture, penso in particolare al tuo studio Space Caviar, a Genova. In che modo intendi dialogare con la storia, la tradizione e la spiritualità di Assisi?

Assisi per me è casa. La campagna di Assisi è il posto in cui sono cresciuto. I miei genitori si sono trasferiti qui perché hanno apprezzato la dimensione spirituale di questo luogo, che trascende la religione, ma che riguarda la natura del territorio, la natura del paesaggio, la natura della natura, e che rende Assisi un posto speciale. Attraverso l’arte cerchiamo qualcosa che possa avvicinarci a questa dimensione spirituale e cosmologica, che possa rispondere a una serie di interrogativi che in questo preciso momento della storia fanno fatica a trovare dispositivi comuni per essere indagati. Penso che l’arte debba necessariamente giocare questo ruolo. Avvicinarsi a luoghi come Assisi, che hanno una storia così lunga di ispirazione artistica e architettonica, non in chiave semplicemente di rivisitazione del passato, significa anche capire cosa può scatenare in noi l’incredibile energia spirituale che permea il luogo.
Il lavoro di Space Caviar è spesso ispirato alla ricerca di nuovi ponti d’interazione tra persone e spazio urbano. UniversoAssisi lo vedo veramente come un progetto architettonico, nonostante sia un festival. Anche semplicemente immaginare l’interazione tra le persone, l’interazione tra la creazione di momenti e di memorie e di nuove vicinanze è qualcosa di profondamente architettonico. È una definizione insolita dell’architettura, ma che mi interessa molto.

Credi quindi che curare un evento temporaneo come un festival, o curare una mostra, significhi fare architettura?

Assolutamente. Uno dei miei mentori nonché professore all’Università, Cedric Price, ha costruito il suo pensiero, la sua filosofia, intorno all’idea di architettura come progetto funzionale all’interazione tra le persone, alla creazione di esperienze, e non necessariamente alla creazione di permanenze fisiche nello spazio. Oggi c’è una tale “ossificazione” della città – ci sono regole per ogni cosa, clausole per ogni azione – per cui è molto più facile trovare spazio di manovra e margini di innovazione nella progettazione di cose effimere, che appaiono e scompaiono, che evaporano, ma che creano architetture della percezione, architetture del suono, architetture del corpo.

Vincenzo Di Rosa

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Rashid Uri su Soyuz / Pescara

A febbraio di quest’anno ha inaugurato Soyuz: il tuo studio e, al contempo, un artist run space. Quali sono le ragioni di questa iniziativa e qual’è il concetto che la anima?

Soyuz nasce contestualmente all’esigenza di trovare un nuovo studio per la produzione dei miei lavori. Subito mi è parso chiaro come le sue asimmetrie e la generosità discreta dei suoi ambienti si coniugassero con l’idea di spazio progetto a cui da tempo desideravo dar vita: una formula che preservasse da una parte l’informalità di un non profit e dall’altro si accostasse al rigore di una galleria (semi)commerciale.
Gli artist run space si figurano ora più che mai come una delle tendenze crescenti nel mondo dell’arte, segnale che qualcosa sta cambiando. Lontani dalle pressioni commerciali, incentivano un tipo di libertà espressiva che si sviluppa su territori alternativi, generano un dialogo di natura più empatica con gli artisti coinvolti e un’attenzione curatoriale che parte da un approccio più flessibile rispetto alle gallerie private, sebbene con esse condividano perlopiù le stesse difficoltà. È in quest’ottica che è nata l’urgenza di misurarmi con un modello come questo. In più, operare in una città percepita come ai margini del circuito convenzionale per me rappresenta sia una sfida che, soprattutto, uno stimolo.

Lo spazio si trova in un palazzo storico della città di Pescara. Qual è il rapporto con questo contesto?

Palazzo Mezzopreti Gomez è uno dei pochi edifici della città vincolati dalla Soprintendenza. Soyuz ne occupa solo una piccola porzione, quella dell’appartamento un tempo dedicato alla servitù. Mi piace pensare a quest’aspetto quasi come a una metafora, compatibile con il presupposto di base dello spazio progetto che lo vede collocato solo ai margini della struttura, ma comunque incorniciato dal lustro della storia che domina il palazzo che lo ospita.
Mi ritengo piuttosto fortunato ad averlo trovato, e altrettanto contento di essere nato e cresciuto in una città di provincia come Pescara. È una città strana, difficile per certi versi ma in grado di offrire sorprese inaspettate, ed è questo probabilmente il motivo per cui sono rimasto qui. Sono cresciuto viziato dalle sorprese che l’arte ha saputo offrirmi in questo luogo e probabilmente Soyuz è il mio contributo per alimentare una tradizione che negli ultimi anni ha subito qualche duro colpo.

Su quali linee hai impostato il programma? Quali sono i prossimi progetti?

Soyuz porta avanti un tipo di ricerca che vede coinvolti artisti emergenti e mid-career, con un focus calibrato su un attento apporto curatoriale che oggi come non mai si rende fondamentale per entrare fino in fondo non solo nella lettura di un lavoro, ma anche nella coesione di un intero progetto. Da qui è nata la collaborazione con Marialuisa Pastò, già curatrice della prima mostra di Soyuz e che dal prossimo anno mi affiancherà stabilmente avendo in carico la gestione curatoriale dello spazio.
Soyuz bilancia un alternarsi di mostre ospitate sia negli spazi fisici dello spazio progetto che in quelli virtuali del sito. Il prossimo progetto in programma sarà il primo online: la home page di Soyuz accoglierà per la durata di un mese un lavoro video di Talisa Lallai, giovane artista italiana nata e cresciuta in Germania.

Simone Ciglia

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Roberto Lacarbonara sul CRAC di Taranto

Nasce il CRAC, avamposto dell’arte contemporanea sul Mar Grande di Taranto, qual è la sua genesi e quali gli obiettivi?

Il Centro di Ricerca per l’Arte Contemporanea è un progetto della Fondazione Rocco Spani Onlus che, nella città di Taranto, si occupa da quasi trent’anni di didattica dell’arte per minori a rischio di devianza. L’idea è di estendere il carattere socio-pedagogico delle attività laboratoriali attraverso progetti di ricerca artistica che andranno a coinvolgere l’intera città. È dunque un centro di sperimentazione che intendiamo declinare con grande dinamicità attraverso workshop, mostre, laboratori, seminari, interdisciplinarietà e forti sinergie. Un impegno che guarda al processo prima che all’output. Si intende infatti ripensare il concetto di progetto artistico e generare delle riflessioni sul metodo, sulla ricerca e sul “mestiere” dell’arte, risalendo all’atto creativo attraverso le fasi del disegno, le ipotesi progettuali, le utopie linguistiche, ma anche l’errore e il fallimento.

Il CRAC apre al pubblico con una mostra permanente, nella quale è esposta l’intera collezione incentrata sul progetto d’artista e sullo studio preparatorio, e con due mostre temporanee. “Lungo le acque del bidente. Progetti e installazioni del Parco Sculture di Santa Sofia”, a cura di Renato Barilli, svela l’interesse del CRAC verso la relazione arte-ambiente. La seconda, “Ritorno a Taranto”, è invece un omaggio a Giuseppe Spagnulo.

La collezione del CRAC nasce nel 2015 con ventisei donazioni per il progetto “Piano Effe” che aveva l’obiettivo di avviare un archivio storico nazionale. È una preziosissima collezione di progetti, disegni e studi preparatori – da Pascali a Beuys, da Carrino a Munari – alcuni di questi appositamente pensati per Taranto. Le due mostre di inaugurazione, invece, sono per noi assolutamente simboliche e “spirituali”. Partiamo da un caso di interesse nazionale, quello del parco di sculture di Santa Sofia, nel quale arte e ambiente vengono coniugate in forma eccellente. La mostra dei progetti scultorei curata da Renato Barilli – componente del comitato scientifico del CRAC insieme a Bruno Corà e Giulio De Mitri – è fondamentale per il confronto con realtà che hanno fatto di “ambienti” in difficoltà luoghi virtuosi. L’altra mostra è dedicata a Giuseppe Spagnulo, tra i primi a sostenere la collezione, e tra quegli artisti che in un certo senso rappresentano Taranto con la cultura materiale della ceramica e del metallo, materie centrali nella sua ricerca artistica.

Come si posiziona il CRAC nella città di Taranto?

La sede che ospita il CRAC è l’ex convento dei Padri Olivetani del XIII secolo. È un luogo fortemente evocativo perché si affaccia sulla straordinaria bellezza di un porto attraversato nel corso dei secoli dalle principali culture dell’occidente, ma nello stesso tempo, ritaglia una prospettiva sullo skyline dell’ILVA e dunque verso le più attuali criticità o forme di decadenza. Taranto ha un’urgenza collettiva che è storica, culturale, ambientale, quindi i nostri progetti andranno a toccare questi temi che sono al centro della città e quindi dei nostri più profondi interessi.

Laura Perrone

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