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Antonio Dalle Nogare su Fondazione Antonio Dalle Nogare / Bolzano

Come è nata la collezione?

Dal desiderio di avere un sogno e di mantenerlo vivo. Da ragazzo il mio sogno era diventare tennista e per alcuni anni ho giocato come professionista – per quasi dieci anni ero tra i giovani più talentuosi d’Italia.

Sono poi diventato un costruttore e ho ritrovato la scintilla di utopia nella passione per l’arte, partendo da artisti locali storici e avvicinandomi sempre più al contemporaneo. Una svolta decisiva è stata una visita alla Dia Art Foundation a Beacon: una folgorazione che mi ha permesso di capire con esattezza quali correnti artistiche mi interessava seguire e di ragionare sul mio modello di collezionismo, così è nato il desiderio di uno spazio dedicato all’arte che fosse un luogo vivo di incontro, scambio e creazione.

Cosa l’ha spinta a dare vita alla Fondazione?

Lo scopo è osservare la società attraverso l’arte e interagire con essa. Trasformare la collezione in fondazione permette di avere un’identità più istituzionale e definita che apre maggiori possibilità di collaborare con altri enti, sia locali che nazionali, di sostenere con più forza i progetti e potersi aprire a un pubblico più eterogeneo.

Il curatore della Fondazione è Vincenzo de Bellis, che la segue in parallelo al suo incarico di curatore per le arti visive al Walker Art Center di Minneapolis. La collezione è sempre stata un luogo di produzione, da anni, infatti, accanto alle acquisizioni di opere attraverso le gallerie private, realizziamo progetti site-specific con importanti artisti. Abbiamo collaborazioni attive con Museion, Thun Ceramic Residency e siamo in contatto con altre istituzioni locali come Kunst Merano Arte, ar/ge Kunst, ed altri enti privati. Inoltre abbiamo in programma delle collaborazioni con la Libera Università di Bolzano.

La vostra sede è un edificio creato ad hoc…

Lo spazio espositivo è stato realizzato nel 2012, già in vista della Fondazione, ed è un progetto dall’architetto Walter Angonese, affiancato dal collega Andrea Marastoni, e si sviluppa su tre livelli: un grande spazio per le mostre di produzione al piano terra, e altri due piani in cui vengono realizzate mostre tematiche.

A fine settembre ha inaugurato la prima mostra aperta al pubblico; con che tipo di programmazione proseguirete?

La Fondazione si presenta al pubblico con il progetto FAULT LINE dell’artista libanese Rayyane Tabet: una grande installazione nata da una sua articolata indagine sull’Alto Adige. Per il futuro pensiamo a un grande progetto site-specific all’anno e a una mostra di confronto fra artisti storici e artisti giovani, con un ritmo che ci permetta di lavorare in rete con altre istituzioni del territorio.

Silvia Conta

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Lo spettatore emancipato DeriveApprodi / 2018

Il pensiero di Jacques Rancière ha avuto un’influenza determinante sulle posizioni della critica d’arte contemporanea. Si pensi alla querelle sulla fortunata quanto problematica “estetica relazionale” bourriaudiana o alla “svolta sociale” e all’“antagonismo” di Claire Bishop, vere e proprie messe alla prova dell’operatività critica dei testi di Rancière.

Le riflessioni dell’“indisciplinato contro-filosofo” francese, allievo di Louis Althusser, sono ormai da tempo rivolte all’individuazione delle tensioni che governano il rapporto estetica-politica, ed è in questo orizzonte che si colloca la delicata e decisiva questione della spettatorialità.
I cinque saggi che compongono Lo spettatore emancipato – volume pubblicato dalla casa editrice DeriveApprodi con traduzione a cura di Diletta Mansella – costituiscono una sorta di prosieguo al precedente Il maestro ignorante (2009) e indagano i limiti e le potenzialità della creazione artistica in quanto modalità di riscrittura del complesso palinsesto del sensibile. Riprendendo la teoria dell’“uguaglianza delle intelligenze” del dimenticato filosofo e professore francese Joseph Jacotot, Rancière ribalta la tradizionale convinzione pedagogica secondo la quale il maestro presuppone l’ignoranza dell’alunno e conserva la promessa di una futura uguaglianza. Questo assioma, che per Jacotot “è il vero modo di perpetuare la disuguaglianza in nome dell’uguaglianza”, è sovvertito dal concetto di emancipazione, da intendere come superamento delle opposizioni maestro-allievo, attivo-passivo, guardare-agire, e come presa di coscienza di un “comunismo delle intelligenze”, che significa alterazione delle gerarchie e riconoscimento di un potere spettatoriale. Le argomentazioni di Rancière, inoltre, non risparmiano quelle tradizioni filosofiche che hanno sostenuto la rigidità del dualismo pedagogico e promosso una prospettiva della “disuguaglianza”, da Bertolt Brecht ad Antonin Artaud, da Walter Benjamin a Guy Debord.
Attraverso questi strumenti teorici il filosofo francese rivela i paradossi di un’arte che si autoproclama politica, ma che impone, assieme alla volontà dell’artista, un soggetto spettatoriale pre-individuato, e aspira alla trasmissibilità e al consumo di un significato prestabilito. In questo bug prevedibile, tra espressione e comprensione, si inserisce la critica alla passività dello spettatore, da non associare alla retorica dell’interattività o a quella dello spettatore-attore, quanto a un rivolgimento radicale che intende riscrivere le coordinate del rapporto con l’opera d’arte. La possibilità di un’arte politica, a cui sembra seguire un’impossibilità del giudizio critico, risiede quindi nella sospensione degli equilibri prescritti, nell’emancipazione e nella fuoriuscita dalle opposizioni che regolano le forme di ricezione, quasi al di là delle intenzioni e dei prodotti dell’artista, per favorire un irriducibile atto di dissenso – vero nodo della proposta rancieriana – che sia costruzione di un imprevedibile “orizzonte del comune”.

Vincenzo Di Rosa

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Incompiuto: La nascita di uno Stile Humboldt Books / 2018

Negli ultimi dieci anni, il collettivo Alterazioni Video ha concentrato il proprio lavoro sul concetto di Incompiuto Siciliano; coniato nel 2008 con la pubblicazione dell’omonimo manifesto, è un progetto di ricerca e studio che circoscrive un insieme di opere architettoniche di commissione pubblica, caratterizzate da uno stato di incompletezza e da un’eterogenea distribuzione in tutta Italia.

Il progetto mira a indagare un fenomeno radicato tanto nel patrimonio nazionale quanto nell’immaginario collettivo; riscopre edifici e infrastrutture che interferenze normative, finanziarie o politiche hanno portato all’inaspettato riordinamento di rovina contemporanea, con l’obiettivo di enunciarne lo status di stile architettonico, involontario ma al tempo stesso ineluttabile. Incompiuto: La nascita di uno Stile è una mappatura di archeologia supermoderna che ad oggi conta circa 750 rilevazioni sul territorio nazionale, di cui oltre 250 solo in Sicilia: da qui l’aggettivazione nel nome del progetto, e la decisione di presentarlo per la prima volta a Palermo, in occasione di Manifesta 12. Sebbene l’obbiettivo sia la storicizzazione di un fenomeno, questo selezionato compendio di oltre trecento pagine non solo persegue il suo scopo tramite strumenti documentaristici, analitici e critici, ma è anche in grado di restituire un’immagine affermativa di questa “Italia incompiuta”. Si presenta come osservatorio di un dato fenomeno, pur dimostrando come il proprio approccio proteiforme sia in grado di esaltarne il potenziale e sovvertirne la percezione negativa. Il volume è infatti strutturato in capitoli di elastica tassinomia: il “Manifesto Incompiuto”, tra i quali fondamenti svetta lo statement “incompiuto è simbolo del potere politico e di una sensibilità artistica”; una raccolta di “Testi” di impronta artistica, architettonica e antropologica, scritti, tra gli altri, da Marc Augé, Gabriele Basilico, Salvatore Settis, Robert Storr, Paul Virilio e Wu Ming; la sezione fotografica “Opere”, dove la fenomenologia attesta la propria estetica; le “Mappe”, organizzate per regioni e grado di incompiutezza; un dettagliato “Catalogo”; un “Diario di Bordo”, testimone delle ricognizioni sul campo. Anello di congiunzione tra le denuncie di Striscia la Notizia e il catalogo nazionale delle Opere Pubbliche Incompiute fondato solo nel 2013, questo atlante ridefinisce il paesaggio italiano, ne rimette in prospettiva la lettura della storia novella, ma soprattutto guarda oltre il suo eterno presente.

Zoe De Luca

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Luigi Fassi sulla direzione del MAN / Nuoro

Nelle anticipazioni sul tuo percorso a Nuoro, hai dichiarato di voler lavorare sul MAN rafforzando il dialogo con il Mediterraneo. Quali riflessioni ispirano questa direzione?

La geografia del MAN, la sua storia e le vicende europee attuali rendono a mio avviso decisivo guardare quanto più possibile al Mediterraneo, in particolare alle sue sponde meridionali e orientali. Per un museo mediterraneo come il MAN credo che questo debba essere un tema di lavoro spontaneo e privilegiato. Il Mediterraneo – e con esso anche la Sardegna – tende nei dibattiti europei a essere sempre visto da Nord, e interpretato come un problema, un elemento di disordine e incertezza. Pensiamo al dibattito sull’economia, i debiti pubblici, i confini e l’immigrazione. Questa visione era già presente in nuce nei dibattiti settecenteschi: l’Europa è più greco-romana o franco-carolingia? Così si domandava Montesquieu. La sua risposta ha fatto prevalere per molti aspetti la seconda interpretazione e le conseguenze sono evidenti: il Mediterraneo come entropia, una sorte di ospite indesiderato dell’Europa contemporanea. È interessante allora, mediante l’arte, guardare al Mediterraneo da Sud, esplorando sue prospettive e storie neglette. Ad esempio, che immagine si può avere della Sardegna guardandola dal continente africano? Gli artisti attivi nel bacino del Mediterraneo, con il loro patrimonio culturale e le loro ricerche possono aiutarci a capire che è anzitutto il Mediterraneo ad essere Europa. Chi più di chi vive nel Mediterraneo è consapevole infatti che trasmigrazioni, spostamenti e formazione di nuove culture sono l’abc della storia europea?

Negli ultimi anni stiamo appunto vivendo una grande attenzione critica verso il concetto di Sud ma, nonostante questo, lo sguardo sul Meridione ancora difficilmente sfugge dalle categorie neo-coloniali del selvaggio e dell’esotico. Cosa ne pensi?
Bisogna ribaltare la visione, guardare le antiche rappresentazioni cartografiche del Mediterraneo e capire che è una questione di prospettive storiche e di canoni che possono essere riconfigurati. Come ha scritto l’artista svedese-brasiliano Runo Lagomarsino: “If You Don’t Know What the South Is, It’s Simply Because You Are from the North”.

Con quali mostre si aprirà la tua programmazione?
Apriremo con tre progetti distinti, ciascuno inteso come una possibile linea guida di lavoro e ricerca per l’attività del prossimo futuro del MAN. Il primo è una personale di Dor Guez, artista palestinese-israeliano di Tel Aviv, con una nuova opera commissionata dal museo. Il secondo è una personale di Francois-Xavier Gbrè, artista franco-ivoriano di Abdjan attualmente in residenza in Sardegna con il sostegno della Film Commission regionale, che presenterà in un viaggio fotografico le relazioni tra l’Africa Occidentale e la Sardegna, narrando la trasformazione di luoghi, tra emigrazione e spopolamento. Il terzo è una collettiva con opere pittoriche di Louis Fratino, Waldemar Zimbelmann e Anna Bjerger.

Micaela Deiana

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Gaia Di Lorenzo su CASTRO / Roma

Nel “Trastevere art-district” romano, a Piazza dei Ponziani 8, nasce CASTRO da una tua idea. Hai attinto alla romanità, un chiaro riferimento alle tue origini, per dare il nome al progetto. Ce lo racconti?

Il nome è l’ennesimo suggerimento di amici, nasce un po’ per caso. A me è piaciuto subito. Racchiude una serie di significati ai quali però non diamo troppo peso, più che altro è la sonorità “romanaccia” della quale siamo fieri. CASTRO è anche l’acronimo di Contemporary Art STudios ROma. E poi è l’italianizzazione di castrum, che in latino corrisponde all’accampamento nel quale risiedevano le unità dell’esercito romano, che alle volte si evolvevano in vere e proprie città. Mi piace immaginare che sia l’inizio di qualcosa, o forse proprio un accampamento!

Un potenziale accampamento in cui convivono artisti e curatori: come?
CASTRO accoglie annualmente a rotazione fino a cinque artisti e un curatore sotto i quarant’anni, selezionati da una giuria internazionale, offrendo loro uno studio dove lavorare. Ospiteremo una serie di project presentations, seminari, screenings, talk e tavole rotonde con artisti e curatori. Il programma privato si intreccerà a un programma pubblico rivolto alla comunità nazionale e internazionale. I CRITS, inoltre, costituiranno l’essenza di CASTRO e il momento di maggiore scambio fra gli artisti ospiti in studio, quelli di base a Roma o in residenza presso gli istituti stranieri e quelli di passaggio in città.

Sei un’artista e non solo. Durante i tuoi studi alla Goldsmiths hai respirato il clima londinese, dove la realtà dell’artist-run space (penso a SET di cui hai fatto parte) è una consuetudine e una forma di connessione molto forte nell’ambiente artistico, capace di generare progetti e sinergie. Colmi una mancanza a Roma?
Credo di sì. E non lo dico con fierezza o per accentuare l’originalità del mio progetto. Anzi, lo dico con la speranza che sia il primo di molti. Il mio augurio è che CASTRO rappresenti un luogo, a Roma, dove condividere le proprie esperienze di fondazione e gestione di spazi legati all’arte contemporanea nel mondo.

CASTRO è un contenitore in potenziale e costante evoluzione. Sembrerebbe essere inoltre un sistema meritocratico che accoglie gli artisti selezionati da una giuria esterna alla quale tu, però, non prendi parte. C’è una volontà precisa in questo?
Non etica, tecnica direi. Ho il mio studio a CASTRO, di conseguenza non sarei imparziale. C’è anche un’altra ragione. Al terzo anno di università in studio mi hanno affiancata a uno degli studenti, per me, peggiori dell’anno. Siamo stati costretti a parlare e dopo qualche tempo abbiamo iniziato a collaborare. Il mese scorso abbiamo fatto una doppia personale a Londra. Oggi è il mio artista preferito. Questo per dire che, alle volte, una scelta casuale e non voluta di studio-neighbour può rivelarsi la migliore.

Le selezioni si sono chiuse recentemente: puoi svelarci i nomi degli artisti e dei curatori?
Volentieri. Sono entusiasta dei risultati e delle dinamiche scaturite durante il processo di selezione. Gli artisti sono: Catherine Parsonage, Joshua Hopping, Caterina De Nicola, Jennifer Taylor, Lorenza Longhi e Olivia Erlanger. I curatori sono Vincenzo De Marino e Alberta Romano.

“Studio Program” è il concetto alla base di CASTRO. L’importanza della ricerca e della relazione che ci tieni a instaurare fra questa, l’artista, il curatore e il pubblico sono elementi avvalorati da una scelta: niente mostre. Sciogli l’artista da vincoli temporali posti alla propria produzione e sollevi il curatore dall’obbligo della curatela di una mostra, come accade spesso nei programmi di residenze, già scritta. Vuoi aggiungere qualcosa?
Vorrei aggiungere che CASTRO è un progetto aperto in tanti sensi, non solo ad artisti e curatori ma anche a chi ha in mente side projects, a chiunque voglia partecipare alle conferenze o tenere tutorial e studio visit. Tanto, tranne mostre. Inauguriamo il 9 Novembre, non vedo l’ora!

Eleonora Milani

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Maurizio Morra Greco sulla riapertura di Fondazione Morra Greco / Napoli

Dopo quasi tre anni dall’ultima mostra, la Fondazione Morra Greco sta per riaprire al pubblico in una sede completamente rinnovata. Come sono cambiati gli spazi di Palazzo dei Principi Caracciolo di Avellino?
Nel 2015 abbiamo cominciato i lavori di ristrutturazione e restauro, che hanno avuto lo scopo di adeguare a spazi espositivi due ulteriori piani del palazzo e di rendere l’intera struttura conforme a standard europei di accessibilità al pubblico. Il Palazzo, però, conserva le sue specificità e caratteristiche: non potrebbe essere in un posto diverso da Napoli. Cinque livelli, per un totale di circa 2.000 mq, ciascuno diverso dall’altro e rivelatore di una delle tante vite che il Palazzo ha vissuto, dai resti di mura greche del basamento agli affreschi settecenteschi al primo piano. Insomma, la Fondazione Morra Greco ha intenzione di far vivere un’ennesima, nuova vita al Palazzo.

Negli anni passati la Fondazione si è dedicata molto alla produzione di nuove opere, permettendo ad artisti giovani di realizzare progetti ambiziosi e agli artisti stranieri di lavorare a contatto con la città di Napoli. Saranno ancora queste le linee guida dopo la riapertura?
Sì, la Fondazione continuerà a invitare gli artisti a Napoli, per progettare e produrre opere inedite, in città e per la città. Questo tiene conto di una delle caratteristiche più evidenti di questo territorio: quella di essere capace di generare stimoli e influenze straordinarie per un artista. Ciò ha reso inevitabile che la Fondazione fosse luogo non solo di esposizione, ma anche di creazione di nuovi progetti. Le ricadute, poi, sono di grandissimo spessore, anche se difficilmente misurabili, non solo per la scena del contemporaneo ma per la comunità tutta.

Oltre alle mostre, quali altre attività porterà avanti la Fondazione?
Tenendo a mente quello che per noi rappresenta una specie di mantra, “l’arte come strumento e non come fine”, la Fondazione sta approntando una serie di attività sociali indirizzate anzitutto al quartiere e poi al territorio campano tutto. Il primo passo per connettersi ad esso è stata proprio la ristrutturazione del Palazzo Caracciolo di Avellino, che viene oggi restituito intatto alla comunità. Ovviamente non è abbastanza: i rapporti tra la Fondazione e il territorio vanno ancora irrobustiti. In questo senso, la presenza paritaria della Regione Campania nel nostro Consiglio di Amministrazione costituisce un enorme vantaggio, vegliando sul perseguimento della nostra mission. Inoltre, la Fondazione intende ingaggiare un approccio multidisciplinare, che dia conto delle tante manifestazioni della cultura contemporanea: lecture, proiezioni e concerti andranno ad arricchirne il programma.

È previsto uno spazio dedicato all’esposizione della tua collezione?
La collezione non è mai stata esposta in città. Il Palazzo Caracciolo di Avellino sarà la sua casa. Tuttavia, l’idea è quella di non mostrare la collezione in permanenza o tout court, ma sempre attraverso singoli progetti curatoriali, che possano illuminarne i diversi nuclei o i tanti possibili fili rossi che la percorrono.

Quale sarà la mostra inaugurale? Anticipazioni sulla programmazione del primo anno?
Per la mostra inaugurale, abbiamo deciso di coinvolgere due artisti che hanno eletto Napoli a propria dimora: Jimmie Durham e Maria Thereza Alves, che presenteranno nuove produzioni performative, specificamente progettate per gli spazi di Palazzo Caracciolo di Avellino. Abbiamo già approntato la programmazione per il prossimo futuro. Tra i nomi che possiamo anticipare, Gregor Schneider, che torna a Napoli dopo la mostra che nel 2006 inaugurò le attività della Fondazione, e Adrian Paci. Inoltre, continuiamo a lavorare alla ricerca di giovani artisti emergenti, con un nuovo sguardo alla scena locale, per il nostro programma di residenze.

Alessandra Troncone

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