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Zoe De Luca su PANORAMA

Nell’introduzione a PANORAMA – una raccolta di circa sessanta interviste con figure emergenti nel panorama milanese che hai recentemente curato per Diorama Editions – definisci queste persone “creativi”. Immagino, però, che molti degli artisti invitati non si riconoscano in questo appellativo e possano trovarlo addirittura offensivo. E allora ti domando: credi che la produzione artistica a Milano debba riconoscere (e in un certo senso assoggettarsi) all’egemonia dell’industria della creatività? 

La comunicazione è stata una parte complessa del progetto, dato che si è delineato per gradi, in modo organico. E vista l’impossibilità di restituire uno spettro completo, definire “creativi” i profili selezionati è stato il compromesso per rappresentarne la molteplicità. Detto questo, la risposta è no. C’è una zona grigia tra riconoscimento e sottomissione, ma se la produzione artistica locale fosse rimessa a quell’egemonia, non avremmo avuto molto di cui parlare.

Con quali criteri hai selezionato le figure intervistate? 

Il metodo non è derivato unicamente da me: Mattia Capelletti e Ingrid Melano hanno seguito con me lo sviluppo dell’antologia, dalla scelta del nome alla produzione dei contenuti, influenzandone quindi la selezione. Il denominatore comune per la scelta delle figure era la loro presenza attiva nel territorio milanese: l’intento era raccontare un insieme variegato e plasmabile dal contesto di cui fa parte. Abbiamo cercato profili con diverse esperienze, ricerche e pratiche senza particolari pronostici sul risultato; e il cerchio si è chiuso in modo spontaneo, in base alla risposta dei diretti interessati.

PANORAMA mi ricorda Autoritratto di Carla Lonzi. Le interviste non sono montate in un unico flusso come accade in Autoritratto; ma basta approcciare il volume un pelo più fluidamente per ritrovare un’esperienza simile. Le interviste inoltre sono spesso state registrate negli studi degli artisti, alla ricerca – sembra – di uno scambio “largamente comunicativo e umanamente soddisfacente”, come direbbe Lonzi. Come definiresti quindi il tuo ruolo rispetto al progetto di PANORAMA? 

I dialoghi hanno avuto luogo in casa o in studio – quando ce n’era uno; questo è stato un ulteriore input per focalizzarci sul luogo e il momento di questo approfondimento, spingendoci a parlare sia della produzione degli intervistati che della sua contestualizzazione, di peculiarità e problematiche. Negli ultimi anni i giovani artisti che vivono a Milano hanno creato un clima fertile e collaborativo che, con chi mi ha affiancato, ho voluto documentare e condividere. Credo che il mio ruolo sia il riflesso della necessità di approfondire e fare un punto della situazione, provando a interpretare un sentire diffuso. Per rispondere con le parole della stessa Lonzi, “non sono più un’estranea.”

Attraverso le sessanta interviste, saresti in grado di evidenziare tematiche, procedure operative, attitudini che accomunano le ricerche degli artisti milanesi?

In molti sono proiettati verso temi universalmente attuali, come indagini sul linguaggio o speculazioni sul digitale, relazionandosi così con il lavoro di chi ha vent’anni in più o in meno di loro. Ma c’è anche chi lavora in modo totalmente introspettivo e chi sperimenta senza sosta sulla materia, fisica o sonora che sia; fortunatamente c’è vera eterogeneità e attitudine collaborativa.

 

Michele D’Aurizio

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Aram Moshayedi su Made in L.A. 2016

Il 12 giugno ha aperto la terza edizione della Biennale promossa dall’Hammer Museum “Made in L.A.”. Questa edizione, che hai co-curato insieme a Hamza Walker, è intitolata “a, the, though, only”. Avete cercato artisti il cui lavoro è in qualche modo connesso alla città di Los Angeles? Credi ci sia qualcosa di caratteristico nell’arte della città, oppure si tratta solamente di opere realizzate in quel determinato confine urbano?

Abbiamo cercato di evitare che la Biennale fosse interpretata come un’indagine su Los Angeles; anche se, ovviamente, la città emerge in diverse opere in mostra. I cliché legati a Los Angeles continuano a essere persistenti, persino quando sono contradditori. Abbiamo tentato dunque di lasciarci alle spalle le nostre certezze, evitando qualsiasi argomento che potesse essere interpretato come esclusivamente legato al contesto. “Made in L.A” tenta di esprimere uno sguardo interiore, un’amplificazione. La prima Biennale del 2012 riguardava la creazione di una piattaforma per artisti che vivono e lavorano qui. È facile che dall’esterno l’arte prodotta a Los Angeles sembri legata a una ristretta cerchia di uomini bianchi, acclamati dal mercato; ma questa non è la realtà del luogo.

Nella mostra sono presenti artisti in diverse fasi della loro carriera. Da figure affermate ad artisti emergenti, fino a figure più storicizzate e fin ora raramente considerate. Sono personalmente interessato all’inclusione di Kenzi Shiokava e Huguette Caland. Come mai avete deciso di includerli? Cosa rappresentano?

Ci sono una manciata di “mini-mostre” che attraversano la mostra principale. Caland e Shiokava, in particolare, sono due esempi in cui abbiamo assemblato una vasta gamma di lavori così da riflettere sul lungo arco delle loro rispettive carriere. Piuttosto che selezionare artisti che hanno lavorato per decenni in relativa oscurità e considerarne solo un particolare periodo o un corpus di lavori, abbiamo scelto di seguire un impulso retrospettivo. Condensare il lavoro di una vita in una mostra di questa scala rappresenta una sfida. Ancora più arduo è prendere figure come Caland e Shiokava e metterle in relazione ad artisti come Daniel R. Small, che negli ultimi sei anni ha lavorato a un progetto sullo scavo archeologico dove Cecil B. DeMille ha filmato nel 1923 I Dieci Comandamenti.  Mentre gli sguardi e gli approcci di qualcuno come Small differiscono da quelli degli artisti più vecchi che ho menzionato, la profondità, l’intensità e il peso concettuale di questi gesti è onestamente alla pari con il loro impegno condiviso e il loro rigore.

 

Eli Diner

 

(Traduzione dall’inglese di Giulia Gregnanin)

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Intervista a Giovanni Marta su Vulcano e Ossessione Vezzoli

Vulcano è una società che opera trasversalmente nei settori dell’arte contemporanea, della cultura e del business. Come nasce la produzione di un film sul sistema dell’arte contemporanea?

Nasce da un percorso intrapreso partendo dal sostegno della produzione nel mondo dell’arte. Individuando un artista di interesse, Vulcano fornisce i mezzi per la realizzazione dell’opera con una predilezione per il mezzo espressivo del video. Negli anni abbiamo costruito internamente e attraverso delle collaborazioni consolidate una competenza in termini di risorse e conoscenze tecniche tali da poter ambire a un progetto cinematografico – le stesse competenze che mettiamo a disposizione delle aziende con cui collaboriamo.

Cosa ti ha convinto a produrre il docu-film “Ossessione Vezzoli” (2015), diretto da Alessandra Galletta?

Alessandra me ne ha fatto innamorare presentandomi il progetto e l’incontro con Francesco Vezzoli è stato determinante. Poi la decisione di investire come Vulcano è arrivata dalla consapevolezza di poter contare su un team di persone preparato ed entusiasta, guidato da un direttore di produzione unico come Nico Covre.

Conoscevi già il lavoro di Vezzoli come artista?

Conoscevo il lavoro di Francesco in modo superficiale. Poi ho iniziato a documentarmi cercando su Internet e chiedendo pareri sul suo lavoro a conoscenti e amici del mondo dell’arte raccogliendo principalmente indicazioni non del tutto positive. Parallelamente, parlando con Alessandra, scoprivo via via una profondità e un’infinità di connessioni sul suo lavoro che cozzavano profondamente con quanto avevo raccolto per mio conto e questo ha aumentato a dismisura il mio interesse e la mia curiosità per il suo lavoro. Ora, a produzione ultimata, posso dire di aver avuto la possibilità di comprendere la profondità e il valore assoluto del suo lavoro come artista e di poter constatare la grande dedizione e preparazione di Francesco come uomo e professionista.

Come avverrà la distribuzione e dove sarà presentato il docu-film?

Il film seguirà due canali di distribuzione paralleli. Per quanto concerne i canali abituali del cinema e della televisione, abbiamo scelto per l’Italia la società di distribuzione Fil Rouge; mentre per il mercato internazionale la società di distribuzione sarà RAI COM. Il film è stato presentato per la prima volta in Italia a Biografilm a giugno e si prevede un’uscita nelle sale nel periodo tra la fine del 2016 e la primavera del 2017. Per quanto riguarda i canali dell’arte, presenteremo il docu-film in musei selezionati sulla base di iniziative che verranno via via pianificate con Francesco e di cui al momento non vogliamo svelare nulla.

 

A.R.

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Photo España 2016 / Madrid

Ormai giunto alla Diciannovesima edizione PhotoEspaña propone al pubblico una visione d’insieme sulla fotografia del continente europeo. Il festival internazionale della fotografia del visual arts ha inaugurato il primo giugno a Madrid e sarà visitabile sino al 28 agosto.

A confronto giovani fotografi contemporanei e maestri della fotografia internazionale che portano alla luce le complessità e differenze culturali delle aree del vecchio continente. Attraverso diversi stili di fotografie come il foto reportage, i documentari ed il foto giornalismo di moda per citarne alcuni, gli artisti suggeriscono una riflessione legata al concetto di tempo e di memoria storica. Il tempo passato, ormai trascorso ma che influenza il nostro presente: e quello presente, che dopo poco sarà passato; la fotografia consente di congelare il tempo definendo la nostra memoria storica. Sono oltre 94 le esposizioni in mostra e 330 gli artisti del festival iberico.

Miroslav Tichý, “Untitled” Circa 1960-1980. Pieza única. Gelatina de plata sobre Baryt. © Foundation Tichy Ocean. Cortesía Ivorypress
Miroslav Tichý, “Untitled” Circa 1960-1980. Pieza única. Gelatina de plata sobre Baryt. © Foundation Tichy Ocean. Cortesía Ivorypress

Così in questo percorso Il Museo del Romanticismo ospita la mostra del celebre e contestato fotografo ceco Miroslav Tichý (Kyiov 1926 – 2011). Prima artista e poi fotografo, i lavori di Tichý si focalizzano principalmente sul corpo femminile, ritratto sia nudo che vestito. L’influenza della pittura che coltiverà fino alla fine degli anni ’50, sarà sempre presente nelle sue fotografie, anche nelle ultime, spesso segnate da interventi pittorici. La maggior parte degli scatti di Tichý sono stati rubati di nascosto: non era un suo particolare interesse ricevere il consenso per l’autorizzazione alla diffusione delle immagini, tutto doveva avvenire con la massima spontaneità. Colte en plain air, per le strade di Kyjov, gli scatti mostrano la vita sociale del paese, sebbene lui ne vivrà ai suoi margini. Personaggio ribelle ed alquanto fatalista, Tichý si schiera politicamente da subito contro il regime comunista, da cui viene perseguitato passando anni di prigionia tra carceri ed ospedali psichiatrici.

Lucia Moholy, “Walter Gropius”, 1926 © Lucia Moholy, Bauhaus-Archiv Berlin
Lucia Moholy, “Walter Gropius”, 1926 © Lucia Moholy, Bauhaus-Archiv Berlin

La tradizione fotografica storica proveniente dall’est Europa prosegue negli spazi di Loewe, che ospita con il progetto “ A hundred years later” il lavoro lineare di Lucia Moholy (Prague 1894). Moglie dell’artista Lazlo, il lavoro di Lucia è ricordato con una raccolta di immagini che ne evidenziano il rigore quasi geometrico proprio dello scuola del Bauhaus, sottolineandone anche un aspetto avanguardistico dettato dall’uso dei chiari -scuri e dall’utilizzo delle nuove prospettive .

Decisamente concettuale il lavoro “A-Z Illustrated Dictionary” del polacco Andrzei Tobis (Wieluń – Poland 1970) in esposizione al Museo Lazaro Galdiano. L’artista ha come punto di partenza il vocabolario illustrato tedesco-polacco pubblicato nella Germania dell’Est nel 1954 nato con lo scopo di facilitare la comprensione delle parole attraverso l’uso delle immagini. Nel 2006, seguendo le definizioni suggerite dal dizionario, Tobis decide di crearne uno nuovo. Il lavoro ri-inizia con la produzione di nuove immagini. Scattate unicamente in Polonia, le fotografie spesso mostreranno l’incapacità della parola di indicare con precisione l’immagine che vediamo. Con riferimenti alla linguistica moderna, l’artista polacco riconosce nella lettera la realtà astratta che utilizziamo per definire il mondo e l’immagine rappresenta il tentativo di controllare l’idea e l’oggetto definito. Il viaggio fotografico e di ricerca nel “vocabolario passato” è stato essenziale per la costruzione di A-Z: Tobis ha infatti vissuto metà della sua vita sotto il regime comunista e l’altra all’interno del nuovo sistema. In questo divario temporale, suggerisce Andrzei, il significato di alcune parole è variato nel tempo dando spazio alla possibilità di ricreare un “mondo nuovo”.

Inge Morath, “Cerca de Viena”, 1958 © Inge Morath
Inge Morath, “Cerca de Viena”, 1958 © Inge Morath

Questa volta attraversiamo il territorio dell’Est Europa per raccontare l’avventuroso progetto “Danube Revisited: The Inge Morath Truck Project “in omaggio a Inge Morath (Graz, Austria 1922 – 2002) la prima donna fotografa ad essere ammessa a Magnum Agency. Oltre ad aver preso parte alla celebre agenzia francese, Morath è ricordata come pioniera nella storia della fotografia femminile. Dopo la sua morte nel 2002 viene indetto un premio in suo onore – The Inge Morath Award – vinto nel 2014 da otto giovani donne. Il progetto, ospitato alla Fondacion Telefonica, documenta il viaggio delle giovani under 30 che a bordo di un camion hanno percorso il 34 giorni lo stesso tragitto intrapreso in più tranches dalla Morath. Dalla sorgente del Danubio, nella foresta Nera, sino alla sua ultima foce nel Mar Nero. Con 8 ore al giorno per fotografare le ragazze catturano la complessità culturale e la diversità sociale della zona. Come nel caso di Clair Martin, l’australiana del gruppo, che coglierà la forte cultura maschilista presente nelle tra le Roma communities.

Shirley Baker, “Salford”, 1962 © Shirley Baker
Shirley Baker, “Salford”, 1962 © Shirley Baker

Anche la fotografia di strada di Shirley Baker iberna il tempo svelando nei minimi dettagli gli angoli, anche i più nascosti, della Manchester degli anni ’60. Nel secondo dopo guerra nel nord Inghilterra iniziò una forte demolizione dei vecchi edifici per dare spazio a nuovi complessi residenziali. La gente della classe operaia viveva per le strade, osservando da vicino l’abbattimento delle proprie case: quelle con sopra scritto Ex. Shirley Baker documenterà il tutto entrando molto in empatia con le famiglie che si trovarono dal nulla senza un’abitazione. Passerà oltre vent’anni, dal ’60 agli anni’80, a fotografare e regalare nuovi dettagli dello stesso quartiere.

Oltre ad avere la possibilità di ammirare i fotografi che hanno segnato la storia della fotografia europea, PhotoEspaña fornisce allo spettatore uno spunto per una riflessione più completa sul concetto di Europa. Oggi più che mai tema di grande attualità.

 

Marta Massara

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What We Do for Money Manifesta 11 / Zurigo

Manifesta 11, l’ultima edizione della Biennale europea itinerante, si lega a Zurigo cercando di esplorare ciò che rende la città così efficiente: il lavoro. L’idea – alquanto superficiale – promossa dal curatore e artista Christian Jankowski è riproposta nel titolo della mostra “What We Do for Money” [“Cosa facciamo per soldi”], che sottolinea l’ovvietà per cui per sopravvivere economicamente occorre lavorare. L’esposizione feticizza l’idea che gli addetti al settore artistico possano interagire con i “lavoratori comuni”.  In aggiunta alla grande mostra collettiva, infatti, trenta artisti sono stati accoppiati a diverse figure professionali nell’ottica di creare delle joint venture in grado di innescare nuovi stimoli, sia per collaborazione che per contrasto.

Georgia Sagri, associata a un banchiere della Julius Baer, ha restituito un doppio ritratto della figura di colui che ospita e di chi è ospitato, attraverso l’analisi del rapporto tra lei e il banchiere e tra lei e l’istituzione di Manifesta. Sagri ha rifiutato di essere filmata per scopi documentari a meno che non venisse stipendiata come attrice per recitare il ruolo di se stessa. Manifesta ha declinato la proposta, così l’artista ha negoziato lungamente il contratto, per assicurarsi di avere un controllo totale sul suo lavoro, sulla sua presentazione e sulla propria immagine. Gli incontri sono stati filmati, entrando a far parte del suo progetto, rivelando sia un interesse che una scrupolosa abilità nello sfidare sistemi istituzionali di potere e di linguaggio. Il rifiuto da parte di Manifesta di mostrare pubblicamente i filmati ha portato l’artista a contattare lo spazio progetto zurighese Up State, così da completare non ufficialmente il progetto e restituirlo al pubblico, minando il controllo che l’istituzione cittadina credeva di avere sull’artista come sull’essere umano. Il film che ne risulta è intelligente e rivelante, e mostra delle radicate strutture istituzionali di potere alquanto sessiste. Gli impiegati di Manifesta, con i loro volti confusi e le loro voci minacciose e sinistre, reagiscono malamente alla richiesta di Sagri di mantenere un’integrità artistica.

Continuando su questa linea, le collaborazioni di successo sono quelle che sono state capaci di andare oltre la semplice professione e a catturare la fugacità dell’elemento umano. L’opera The Zurich Load di Mike Bouchet però non fa parte di queste. Qui l’artista ha lavorato con un giardiniere esperto di scarti di piante, arrivando a creare solidi geometrici con le feci dei cittadini di Zurigo prodotte in una giornata. In una grande hall dal forte odore di ammoniaca, l’installazione rimanda in termini visuali alle opere di Walter De Maria, ma lo shock dal gusto vintage non risulta paricolarmente efficace.

Pablo Helguera invece presenta gli Artoons, ovvero fumetti in stile New Yorker disposti sulle pareti pubbliche del complesso del Löwenbräu. Sono battute che fanno leva sugli stereotipi del mondo dell’arte, alcune acute a altre più moralmente opinabili. Una vignetta raffigura un direttore di museo che introduce uno stagista non pagato come nuovo curatore, ma ciò che forse manca è la capacità di prendere una posizione in merito ai problemi sociali, limitandosi unicamente a identificarli.

L’opera di Leigh Ledare The Here and the Now (Zurich Groups 1:1) è una grande video installazione che mostra i frutti di una sessione di tre giorni con una terapista di gruppo, ovvero la figura lavorativa con cui è stato accoppiato. Il video è ipnotico e, allo stesso tempo, banale. Non dando incitamenti, il gruppo di ventidue persone siede per terra e inizia una chiacchierata, agitandosi goffamente. Ci sono lacrime, scuse e accuse sottili in un inglese dall’accento tedesco. È pura interazione umana, come un reality-show intellettuale senza alcuna manipolazione, ed è affascinante e rivelante in quanto riesce ad andare oltre il lato umano.

Come una maschera, i lavori che facciamo per denaro, nel bene e nel male, ci nascondono e ci aiutano. Il fallimento del tema di Manifesta risiede proprio nella sua connessione con la città di Zurigo. Qui ordine e responsabilità sociale non possono fare altro che sopraffare qualsiasi rapporto interpersonale.

 

Mitchell Anderson

(Traduzione dall’inglese di Giulia Gregnanin)

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Les Rencontres de la Photographie Arles 2016

È appena terminata la settimana di apertura dei Rencontres di Arles, uno dei più prestigiosi festival di fotografia internazionali che ogni anno concentra nel sud della Francia una delle combinazioni più riuscite e interessanti di fotografia documentaria e artistica, performance, installazioni e photobooks. Questa edizione, la seconda sotto la direzione di Sam Stourdzé, si confronta con il tema dell’Altro in tutte le sue declinazioni: il diverso, l’oppresso, l’eccentrico, l’emarginato, il non-umano – e lo fa con una delicatezza, un’originalità e una ricerca di qualità davvero uniche nel panorama di festival fotografici internazionali. Tenendo presente questo fil rouge abbiamo selezionato 10 mostre da non perdere nel ricchissimo programma del festival (le cui esposizioni durano fino al 25 settembre 2016).

Laia Abril, “Museum of contraception and Abortion, Vienna, Austria, August", 2015. Courtesy of the artist / INSTITUTE.
Laia Abril, “Museum of contraception and Abortion, Vienna, Austria, August”, 2015. Courtesy of the artist / INSTITUTE.

Laia Abril – A History Of Misogyny, Chapter One: On Abortion

A un primo sguardo la mostra di Laia Abril (Spagna, 1986) può sembrare fredda, clinica: immagini prevalentemente in bianco e nero, grafica essenziale, linee pulite. Poi inizi a guardare meglio – e a leggere. E ognuna di quelle immagini colpisce come un pugno nello stomaco. Laia Abril è un’artista, editor e book maker spagnola che da sempre si occupa delle “realtà scomode”, di quel rimosso collettivo della società occidentale che va dai disordini alimentari (A Bad Day, Thinspiration, The Epilogue) alle giovani coppie disoccupate che per guadagnare qualche centinaia di euro performano svogliati atti sessuali davanti a una webcam (Tediousphilla). Con On Abortion, a oggi il suo lavoro più complesso, Laia investiga lo stigma e le difficoltà che le donne devono affrontare ancora oggi per avere accesso a pratiche di aborto legali e sicure: dagli Stati Uniti, dove si rischia di essere accusate di feticidio, alla Polonia dove una donne malate terminali di cancro o a rischio di deterioramento irreparabile della vista possono vedersi negare l’interruzione di gravidanza, fino al Nicaragua dove l’aborto è vietato in qualsiasi circostanza e quindi una bambina stuprata dal padre si trova costretta a partorire, l’inchiesta di Abril procede per incursioni nel passato e squarci su realtà contemporanee poco conosciute costruendo un quadro che difficilmente lascerà lo spettatore indifferente.

Peter Helles Eriksen, Sara Brincher Galbiati e Tobias Selnaes Markusson, “Relais routier pour extraterrestres”
Peter Helles Eriksen, Sara Brincher Galbiati e Tobias Selnaes Markusson, “Relais routier pour extraterrestres”

Peter Helles Eriksen, Sara Brincher Galbiati e Tobias Selnaes Markusson – Phenomena, A Close Encounter With A Reality of Aliens and Ufos

“Nell’universo osservabile ci sono più di cento miliardi di galassie. La nostra galassia, la Via Lattea, contiene cento miliardi di pianeti. La terra è uno di essi” [TdA]  Peter Helles Eriksen (Danimarca 1984), Sara Brincher Galbiati (Danimarca, 1981) e Tobias Selnaes Markusson (Danimarca, 1982) applicano un approccio antropologico al fenomeno degli UFO: tra interviste a scienziati, giornalisti e ufologi amatoriali, incursioni in associazioni di persone convinte di essere state rapite dagli alieni e una raccolta meticolosa di materiali che vanno da documenti ufficiali firmati dal presidente degli Stati Uniti d’America alle fotografie dei pezzi di metallo trovati a Roswell, Eriksen, Galbiati e Markusson costruiscono una tassonomia per immagini di uno dei più potenti sistemi di credenze della modernità.

Yann Gross, “Jaguar”, 2015. Courtesy of the artist
Yann Gross, “Jaguar”, 2015. Courtesy of the artist

Yann Gross – The Jungle Show

Con The Jungle Show Yann Gross (Svizzera, 1981) ci trasporta in un viaggio esplorativo nell’Amazzonia contemporanea, un luogo che probabilmente ha perso l’aura mitologica delle classiche rappresentazioni occidentali – in cui evoca il selvaggio e l’esotico per eccellenza – ma che non manca di sorprendere: troveremo per esempio bambine che vengono chiamate con il nome di un antibiotico, insegnanti che portano con fierezza il nome “Hitler” o concorsi di bellezza estemporanei in cui la reginetta riceve in premio un intervento di chirurgia plastica. Con un mix di ritratti e di staged photo che campeggiano nella penombra da una moltidudine di lightbox retroilluminati, il fotografo svizzero dà vita al libro vincitore del Luma Rencontres Dummy Book Award 2015 con una delle installazioni più suggestive di questa edizione.

George Pal, “7 Faces of Dr. Lao”, 1964. Courtesy of the MGM
George Pal, “7 Faces of Dr. Lao”, 1964. Courtesy of the MGM

Scary Monsters!

Un vero e proprio bestiario contemporaneo: i curatori Marc Atallah e Fredéric Jaccaud ci accompagnano in una panoramica visuale del mostruoso e del transumano nel cinema: dalle creature leggendarie, alle escursioni stile uncanny-valley nei territori dei primati fino agli immancabili classici – alieni, zombie, vampiri e dinosauri – Scary Monsters! riesce a tenere assieme perfettamente il puro intrattenimento visivo con la domanda sottesa in ogni sezione dell’esposizione: se questo è il “mostruoso”, l’umano cos’è? E sono poi così diversi?

Hara Kiri, “Drunk Bison”, 1978. Photographer: Alain Beauvais. Courtesy of Collection Marc Bruckert & Thomas Mailaender
Hara Kiri, “Drunk Bison”, 1978. Photographer: Alain Beauvais. Courtesy of Collection Marc Bruckert & Thomas Mailaender

Hara Kiri

Thomas Mailaender e Marc Bruckert curano forse la mostra più estrema di questo Rencontres – estremamente scorretta, estremamente dissacrante, estremamente divertente: la retrospettiva del giornale satirico francese Hara Kiri. Dal 1960 al 1985 Hara Kiri ha continuato a produrre immagini oltraggiose che rompevano ogni schema – visuale e morale -, inaugurando un proprio stile riconoscibilissimo che, visto con gli occhi di oggi, appare di una modernità sconcertante, precursore indipendente di tutto un filone oggi decisamente più mainstream che passa dai memi della cultura web fino ai lavori del duo ToiletPaper.

Piero Martinello, “Giovanni, Chiuppano”. Courtesy of the artist and Luz
Piero Martinello, “Giovanni, Chiuppano”. Courtesy of the artist and Luz

Piero Martinello – Radicalia

, fotografo ritrattista con alle spalle una residenza a Fabrica, espone Radicalia, il progetto con il quale nel 2015 si era aggiudicato sempre a Arles il Photo Folio Review. In mostra troviamo i volti dei protagonisti dell’omonimo libro autoprodotto: eccentrici personaggi di paese, folli, devoti, mafiosi, suore di clausura e frequentatori di raves, persone che hanno abbracciato, deliberatamente o inconsapevolmente, forme di vita che deviano dalla norma. Martinello si interroga sul concetto di radicalità e sul valore della tradizione in un viaggio di scoperta attraverso l’Italia.

Ruth van Beek, “The Levitators”. Courtesy of the artist
Ruth van Beek, “The Levitators”. Courtesy of the artist

Fabulous Failures

L’esposizione curata da Erik Kessels (Paesi Bassi, 1966) potrebbe essere l’emanazione visuale di Failed it!, il libro che ha recentemente pubblicato per Phaidon. Ad attendere il visitatore un caleidoscopio di progetti artistici che utilizzano la fotografia in modo trasversale, spingendola fino ai propri limiti: dai puzzle di Kent Rogowski alle immagini accartocciate di Ruth Van Beek, dai malfunzionamenti tecnici di Joachim Schmid, abbracciati come improvvisazione artistica, fino alle installazioni sardoniche di Thomas Mailaender, Kessels ci presenta un tripudio di piccoli e grandi fallimenti, voluti e casuali. Una sfida all’ossessione per la perfezione che contraddistingue l’arte contemporanea e una celebrazione dell’errore come possibilità.

French war prisoners in the Königsbrück German camp, note on back: «Kriegsgefangenen-Sendung», circa 1915
French war prisoners in the Königsbrück German camp, note on back: «Kriegsgefangenen-Sendung», circa 1915

Sincerely Queer

Sébastien Lifshitz (Parigi, 1968) non è solo un affermato documentarista ma anche un raffinato collezionista di fotografie amatoriali capaci di mostrare una differente prospettiva sulla società, rivelando storie marginali o poco conosciute. Tra queste vi sono le immagini di Sincerely Queer, che immortalano il cross-dressing di uomini e donne dal diciannovesimo secolo fino agli anni Settanta. Che si tratti di un gioco, di una beffa caricaturale o di una rivendicazione dei propri diritti, il travestitismo non solleva domande solo sulle questioni di genere ma anche sulle modalità con le quali ci definiamo e rappresentiamo, nella sfera pubblica così come nell’intimità, in bilico tra censura e libera espressione.

MEJISHI, “Ogi, Sadogashima, Niigata prefecture”. Courtesy of the artist
MEJISHI, “Ogi, Sadogashima, Niigata prefecture”. Courtesy of the artist

Charles Fréger – Yokainoshima

L’artista francese Charles Fréger (Bourges, 1975) incentra la propria ricerca sul ritratto fotografico, focalizzandosi in particolare su soggetti in uniforme o mascherati, in un’indagine in cui lo studio dell’abito si trasforma in analisi antropologica dei costumi. Dopo aver immortalato le maschere e i travestimenti tradizionali dei selvaggi di tutta Europa nella celebre serie Wilder Mann, nel 2013 Fréger inizia un progetto sulle figure mascherate dei rituali giapponesi, riconducibili al folclore delle zone rurali del paese. La mostra Yokainoshima è il frutto di questa ricerca: una serie di ritratti di grandi dimensioni dove mostri, fantasmi, orchi e goblins acquistano una bellezza quasi scultorea.

Seeking to Belong, “Stranger in Familiar Land series”, Kibera, 2016. Courtesy of the artist.
Sarah Waiswa, “Seeking to Belong” dalla serie “Stranger in Familiar Land series”, Kibera, 2016. Courtesy of the artist

Discovery Award

Il Discovery Award è un riconoscimento che ogni anno viene assegnato a un artista che utilizza la fotografia all’interno della propria ricerca e il cui lavoro è stato scoperto recentemente o merita di esser conosciuto. Senza dubbio una delle sezioni più interessanti del festival è quella dedicata alle esposizioni dei lavori dei nominati. Quest’anno meritano un’attenzione particolare i ritratti della serie Stranger in Familiar Land, di Sarah Waiswa (1980, Kampala Uganda), che riflette sulle persecuzioni a cui sono sottoposti gli albini nell’Africa Sub-Sahariana, e la scomposta installazione di Beni Bischof (1976, Svizzera), irriverente e sardonico come sempre.

 

Chiara Bardelli Nonino & Francesca Marani

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