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Nicoletta Rusconi e Riccardo Beretta su Nicoletta Rusconi Art Project

Non ti sei mai accontentata di posizioni garantite, al contrario, ti sei sempre messa in gioco, perché?

Nicoletta Rusconi: Non mi sarebbe bastato! Sono curiosa e ansiosa di imparare, sempre! Con Cascina Maria forse, finalmente, mi sono messa in sintonia con il mio demone interiore; la mia natura è estremamente dinamica. Dentro di me c’è un tormento che mi spinge a non fermarmi mai; ciò che più mi sta a cuore è poter predisporre una situazione che corrisponda agli artisti con cui scelgo di lavorare.

La tua stessa collezione privata, prima ancora dei tuoi progetti lavorativi, è un percorso di vita vissuta, una raccolta mai banale, mai prevedibile.

NR: Forse perché ho scelto di incontrare praticamente tutti gli artisti con cui ho lavorato e con i quali ho arricchito le dimore che abito e non solo; è praticamente indispensabile per me costruire una comunicazione con loro.

Come si declina la tua proposta per il nascituro progetto che hai nominato Cascina Maria?

NR: Cascina Maria è un parco di sculture all’aperto, ma anche una residenza e un format di fotografia indoor – non avrei mai dimenticato le mie origini, cioè la galleria Fotografia Italiana. Per quanto riguarda la fotografia si tratterà di scatti di gradini, di rampe, insomma di scale, collocati proprio lungo lo sviluppo dello scalone centrale di questa dimora di campagna. Inizio con un fotografo che apprezzo particolarmente, l’italiano Luca Gilli.
In residenza invece abbiamo invitato Riccardo Beretta. A proposito di Riccardo ti devo dire che si è attivato uno scambio di idee molto proficuo: mentre era in residenza abbiamo parlato di tutto, ci siamo divertiti, ci siamo appassionati al lavoro che via via andava intraprendendo, questa è l’esperienza che cercavo!

Stimo Riccardo umanamente e professionalmente quindi non mi è difficile immaginare quanto sia stato proficuo lavorare con lui. Cosa ha realizzato Riccardo per te e per questo luogo ameno?

NR: Guarda, Riccardo sta arrivando, desidero che ti introduca lui stesso il lavoro!

Riccardo Beretta: Ciao Marco! Posso dirti innanzitutto che il silenzio della dimensione agreste mi ha consentito preziosi momenti di concentrazione che, a loro volta, mi hanno permesso di pormi in risonanza con alcune esperienze molto personali caratterizzanti il mio vissuto. Da qui l’idea del playground, partita con una serie di disegni e di collage e poi evoluta in una scultura importante anche come impatto visivo. È un dispositivo, una macchina celibe, un riprogrammatore di pensieri nella misura in cui sovvertono gli elementi rispetto al loro abituale ordine.

Che beneficio hai ottenuto trascorrendo questi mesi di lavoro anche nella contemplazione del paesaggio?

RB: L’esposizione a orizzonti liberi mi ha infuso quel coraggio di cui avevo bisogno, cioè l’ardire di pensare in grande anche e soprattutto a livello di dimensioni dell’opera.

Nicoletta e Riccardo, voglio chiedere a entrambi: l’agire direttamente nel paesaggio conserva una potabilità per il dibattito artistico contemporaneo?”

NR: Per me sì, assolutamente. Le sculture outdoor si pongono come disturbatori necessari, come acceleratori improvvisi di significato rispetto al paesaggio circostante Cascina Maria, guarda come arricchiscono la complessità del paesaggio le opere di Francesco Arena, Miroslaw Balka, Matthias Bitzer, Monica Bonvicini, Mattia Bosco, Latifa Echakhch, Yona Friedman, Dan Graham, Paolo Icaro, Carlo Ramous e Markus Schinwald che proponiamo.

RB: Sì, conferisce libertà, assenza di vincoli, almeno quelli più grossolani. Per il dibattito contemporaneo non posso risponderti, per me certamente sì, è stata l’occasione di confrontarmi con i pregi e i difetti del lavoro a contatto con la natura: la luce, il passaggio delle stagioni. Portare la mia pratica all’esterno è stata una sfida, ho condotto i miei elementi all’aperto e il risultato non è estraniante di per sé ma senz’altro costituisce un détournement perché significa traslare la dimensione del riparo in qualcosa che sia metaforico della propria infanzia.

Per concludere, Nicoletta, cosa ti ha più emozionato nel costruire questa esperienza?

NR: Scoprire, anzi, avere un’ulteriore prova del fatto che l’unione fa la sforza! Fare network tra appassionati d’arte come Giò Marconi, la Famiglia Minini, le sorelle Repetto, Paola Sosio è un goal garantito.

Marco Tagliafierro

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Bruna Roccasalva su Furla Series

Prodotto da Fondazione Furla e curato da Bruna Roccasalva e Vincenzo de Bellis, Furla Series è un progetto che coinvolge istituzioni artistiche e artisti italiani e internazionali in mostre ed eventi. La prima edizione intitolata “Time after Time, Space after Space” – in partnership con il Museo del Novecento di Milano – inaugura il 21 settembre con “Simone Forti. To Play the Flute”, una selezione di performance dell’artista italoamericana che per tre serate attiverà la Sala Fontana. La programmazione di questo capitolo iniziale, oltre a Forti, prevede gli interventi performativi di Alexandra Bachzetsis, Adelita Husni-Bey, Paulina Olowska e Christian Marclay che si alterneranno a cadenza bimestrale, sempre nel contesto della Sala Fontana.

Come nasce Furla Series #01 e come mai avete privilegiato la performance?

È importante precisare che il formato e il tema di “Time after Time, Space after Space” sono stati appositamente pensati per questa prima edizione di Furla Series, i cui futuri appuntamenti avranno formati di natura diversa. La produzione di progetti in partnership con altre istituzioni ci porta a lavorare all’interno di situazioni ogni volta diverse che sono, inevitabilmente, uno dei punti di partenza nell’ideazione stessa del progetto.
Nel caso di Furla Series #01 l’idea di sviluppare un programma sulla performance nasce da fattori legati alla specificità del Museo del Novecento, partner dell’iniziativa. Siamo partiti da una riflessione sulla collezione, dal Futurismo a Lucio Fontana, cui è dedicato l’intero ultimo piano dell’Arengario. La natura degli spazi espositivi si prestava a degli interventi dal carattere più fluido e Sala Fontana, con la Struttura al Neon per la IX Triennale di Milano (1951), ci è sembrata da subito un palcoscenico d’eccezione per un ciclo di performance, interessante elemento di congiunzione tra passato e presente. A queste ragioni si aggiunge anche quella di riflettere su questioni specifiche, come la conservazione o il reenactment di pezzi storici, la tutela della loro identità e integrità e le modalità di trasmissione alle generazioni future.

Furla Series #01 prevede anche un ricco programma di attività divulgative. Com’è strutturato?

Nella consapevolezza di quanto l’educazione e l’accessibilità all’arte, contemporanea e non solo, sia una questione centrale per qualsiasi istituzione, abbiamo voluto che una parte integrante di “Time after Time, Space after Space” fosse un programma pubblico e di attività educative finalizzate alla creazione di un contatto più diretto tra i contenuti e i visitatori. Il programma sarà distribuito lungo un ampio arco temporale che va da settembre a maggio con un ricco e vario calendario di attività: visite guidate per adulti, un workshop per le scuole elementari e medie ideato dallo Studio Fabio Mauri, un progetto didattico indirizzato agli adolescenti, conferenze sulla performance, una serata di proiezioni dedicata ad alcuni archivi storici e workshop con artisti.

Furla Series vede la collaborazione di soggetti privati, pubblici e indipendenti: un’alleanza piuttosto rara in Italia, che con Peep-Hole avete già sperimentato in molte occasioni. Come dialogano realtà così diverse?

Ognuna di queste realtà ha una natura profondamente diversa e non nascondiamo le inevitabili complessità di ordine pratico e burocratico soprattutto, che un simile sodalizio implica. La sfida è trovare obiettivi condivisi per sperimentare una proficua pratica di collaborazione tra pubblico e privato, che vada aldilà della semplice sponsorizzazione e si sviluppi invece come una vera e propria forma di progettualità condivisa.
In questi anni, come Peep-Hole, abbiamo lavorato con l’obiettivo di incrementare attraverso la nostra attività espositiva la scena dell’arte contemporanea in Italia, e il lavoro con Fondazione Furla proseguirà in questa direzione.
Inoltre Peep-Hole non è stato soltanto uno spazio espositivo, è stato un importante esperimento in termini di realtà istituzionale. Ci piace pensare questa nuova esperienza come un’evoluzione della precedente, un modo nuovo per continuare a interrogarsi sul ruolo dell’istituzione d’arte e sperimentare modelli operativi che possano suggerire nuove direzioni.

Qualche anticipazione per Furla Series #02?

Stiamo già lavorando da un anno anche alla seconda edizione, che si svilupperà in un formato completamente diverso e sarà realizzata in partnership con un’altra istituzione milanese. Il progetto, previsto per settembre 2018, consiste in una mostra personale che presenta nuove produzioni insieme a lavori esistenti di un artista internazionale che non ha mai esposto in Italia.

Rossella Moratto

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La bambina contro il toro Il Legale dell’Arte

In una notte di dicembre 1989, con una vera e propria azione di guerrilla art, lo scultore Arturo Di Modica, italiano da lungo tempo residente negli Stati Uniti, aiutato da un gruppo di amici, riuscì nell’incredibile impresa di collocare davanti alla New York Stock Exchange, senza essere visto da nessuno, una grande scultura in bronzo di più di tre tonnellate raffigurante un toro in procinto di caricare, da allora battezzato il Charging Bull di Wall Street.

Per gli operatori di borsa di tutto il mondo il toro simboleggia la fase positiva di rialzo del mercato azionario, il momento in cui l’economia sale e si realizzano guadagni, da contrapporre all’orso che, invece, rappresenta il momento recessivo.
L’intento dell’artista fu quello di lanciare un messaggio positivo. Un toro rappresentante il coraggio imprenditoriale americano e la voglia di risollevarsi dopo la gravissima crisi azionaria del 1987. Il messaggio, infatti, piacque molto alla gente di Wall Street e, nonostante l’immediata rimozione da parte del NYSE, per la scultura fu subito trovata una nuova collocazione nelle immediate vicinanze, a Bowling Green.
Da allora, l’opera di Di Modica è una delle immagini più iconiche di Wall Street e una delle attrazioni turistiche di New York. Centinaia di persone ogni giorno si fotografano di fianco al toro, toccandolo in segno di buona fortuna.
Lo scorso 8 marzo, in occasione della festa della donna, immediatamente di fronte al toro di Di Modica, con l’intento diretto di fronteggiarlo, è stata collocata un’altra scultura raffigurante una bambina in atteggiamento di sfida, realizzata da Kristen Visbal. La Fearless Girl è stata commissionata dalla società pubblicitaria McCann e nasce da un progetto della società di consulenza finanziaria State Street Global Advisors. L’opera è stata inizialmente accompagnata dallo slogan “SHE makes a difference”, dove SHE altro non è che un fondo di investimento in società con elevato livello di gender diversity. La scultura della bambina non è stata collocata clandestinamente, come aveva fatto Di Modica con il suo toro, ma con il permesso della municipalità cittadina.
Di Modica ha espresso forte contrarietà al progetto della bambina senza paura, ritenendo violato il suo diritto morale d’artista. La scultura ritraente la bambina, direttamente posta in relazione col toro, causa infatti lo stravolgimento del messaggio creativo originario di quest’ultimo: da un simbolo positivo di forza, coraggio e prosperità a bestia cattiva che minaccia una fanciulla senza paura – il becero mondo maschilista della finanza fermato dal coraggio femminile. Per Di Modica tutto ciò è inaccettabile. Secondo il sindaco di New York, Bill De Blasio, invece, da politico attento ovviamente all’importanza del messaggio di parità tra i sessi, l’operazione è accettabilissima, tanto che non solo ha prolungato l’autorizzazione alla permanenza della bambina almeno fino al prossimo 8 marzo 2018, ma ha anche risposto via Twitter a Di Modica che la statua si rivolge a quegli uomini che non hanno ancora accettato il genere femminile al potere.
L’autore del Charging Bull non mette ovviamente in questione il messaggio trasmesso dalla scultura della bambina, o l’operazione pubblicitaria del nuovo fondo di investimento. E neanche il fatto che in uno stesso spazio pubblico possano esservi più opere d’arte. È però evidente che la statua della bambina è un’opera derivata e incompleta senza il toro di Di Modica e nasce direttamente per relazionarsi ad esso, contrastandolo e stravolgendone volutamente il significato.
Negli Stati Uniti, il Visual Artists Rights Act (VARA) del 1990, del tutto similmente al nostro diritto morale d’autore contenuto nella nostra legge 633 del 1942, conferisce all’artista il potere di opporsi a ogni distorsione, mutilazione o altra modificazione della sua opera che possa essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione.
L’intento creativo di Di Modica appare effettivamente distorto e modificato e lo stesso artista si trova a subire una connotazione negativa di maschilismo per la sua opera che, invece, aveva tutt’altro significato. La questione è ora passata nelle mani degli avvocati. Di Modica auspica un bonario componimento ma è fermo nel richiedere che la scultura sia rimossa e lo stesso sia risarcito per il danno patito. Il sindaco di New York non sembra intenzionato ad accogliere spontaneamente le richieste dell’artista, cavalcando il messaggio di parità tra i sessi lanciato dall’operazione “bambina senza paura”. Sarà interessante vedere cosa succederà nei prossimi mesi.

Andrea Pizzi

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OGR / Torino

Durante i giorni di inaugurazione della 57a Biennale di Venezia è stato presentato ufficialmente alla stampa il progetto di Officine Grandi Riparazioni.

Il direttore generale di OGR, Massimo Lapucci, ha introdotto il programma di arti visive affidato alla direzione artistica di Nicola Ricciardi, partito da un’opera di riqualificazione di uno spazio di 35.000 mq che fino ai primi anni Novanta era la sede delle officine di manutenzione treni.
Situato vicino alla stazione di Porta Susa e, quindi al centro della città, l’opera di ristrutturazione e riconversione è stata affidata alla Fondazione CRT con l’intento di trasformarla in un centro per la ricerca artistica e tecnologica in modo da rilanciare Torino, non solo fra le capitali dell’arte italiana ma per donarle anche una dimensione di referente internazionale.
L’apertura al pubblico è prevista per il 30 settembre 2017, occasione in cui si presenterà l’opera pubblica Procession of Reparationists di William Kentridge, prodotta e curata dal Castello di Rivoli, e un’installazione temporanea di Patrick Tuttofuoco intitolata Tutto Infinito.
L’opera di Kentridge sarà ispirata alla storia di OGR e al suo passato di luogo industriale ed operaio, mentre quella di Tuttofuoco coinvolgerà i piccoli ospiti di CasaOz – casa diurna per bambini che affrontano la malattia – nella realizzazione di uno scenario di circa 2500 mq ispirato dalle opere della collezione della Fondazione CRT.
Un nuovo appuntamento è previsto per il 3 novembre, in coincidenza con Artissima, quando sarà inaugurata la mostra collettiva organizzata in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per festeggiare i suoi venticinque anni di attività. La mostra, a cura di Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt, sarà un progetto legato alla storia della città di Torino e del suo territorio che vedrà la collaborazione e lo scambio con alcune delle istituzioni più importanti della città: il Museo Egizio, Palazzo Madama, Museo d’Arte Orientale e naturalmente la galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea insieme al castello di Rivoli.
Il 2018 vedrà le mostre personali di Tino Sehgal (a cura di Luca Cerizza), Susan Hiller (a cura di Barbara Casavecchia) e Mike Nelson, oltre ad una collettiva di lavori provenienti dalla collezione del Castello di Rivoli, “Castelodirivoli@OGR” (a cura di Marcella Beccaria).

Maria Teresa Annarumma

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Nancy Olnick e Giorgio Spanu su Magazzino of Italian Art, Cold Spring / New York

GP: Nancy, Giorgio, come è nata la vostra passione per l’Arte Povera?

GS: Nei primi anni Novanta viaggiavamo molto in Italia in cerca di vetri di Murano, una delle nostre passioni, ma Nancy aveva iniziato a coltivare un particolare interesse per l’arte contemporanea. Chiedemmo allora a Sauro Bocchi, un caro amico e art advisor – che purtroppo in tempi recenti ci ha lasciati – quali artisti poteva suggerirci per una collezione. Ci diede un piccolo pamphlet e ci consigliò di visitare il Castello di Rivoli e poi tornare da lui per parlarne. Questo è stato l’inizio.

NO: Quando abbiamo visitato Rivoli c’era questa meravigliosa mostra di Arte Povera che ci ha profondamente ispirati. È stato allora che abbiamo capito che era su questa corrente che volevamo concentrarci. Non si trattava semplicemente di acquistare delle opere, ma iniziare un processo di educazione e di apprendimento di qualcosa che non conoscevamo.

GP: Quali sono le prime opere che avete acquistato? 

GS: La prima artista che abbiamo incontrato a Roma è stata Carla Accardi, una persona meravigliosa, e da lei abbiamo preso alcuni lavori.

GG: Qual è l’identità alla base di Magazzino of Italian Art, il centro dedicato all’arte italiana del dopoguerra e contemporanea che avete fondato quest’anno?

GS: Vorrei innanzitutto precisare che Magazzino non è né una fondazione né un museo, ma un vero e proprio magazzino di cui vorremmo preservare le caratteristiche. La nostra idea è che Magazzino diventi, con il tempo, un luogo capace di attirare visitatori e ricercatori, sia per i suoi programmi di lecture e performance, che per un’estesa biblioteca adibita alla consultazione e allo studio. Stiamo cercando di tradurre in inglese alcuni testi d’arte che per ora si trovano solamente in italiano.

NO: Nostro desiderio è attirare le generazioni più giovani e mostrare loro quanto l’Arte Povera sia contemporanea, poiché riguarda i processi di vita – basti pensare alle opere di Merz. Magazzino rappresenterà l’arte e la cultura italiana “at large”.

GG: La mostra inaugurale è dedicata a Margherita Stein. Perché non a Christian Stein, ovvero lo pseudonimo per cui Margherita era nota e con cui ha battezzato la sua galleria?

NO: Margherita ha fondato la galleria Christian Stein nel 1966 a Torino. Per noi era importante fare una mostra usando il suo nome di battesimo. Essere una gallerista donna, in quei tempi e in Italia, non deve essere stato affatto semplice e lei si è sempre mossa con grande intelligenza e consapevolezza.

GS: Iniziando a schedare la nostra collezione – con l’aiuto della storica dell’arte Laura Conte – abbiamo scoperto che il 90% dei lavori di Arte Povera di nostra proprietà sono appartenuti a Margherita Stein. Anche un pezzo acquistato all’ultima edizione di Miart, una bellissima opera di Kounellis, era parte della sua collezione.

NO: Margherita era una tale forza e aveva un occhio incredibile. Tutte le storie che abbiamo sentito su di lei parlano di come riuscisse a cogliere la natura degli artisti. La mostra ha anche un sottotitolo: “Rebel with a Cause”. Questo perché sapeva assolutamente quello che stava facendo, aveva carisma.

GS: Recentemente abbiamo avuto questa bellissima conversazione con Giulio Paolini in cui ci ha descritto Margherita come una mamma, capace di andare a fondo delle vite di quella comunità artistica e proteggerla. La nostra intenzione è fare un sincero tributo a lei, non al suo lavoro da gallerista, ma a lei in quanto persona.

GP: Com’è nato il programma di residenza “Olnick Spanu Art Program”?

GS: Il programma è nato da una fortuita coincidenza. Nel 2003 invitammo Giorgio Vigna a soggiornare nella nostra proprietà a Garrison, nello stato di New York. In quei giorni ci fu un blackout che lo costrinse a rimanere più di quanto aveva preventivato. Nel nostro giardino Giorgio trovò quello che secondo lui era il perfetto piedistallo per una possibile scultura: si trattava della superficie di una cisterna, sulla quale poi posò sette sfere dalla struttura leggera e reticolare in bronzo (La Radura – A Glade of One’s Own [2003-05]). Non avevamo mai pensato di inserire dell’arte nel parco, ma poi ci siamo detti: perché non iniziare? Era così bello invitare qualcuno ed essere coinvolti nel processo di creazione.
Abbiamo poi ospitato Massimo Bartolini, Mario Airò, Domenico Bianchi, Remo Salvadori, Stefano Arienti, Bruna Esposito, Marco Bagnoli, Francesco Arena e Paolo Canevari.

NO: Avere dei lavori site specific per noi è molto importante. È incredibile come ognuno legga lo stesso luogo con diverse sensibilità. Arienti, ad esempio, con Biblioteca (2011-12) ha creato una libreria composta da duecento mattoni in terracotta, che riflette il backgrond culturale della nostra famiglia. Tra le letture selezionate c’è anche una copia di Flash Art!

Gea Politi e Giulia Gregnanin

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Ilaria Bonacossa su Fondazione La Raia / Novi Ligure

È una ricerca sul paesaggio quella proposta da La Raia, la fondazione nata nel 2013 per mano di Giorgio Rossi Cairo e Irene Crocco come progetto dell’azienda agricola biodinamica La Raia. 
Nel corso degli anni Fondazione La Raia ha coinvolto artisti, filosofi, paesaggisti in una serie di progetti atti ad approfondire il rispetto per l’ambiente, l’agricoltura biodinamica, la pedagogia steineriana, il legame con la tradizione (ovvero i princìpi comuni all’azienda agricola). Da settembre 2016 la curatrice Ilaria Bonacossa ne ha assunto l’incarico di direttore artistico.

La nozione di “paesaggio”, oggi, è alquanto complessa; le polarità abbracciate dal termine – ovvero la dimensione naturale e quella antropica – spesso, condividendo lo stesso terreno d’azione, entrano in conflitto. Ilaria, in che modo Fondazione La Raia si rapporta con il paesaggio e con queste possibili problematiche?

Non credo che le due visioni del paesaggio siano conflittuali. Al contrario credo si compenetrino trasformando il mondo che ci circonda. Immaginare il paesaggio senza l’uomo è forse ormai un esercizio inutile; più interessante, invece, capire come le continue trasformazioni della nostra vita e le innovazioni tecnologiche possano entrare in armonia con il paesaggio e non in conflitto.
La Raia è un’azienda biodinamica il che, di per sé, la rende unica e gli artisti invitati a intervenire devono poter assorbire questa speciale atmosfera, passando del tempo a La Raia per poter poi creare dei lavori che entrino in dialogo con il contesto e possano offrire al pubblico una chiave di lettura di questo luogo, che ha una sua sottile spiritualità. Per questo motivo gli interventi non sono mai monumentali ma al contrario “silenziose” inserzioni nel paesaggio che si aprono a una lettura personale quasi intima con il visitatore.

Il primo progetto da te curato riguarda la presentazione di BALES (2014-17) di Michael Beutler. Un lavoro che l’artista ha realizzato al parco del Kunstareal di Monaco, stendendo lunghe cannucce colorate e chiedendo a dei fattori di creare delle balle attraverso l’utilizzo di rotopresse. Tra le tematiche sottese all’opera – oltre alla delega autoriale, la relazione tra uomo e macchina, il rapporto tra naturale e artificiale – vi è quella di portare il paesaggio rurale all’interno della città. Reinstallando l’opera in un contesto agricolo, che implicazioni subentrano?

Reinstallate nel panorama delle colline del Gavi, nelle distese di prati, il lavoro si trasforma ulteriormente, mettendo a fuoco il complesso rapporto tra naturale e artificiale, tra lavoro industriale – svolto oggi dalla maggior parte delle aziende agricole – e attenzione personale e manuale verso la natura. A La Raia la vendemmia viene eseguita a mano, i filari vengono lasciati inerbiti e non falciati, tutta la conduzione delle coltivazioni avviene secondo il principio steineriano dell’interconnessione tra ogni presenza, animale e vegetale, dell’azienda.
Le grandi rotoballe dai colori fosforescenti sono una presenza estranea, quasi degli extra-terrestri che sembrano volerci ricordare le nostre responsabilità in un sistema di produzione di massa, in cui diamo per scontato il perdurare degli elementi naturali del paesaggio mentre investiamo in una forma di modernità che può determinarne la progressiva scomparsa. Se il paesaggio non verrà tutelato forse i nostri nipoti potranno vedere solo rotoballe in plastica, totalmente artificiali. La natura pop dell’intervento di Beutler vuole poi sottolineare come anche il paesaggio stia diventando un materiale di consumo, plasmato in toto dall’intervento umano.

Che tipo di programmazione vorresti strutturare? Hai in cantiere progetti che esulino dal formato di intervento artistico site specific?

La natura degli interventi sarà sempre site-specific o in alcuni casi site-responsive, quando gli artisti lavorano già su temi legati alla bio-sostenibilità e alla bio-diversità; tuttavia già con Michael Beutler la fondazione la Raia ha deciso di sostenere la produzione della sua grande installazione Boatyard, 2017, prodotta per la 57a Biennale di Venezia curata da Christine Macel, nei giardini delle Vergini all’Arsenale. Michael Beutler ha ricreato un piccolo squero, atto ad aggiustare piccole imbarcazioni, tutto in legno, sostenuto da quattro vasche d’acqua e montato a mano legando e incastrando insieme listelli di legno naturale. Come sempre l’intervento è nato da un lavoro di squadra guidato da Michael Beutler, che ha qualcosa di performativo e insieme di artigianale, reclamando all’arte contemporanea uno spazio nella nostra società industriale.

Fondazione La Raia, così come numerose cantine di vini, testimoniano una modalità alternativa di impegno nell’arte contemporanea. Credi sia auspicabile che questo tipo di realtà facciano sistema?

Numerose cantine e aziende viti-vinicole, non solo in Italia (penso a Pommery Art Experience) si occupano di arte contemporanea. Penso alla fantastica cappella di Barolo affrescata da Sol Lewitt e David Tremlett nel 1999 per i Ceretto proprio in Piemonte; al Castello di Ama con lo spettacolare intevento di Daniel Buren nel Chianti e ovviamente a Antinori Art Projects, di cui ho curato gli ultimi interventi site-specific di Giorgio Andreotta Calò, Tomás Saraceno e Stefano Arienti.
Non credo sia facile mettere questi progetti in rete ma forse pubblicare una guida all’arte nelle cantine sarebbe sicuramente un bel progetto.

Giulia Gregnanin

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