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Paola Capata su Monitor / Lisbona

Iniziamo con le novità: il 19 maggio hai inaugurato un nuovo spazio con la personale di Graham Hudson; perché a Lisbona? 

Perché è un bel posto. Scherzi a parte, Lisbona è una città che vive un momento di forte crescita e fermento, ed è estremamente stimolante farne parte. Abbiamo instaurato un ottimo rapporto con i colleghi e alcuni collezionisti locali, per questo la decisione di aprire uno spazio in città è stata accolta con grande entusiasmo.

Con la nostra programmazione ci auguriamo di poter aggiungere un piccolo tassello alla già ottima offerta culturale che la città presenta. La galleria è molto piccola (circa 50 mq) e si trova in un quartiere centralissimo, nello snodo tra Amoreiras e Rato. Lo spazio era una vecchia cartoleria (“papeleria” in portoghese) che anni fa ha subito un incendio. Abbiamo deciso di lasciarlo così com’era senza fare alcun lavoro di recupero, e Graham Hudson, con cui collaboro da dieci anni, mi è sembrato l’artista giusto per un progetto come questo. Hudson ha pensato due lavori site specific che si integrano con il carattere di “rovina” dello spazio. Una cosa del tutto nuova per Lisbona, dove le gallerie sono luoghi perfetti, pulitissimi, scintillanti.

Uno degli artisti della tua kermesse Nathaniel Mellors rappresenta (insieme a Erkka Nissinen) la Finlandia alla 57a Biennale d’arte di Venezia. Il progetto consiste in una installazione che affronta temi come il nazionalismo e la costruzione di un’identità. Per un artista, oggi, quanto pensi sia realizzabile la costruzione di un’identità propria e, di conseguenza, ottenere una riconoscibilità tale da imporsi nel mondo dell’arte in modo durevole? 

Nathaniel ed Erkka sono riusciti a realizzare un progetto incredibile: divertente, colto, ironico. Il fatto che sia stato pensato da due artisti molto diversi, per cultura e provenienza, credo sia un punto su cui riflettere. Sono abituata a lavorare con artisti piuttosto al di fuori delle leggi del mercato o delle “popolarità” vigenti. Gli artisti che rappresento hanno davvero tutti, nessuno escluso, un innato senso identitario molto forte. Ma devo dire di non essermi mai posta questa interessante domanda. Scelgo gli artisti in base alla coscienza di sé e del proprio lavoro a prescindere dai trend del momento. Certo, sarà solo il tempo a decidere se riusciranno a essere sui manuali di storia – ammesso che se ne stampino ancora.

Sempre a Venezia a Palazzo Nani Bernardo, Thomas Braida è presente con la personale “Solo”. Com’è relazionarsi e seguire un artista più giovane rispetto a quelli più vicini alla tua generazione? 

Beh, a dirla tutta, Thomas ha solo sette anni meno di me quindi: o sono ancora molto giovane io oppure è lui a essere vecchio! Intendo dire che ogni artista è un caso a sé stante; lavorare con Thomas è fantastico perché oltre ad essere un’artista straordinario, è un vero professionista. Una persona che non perde mai il controllo di sé, che sa esattamente cosa fare e quando, insomma un uomo di poche parole ma quasi sempre tutte giuste. La mostra ha ricevuto ottimi feedback e ne siamo entrambi molto felici, anche grazie al lavoro eccezionale e impagabile di Caroline Corbetta. È molto bello assistere alla crescita e al rafforzamento del sodalizio tra un curatore e un artista e posso dire che questa mostra è stata uno splendido lavoro di squadra.

Torniamo indietro. Nel 2014 hai inaugurato “Monitor Studio” nel Lower East Side. Allora ti proponevi di esportare il tuo modus operandi di gallerista con un’idea e una linea ben definite così da rendere più visibile il lavoro di alcuni artisti italiani. Come si è conclusa l’avventura newyorkese? Bilanci a posteriori? 

L’avventura newyorkese è stata una delle cose migliori che abbia mai fatto. È durata quasi un paio d’anni, tra lo spazio pop up in Rivington Street e quello di Christie Street, arco di tempo in cui abbiamo realizzato sette mostre tra collettive e personali. Thomas Braida ad esempio ha esposto nel novembre 2014 ottenendo fin da subito una buona attenzione tra collezionisti e curatori. Nell’estate 2015 l’esperienza si è conclusa con una residenza in situ di Tomaso De Luca (ecco, Tomaso sì che è giovane – classe 1988) che ha utilizzato Monitor Studio come un vero e proprio laboratorio realizzando un lavoro site specific completamente legato all’esperienza newyorkese e allo spazio.
Il bilancio è davvero positivo e ripeterei l’esperienza, senza dubbio. Oltre ad approfondire la conoscenza del mercato americano, naturalmente anche la nostra rete di contatti ne ha beneficiato. Adesso torno a New York due o tre volte l’anno, come fanno in molti, e cerco di tenere vive le nostre relazioni.

Monitor è una delle poche gallerie romane a essere una presenza costante in tante fiere importanti, internazionali e italiane. Però non fai miart, perchè? Non trovi che negli ultimi anni la qualità e la linea della fiera si siano definite maggiormente? Non pensi che Monitor possa ritagliarsi un suo spazio all’interno?

Io credo che miart sia una fiera splendida e che Vincenzo De Bellis, prima, e Alessandro Rabottini, poi, abbiano fatto un lavoro eccellente restituendo alla città una vera fiera d’arte contemporanea, con presenze internazionali forti e progetti curatoriali strutturati e colti. Il problema che riscontriamo è per lo più di calendario: miart è circa una settimana prima della fiera di Dallas (alla quale abbiamo partecipato negli ultimi due anni) e poi quest’anno, con la preparazione dell’avventura lisbonese, è stato impossibile prendere in considerazione l’idea di partecipare.
Ma non escludo nulla in futuro, è chiaro.

Che rapporto hai con la pittura? Come hai sviluppato questo interesse dagli inizi di Monitor a oggi?

Nel 2009 abbiamo inaugurato quella che è ancora l’attuale sede della galleria a Roma con una personale di Ian Tweedy, artista brillante il cui lavoro si è immediatamente distinto per la qualità pittorica. Da allora a oggi la scelta operata credo sia abbastanza leggibile: astrazione solo ed esclusivamente riferita a quegli artisti attivi principalmente dal secondo Novecento – vedi la collaborazione con Claudio Verna iniziata nel 2013 – e la figurazione legata invece alle nuove generazioni: in Italia Thomas Braida e  Nicola Samorì, all’estero Peter Linde Busk e Benedikt Hipp. Mi piace lavorare con pittori che abbiano una forte coscienza del passato e del mezzo che adoperano, che lo sappiano usare con intelligenza e tecnica. Al momento sono felice di queste collaborazioni. Lo stand di Arco Lisbona 2017 è stato un esempio di questo nostro discorso transnazionale: ci sono opere di sei artisti, da Elisa Montessori a Claudio Verna, da Braida ad Hipp tutti legati da un’unica componente cromatica, il blu, in omaggio ad uno dei colori della città.

Come immagini il futuro dell’arte italiana? Ne vedi uno?

Beh me lo chiedi appena dopo la Biennale di Venezia, quando potevi andare in giro per le calli felicemente orgoglioso del Padiglione del tuo paese, che era tra i più belli.
Io credo che gli artisti italiani siano tra i migliori in Europa. Sono solo troppo vessati dalla pigrizia del paese, dall’assenza di un supporto istituzionale, da un sistema che ristagna. La nuova generazione, a mio parere, si sta sganciando da tutto questo: viaggia, parla inglese, conosce le maglie del nostro sistema. Io credo che le cose andranno meglio, sta già succedendo.

Eleonora Milani

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Stefano e Andrea Cortesi sulla nuova apertura di Galleria Cortesi a Milano

Giulia Gregnanin: Stefano, da imprenditore e manager nel settore finanziario, nel 2013 inizi unavventura nellarte contemporanea aprendo una galleria a Lugano. Come mai questa scelta?

Stefano Cortesi: Dopo trentaquattro anni nel settore finanziario ho sentito l’esigenza di dare sviluppo alla mia passione per l’arte in modo più organizzato e, spinto dall’interesse e dal coinvolgimento dei miei figli, ho deciso di intraprendere questa iniziativa con grande impegno e obiettivi di medio-lungo termine.

GG: La Galleria Cortesi, nella selezione di artisti e nella presentazione di mostre, si è dimostrata particolarmente interessata a movimenti quali larte ottica, larte cinetica e programmata, tendenze che negli ultimi anni stanno vivendo una rivalutazione esponenziale. La decisione di rappresentare questi artisti è frutto di un tuo sesto senso imprenditoriale oppure proviene da fattori estetici?

SC: Sono sempre stato attratto dalle avanguardie del dopoguerra tra cui rientrano i movimenti ottico-cinetici; indubbiamente questa forma d’arte ha avuto un giusto riconoscimento da parte del mercato dopo molti anni in cui era stata tenuta in disparte.
Al giorno d’oggi sembrano scontate, ma le invenzioni di artisti come Jesús-Rafael Soto, Gianni Colombo o Walter Leblanc sono state particolarmente coraggiose e anticipatrici alla fine degli anni’50.

GG: Cosa vuole dire per voi lanciarvi nella scena meneghina, anche alla luce della recente apertura di una seconda sede a Londra?

Andrea Cortesi: L’apertura della sede milanese è per noi un grande stimolo e pensiamo sia il momento giusto per investire su una città in espansione sia economica che culturale, nonostante gli sforzi ancora in atto per consolidare la sede londinese. Speriamo di riuscire a dare il nostro contributo positivo al tessuto delle gallerie di Milano.

GG: Avete scelto di proporre una programmazione diversa a seconda delle peculiarità di ciascuna città in cui vi siete insediati, oppure trovate che il valore delle tre gallerie risieda nella loro unità e nel fare sistema?

AC: In generale abbiamo scelto una strategia comune per tutte le sedi che caratterizza la linea della galleria sotto il profilo dei movimenti artistici su cui lavoriamo. Ogni città ha invece le sue peculiarità sotto il profilo del collezionismo quindi all’interno di un movimento artistico può aver più senso esporre o meno un determinato artista.

GG: Si può dire che inaugurerete con un tributo a Venezia. Le opere di Nicola De Maria che esporrete sono state presentate per la prima volta al Padiglione Italia del 1990, curato da Laura Cherubini, Flaminio Galdoni e Lea Vergine. Perché proprio De Maria e questo ciclo di lavori?

AC: Nicola De Maria è un artista che abbiamo seguito a livello collezionistico e ci piacerebbe riuscire a svolgere anche un lavoro di galleria in futuro con l’artista. La possibilità di esporre raggruppate le cinque opere della sala della Biennale ci ha affascinato fin da subito e la nuova sede di Milano si presta a questo compito grazie alla grande sala espositiva principale.

GG: 2013: Lugano; 2015: Londra; 2017: Milano; ogni due anni una nuova galleria. La prossima in programma?

AC: Al momento pensiamo al consolidamento delle tre gallerie che ci permettono di coprire in maniera ottimale il territorio europeo. Sicuramente il mercato americano è sempre il punto di riferimento ma nel medio/lungo termine bisognerà tenere d’occhio il mercato asiatico dove si sta sviluppando un forte collezionismo sia privato che istituzionale.

Giulia Gregnanin

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Loose 2k17, eredità e naufragio

Mappe sbagliate portano a luoghi migliori. Lo slogan di questa terza edizione di Loose illumina la forma paradossale del festival: un tentativo cosciente di sbandare, percorrere il sentiero sbagliato, naufragare. I situazionisti francesi adottavano le forme espressive proprie del sistema capitalista e ne alteravano il contesto, trasformandole in armi di creazione e critica – un’operazione che Guy Debord chiamerà deceptive détournement (dirottamento ingannevole). Secondo una strategia simile Loose ribalta le dinamiche proprie dei grandi festival internazionali, generando un momento intimo di radicale condivisione, incontro di artisti, pubblico e location. Una volontà restituita quest’anno dal simbolo della conchiglia, al tempo stesso rifugio e cassa di risonanza, luogo tanto famigliare quanto irriducibilmente alieno. Da due anni collaboro con Matteo Pit, direttore artistico di Club Adriatico, immaginando con entusiasmo quali possibilità offre e nasconde il formato festival. Questo articolo è il riassunto di più discussioni, e un’introduzione all’edizione 2017 di Loose.

Oltre il rumore irregolare di stabilimenti e serate, la riviera romagnola trasmette senza interruzione un accordo dissonante. Una vibrazione che emerge dal territorio e comunica che qualcosa è andato storto; un’apocalisse lenta, più simile alle fughe di petrolio delle piattaforme adriatiche che a un fungo atomico. La massiccia economia turistica locale, in crisi da decenni, ha assunto la forma di una cicatrice lunga da Marina Romea a Riccione, costellata di club divorati dall’edera o dai compromessi economici, che ne hanno sterilizzato la proposta artistica. Il progetto Club Adriatico ha la volontà di riaprire la ferita – e l’espressione radicale di Loose somiglia forse a un’infezione, il più disperato tentativo di coltivare la vita sopra un tessuto morto.
Il fecondo passato dei club romagnoli ha generato un’eredità complessa, trama di generi in trasformazione lungo chilometri e decenni, tessuta da differenti locali, organizzatori, pubblici, economie e stupefacenti. In questa rete vi sono fili e nodi che Club Adriatico osserva con interesse, come la stagione cosmic che dai primi anni ‘70 a metà degli anni ‘80 espresse con un approccio unico a livello internazionale l’identità visiva e musicale delle serate. L’aspetto dei locali, costruiti e decorati secondo i tropi della fantascienza o dell’esotismo, introduceva la volontà fondamentale di creare una dimensione aliena: singoli radiofonici e rarità si mescolavano in un liquido denso, che rapiva i presenti alimentandone la curiosità oltre il termine della serata. Un ulteriore riferimento è il periodo di grande prosperità economica degli anni ‘90, che accompagnò l’evoluzione del new beat verso le influenti sfumature italiane di hardcore e trance.
Fulcro geografico del progetto Club Adriatico è l’ex raffineria di zolfo Almagià, un complesso industriale del porto di Ravenna, punto di sbarco del dirottamento nei confronti delle logiche di mercato che guidano la direzione dei grossi eventi musicali. Assumere una posizione del tutto esterna rispetto ai circuiti internazionali di club e festival consente di evocare nuovamente le stagioni musicali più fertili del territorio romagnolo, raccogliendo con indipendenza le nuove forme radicali di ricerca sonora. Loose si configura come il momento più intenso della programmazione annuale di Club Adriatico, offrendo ad artisti italiani ed esteri una dimensione di totale libertà nell’espressione della loro musica, qualunque siano le forme della loro performance, esperienza o background culturale.

La terza edizione di Loose avverrà a Ravenna dal pomeriggio di sabato 29 alla notte di domenica 30 aprile. I set serali eseguiti nell’area container prima dell’apertura dell’Almagià verranno trasmessi in streaming online sulla piattaforma di Berlin Community Radio. 

Un ringraziamento speciale a Matteo Pit, Marco Molduzzi, Fabrizio Brasini, Gianluca Gabellini, Giacomo Lepori e a tutto lo staff di Club Adriatico.

Ruben Spini

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Alessandro Bava e Tenzing Barshee su Spazio Artisti, Napoli

Alessandro, come e perché nasce Spazio Artisti?

Alessandro Bava: Spazio Artisti è un esperimento domestico di convivenza tra la mia famiglia e i residenti. Mi interessava mettere a disposizione di artisti e architetti della mia generazione, per alcuni mesi all’anno, un appartamento a Pozzuoli che il resto del tempo i miei genitori affittano online. Quindi, qualche anno fa, con l’artista Marlie Mul, che era mia ospite a Pozzuoli, pensammo di trasformare il via vai di ospiti in un vero e proprio programma di residenza.

Lei realizzò una serie di fotografie, una specie di branding. Scegliemmo il nome come un omaggio semi-serio all’Artists Space di New York: l’ho sempre ritenuto un posto speciale per la sua storia e la sua programmazione attuale. È poi l’arte contemporanea a Napoli, dai tempi di Lucio Amelio, ha una strana ossessione con New York e l’America (che condivido!), quindi mi sembrava appropriato iniziare una strana copia italiana, provinciale, e familiare di un’istituzione americana.

Quale contributo vorresti che la residenza desse al panorama artistico locale? 

AB: Spero che la residenza contribuisca a connettere artisti e architetti internazionali e con quelli napoletani e che gli ospiti riescano a investigare un lato di Napoli alternativo ai cliché rappresentativi che anche le istituzioni artistiche della città continuano a sostenere: la città dei palazzi barocchi, quella borbonica e polverosa che affascina i turisti. A me interessa la Napoli moderna: le invenzioni e i fallimenti di una città mediterranea che ha provato a costruire la propria versione di modernità nonostante le piaghe della criminalità e le difficoltà strutturali causate dal processo imperfetto dell’unificazione italiana. Napoli oggi è per me la provincia, con le case popolari costruite dai gradi architetti italiani, il centro direzionale di Kenzo Tange, e la Posillipo borghese, con i palazzi d’affitto alla milanese. Spazio Artisti è parte della provincia moderna, a ridosso dei Campi Flegrei, un territorio sviluppato su un mastodontico vulcano attivo che per i Romani era l’ingresso dell’inferno.

Hai dei modelli a cui hai guardato mentre progettavi la formula di Spazio Artisti? 

AB: Sicuramente la residenza per artisti e architetti del MAK Center di Los Angeles di cui sono ospite al momento.

Tenzing, venerdì la galleria Acappella di Napoli inaugura la mostra “Solo cose belle” con opere degli artisti Daphne Ahlers, Vittorio Brodmann, Daniel Faust e Lilli Thießen. Tre di loro hanno partecipato insieme a te alla prima residenza di Spazio Artisti, e in un certo senso la mostra conclude quest’esperienza. In che modo condividere la tua vita quotidiana con gli artisti ha influenzato la tua comprensione della loro pratica e, di conseguenza, ha influito sulla forma finale della mostra?

Tenzing Barshee: La vicinanza e la condivisione di un periodo così intenso con Daphne, Vittorio e Lilli ha sicuramente influenzato i modi di lavorare su questo progetto. Credo di essere abituato a una distanza maggiore. Quest’esperienza ha rappresentato però un momento importante di apprendimento e umiltà; ha dato forma alla mostra e alla mia comprensione di essa in modi che sto ancora cercando di afferrare.

Pensi che i progetti che Daphne, Vittorio e Lilli hanno sviluppato durante la residenza riflettano il paesaggio visivo e culturale di Napoli?

TB: Molte delle opere sono state effettivamente spedite dall’estero. Quelle terminate nel corso della residenza riflettono in qualche modo il paesaggio culturale o visivo in modi molto sottili e intelligenti. Ma l’essenza di come sono state concepite queste opere proviene anch’essa da lontano. Direi piuttosto che quest’esperienza – la residenza e la mostra – determineranno le nostre intenzioni nel futuro prossimo. Spero quindi che tutti noi potremmo prelevare pezzi di Napoli e portarli con noi ovunque andremo.

Michele D’Aurizio

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Fondazione Malutta

Marco Tagliafierro: Descrivete l’atmosfera di Fondazione Malutta a metà tra una bottega rinascimentale e un party improvvisato in un luogo segreto. Perché la parola Fondazione nel vostro nome?

Fondazione Malutta: Una delle figure retoriche presenti in poesia è l’ironia, che consiste nell’affermare qualcosa che è esattamente il contrario di ciò che si vuole intendere. Si tratta di un tipo di comunicazione che richiede la capacità di cogliere l’ambiguità sostanziale dell’enunciato. Fondazione Malutta straborda di ironia.

MT: Per il vostro statement avete minato uno dei più grandi tabù ancora attivi nel contemporaneo, anche per ciò che concerne le arti visive: “l’arte è allergica ai confini”, con confini intendo non solo le aree di provenienza culturale, mi riferisco agli iati generati dai differenti contesti formativi e soprattutto di curriculum. Come riuscite ad essere così sottili e coraggiosi? 

FM: Fondazione Malutta conta più di trenta artisti tra i 20 e i 35 anni. Il nostro è un confluire di gradi di esperienza differenti volti ad arricchire la qualità e la ricerca comune. Più che coraggiosi ci piace definirci fortunati. Grazie dei complimenti comunque!

MT: Tra il vostro intervento all’interno del Padiglione Albanese durante la XV Biennale di Architettura a Venezia e la mostra ospitata questo mese al Tulla Culture Center di Tirana avete consolidato una vostra convinzione teorica: “non c’è punto d’arrivo ma è lo spostamento il vero luogo in cui stare”, come si è sviluppata ed è maturata questa presa di coscienza?

FM: La nostra convinzione non è solo un’attitudine allo spostamento fisico, ma soprattutto è un approccio al lavoro in cui è necessario spostare idee e immagini. Ne è esempio la collaborazione con l’architettura immateriale del Padiglione Albanese, il cui progetto approfondiva il tema del cambiamento e del dislocamento. Qui, nella duplice veste di ospiti e stranieri, abbiamo incontrato i canti iso-polifonici che invisibilmente ne costruivano lo spazio. I lavori sviluppati sono stati esposti quattro mesi dopo proprio in Albania, evidenziando così i concetti di migrazione ed espatrio di cui il Padiglione era portavoce.

MT: Premettendo la mia totale stima per Paola Capata che vi ha ospitato da Monitor, vorrei chiedervi di raccontare che approccio avete adottato lavorando con una galleria d’arte così affermata.

FM: Come si è detto prima parlando di confini, nel nostro fare partiamo sempre dal presupposto di un collettivo “sconfinato”: il pensiero è che ad un certo punto il dialogo che si crea diventi una pratica sociale, capace di ampliarsi su strade al di fuori di ogni contesto, al di là di chi ne fa parte o del luogo in cui viene espressa. Si tratta di estendere la sua natura e vedere il tutto come parte di una composizione unica. Paola Capata ha accolto questa nostra esigenza e coraggiosamente ci ha aperto le porte di Monitor.

MT: Last but not least, come finanziate i vostri progetti?

FM: Colletta fioi! I nostri progetti sono principalmente auto-sostenuti. In alcuni casi abbiamo ricevuto dei finanziamenti, come è avvenuto con la Galleria Monitor e il Tulla Culture Center.

Marco Tagliafierro

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Alessandro Rabottini su miart, Milano

Hai parlato di miart come di un “ritratto della città” che racchiude il moderno, il contemporaneo e anche il design. A tuo parere la fiera può assumere il carattere di un evento culturale oltre che commerciale?

Sì, assolutamente. In questo momento i due aspetti in una fiera non possono essere percepiti in modo distinto. Siamo abituati a vederli come se fossero quasi in contraddizione, ma nel progettare una fiera bisogna tener conto di due poli di un’equazione: le gallerie e i collezionisti. Perché questi si incontrino è ovviamente necessario portare in fiera gallerie e opere di qualità, considerando il fatto che i collezionisti viaggiano anche perché attratti da una città con un’ampia offerta espositiva. Questo significa che l’aspetto culturale e quello commerciale devono coesistere.

Ci sono dei cambiamenti nelle sezioni e anche un’aggiunta. Che cosa è differente rispetto allo scorso anno e cosa rimane immutato?

Ad esempio, quella che l’anno scorso era “THENow”, quest’anno si chiama “Generations”. La sezione era pensata per stare al centro della fiera e unire moderno e contemporaneo, due aree che si portano dietro pubblici diversi il cui incontro può dare alle gallerie la possibilità di espandere il loro bacino d’utenza. Se prima l’idea si basava sul dialogo tra un artista storico e uno contemporaneo, da quest’anno a confrontarsi saranno artisti di generazioni diverse. Questo per due motivi: il primo è che credo che gli artisti pensino alla storia dell’arte in modo molto più libero rispetto alla successione cronologica cui si è abituati; il secondo è che in questo momento storico tendiamo a una visione delle cose molto più sinottica e simultanea. L’idea è chiedersi se esiste ancora il concetto di generazione, perché viviamo una contrazione del gap temporale tra una generazione e l’altra e, di conseguenza, assistiamo a un’accelerazione nella differenza di sensibilità e linguaggio tra generazioni.
“On Demand” è una sezione che non esisteva e che non sarà concentrata in un luogo fisico specifico ma i lavori che ne fanno parte saranno esposti negli stand, dislocati nella fiera. Ci saranno opere che utilizzano media diversi: dall’installazione, progetti che non esistono oggi ma che potrebbero essere realizzati, fino a opere che per loro natura hanno bisogno di una manutenzione perché contengono un elemento organico o performativo. Queste opere vivono grazie a una stretta relazione con chi le vede o con chi le possiede e abbiamo pensato fosse necessario mostrare questo rapporto vitale del collezionismo con l’opera.

Quest’anno ci sono anche premi per ogni sezione.

Sì, siamo riusciti a introdurre tre nuovi premi che si aggiungono a quelli confermati dalla scorsa edizione.
Uno per la sezione “Object”, realizzato grazie al supporto di CEDIT Ceramiche d’Italia. La collezione del Triennale Design Museum è la destinazione finale di questo premio in forma di acquisizione per un designer italiano emergente. Credo che questo sia importante perché dimostra come la fiera possa agire da ponte tra eccellenze italiane ben al di là dei quattro giorni della sua apertura.
Value Retail invece è il partner del premio Fidenza Village per “Generations”. Si tratta di un premio di 10.000€ che andrà alle due gallerie che avranno sviluppato il dialogo migliore all’interno di questa sezione. I premi sono importanti come riconoscimento alla grande progettualità che le gallerie esprimono.
C’è un premio anche per la nuova sezione “On Demand”, sempre di 10.000€. Si tratta di una collaborazione con Snaporazverein, un’associazione svizzera che supporta performance e opere sperimentali come installazioni multimediali, nata su iniziativa di Federica Maria Bianchi, collezionista privata con una passione per tutto ciò che ha a che fare con le arti sceniche e il coinvolgimento del pubblico. È importante sottolineare che il premio andrà a una produzione futura dell’artista che la giuria internazionale deciderà di premiare. Anche in questo caso credo sia un bel risultato il fatto che miart possa avere un’emanazione anche oltre il periodo della fiera.
Sono inoltre confermati il premio Herno al miglior stand, il premio per la sezione “Emergent”, il cui partner per la prima volta quest’anno è la piattaforma di crowdfunding online per l’arte contemporanea BeArt e il premio Rotary Club Milano Brera per l’Arte, che prevede l’acquisizione di un’opera da destinare a un’istituzione milanese.
Confermato inoltre il Fondo di Acquisizione Fondazione Fiera Milano “Giampiero Cantoni” per un valore di 100.000€, cosa di cui sono estremamente felice e orgoglioso.

Mentre team e struttura organizzativa sono cambiati? 

Ci sono stati cambiamenti e altrettante conferme. C’è stata l’introduzione di una figura che si occupa delle relazioni con gli espositori e dei progetti speciali che è Oda Albera. Sentivamo il bisogno di avere qualcuno nel team che venisse dal mondo delle gallerie e Oda ha lavorato per dieci anni come direttrice della galleria Massimo De Carlo.
Alberto Salvadori lo scorso anno aveva curato “Decades” e continuerà a farlo, ma la sua responsabilità come curatore ora si estende a tutta l’area del moderno: dato l’ottimo lavoro fatto nella passata edizione su Decades aveva senso che interessasse tutto questo settore.
“Generations” ha come curatori Douglas Fogle da Los Angeles e Nicola Lees da New York, mentre i curatori dei miartalks sono Ben Borthwick e Diana Campbell Betancourt. Realizzati per il secondo anno consecutivo con In Between Art Film, la società di produzione fondata da Beatrice Bulgari, i miartalks avranno anche in questa edizione un focus tematico molto preciso, che sarà il presente e il futuro delle biennali e delle grandi mostre periodiche nel mondo.
Per finire, la selezione delle gallerie emergenti non ha più un curatore ma un Advisory Committee composto da quattro gallerie presenti nella sezione “Established Contemporary” ma che, per la tipologia del loro lavoro, sono in connessione con artisti e gallerie più giovani, si tratta di: T293, Emanuel Layr, Seventeen e Zero…
Dico sempre che miart è una fiera polifonica, fatta di tante voci, perché da più prospettive parli e maggiore sarà il numero degli interlocutori che riuscirai a raggiungere.

La fiera ha un ruolo attivo rispetto a ciò che accade in città durante la Milano Art Week? C’è un coordinamento oppure dopo i primi anni di ricostruzione della rete, ora tutto accade un po’ di conseguenza?

Da anni lavoriamo con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano al coordinamento di un tavolo di lavoro tra le istituzioni pubbliche e private, attive nella promozione dell’arte moderna e contemporanea. Dato il numero elevato di iniziative, quest’anno la Milano Art Week inizierà addirittura dal lunedì anziché dal mercoledì, e questo è un segnale di quanto il sistema dell’arte della città senta profondamente questo momento e di quanto vivace sia il momento che Milano sta vivendo. Credo davvero che la nostra città stia trascorrendo una fase incredibile ormai consolidata da anni. Ci sono mostre e progetti che inaugurano durante la settimana di miart e proseguono durante il Salone del Mobile, consolidando una struttura che mette Milano al centro dell’attenzione internazionale in un arco di tempo di due settimane.

In senso inverso, invece, a Milano diverse sono le realtà che si sono distinte: penso ad esempio all’apertura della Fondazione Prada, all’alta qualità delle mostre proposte da HangarBicocca e Fondazione Trussardi. Quanto questo tessuto ha contribuito a far crescere anche miart?

Enormemente. Penso che una fiera non possa funzionare se non ha un contesto come questo che la ospita. Per lo stesso motivo di cui parlavamo prima: molte persone visitano una fiera anche perché vogliono visitare quella determinata città in un momento particolare dell’anno, è impensabile credere che una fiera possa funzionare se non funziona il contesto in cui essa vive. Personalmente sono molto riconoscente sia agli espositori che investono su di noi, sia a chi rende possibile il fatto che quei giorni siano così densi.
Noi accendiamo i riflettori per una settimana, ma la progettualità e la qualità della proposta espositiva cittadina di cui parli tu, viene espressa tutto l’anno dagli attori attivi in città e ciò crea una solidità strutturale percepita sia a Milano sia all’estero.
Ho vissuto a Milano dal 2001 e l’energia e la qualità che ci sono ora le sento e le vedo per strada, nelle persone che incontro. La città sta attraversando un momento di grazia incredibile che ricorderemo per molto tempo.

Siamo uno dei paesi con l’imponibile Iva più alta nella vendita di opere d’arte. Quanto aiuterebbe le gallerie e le fiere italiane una modifica dell’aliquota? 

Sicuramente aiuterebbe molto, agevolerebbe gli scambi. C’è da dire anche che pur essendo vero questo discorso va contestualizzato all’interno di uno scenario più ampio.
Bisognerebbe però smettere di pensare al collezionismo privato come a un fatto privato, perché in realtà ha una ricaduta pubblica: stimola l’economia legata all’arte, permette agli artisti di lavorare e alle gallerie di fare progetti, ma se riconosciuto può aiutare enormemente il lavoro delle istituzioni pubbliche per quanto riguarda la costruzione delle collezioni e la formazione della memoria collettiva.

Per questo tuo primo anno di gestione ti sei dato degli obiettivi? Quali?

Questa edizione per me è di consolidamento, quindi l’obiettivo è quello di rendere più solida la fiera. miart negli ultimi anni ha fatto tantissimo e sono contento di averne fatto parte prima come coordinatore curatoriale e responsabile dei talk e poi come vice-direttore, ma non mi prendo la paternità di questo successo, perché Vincenzo De Bellis ha fatto un lavoro enorme di riposizionamento.
C’è anche il tema legato all’espansione, che però non deve essere interpretato solo in termini numerici: c’è una forma di espansione orizzontale fatta di dati (quest’anno abbiamo 20 gallerie in più), ma ci dev’essere anche un’espansione verticale, di approfondimento dei contenuti. Gli espositori portano dei progetti di enorme qualità ed è nostro dovere lavorare ancora per fare in modo che vengano recepiti dal pubblico.
Se funzionerà ne trarremo vantaggio tutti, la città e anche la nazione, perché visitare una città significa sentire un paese. Se le cose andranno bene non ne farò una vittoria personale ma sarà una vittoria di tutti e non lo dico per sembrare umile, ma perché tecnicamente è così.

Angela Maderna

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