In Residence /

Ecco i Negozi! / Delle superfici

“Ecco i negozi!” è una rubrica di Anna Franceschini ideata per “In Residence”. Nei dieci episodi che comporranno la rubrica, Franceschini approfondirà il tema del display, interrogandolo nelle sue diverse accezioni e traduzioni (dalla vetrina di negozio alla messa in mostra di opere d’arte), con l’obiettivo di tracciare delle connessioni tra l’atto del mostrare e quelli del guardare ed eventualmente comprare e consumare.
Nel secondo episodio di “Ecco i negozi” Franceschini descrive la sua pratica di videoartista e filmmaker, analizzando i modi di produzione della sua personale collezione di immagini in movimento.

Spesso l’accadere dei miei video e film non è altro che il divenire di un catalogo, di un campionario. Le immagini a scorrimento veloce trascinano lo sguardo in diverse direzioni, introducendolo a un teatro al contempo intimo, ottico e tattile. Divento quindi un’agente di commercio di impressioni retiniche, trasformandomi, di volta in volta, nel venditore di tessuti, nella merciaia, nell’arrotino, nel ferramenta, nel mobiliere. Sono la mia stessa archivista, il mio magazziniere. Girare in pellicola e poi trasferire le immagini su un supporto digitale è una pratica di tassidermia. Il segnale video è la formaldeide che preserverà il mio lavoro, devitalizzato, in attesa di un play e con la speranza di un loop.

BEFORE THEY BREAK, BEFORE THEY DIE – Movement I & II (2013; pellicola 16 mm  trasferita in video) sono il puro manifestarsi di un virtuosismo, l’accadere di un movimento steadycam, il volteggiare fluido della macchina da presa. Il gesto filmico disvela il continuum di uno spazio altrettanto omogeneo: il susseguirsi di campioni di carte da parati, finiture murarie e rivestimenti, nell’originario display del dehors di un negozio milanese. La perfezione dell’illusione ottica è spezzata dall’apparire dell’artificio, dal mostrarsi dei supporti temporanei, dei cartongessi, degli stucchi non finiti, delle stoffe tagliate a vivo. Un preludio, la struttura organizzata di una parata di stilemi cinematografici, un pianosequenza pronto ad accogliere i titoli di testa di un film invisibile. Ogni frammento di parato è un’ipotesi narrativa, costantemente disattesa, l’impossibilità di scegliere, l’eterna indecidibilità, o meglio l’indecisione, tra le storie da raccontare. È l’arte della fuga, la strutturazione polifonica, variata e ripetitiva che permette il piacere della reiterazione con il minimo dello scarto. Lasciare invariata la componente strutturale di un’opera permette di precipitare nell’abisso della superficie, permette di fare poesia. La codificazione di un canone apre le infinite possibilità della variazione rispetto a un limite. Il regime del poetico è la costante calibrazione della distanza formale dal contenuto, ma non il suo completo abbandono. Se si lasciano da parte completamente i contenuti e si strappano le vesti alle cose per vedere cosa c’è sotto, non si trovano pelle, umori o visceri pulsanti, ma solo il freddo, duro e brillante reticolo della struttura. Queste due opere descrivono l’ultima membrana che ce ne separa.

Quando ho visto per la prima volta i Film metrici (1957–60) di Peter Kubelka, il regista era in sala. I film erano costituiti da alternanze di fotogrammi di diverso colore, fotogrammi neri, fotogrammi completamente trasparenti, ma anche fotogrammi figurativi, contenenti sagome umane e oggetti. La loro composizione era metrica, cioè seguiva valori di ritmo, durata, luce e forma. La mia reazione intima, violenta, involontaria, è stata perentoria: io non farò mai una cosa del genere, mi sono detta. Non era un’ammissione d’impotenza, ma anche un arrogante statement. Ho pensato allora che una grande porzione del cinema strutturale fosse null’altro che un gesto di durezza ingiustificata, volto a un controllo onnipotente della materia. Non avevo ovviamente ancora visto Lemon (1969) di Hollis Frampton, la transustanziazione, a mezzo pellicola, del volume di un limone nel corpo di luce di una diva.

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Peter Kubelka, sequenza di frames tratti da "Arnulf Rainer" (1960), "Adebar" (1957), "Schwechater" (1958)
Peter Kubelka, sequenza di frames tratti da “Arnulf Rainer” (1960), “Adebar” (1957), “Schwechater” (1958)

Anni dopo ho girato IT’S ALL ABOUT LIGHT (TO JOSEPH PLATEAU) \ 1 (2011), la ripresa delle scintille prodotte dalla molatura dei binari del tram e l’incursione nell’immagine dell’origine del fenomeno, ovvero la mola a spinta manuale e i piedi dell’operaio dell’ATM che la dirige. Una volta viste le immagini, mi sono ritornati alla mente i Film metrici e ho pensato che la struttura non ha bisogno di essere cercata o creata, ma che la si trova, splendente, nel mondo che accade. Ho allora avuto la sensazione di aver girato un film d’amore.

Tra le forme del linguaggio cinematografico che, per coincidenza o intenzione, ho frequentato di più nella produzione di immagini in movimento c’è stato il carrello, quel dispositivo meccanico e linguistico che prevede l’utilizzo di una macchina da presa posizionata su binari che ne permettono lo scorrimento. Il carrello esplora lo spazio, trasformando il movimento in moto emotivo e le architetture in storie. Nel 2007 ho girato un documentario di un’ora, CASA VERDI (video), il ritratto di una casa di riposo milanese per musicisti e cantanti d’opera. Lì ho utilizzato dei carrelli per la prima volta. Molto lenti, in consonanza con la cadenza e il ritmo interno del luogo. La difficoltà più grande che ho incontrato durante le riprese è stata trovare il modo di spostarmi verticalmente, in senso cinematografico, in un edificio di tre piani senza rompere quel tempo sospeso, costante, che era la connotazione fondamentale dello spazio e quindi del film. La soluzione era di fronte ai miei occhi, ma ci ho impiegato qualche settimana a notarla e a riconoscerla: l’ascensore, il mezzo di trasporto più utilizzato in un edificio abitato da persone anziane con problemi di deambulazione. È diventato il carrello verticale che ha spostato il film di piano in piano e ne ha favorito gli atti drammatici, la sceneggiatura. Le porte che si aprivano e chiudevano davanti alla telecamera, aprivano e chiudevano le scene con discrezione e naturalezza.

La mia pratica continua a essere anche un’opera di conservazione e arricchimento di un personale repertorio ornamentale, un catalogo di motivi che possono essere di volta in volta applicati ai muri di gallerie, agli incarnati smorti dei teli da proiezione e alle superfici radiose degli schermi. L’unica frustrazione, che credo comune a qualsiasi realizzatore di immagini in movimento, è quella di non poter accedere al mio archivio in maniera simultanea ed espansa nello spazio, ma di dovermi accontentare di una porzione di spazio che varia dai 13 ai 17 pollici per poter godere della mia collezione.

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In Residence /

Ecco i Negozi! / Cineshopping

“Ecco i negozi!” è una rubrica di Anna Franceschini ideata per “In Residence”. Nei dieci episodi che comporranno la rubrica, Franceschini approfondirà il tema del display, interrogandolo nelle sue diverse accezioni e traduzioni (dalla vetrina di negozio alla messa in mostra di opere d’arte), con l’obiettivo di tracciare delle connessioni tra l’atto del mostrare e quelli del guardare ed eventualmente comprare e consumare.
Nel primo episodio di “Ecco i negozi” Franceschini si sofferma sulla presenza di vetrine e display di negozio nel cinema e sulla loro valenza simbolica.

L’ultimo capolavoro del regista francese Bertrand Bonello, Nocturama (2016), dopo una prima parte letteralmente esplosiva (Parigi viene disseminata di bombe da un gruppo di individui non troppo contenti di come vanno le cose nel mondo), ci rinchiude insieme ai dissidenti in un centro commerciale chiuso. Gli addetti alla sorveglianza sono morti, ma lo sappiamo solo noi spettatori e il personaggio che li ha uccisi contravvenendo alle regole del piano, mettendo tutti gli altri in trappola. Quindi siamo a conoscenza del fatto che il futuro di questo gruppo di “nemici dello stato”, che ha messo a ferro e fuoco la città, è segnato, comunque vadano le cose. L’omicidio chiama l’età adulta, è inevitabile, non si tratta più di una bravata. Ma forse lo sanno anche i sovversivi intrappolati nello scintillante tempio del consumo, ora avvolto in una penombra altrettanto glamour. E allora che orgia della merce sia! In Nocturama si compie un atto che risuona con qualcosa di molto cinematografico: si allungano le mani laddove si dovrebbe solo guardare. Si strappa la membrana di sicurezza, invisibile ma letale, che ci separa dall’oggetto del desiderio e che generalmente viene annullata solo dallo strisciare della carta di credito.

In questo centro commerciale dove non si compra ma ci si impossessa, è tutto strano, tutto straniato. I dissidenti indossano, giocano, mangiano, invitano, sporcano, tutto “come se” – come se si stessero per sposare, come se fossero sul palco di una music hall, come se fossero in Scarface. Fiction estrema, post-spettacolo, reality show endogeno. I personaggi si guardano in televisione anche o, meglio, nelle televisioni, nella proliferazione ultrasottile a cristalli liquidi che è in mostra/in vendita, ma che mostra/vende, con un lieve scarto temporale, il mondo al di fuori – o meglio, una delle sue possibili versioni, quella dei media, dello stato, della polizia.

Se in Nocturama il display prima attrae e poi distrugge chi osa sfidarne le regole (orari di apertura e chiusura, contratto di compravendita, sistemi di sicurezza e videosorveglianza), nel videoclip di “Nove Maggio” (2017) del cantautore/rapper napoletano Liberato, il negozio della Nike è un’immagine-collirio, che s’impone su una città restituita come una cancrena di cemento che il sole non riesce a risollevare, nemmeno retoricamente. Il negozio monomarca invece restituisce ai sensi una meritata pace, con il suo display che ricorda vagamente il fronte di uno degli edifici di edilizia popolare ripresi nel video, dove ogni modello di scarpa, ogni nucleo di stile, potrebbe rappresentare un nucleo familiare. Il brand costruisce i suoi display retro illuminati per evidenziare la silhouette del campione calzaturiero e attirare lo sguardo dell’avventore. Mentre l’edilizia popolare non retro-illumina né scarpe né persone né anime. Lo shopping risolleva sempre anche l’animo più disperato, il cuore più massacrato dalle pene d’amore. Quindi la piccola, seducente, protagonista del video, che canta la canzone in lip sync, entra nel negozio e si emancipa – si retroillumina e si beatifica attraverso il rituale magico di uno stacchetto di danza.

I negozi, le vetrine, le compere compulsive, tuttavia, non riescono a risollevare l’anima della bella cantante Cleo, condannata a morte, fin dalla prima sequenza del film di cui è protagonista, Cleo dalle 5 alle 7 (1962), di Agnes Varda. Quella sequenza è costituita da una indimenticabile serie di plongée (inquadrature a piombo), riempite di tarocchi e titoli di testa. Cleo è malata, aspetta i risultati delle analisi e noi aspettiamo con lei. Durante questa lunga attesa scende per strada e passa tra gente e negozi, ma sembra non godere del piano urbanistico hausmanniano, dei passages benjaminiani, dei caffè nouvelle-vagueiani. A volte il dolore ha il sopravvento, sembra, e ci individua non attraverso una scelta di consumo. Ci consuma e basta.

Erano anni diversi, donne diverse, film e registe diverse; nonostante in America già dall’anno prima si facesse colazione davanti alle vetrine di Tiffany, con un croissant e una bevanda da asporto contenuta in una tazza probabilmente di carta, non ancora frutto di un’estrusione di styrofoam – l’hyper object che ci distruggera’.

. Splash (1984) è un film con Tom Hanks e Daryl Hannah, diretto da Ron Howard, pubescente icona televisiva anni 70 (Happy days, 1974 – 1984) e poi regista superstar, grande edificatore dell’epica americana degli anni Novanta, grazie a film quali Apollo 13 (1995). Nel film il display funziona come una lezione di linguistica o, più prosaicamente, come un corso avanzato di inglese americano. La sirena bionda, che si esprime solo grazie a suoni dai moltissimi decibel che sfondano timpani e vetri, ha un evidente problema di comunicazione con l’amato umano, Tom. Lasciata sola in casa, riesce a uscire, prendere un taxi e andare da Bloomingdale’s. Si ritrova nel reparto tecnologia, circondata da una pletora di televisori in funzione e comincia a guardare le immagini parlanti e semoventi sotto una specie di incantamento, che innesca in lei un istinto imitativo. Alla fine della giornata il sublime essere ibrido parla la lingua americana alla perfezione e sa fare aerobica.

SplashGli esempi di vetrine, negozi e display in quella che, dai Lumiere in poi, è la grande vetrina del mondo sono innumerevoli. Produci, consuma, crepa, ma anche impara e umanizzati. Dopotutto come scrive Anne Friedberg in Window shopping (University of California Press, 1993), siamo tutti “shoppers/spectators”; e se non possiamo permetterci tutte le cose, almeno possiamo impossessarcene via persistenza retinica.

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In Residence /

Fox With The Sound of Its Owl Shaking / 4b

Ultimo episodio testuale di Fox With The Sound Of Its Owl Shaking per la rubrica “In Residence” con cui si conclude la prima residenza d’artista online di Flash Art Italia.
In questo episodio l’artista esplora attraverso le figure retoriche dell’analogia, ellissi, sineddoche, paradosso e tautologia le modalità di rappresentazione attraverso cui l’arte contemporanea affronta concetti e significati che l’artista intende esprimere.
Tra gli artisti citati, Felix Gonzalez Torres, Alberto Garutti, Nick Relph, Josè Luis Martinat, Santo Tolone, Simon Starling e tanti altri.

L’arte contemporanea è un linguaggio che spesso si esprime tramite una serie di artifici, riconducibili a una manifestazione fisica o performativa delle più classiche figure retoriche.

Si parla di “artifici” in quanto queste figure rappresentano uno “scarto”, una “deviazione” rispetto a canali più tradizionali della comunicazione visiva.

Il concetto di amore tra due persone ad esempio può essere rappresentato “linearmente” e “coerentemente” con l’immagine di un cuore tra due innamorati o con modalità espressive più “complesse” e “laterali”, installando due orologi a parete, le cui lancette si muovono all’unisono.

Possiamo quindi considerare un’opera d’arte contemporanea come la manifestazione fisica di una metafora, riferita a un concetto o a un significato che l’artista intende esprimere. Oltre alla metafora negli ultimi cento anni gli artisti contemporanei hanno sfruttato una moltitudine di figure retoriche. Tra queste: l’analogia, l’ellissi, la sineddoche, il paradosso e la tautologia.

Felix Gonzales Torres, Untitled (Perfect Lovers), 1991.
Felix Gonzales Torres, Untitled (Perfect Lovers), 1991.

Analogia

analogia

Alberto Garutti, Filo lungo 3348 Km e 700 metri: 85° Giro d'Italia, 2001.
Alberto Garutti, Filo lungo 3348 Km e 700 metri: 85° Giro d’Italia, 2001.

L’installazione è un filo lungo 3348 Km e 700 metri (target), ovvero la distanza che dovranno percorrere i ciclisti durante l’85° Giro d’Italia (sorgente).

Francesco Arena, 278 km (as a letter of Nietzsche), 2014.
Francesco Arena, 278 km (as a letter of Nietzsche), 2014.

Il lavoro consiste di un performer che percorre 278 km (target) all’interno di una sala, ovvero la distanza che l’amico di Nietzsche Overbeck percorse per portare l’amico filosofo da Torino a Basilea (sorgente).

Felix Gonzales-Torres, Untitled (Portrait of Ross in L.A.), 1991.
Felix Gonzales-Torres, Untitled (Portrait of Ross in L.A.), 1991.

L’installazione consiste in una montagna di caramelle di 79 chili (target), che si riferiscono al peso ideale del fidanzato dell’artista.

In About 20 Times Slower than a Sunset, un’opera dell’artista olandese Helmut Smits, un’ automobile si muove a 50km/h, 20 volte più lenta di un tramonto.

Of All The People In All The World è una mostra itinerante del collettivo Stan’s Cafè, in cui una serie di statistiche relative alla popolazione mondiale sono visualizzate tramite chicchi di riso.

 

Ellissi

Il termine, dal greco antico, significa letteralmente mancanza.
Si tratta di una figura retorica che consiste nell’omissione, all’interno di una frase, di uno o più parole che la costruzione grammaticale richiederebbe e che sia possibile sottintendere.

Nick Relph, Raining Room, 2012.
Nick Relph, Raining Room, 2012.

Un’automobile è rappresentata solo tramite degli pneumatici disposti a terra.

Latifa Echakhch, Fantasia (Empty Flag, Black), 2007.
Latifa Echakhch, Fantasia (Empty Flag, Black), 2007.

Una serie di aste portabandiera, senza bandiere.

Santo Tolone, Salame, 2012.
Santo Tolone, Salame, 2012.

Un salame è rappresentato mostrando esclusivamente i grani di pepe all’interno dello stesso.

In Super Mario Clouds (2001), Cory Arcangel modifica una cartuccia del Super Nintendo in maniera tale che sullo schermo siano visualizzate solo le nuvole presenti nel videogioco Super Mario.

 

In Carcel (2011), Josè Luis Martinat rimuove, da un cartone animato della Warner Bros, tutte le scene in cui compaiono i personaggi, mostrando esclusivamente gli sfondi e i paesaggi.

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L’Arsenal nella stagione 2003-04 vince la Premier League senza mai perdere una partita. La pubblicità della Nike toglie la L(lost, sconfitta) dal nome della squadra. (W si riferisce alle partite vinte, D alle partite pareggiate)

Sineddoche

Emily’s Video (2012) di Eva e Franco Mattes è una collezione di video reazioni a quello che viene chiamato “the worst video ever”. (l’effetto per la causa)

 

Il video mostra le reazioni di una serie di persone al video Two Girls One Cup, trailer del film brasiliano pornigrafico-fetish uscito nell’estate 2007. (l’effetto per la causa)

Marcel Duchamp, In Advance Of A Broken Arm, 1915.
Marcel Duchamp, In Advance Of A Broken Arm, 1915.

L’installazione consiste in una pala. Il titolo suggerisce che quella pala sarà usata per spezzare il braccio a qualcuno. (la causa per l’effetto)

Matteo Rubbi, Gli Elementi, 2010.
Matteo Rubbi, Gli Elementi, 2010.

L’installazione consiste di una sala in cui sono raggruppati una serie di oggetti, ciascuno contenente un elemento della tavola periodica: una catenina d’oro, dei fiammiferi, due palloncini a elio, etc… (la parte per il il tutto)

Paradosso

Il paradosso è una figura retorica che non saprei minimamente spiegare. Mi dispiace.

Simon Starling, Autoxylopyrocycloboros, 2006.
Simon Starling, Autoxylopyrocycloboros, 2006.

Una barca a vapore è alimentata usando la legna della barca stessa.

William Anastasi, I Want Walls, 1995.
William Anastasi, I Want Walls, 1995.

“Non voglio questo sul mio muro”.

Wilfredo Prieto, Untitled (Crane), 2006.
Wilfredo Prieto, Untitled (Crane), 2006.

Una gru tenta di sollevare sé stessa.

Adam Parker Smith's "I'm Looking for a Gallery Better Then This One", 2013.
Adam Parker Smith’s “I’m Looking for a Gallery Better Then This One”, 2013.

“Sto cercando una galleria migliore della mia”.

Tony Conrad, Summer 1961, 1961.
Tony Conrad, Summer 1961, 1961.

“Per performare questo lavoro non performarlo”.

Campagna pubblicitaria della Thomapyrin contro il mal di testa. “La frase successiva è falsa >< La frase precedente è vera”.

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“Progettiamo ogni Volvo affinchè diventi così”.

Tautologia

La tautologia è una figura retorica che consiste nel ripetere nel predicato ciò che è già stato espresso nel soggetto, come ad esempio accade nella frase “una donna vedova”. In arte contemporanea esistono diverse opere nelle quali lo stesso concetto viene ribadito secondo diverse forme, trasformando l’opera in un meccanismo a orologeria, autoreferenziale e meta-esplicativo.

Si pensi a Roberto Fassone che tra il 2016 e 2017, in collaborazione con la rivista Flash Art, ha sviluppato una serie di video tutorial e testi scritti che analizzano dei processi creativi per la realizzazione di opere concettuali. Ciascuna strategia è raccontata esemplificando il processo di cui si parla. Quindi ad esempio quando si prende in esame l’ellissi, nel testo mancano alcune parole o quando si esamina il cambio di dimensione il testo aumenta in grandezza.

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100 Cinesi sono riuniti in una stanza.

Joseph Kosuth, Neon, 1965.
Joseph Kosuth, Neon, 1965.

La scritta “NEON” realizzata in neon.

Robert Morris, Box With The Sound Of Its Own Making, 1961.
Robert Morris, Box With The Sound Of Its Own Making, 1961.

Una scatola in legno contiene al suo interno le registrazioni dei suoni prodotti durante la sua costruzione.

Erik Dietman, PAIN, 1967.
Erik Dietman, PAIN, 1967.

 

La scritta “PAIN” (pane) realizzata con del pane.

Il video mostra tutti i momenti in cui è utilizzata una tautologia nella serie televisiva The Wire.

 

Il video mostra la scena di un provino “tautologico” della serie televisiva Mr. Show with Bob and David.

Roberto Fassone (1986) è un giocatore di basket (Affrico Firenze). Vive e lavora a Firenze.

 

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In Residence /

Fox With The Sound of Its Owl Shaking / 4a

Quarto episodio video di Fox With The Sound OfIts Owl Shaking per la rubrica “In Residence”, a cura di Roberto Fassone. In questa puntata l’artista prende in considerazione alcune tipologie di figure retoriche come punto di partenza per la creazione di una potenziale opera d’arte. Le opere di Felix Gonzalez Torres, Alberto Garutti e Nick Relph sono solo alcuni tra gli esempi presi in esame dall’artista.

Fox With The Sound Of Its Owl Shaking è un progetto che intende rispondere alla domanda: “come si fa a fare un’opera d’arte concettuale?”. Un percorso in quattro capitoli videoinframmezzati da quattro interventi testuali che raccoglie ed esemplifica una serie di tecniche e strategie creative prese in prestito dal game design, dalla letteratura, dalla pubblicità, da Bruno Munari, dalla magia e dalla psicoterapia e le proietta all’interno del mondo dell’arte contemporanea.
La versione web-tutorial consultabile su flashartonline.it è ispirata all’omonima performance presentata nell’ottobre 2016 al MART – Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto nell’ambito di LIVE WORKS@MART, a cura di Centrale Fies Art Work Space.

Roberto Fassone (1986) è un giocatore di basket (Affrico Firenze). Vive e lavora a Firenze.

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In Residence /

Fox With The Sound of Its Owl Shaking / 3b

Terzo episodio testuale di Fox With The Sound Of Its Owl Shaking per la rubrica “In Residence” a cura di Roberto Fassone. La puntata video correlata, partendo dal testo “Fantasia” di Bruno Munari (1977) analizza alcune delle costanti individuate dall’autore per rendere l’arte più accessibile al pubblico. Questo scritto approfondisce le diverse tipologie di una delle molteplici caratteristiche della fantasia, “il cambio” tramite il lavoro di artisti come Man Ray, Wilfredo Prieto, Olafur Eliasson, Francesco Vezzoli e molti altri.

Per cercare di capire come funziona la fantasia, o la creatività o l’invenzione, dovremo vedere se è possibile individuare le operazioni che vengono fatte nella memoria mettendo in relazione i dati noti.

B.Munari, Fantasia, 1977

[…]

Poi c’è tutto un gruppo di relazioni che potremmo mettere assieme sotto la definizione di cambio o sostituzione di qualcosa: cambio di colore, di peso, di materia, di luogo, di funzione, di dimensione, di movimento.

B.Munari, Fantasia, 1977

Un altro aspetto della fantasia è il cambio del colore.

Man Ray nel 1960 dipinse un pane di blu, uno di quei pani lunghi neri un metro che si usano a Parigi, lo dipinse di blu cobalto. Il pane era sempre fatto di pane ma il colore blu lo rendeva immangiabile. Pare che non ci sia niente in natura di colore blu cobalto che si possa mangiare. Sono stati fatti esperimenti di vario tipo per studiare relazione tra colore e mangiabili: un risotto blu non è riuscito a mangiarlo nessuno, anche se buonissimo.

B.Munari, Fantasia, 1977

Man ray, "Pain peint [Blue bread: favourite food for bluebirds]" (1958)
Man Ray, “Pain peint [Blue bread: favourite food for bluebirds]” (1958)
Baguette dipinta di blu.

Wilfredo Prieto, "Apolitico" (2012)
Wilfredo Prieto, “Apolitico” (2012)

Tutte le bandiere degli stati appartenenti alle Nazioni Unite ricreate in scala di grigio.

Olafur Eliasson, "Green River" (1998)
Olafur Eliasson, “Green River” (1998)

L’artista fa assumere la colorazione verde a diversi fiumi in varie città.

Yoko Ono, "White Chess Set" (1966)
Yoko Ono, “White Chess Set” (1966)

Una scacchiera, i suoi pezzi e l’ambiente in cui si colloca sono ricolorati totalmente in bianco.

Francesco Vezzoli, "Teatro Romano" (2015)
Francesco Vezzoli, “Teatro Romano” (2015)

Cinque busti antichi romani ridipinti nel modo in cui furono realizzati in origine.

Ai Wei Wei, "Colored Vases" (2009-10)
Ai Wei Wei, “Colored Vases” (2009-10)

Vasi della dinastia Han sono ricoperti di pittura industriale

Un altro aspetto della fantasia è il cambio di dimensione.

Negli anni 60 è esplosa la pop Art. La gente si meravigliava di vedere esposti nelle più famose gallerie d’arte visiva, quegli enormi oggetti che era abituata a vedere da anni alle Fiere Campionarie di tutti i paesi. In questi luoghi dove masse di pubblico vanno a vedere le novità industriali, gli agenti pubblicitari di tutto il mondi applicavano la formula del cambio di dimensione, nel senso del gigantesco, per richiamare l’attenzione del pubblico.

B.Munari, Fantasia, 1977

Kate Green & Tomo Savic-gecan, "Metropolis M magazine" (no.2, 2006)
Kate Green & Tomo Savic-gecan, “Metropolis M magazine” (no.2, 2006)

Il numero 2 della rivista Metropolis M è ridotta di 1mm.

Claes Oldenburg, "Mistos (matches)" (1987)
Claes Oldenburg, “Mistos (matches)” (1987)

Un’ enorme scatola di fiammiferi.

Alexandra Mir, "The Big Umbrella" (2003-2004)
Alexandra Mir, “The Big Umbrella” (2003-2004)

Un ombrello più grande del solito.

Maurizio Cattelan, Untitled, 2001 L’ascensore più piccolo del mondo.

Et andet aspekt af fantasi er ændringen af ​​placeringen. Et skib som regel er i vandet i havet eller søen, men hvis vi gør vi på en bakke, så ændre det sted, skifter retning eller nonsens.

B.Munari, Fantasia, 1977 (tradotto in danese con google translate)

Santo Tolone, Italia Brasile 82, 2009 Un paesaggio montano viene ripreso seguendo gli stessi movimenti di telecamera e riproducendo le medesime inquadrature della prima frazione di gioco della partita di calcio Italia-Brasile, trasmessa durante il Mondiale del 1982.

Elmgreen and Dragset, "Prada Marfa" (2005)
Elmgreen and Dragset, “Prada Marfa” (2005)

Un negozio di Prada è cstruito in mezzo al deserto del Texas.

Renata Lucas, "Third Time" (2011)
Renata Lucas, “Third Time” (2011)

L’impianto luci di casa dell’artista è replicato all’interno dello spazio artistico Peep-Hole a Milano.

Superflex, "Korean Flamingos" (2006)
Superflex, “Korean Flamingos” (2006)

Cinque fenicotteri sono trasferiti dallo zoo di Seoul allo zoo di Odense.

Un altro aspetto della fantasia è il cambio di materia.
Un famosissimo oggetto surrealista realizzato secondo questo principio di cambio di materia, nel 1936 da Meret Oppenheim, è una tazzina da caffè con relativo piattino e cucchiaino, il tutto rivestito da pelliccia. Altri oggetti famosi, sempre nel periodo surrealista, furono gli orologi molli dipinti da Salvador Dalì nel 1931. Man Ray costruì ed espose uno specchio flessibile, nel 1944, dove il pubblico poteva specchiarsi e modificare la propria immagine toccando con un dito la superficie flessibile dello specchio.

B.Munari, Fantasia, 1977

Jeff Koons, "Balloon Dog" (1995-1998)
Jeff Koons, “Balloon Dog” (1995-1998)

Palloncini a forma di cucciolo di cane, realizzati in acciaio lucidato.

Cerith Wyn Evans, "Untitled (Gold-Plated Barrier)" (1998)
Cerith Wyn Evans, “Untitled (Gold-Plated Barrier)” (1998)

Transenna realizzata in oro.

Meret Oppenheim, "Le déjeuner en fourrure" (1936)
Meret Oppenheim, “Le déjeuner en fourrure” (1936)

Tazzina ricoperta di pelliccia.

Andrew Lewicki, "Walnut Skate Ramp" (2007)
Andrew Lewicki, “Walnut Skate Ramp” (2007)

Rampa per skateboard in legno di noce.

Allora&Calzadilla, "Petrol Pump" (2012)
Allora&Calzadilla, “Petrol Pump” (2012)

Pompa della benzina realizzata in granito.

Roberto Fassone (1986) è un giocatore di basket (Affrico Firenze). Vive e lavora a Firenze.

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In Residence /

Fox With The Sound Of Its Owl Shaking / 3a

Terzo episodio video di Fox With The Sound Of Its Owl Shaking per la rubrica “In Residence”, a cura di Roberto Fassone. In questa puntata, a partire dal libro “Fantasia” di Bruno Munari, si analizzano le varie tipologie di “cambio”: di colore, materiale, dimensione, tempo e luogo (clicca qui per il cambio di luogo).
Per spiegare le seguenti caratteristiche, vengono riportati diversi esempi, tra le opere di Man Ray, Wilfredo Prieto, Olafur Eliasson, Meret Oppenheim, Jeff Koons, Allora e Calzadilla, Tomo Savic Gecan, Douglas Gordon, Elmgreen and Dragset, Renata Lucas e tanti altri.

Fox With The Sound Of Its Owl Shaking è un progetto che intende rispondere alla domanda: “come si fa a fare un’opera d’arte concettuale?”. Un percorso in quattro capitoli videoinframmezzati da quattro interventi testuali che raccoglie ed esemplifica una serie di tecniche e strategie creative prese in prestito dal game design, dalla letteratura, dalla pubblicità, da Bruno Munari, dalla magia e dalla psicoterapia e le proietta all’interno del mondo dell’arte contemporanea.
La versione web-tutorial consultabile su flashartonline.it è ispirata all’omonima performance presentata nell’ottobre 2016 al MART – Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto nell’ambito di LIVE WORKS@MART, a cura di Centrale Fies Art Work Space.

Roberto Fassone (1986) è un giocatore di basket (Affrico Firenze). Vive e lavora a Firenze.

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