In Residence /

Marion Comfort Suites / Shady Hills

“Tesoro, nulla può sopravvivere se non muore qualcosa”. Da questa frase, pronunciata da Clark Gable a Marilyn Monroe in The Misfits, prendono le mosse i quattro racconti di Mattia Agnelli che annunciano una nuova stagione di “In Residence”: una serie di “cartoline” che ritraggono personaggi abbandonati a loro stessi, senza possibilità di scelta, nel riverbero amaro di un Midwest che decide per tutti, per dirci che esistono destini peggiori della morte.

Les, con la sigaretta dietro l’orecchio, sta leccando il bordo di una lattina per assicurarsi le ultime gocce residue. È seduto sopra lo schienale di un divano tutto scassato ricoperto da un lenzuolo rosso con su stampati fiori bianchi. I piedi affondano nella fessura tra i due cuscini. Coy è tra i cespugli di una siepe disfatta e sta vomitando ininterrottamente da un paio d’ore.

A Les è da poco morto il padre e ora, a pensarci bene, è tecnicamente un orfano. Penso ai miei, di genitori, che là fuori ci sono ancora, e mi sento fortunato.

L’ultima volta che ho visto mia madre stavo facendo colazione mentre aspettavo lo scuolabus. Era seduta su una poltrona in uno stato di catatonia. Ero piccolo e non ci capivo nulla, le cose me le hanno spiegate dopo. Catatonia. Ci ho messo anni per elaborare quella parola e farla mia, renderla quasi un essere umano. L’ha pronunciata mio padre per la prima volta, ai dottori, ma il significato mica lo sapeva e di questo sono abbastanza sicuro. Ora mamma si trova da qualche parte nella Contea, ospitata da persone che condividono le sue stesse passioni: l’eroina e Suzanne Somers. Un giorno mi accompagneranno a cercarla, me l’hanno promesso – Les e Coy me l’hanno promesso.

Mio padre sono andato a trovarlo di recente. Quel pomeriggio nel parcheggio di Horner’s non voleva realmente tentare di uccidere una persona, ma per la testa aveva altri problemi che hanno influito sul suo comportamento certamente rivedibile. Teneva un’arma sotto al sedile anteriore dell’auto, ma questo non fa di lui un criminale. Mio padre è una brava persona, solo un po’ infelice e sventurata.

La tenda arancione, sgualcita e tutta strappata, ondeggia piano in una finestra senza vetri e senza zanzariera.

Fotografia di Mattia Agnelli.
Fotografia di Mattia Agnelli.

Appeso al muro c’è un foglio con su stampate le scritte “Juvenile Diabetes Awareness” in blu e “American Diabetes Camp John Warvel” in rosso, e un numero di telefono scritto a penna. A Les piaceva, e l’ha strappato dalla bacheca di un supermercato. Una bottiglietta di Kool-Aid al succo d’uva mezza piena è sul davanzale, dentro ci galleggiano mozziconi di sigaretta. Un libricino illustrato dell’Uomo Ragno, ingiallito, aperto sulla prima pagina con un disegno a pennarello di una figura ovoidale, con gambe e braccia corte, uno scarabocchio al posto della testa e in alto la scritta a fat man? è sulle mie gambe, mentre sono seduto per terra con le spalle al muro.

Non ci laviamo da settimane, manca l’acqua corrente e non c’è nemmeno l’elettricità.

Tra poco verrà a prendermi Ty. Da quella volta che l’ho aiutato a caricare un divano di seconda mano sul retro del pick-up, mi offre discrete ricompense per piccoli lavori che occasionalmente mi fa svolgere a casa sua. La moglie non mi può vedere, sono certo che mi vorrebbe morto. Questa situazione crea un po’ di imbarazzo tra di loro, ma lei è troppo sola per lasciarlo e andarsene.

Sono sulla soglia della porta che dà nel misero giardino. Di fronte, dall’altro lato della strada, c’è una casa dipinta di un verde osceno, tra due cipressi malati color ruggine. C’è un materasso con vistose macchie giallognole fuori dal cancelletto, posizionato con molta negligenza. Una giovane donna sta camminando verso la porta trascinando con forza una bambina che si era soffermata un po’ troppo su delle pianticelle spinose all’interno di un vaso di terracotta.

Guardo Coy che pare aver smesso di vomitare. È seduto sull’erba, il braccio appoggiato sul ginocchio mentre si asciuga il mento con il dorso della mano. Ci sono due scoiattoli che si rincorrono sul tronco dell’albero. Lui si mette a osservarli, con un sorriso talmente sincero che mi trattiene dall’uscire allo scoperto e farmi vedere.

Le sue labbra ora sono tornate quelle di prima, quelle di sempre. Ha appena perso qualcosa e non lo ritroverà mai più.

Ho sentito di gente che perde l’amore.

Non sorrideva così da anni. Qui nessuno sorride così da anni.

Mattia Agnelli

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In Residence /

Marion Comfort Suites / Da qui si vedono le luci del Marriott

“Tesoro, nulla può sopravvivere se non muore qualcosa”. Da questa frase, pronunciata da Clark Gable a Marilyn Monroe in The Misfits, prendono le mosse i quattro racconti di Mattia Agnelli che annunciano una nuova stagione di “In Residence”: una serie di “cartoline” che ritraggono personaggi abbandonati a loro stessi, senza possibilità di scelta, nel riverbero amaro di un Midwest che decide per tutti, per dirci che esistono destini peggiori della morte.

Ti infilano una banconota da cento dollari nelle mutande. Butti lo sguardo su Casper e la sua giacca in velluto tutta aderente su un corpo fastidiosamente grasso, che ti fa il solito gesto del tipo Tammie, dolcezza, è il caso di portartelo dentro, fai come ti dice. E allora scendi dalla pedana, afferri per la mano l’uomo e lo accompagni dentro. Non è il primo e non sarà certamente l’ultimo. Ti pagano per questo. L’annuncio diceva cameriera ma va bene uguale. Non prendertela con nessuno, è andata così.

Ti stringi in un cappotto che non ti appartiene, le mani in tasca e la borsetta che penzola dal gomito. Passi davanti a un’automobile che ricorda la tua casa fino a qualche anno fa – i sedili posteriori erano così comodi e c’era sempre qualcuno che ti diceva cose diverse in giornate che non avevano colori. Datti una mossa ragazza e Sei ancora lì e Vedi un po’ di andartene e Fai proprio schifo e I tuoi genitori dove cazzo sono. Quando sentivi la parola genitori ti scappava da ridere.

Non parli mai con nessuno: sei abituata a danzare, gesticolare, ammiccare, compiacere, fare certe cose con la bocca. Queste sono le azioni che riempiono la tua quotidianità, e a dirla tutta forse è una quotidianità migliore rispetto a quella di un tempo.

Quand’eri piccola, in un grande albero dietro casa, c’era il copertone di una ruota legato con una corda, che pendeva da un ramo, e non ci potevi mai giocare come facevano i tuoi coetanei, perché era sempre sporco del sangue di galline che venivano prese per il collo e fracassate contro la gomma.

Entri in un bar, ordini un muffin e una tazza di caffè. Ti siedi. Aspetti.

Due donne, che parlano in tono sommesso e sembrano essere d’accordo su un argomento complicato, sono sedute accanto alla vetrata: due sagome in ombra dalla luce pallida mattutina che entra nel locale e rivela volti indolenti. Una donna di mezza età ti serve la colazione. La sua faccia dà l’impressione di un disegno ricalcato troppe volte: una stratificazione di linee uguali che finiscono per formare un’espressione differente da quella originaria; un viso ormai compromesso.

Sposti lo sguardo e vedi un ragazzo, mentre aspetta che gli sia servita una colazione che per lui non prevede l’accomodarsi né al tavolo né al bancone. Ha le braccia lungo i fianchi e il capo chino. Sembra un colpevole e allo stesso tempo una vittima.

Ti fai una serie di domande sul quel ragazzo, delle quali forse è meglio non conoscere la risposta. Il candore con cui si rivolge alla commessa fa trapelare tutta la sua difficoltà nei rapporti di tutti i giorni – ammesso che ne abbia, di rapporti; il suo è un corteggiamento verso l’inadeguatezza.

Estrai una banconota da cinque dollari e la infili sotto la tazza.

Tiri le tende e ti sdrai sul letto nella tua stanza d’albergo.

Fotografia di Mattia Agnelli.
Fotografia di Mattia Agnelli.

Sfili il cappotto e lo getti a terra. Con la punta del piede spingi sui talloni e levi le scarpe. I cuscini enormi, bianchi, eccessivamente morbidi, inghiottiscono la tua faccia e ti lasci sprofondare.

Senti sbattere qualche porta nel corridoio: stanno facendo le pulizie o è la prima gente che se ne va a lavoro; e allora pensi all’inconsolabile tristezza di un uomo che passa le settimane in questo posto, in queste stanze, e magari avrà una famiglia da qualche parte.

Questa moquette color rubino è parte di te. Ricordatelo bene.

Tu che dovresti essere altrove.

Nell’hotel accanto, prossimo alla demolizione, c’è una piscina sul tetto. L’interno è pieno di erbacce che spuntano dal cemento. Quando piove l’acqua nella vasca si fa marrone, e ha formato una linea ormai indelebile che copre per metà i murales sulle pareti.

Vedi la porta aprirsi, piano, e subito dopo il volto di una ragazza. Rimani con lo sguardo fisso su di lei mentre la richiude con fare rispettoso, e un accenno di pentimento.

Ti alzi e cammini fino all’ingresso, apri la porta e vedi che sta per pulire la camera di fronte alla tua.

Le dici di tornare indietro, di non curarsi di te. Rimane sorpresa, non sa che dire. I suoi occhi ti divorano.

Entra nella tua stanza e va dritta a rifare un letto disfatto da tre giorni; il carrello delle pulizie color acquamarina, con secchi di plastica blu e rossi, un sacchetto giallo e altre cianfrusaglie lasciato sulla soglia della porta.

Le osservi il punto vita stretto e le spalle gradevolmente larghe, come se avesse un passato da nuotatrice. Le osservi i polpacci, appena abbozzati, che seguono il flettersi di gambe lunghe e snelle coperte da collant neri semitrasparenti. C’è una sorta di abnegazione nei suoi movimenti, di una matura consapevolezza.

Ti siedi ai piedi del letto.

Le impedisci di fare il suo lavoro in maniera corretta. Si guarda le mani che stringono le lenzuola, sofferma l’attenzione su quel groviglio bianco e ne trova rifugio.

Lascia la presa e si avvicina accanto a te. Rimane in piedi.

Con le mani le tocchi appena i fianchi, guardi su: il suo è uno sguardo severo ma non vuole nient’altro che questo.

Le tue labbra sfiorano le sue, ora che entrambe siete distese.

Si fa un po’ più sotto e ti appoggia la testa sul collo. Non ti ha guardato negli occhi nemmeno per cinque secondi.

Ve ne starete lì, a farvi seppellire da ogni minuto che passa. Verranno a cercarvi e incroceranno i vostri volti orribilmente privi d’amore. Scapperanno, impauriti e indifesi.

Mattia Agnelli

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In Residence /

Marion Comfort Suites / Raccogliamo fiori nel pomeriggio che sfuma

“Tesoro, nulla può sopravvivere se non muore qualcosa”. Da questa frase, pronunciata da Clark Gable a Marilyn Monroe in The Misfits, prendono le mosse i quattro racconti di Mattia Agnelli che annunciano una nuova stagione di “In Residence”: una serie di “cartoline” che ritraggono personaggi abbandonati a loro stessi, senza possibilità di scelta, nel riverbero amaro di un Midwest che decide per tutti, per dirci che ci sono destini peggiori della morte.

Coriandoli di un rosa fosforescente di forma ellittica vengono sparati nel cielo azzurro novembrino; a ricadere sull’erba ci mettono più tempo del previsto. L’asta della bandiera a stelle e strisce è incastrata in una fessura di un pezzo di legno marcio. Giovani marines, dispiegati lungo la staccionata, tengono in mano la bianca estremità dei party popper ad aria compressa, le braccia ormai abbassate, i volti compiaciuti. Uno di loro, fuori dal gruppo, abbraccia Ruth mentre i coriandoli ricadono sulle loro spalle. Il mento rasato a contatto con i residui lanuginosi di un indumento lavato troppe volte provoca al marine una sorta di ostilità, di materna arrendevolezza; una malinconia in cui sperava di non imbattersi. Uno dopo l’altro, anche tutti gli altri soldati abbracciano Ruth, in un silenzio scolpito su volti sorridenti.

In giardino non c’è più nessuno e lei è ancora lì che indugia sulla porta. Nel palmo della mano sinistra tiene una piccola scatola di velluto rosso, aperta; con gli occhi osserva la medaglia e poi alza lo sguardo, commossa, come se loro fossero ancora là. Si lascia la porta alle spalle e rientra in casa. Sul tavolo della cucina piatti di carta, con il rimanente delle due torte, sono sparpagliati un po’ dappertutto; di biscotti nella ciotola di plastica ne sono rimasti pochi. Prende le bottiglie di birra vuote e sistema tutto sul ripiano di marmo. Percorre il corridoio ed entra nella stanza da letto; apre il cassetto di un comò bianco e posa il cofanetto sopra un fazzoletto di seta, senza avvolgerlo. Il cassetto, nel richiuderlo, si inceppa, e Ruth è costretta a cambiare un paio di volte la traiettoria di reinserimento.

Fotografia di Mattia Agnelli.
Fotografia di Mattia Agnelli.

Prepara del caffè e nel frattempo squilla il telefono, risponde: è nonna Holly. Ciao tesoro mi spiace tu sia morta, passami la bimba che voglio parlare con lei e poi anche con Richard, voglio parlare con Richard, sta bene Richard? Si è ripreso dall’incidente? Ruth non sa mai cosa dirle, se non immaginarsi il giallo paglierino della stanza che Holly sta fissando, in quella struttura per pazzi, mentre nella sua mente vagano senza dimora ricordi inespressivi. Poi pensa al tempo ultimo che esclude frivolezze d’ogni genere, e allora l’asseconda. Eccomi qui, sono la tua piccola, ciao nonnina cara. Papà si sta lavando, le stampelle non le porta più; mamma è in cielo, io e lui ce la caviamo alla grande. A presto nonna, ciao ciao.

Il tramonto scende piano riempiendo con sfumature ocra-vermiglie lo spazio tra un ramo e l’altro della robinia spoglia che sta nel giardino.

C’è solo un’altra casa nella strada cieca. È scarsamente illuminata da una luce fredda, flebile, che funziona a intermittenza, proveniente da un faretto quadrato appena sopra la porta d’ingresso. La luce rianima sporadicamente la sagoma grigio topo di una bassa recinzione metallica.

Ruth si stringe nel maglione e guarda fuori, con uno sguardo assente e per certi versi sconcertante: è il dono essenziale dell’immaginazione, che mai come in questo istante, e forse per la prima volta, la condanna a quello che inevitabilmente sarà il resto della sua vita. Si passa la mano sulla pancia, come se lì dentro non ci fosse un bel niente. Non ha ancora deciso che nome darle.

Mattia Agnelli

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Compendium Maleficarum / Il seme del diavolo è freddo

Per recarsi al sabba notturno la strega si denuda e si spalma con un unguento fatto di carne o di sangue di bambino. Quindi invoca il diavolo e si mette a cavalcioni di una sedia o di una scopa, ma vanno bene anche un bastone, un forcone, un maglio per battere il lino, uno sgabello. A volte il volo avviene cavalcando una gatta, un caprone, un cane o un toro. Chi le spia, vede le streghe scomparire in una nuvola azzurra. Se, tornando a casa in groppa al diavolo vengono sorprese dal suono della campana della prima messa, succede che restino sospese in aria. Sole, perché il diavolo, accorto, se ne fugge.

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Compendium Maleficarum è una rubrica di Alberto Tadiello ideata per “In Residence”.

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Compendium Maleficarum / Capri espiatori

Per recarsi al sabba notturno la strega si denuda e si spalma con un unguento fatto di carne o di sangue di bambino. Quindi invoca il diavolo e si mette a cavalcioni di una sedia o di una scopa, ma vanno bene anche un bastone, un forcone, un maglio per battere il lino, uno sgabello. A volte il volo avviene cavalcando una gatta, un caprone, un cane o un toro. Chi le spia, vede le streghe scomparire in una nuvola azzurra. Se, tornando a casa in groppa al diavolo vengono sorprese dal suono della campana della prima messa, succede che restino sospese in aria. Sole, perché il diavolo, accorto, se ne fugge.

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Compendium Maleficarum è una rubrica di Alberto Tadiello ideata per “In Residence”.

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Compendium Maleficarum / Spiriti famigli

Per recarsi al sabba notturno la strega si denuda e si spalma con un unguento fatto di carne o di sangue di bambino. Quindi invoca il diavolo e si mette a cavalcioni di una sedia o di una scopa, ma vanno bene anche un bastone, un forcone, un maglio per battere il lino, uno sgabello. A volte il volo avviene cavalcando una gatta, un caprone, un cane o un toro. Chi le spia, vede le streghe scomparire in una nuvola azzurra. Se, tornando a casa in groppa al diavolo vengono sorprese dal suono della campana della prima messa, succede che restino sospese in aria. Sole, perché il diavolo, accorto, se ne fugge.

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Compendium Maleficarum è una rubrica di Alberto Tadiello ideata per “In Residence”.

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