In Residence /

Ecco i negozi! / Formenti dei F.lli Bulgarelli

“Ecco i negozi!” è una rubrica di Anna Franceschini ideata per “In Residence”. Negli otto episodi che comporranno la rubrica, Franceschini approfondirà il tema del display, interrogandolo nelle sue diverse accezioni e traduzioni (dalla vetrina di negozio alla messa in mostra di opere d’arte), con l’obiettivo di tracciare delle connessioni tra l’atto del mostrare e quelli del guardare ed eventualmente comprare e consumare.

Nel quarto episodio di “Ecco i negozi!”, Franceschini osserva le vetrine del celebre negozio milanese Formenti dei F.lli Bulgarelli, specializzato nella vendita al dettaglio e all’ingrosso di materiale elettrico.

Formenti dei F.lli Bulgarelli affaccia con due vetrine a mezza altezza su via Panfilo Castaldi, nel cuore del quartiere di Porta Venezia, al numero 38.

La mia prima visita al negozio, circa un anno fa, è stata dettata dalla curiosità, come accade a molti passanti. Le vetrine sono infatti allettanti e inducono a un’ulteriore esplorazione degli interni, che si preannuncia altrettanto gustosa.

L’attività è gestita da Michele e Paolo Bulgarelli, che con grande gentilezza e disponibilità me ne tratteggiano la storia: un groviglio di patronimici, nomi di battesimo e iniziali puntate, degno delle genealogie meneghine di gaddiana memoria. Mi raccontano che la licenza e le mura vengono acquisite dalla nonna, nata Gommi e sposata Bulgarelli, nel 1948. In realtà la licenza pertiene al civico 40 ed è di proprietà del signor Formenti, mentre al 38 si trova un rivenditore di ricambi per auto General Motors. La signora Gommi, per denominare la nuova attività, mantiene il nome del vecchio possessore e integra quello del marito, Remo Bulgarelli, un perito elettromeccanico già impiegato presso l’Officina Elettrotecnica Vittorio Arcioni, ditta responsabile della realizzazione di gran parte dell’illuminazione pubblica della città. Il negozio apre i battenti come Ugo Formenti di Remo Bulgarelli, per poi diventare, con la generazione successiva, Formenti di R. Bulgarelli e Figlio, e quindi mutare in Formenti di R. (non più Remo bensì Roberto) e Figli e, acquisire infine la sua attuale nominazione: Formenti dei F.lli Bulgarelli.

Molto della struttura originaria è rimasto, molto è cambiato, non solo nel negozio e nelle vetrine, ma nella viabilità di via Panfilo Castaldi – mi vien detto. Originariamente via di corrieri a cavallo, che prelevavano le merci dalla vicina Stazione Centrale e le smistavano per la città, passando da questa via probabilmente acciottolata, via Panfilo Castaldi ha una numerazione “al contrario”, ovvero i numeri sono crescenti in ordine opposto a quello normale, dal centro alla periferia. Non me ne ero mai accorta, pur avendo abitato al 29 che, in effetti, è piuttosto distante dal centralissimo Corso Buenos Aires. La ragione mi viene svelata da Paolo Bulgarelli: la Stazione Centrale, prima di diventar lo splendido molosso fascista che è ora, una volta si trovava in Piazza della Repubblica, via Vittor Pisani ne costituiva, in parte, il delta di binari che vi confluivano, e via Castaldi, piccola emissaria della stazione, ricevette la sua numerazione a partire dalla Grande Stazione.

Quello che è rimasto identico al negozio del 1948 è gran parte dell’interno. Le scaffalature sono costituite da pile di scatole di legno che venivano utilizzate per movimentare la merce al posto degli odierni scatoloni di cartone e furono già riutilizzate dalla nonna per l’arredo. Il bancone di legno e formica turchese è ancora quello del rivenditore della General Motors. Molti strumenti per la misurazione dell’elettricità in tutte le sue dimensioni fisiche fanno mostra di sé, ma giacciono inutilizzati, appesi alle pareti o sparpagliati nel negozio, a scopo decorativo. L’interno è fitto di matasse di fili colorati, scintillanti fili metallici, supporti per resistenze in ceramica refrattaria in centinaia di fogge e misure diverse, rotoli di materiale isolanti, canaline per fili elettrici. Negli anni il settore merceologico si è ristretto e di conseguenza il negozio si dedica a un mercato di nicchia e non più alla grande industria e distribuzione. Sono tramontati gli affari che riguardavano i motori elettrici e il filo di rame smaltato per avvolgimento, mentre rimane forte il settore del materiale refrattario, anche grazie alla grande competenza tecnica dei proprietari che ben conoscono le diverse resistenze al calore dei materiali, dato imprescindibile per la sicurezza degli impianti e dell’attrezzatura elettrica. Cionondimeno il negozio e le sue vetrine attraggono ancora molti curiosi, italiani e stranieri, che durante il periodo del Salone del Mobile, climax di internazionalizzazione e fermento per la città, lo visitano, alla stregua di una casa museo, o di un eccentrico negozio di anticaglie.

L’ultimo allestimento delle vetrine risale agli anni Novanta ed è stato curato e realizzato collettivamente dai proprietari e da alcuni impiegati i cui nomi, per un attimo, volteggiano nell’aria: Ermanno, Ciro, ecc. In realtà, nel corso degli anni, per volere dei condomini, l’affaccio su strada del negozio è stato alterato. Mentre originariamente i colori dominanti della facciata, l’arancione e il verde delle insegne, coprivano interamente la superficie muraria, per tutta l’altezza delle vetrine, fino a terra e anche le intercapedini di stucco e granito, in seguito si è dovuto ritornare alla severità della pietra e allo stucco rosato per adeguarsi a un più mite clima cromatico che domina la totalità della via. I colori sono rimasti a coprire il ferro che incornicia i vetri piombati. Questi, come cabinet di un museo archeologico di una qualche provincia italiana, custodiscono molte meraviglie obsolete, alcune novità, oggetti senza tempo e quelle che a prima vista sembrano vere e proprie antichità, ma che, a uno sguardo ulteriore si rivelano essere i trofei di prestigiosi premi al lavoro. Nelle vetrine a più ripiani si possono ammirare le meraviglie del mondo elettrico: il campionario dei materiali isolanti dai nomi esotici, gli opalescenti fogli di mica dai bordi dentellati, portalampada tra i più svariati, interruttori di porcellana istallati su pannelli trompe l’œil di finto marmo, finti mattoni, finte piastrelle, fili elettrici in gomma colorata e un display di supporti in ceramica refrattaria dai toni pastello, dal beige, al biscotto fino al color nocciola, che paiono frammenti di templi perduti e che per primi, tempo fa, avevano attirato la mia attenzione, fino a diventare gli enigmatici protagonisti di una mia recente produzione video ispirata a Il mondo sommerso di J. G Ballard (1969), un romanzo di fantascienza distopica dove centrale è la contemplazione, da parte di uomini e donne costretti all’abbandono del mondo civile, delle rovine delle moderne città europee sommerse dall’acqua. Nel video gli oggetti di ceramica funzionano come reperti archeologici non propriamente identificabili, che potrebbero appartenere alla storia dell’umanità ma anche a una civiltà aliena e che vengono rimessi in gioco da un ignoto e ipotetico “custode” invisibile che ne percepisce l’importanza cultuale e simbolica, pur non avendo le conoscenze necessarie per svelane completamente il segreto.

Anna Franceschini
Pensa alla bellezza dei tuoi capelli / Think about the beauty of your hair, 2016, HD video, color mute, 49” loop. Courtesy dell’artista e Vera Cortes, Lisbona.

Con i fratelli Bulgarelli ci lasciamo con un’ultima visita al loro personale “mondo sommerso”. Il magazzino interrato dove custodiscono l’approvvigionamento di materiale refrattario. Stoccati in casse e cassetti si trovano cumuli di bacchette dal diametro di spaghetti, grandi piastre scanalate, cilindri estrusi simili a colonne doriche, interi fornetti refrattari per la cottura della ceramica. Un emporio geometrico in penombra, che attende di essere riportato in vita da alti calori e forti energie elettrizzanti.

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In Residence /

Ecco i Negozi! / Barnaba Fornasetti e Micol di Palma

“Ecco i negozi!” è una rubrica di Anna Franceschini ideata per “In Residence”. Nei dieci episodi che comporranno la rubrica, Franceschini approfondirà il tema del display, interrogandolo nelle sue diverse accezioni e traduzioni (dalla vetrina di negozio alla messa in mostra di opere d’arte), con l’obiettivo di tracciare delle connessioni tra l’atto del mostrare e quelli del guardare ed eventualmente comprare e consumare.

Nel terzo episodio di “Ecco i negozi!”, Franceschini incontra Barnaba Fornasetti – artista e art director, figlio del poliedrico artista e designer Piero – e Micol di Palma — scenografa e, da circa un anno, braccio destro di Barnaba nell’ideazione degli allestimenti per le vetrine del negozio Fornasetti di Milano.

Quando incontro Barnaba Fornasetti e Micol di Palma, l’allestimento del negozio di cui Barnaba è direttore artistico, è dedicato alla collaborazione di Fornasetti con il brand di moda giapponese Comme des Garçons. Il padre di Barnaba, Piero, ha definito la linea estetica dell’azienda di famiglia. La lunga collaborazione con Giò Ponti, l’ossessione per il volto della cantante Lina Cavalieri, l’eclettismo e il virtuosismo tecnico sono solo alcuni dei tratti distintivi dell’oeuvre di questo grande maestro della decorazione. Il figlio Barnaba ne continua e amplia il percorso.

Quando Barnaba e Micol mi accolgono, le sei vetrine che impreziosiscono l’angolo tra via Senato e Corso Venezia, sono in pieno fulgore allestitivo. Non posso fare a meno di notare il gusto e la raffinata ricerca che distinguono i display. I “fondali” (termine mutuato dal teatro ma che ben si attaglia ai “meccanismi” scenografici al cui montaggio sto assistendo) fanno ricorso all’illusione ottica e al trompe l’oeil: pattern optical e porte fittizie annullano la dimensione prospettica reale, ampliando o deformando lo spazio, come in un’anamorfosi o in un gioco di specchi. Le vetrate stesse sono decorate da vetrofanie. Mani e avambracci di bambole rimandando a una dimensione marionettistica e feticista, più tesa verso la poupée di Bellmer che al Rinascimento. Altre vetrate sono invece per gran parte occluse da decorazioni ben più presenti: riproduzioni di porzioni di templi, teatri all’italiana o porticati di palazzi nobiliari, le cui arcate aprono un varco all’occhieggiare di volti enigmatici su vasi di ceramica – un casellario di bocche, occhi e nasi. A volte, tra i fondali e le vetrofanie, un terzo elemento entra in gioco: tendaggi di velluto che fungono da sipari, da quinte. Forse, un ulteriore richiamo alla teatralità.

Nella sciarada prospettica che coinvolge interni ed esterni del negozio, ogni dettaglio è una mossa che tende a mettere in scacco il realismo. L’incrostarsi di gemme e castoni decorativi, strato su strato, porta il passante a un fuggevole momento di sospensione dell’incredulità e abbandono a universi di fantasia pura.

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Fotografia di Delfino Sisto Legnani.

Esiste una differenza tra l’allestimento di una vetrina e quello dell’interno di un negozio?

Barnaba Fornasetti: C’è una differenza notevole fra l’interno del negozio e la vetrina. Le vetrine devono essere pensate partendo da un punto di vista diverso, dall’esterno verso l’interno, e per essere percepite in un attimo fuggente – soprattutto in questo nuovo negozio, all’angolo su una via di grande scorrimento, di traffico di veicoli che quando sono fermi al semaforo hanno pochi secondi per notarti; ma anche per i pedoni che, se si fermano, rischiano di ingolfare il marciapiede che è molto stretto. La vetrina ha le sue problematiche, l’interno ne ha altre, totalmente diverse da quelle.

È stato interessante notare il cambiamento con il vecchio negozio, un mono-space, e questo, più grande e articolato in più stanze. Qui siamo riusciti a valorizzare meglio i mobili, che infatti si vendono di più proprio perché sono più ambientati. All’interno del negozio cerco di creare degli ambienti; quelli della vetrina invece sono degli stage.

Come nasce l’idea di allestimento delle vetrine? Nasce prima delle ambientazioni?

BF: Non c’è una regola, dipende anche dagli umori miei e di Micol. Prima facevo tutto da solo, avevo una sola vetrina; adesso sono sette, e non posso fare a meno di un supporto. E poi dal punto di vista creativo, lavorare con gli altri mi ha sempre stimolato. Cerco di spersonalizzare il brand nonostante la tendenza diffusa sia quella opposta… Anche perché non credo nella successione via sangue. Credo che quello che è avvenuto con mio padre sia stato puramente casuale. Per questo sto cercando di creare un team che possa poi portare avanti la linea di Fornasetti.

Le idee delle vetrine sono chiaramente influenzate da quello che vogliamo e che abbiamo necessità di esporre. Ad esempio adesso ci sono i capi di Comme des Garçons. È la prima volta che abbiamo dedicato delle vetrine alla moda, mondo che io prendo sempre con le pinze. Non mancano mai infatti proposte lusinghiere dai grandi brand di moda, ma dico sempre di no perché la moda è pericolosa: ti porta alle stelle, ma con la stessa velocità ti porta anche sotto terra. Però, insomma, a Comme des Garçons non si poteva dire di no!

Secondo lei, quali sono gli elementi che attraggono di più i passanti in questo “attimo fuggente”– o è forse un solo un elemento?

BF: Non saprei… Nel nostro caso direi quelle cose “che non sono banali”. Poi se vendi scarpe magari sono i prezzi piuttosto che la qualità del prodotto esposto. Ma noi cerchiamo di fare cose che attraggono la curiosità.

Quindi è un misto di elementi?

BF: Il fatto di essere “sopra le righe” è già un motivo di forte di attrazione. Con Micol pensavo di aver trovato qualcuno che mi frenasse nella bulimia della quantità di cose che inserisco nelle vetrine e invece… Fa parte del gioco, di questa contraddizione nel mandare dei messaggi e vendere dei prodotti, che sono due cose che contrastano nel mondo d’oggi; filosoficamente: per questioni etiche sei contrario al prodotto, ma poi ci devi fare i conti perché ti da’ da vivere…

Micol di Palma: Si è sempre in contraddizione con quello che percepisce il passante…

BF: Una cosa che avevo notato fin dai tempi di mio padre è che le nostre vetrine attraggono differenti tipi di persone, a partire dai bambini piccoli – per loro sono una sorta di luna park – fino a persone culturalmente più elevate. Direi che colui che le rifiuta è qualcuno che ha preconcetti perché è intimorito da una certa visione libera. I bambini sono attratti dalle nostre vetrine perché sono liberi.

MdP: La signora di sessant’anni, eccentrica, che ha voglia di manifestare novità, è sicuramente la persona che vedo più attratta. Poi invece giorni fa facevo una vetrina e due adolescenti mi guardavano allibiti…

Ritorniamo ancora “dentro” le vetrine: ha mai pensato di inserire delle macchine animate nei suoi display?

BF: Mi sarebbe sempre piaciuto, ma poi per questioni tecniche o di tempo non ci sono mai riuscito. Ne avevo parlato una volta con Virgilio Villoresi [regista fiorentino, milanese d’adozione, virtuoso dell’animazione] il quale realizza delle macchine, oltre a fare film, e ne avevamo pensato alcune insieme, che poi non abbiamo mai avuto il tempo di realizzare. Poi c’è l’elemento dell’aria, che ogni tanto anima le nostre vetrine. Spesso i piatti sono appesi con fili di nylon, diventano una sorta di mobíle. È un’idea di mio padre, che negli anni Sessanta pensò di fare una mostra di tutti questi piatti appesi, come dei mobíle che appunto si muovono con l’aria.

Mentre, invece, crede che un elemento “performativo” umano sarebbe un po’ disturbante per il pubblico?

Fotografia di Delfino Sisto Legnani.
Fotografia di Delfino Sisto Legnani.

BF: Ci abbiamo pensato, anche di recente. Però queste sono idee di poco conto, per acchiappare audience, e non voglio creare clamore attorno a eventi troppo facili.

Si ricorda qualche vetrina milanese, di quelle storiche?

BF: Le vetrine della Coltelleria Lorenzi, in via Montenapoleone. Lo ricordo perché lo rimpiangiamo in molti… Gli oggettini, le cosine… Le sue non erano delle vetrine strutturate, ma molto tecniche, semplici ma belle proprio per questo.

MdP: Un po’ come quelle di Hermès, che hanno un tocco di artigianalità, mentre le altre sono sempre un po’ industriali.

BF: Io non amo molto Hermès, ma concordo che le vetrine sono ben fatte. Quelle di Moschino erano favolose! Adesso ha avuto una debacle imbarazzante, non riesco a guardarle: volgari, terribili! Franco si rotolerà nella tomba.

Micol, tu sei una scenografa di formazione. Sono curiosa di sapere le differenze rispetto al lavoro per il teatro, quindi per un palco, e a quello per una vetrina.

MdP: Io faccio principalmente still life o lavoro come prop-stylist, e non c’è molta differenza tra questo genere di commissioni e gli allestimenti delle vetrine. La differenza, quella vera, è il rapporto con le persone, che sono molte diverse. Una persona che vende un oggetto è molto diversa da un art director, da un fotografo o da un producer. Nel mondo della pubblicità non mi ero mai confrontata con certe tipologie di persone.

BF: A proposito, ho fatto una piccola modifica di sotto… Sono certo che ti piacerà!

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Ecco i Negozi! / Delle superfici

“Ecco i negozi!” è una rubrica di Anna Franceschini ideata per “In Residence”. Nei dieci episodi che comporranno la rubrica, Franceschini approfondirà il tema del display, interrogandolo nelle sue diverse accezioni e traduzioni (dalla vetrina di negozio alla messa in mostra di opere d’arte), con l’obiettivo di tracciare delle connessioni tra l’atto del mostrare e quelli del guardare ed eventualmente comprare e consumare.
Nel secondo episodio di “Ecco i negozi” Franceschini descrive la sua pratica di videoartista e filmmaker, analizzando i modi di produzione della sua personale collezione di immagini in movimento.

Spesso l’accadere dei miei video e film non è altro che il divenire di un catalogo, di un campionario. Le immagini a scorrimento veloce trascinano lo sguardo in diverse direzioni, introducendolo a un teatro al contempo intimo, ottico e tattile. Divento quindi un’agente di commercio di impressioni retiniche, trasformandomi, di volta in volta, nel venditore di tessuti, nella merciaia, nell’arrotino, nel ferramenta, nel mobiliere. Sono la mia stessa archivista, il mio magazziniere. Girare in pellicola e poi trasferire le immagini su un supporto digitale è una pratica di tassidermia. Il segnale video è la formaldeide che preserverà il mio lavoro, devitalizzato, in attesa di un play e con la speranza di un loop.

BEFORE THEY BREAK, BEFORE THEY DIE – Movement I & II (2013; pellicola 16 mm  trasferita in video) sono il puro manifestarsi di un virtuosismo, l’accadere di un movimento steadycam, il volteggiare fluido della macchina da presa. Il gesto filmico disvela il continuum di uno spazio altrettanto omogeneo: il susseguirsi di campioni di carte da parati, finiture murarie e rivestimenti, nell’originario display del dehors di un negozio milanese. La perfezione dell’illusione ottica è spezzata dall’apparire dell’artificio, dal mostrarsi dei supporti temporanei, dei cartongessi, degli stucchi non finiti, delle stoffe tagliate a vivo. Un preludio, la struttura organizzata di una parata di stilemi cinematografici, un pianosequenza pronto ad accogliere i titoli di testa di un film invisibile. Ogni frammento di parato è un’ipotesi narrativa, costantemente disattesa, l’impossibilità di scegliere, l’eterna indecidibilità, o meglio l’indecisione, tra le storie da raccontare. È l’arte della fuga, la strutturazione polifonica, variata e ripetitiva che permette il piacere della reiterazione con il minimo dello scarto. Lasciare invariata la componente strutturale di un’opera permette di precipitare nell’abisso della superficie, permette di fare poesia. La codificazione di un canone apre le infinite possibilità della variazione rispetto a un limite. Il regime del poetico è la costante calibrazione della distanza formale dal contenuto, ma non il suo completo abbandono. Se si lasciano da parte completamente i contenuti e si strappano le vesti alle cose per vedere cosa c’è sotto, non si trovano pelle, umori o visceri pulsanti, ma solo il freddo, duro e brillante reticolo della struttura. Queste due opere descrivono l’ultima membrana che ce ne separa.

Quando ho visto per la prima volta i Film metrici (1957–60) di Peter Kubelka, il regista era in sala. I film erano costituiti da alternanze di fotogrammi di diverso colore, fotogrammi neri, fotogrammi completamente trasparenti, ma anche fotogrammi figurativi, contenenti sagome umane e oggetti. La loro composizione era metrica, cioè seguiva valori di ritmo, durata, luce e forma. La mia reazione intima, violenta, involontaria, è stata perentoria: io non farò mai una cosa del genere, mi sono detta. Non era un’ammissione d’impotenza, ma anche un arrogante statement. Ho pensato allora che una grande porzione del cinema strutturale fosse null’altro che un gesto di durezza ingiustificata, volto a un controllo onnipotente della materia. Non avevo ovviamente ancora visto Lemon (1969) di Hollis Frampton, la transustanziazione, a mezzo pellicola, del volume di un limone nel corpo di luce di una diva.

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Peter Kubelka, sequenza di frames tratti da "Arnulf Rainer" (1960), "Adebar" (1957), "Schwechater" (1958)
Peter Kubelka, sequenza di frames tratti da “Arnulf Rainer” (1960), “Adebar” (1957), “Schwechater” (1958)

Anni dopo ho girato IT’S ALL ABOUT LIGHT (TO JOSEPH PLATEAU) \ 1 (2011), la ripresa delle scintille prodotte dalla molatura dei binari del tram e l’incursione nell’immagine dell’origine del fenomeno, ovvero la mola a spinta manuale e i piedi dell’operaio dell’ATM che la dirige. Una volta viste le immagini, mi sono ritornati alla mente i Film metrici e ho pensato che la struttura non ha bisogno di essere cercata o creata, ma che la si trova, splendente, nel mondo che accade. Ho allora avuto la sensazione di aver girato un film d’amore.

Tra le forme del linguaggio cinematografico che, per coincidenza o intenzione, ho frequentato di più nella produzione di immagini in movimento c’è stato il carrello, quel dispositivo meccanico e linguistico che prevede l’utilizzo di una macchina da presa posizionata su binari che ne permettono lo scorrimento. Il carrello esplora lo spazio, trasformando il movimento in moto emotivo e le architetture in storie. Nel 2007 ho girato un documentario di un’ora, CASA VERDI (video), il ritratto di una casa di riposo milanese per musicisti e cantanti d’opera. Lì ho utilizzato dei carrelli per la prima volta. Molto lenti, in consonanza con la cadenza e il ritmo interno del luogo. La difficoltà più grande che ho incontrato durante le riprese è stata trovare il modo di spostarmi verticalmente, in senso cinematografico, in un edificio di tre piani senza rompere quel tempo sospeso, costante, che era la connotazione fondamentale dello spazio e quindi del film. La soluzione era di fronte ai miei occhi, ma ci ho impiegato qualche settimana a notarla e a riconoscerla: l’ascensore, il mezzo di trasporto più utilizzato in un edificio abitato da persone anziane con problemi di deambulazione. È diventato il carrello verticale che ha spostato il film di piano in piano e ne ha favorito gli atti drammatici, la sceneggiatura. Le porte che si aprivano e chiudevano davanti alla telecamera, aprivano e chiudevano le scene con discrezione e naturalezza.

La mia pratica continua a essere anche un’opera di conservazione e arricchimento di un personale repertorio ornamentale, un catalogo di motivi che possono essere di volta in volta applicati ai muri di gallerie, agli incarnati smorti dei teli da proiezione e alle superfici radiose degli schermi. L’unica frustrazione, che credo comune a qualsiasi realizzatore di immagini in movimento, è quella di non poter accedere al mio archivio in maniera simultanea ed espansa nello spazio, ma di dovermi accontentare di una porzione di spazio che varia dai 13 ai 17 pollici per poter godere della mia collezione.

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Ecco i Negozi! / Cineshopping

“Ecco i negozi!” è una rubrica di Anna Franceschini ideata per “In Residence”. Nei dieci episodi che comporranno la rubrica, Franceschini approfondirà il tema del display, interrogandolo nelle sue diverse accezioni e traduzioni (dalla vetrina di negozio alla messa in mostra di opere d’arte), con l’obiettivo di tracciare delle connessioni tra l’atto del mostrare e quelli del guardare ed eventualmente comprare e consumare.
Nel primo episodio di “Ecco i negozi” Franceschini si sofferma sulla presenza di vetrine e display di negozio nel cinema e sulla loro valenza simbolica.

L’ultimo capolavoro del regista francese Bertrand Bonello, Nocturama (2016), dopo una prima parte letteralmente esplosiva (Parigi viene disseminata di bombe da un gruppo di individui non troppo contenti di come vanno le cose nel mondo), ci rinchiude insieme ai dissidenti in un centro commerciale chiuso. Gli addetti alla sorveglianza sono morti, ma lo sappiamo solo noi spettatori e il personaggio che li ha uccisi contravvenendo alle regole del piano, mettendo tutti gli altri in trappola. Quindi siamo a conoscenza del fatto che il futuro di questo gruppo di “nemici dello stato”, che ha messo a ferro e fuoco la città, è segnato, comunque vadano le cose. L’omicidio chiama l’età adulta, è inevitabile, non si tratta più di una bravata. Ma forse lo sanno anche i sovversivi intrappolati nello scintillante tempio del consumo, ora avvolto in una penombra altrettanto glamour. E allora che orgia della merce sia! In Nocturama si compie un atto che risuona con qualcosa di molto cinematografico: si allungano le mani laddove si dovrebbe solo guardare. Si strappa la membrana di sicurezza, invisibile ma letale, che ci separa dall’oggetto del desiderio e che generalmente viene annullata solo dallo strisciare della carta di credito.

In questo centro commerciale dove non si compra ma ci si impossessa, è tutto strano, tutto straniato. I dissidenti indossano, giocano, mangiano, invitano, sporcano, tutto “come se” – come se si stessero per sposare, come se fossero sul palco di una music hall, come se fossero in Scarface. Fiction estrema, post-spettacolo, reality show endogeno. I personaggi si guardano in televisione anche o, meglio, nelle televisioni, nella proliferazione ultrasottile a cristalli liquidi che è in mostra/in vendita, ma che mostra/vende, con un lieve scarto temporale, il mondo al di fuori – o meglio, una delle sue possibili versioni, quella dei media, dello stato, della polizia.

Se in Nocturama il display prima attrae e poi distrugge chi osa sfidarne le regole (orari di apertura e chiusura, contratto di compravendita, sistemi di sicurezza e videosorveglianza), nel videoclip di “Nove Maggio” (2017) del cantautore/rapper napoletano Liberato, il negozio della Nike è un’immagine-collirio, che s’impone su una città restituita come una cancrena di cemento che il sole non riesce a risollevare, nemmeno retoricamente. Il negozio monomarca invece restituisce ai sensi una meritata pace, con il suo display che ricorda vagamente il fronte di uno degli edifici di edilizia popolare ripresi nel video, dove ogni modello di scarpa, ogni nucleo di stile, potrebbe rappresentare un nucleo familiare. Il brand costruisce i suoi display retro illuminati per evidenziare la silhouette del campione calzaturiero e attirare lo sguardo dell’avventore. Mentre l’edilizia popolare non retro-illumina né scarpe né persone né anime. Lo shopping risolleva sempre anche l’animo più disperato, il cuore più massacrato dalle pene d’amore. Quindi la piccola, seducente, protagonista del video, che canta la canzone in lip sync, entra nel negozio e si emancipa – si retroillumina e si beatifica attraverso il rituale magico di uno stacchetto di danza.

I negozi, le vetrine, le compere compulsive, tuttavia, non riescono a risollevare l’anima della bella cantante Cleo, condannata a morte, fin dalla prima sequenza del film di cui è protagonista, Cleo dalle 5 alle 7 (1962), di Agnes Varda. Quella sequenza è costituita da una indimenticabile serie di plongée (inquadrature a piombo), riempite di tarocchi e titoli di testa. Cleo è malata, aspetta i risultati delle analisi e noi aspettiamo con lei. Durante questa lunga attesa scende per strada e passa tra gente e negozi, ma sembra non godere del piano urbanistico hausmanniano, dei passages benjaminiani, dei caffè nouvelle-vagueiani. A volte il dolore ha il sopravvento, sembra, e ci individua non attraverso una scelta di consumo. Ci consuma e basta.

Erano anni diversi, donne diverse, film e registe diverse; nonostante in America già dall’anno prima si facesse colazione davanti alle vetrine di Tiffany, con un croissant e una bevanda da asporto contenuta in una tazza probabilmente di carta, non ancora frutto di un’estrusione di styrofoam – l’hyper object che ci distruggera’.

. Splash (1984) è un film con Tom Hanks e Daryl Hannah, diretto da Ron Howard, pubescente icona televisiva anni 70 (Happy days, 1974 – 1984) e poi regista superstar, grande edificatore dell’epica americana degli anni Novanta, grazie a film quali Apollo 13 (1995). Nel film il display funziona come una lezione di linguistica o, più prosaicamente, come un corso avanzato di inglese americano. La sirena bionda, che si esprime solo grazie a suoni dai moltissimi decibel che sfondano timpani e vetri, ha un evidente problema di comunicazione con l’amato umano, Tom. Lasciata sola in casa, riesce a uscire, prendere un taxi e andare da Bloomingdale’s. Si ritrova nel reparto tecnologia, circondata da una pletora di televisori in funzione e comincia a guardare le immagini parlanti e semoventi sotto una specie di incantamento, che innesca in lei un istinto imitativo. Alla fine della giornata il sublime essere ibrido parla la lingua americana alla perfezione e sa fare aerobica.

SplashGli esempi di vetrine, negozi e display in quella che, dai Lumiere in poi, è la grande vetrina del mondo sono innumerevoli. Produci, consuma, crepa, ma anche impara e umanizzati. Dopotutto come scrive Anne Friedberg in Window shopping (University of California Press, 1993), siamo tutti “shoppers/spectators”; e se non possiamo permetterci tutte le cose, almeno possiamo impossessarcene via persistenza retinica.

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In Residence /

Fox With The Sound of Its Owl Shaking / 4b

Ultimo episodio testuale di Fox With The Sound Of Its Owl Shaking per la rubrica “In Residence” con cui si conclude la prima residenza d’artista online di Flash Art Italia.
In questo episodio l’artista esplora attraverso le figure retoriche dell’analogia, ellissi, sineddoche, paradosso e tautologia le modalità di rappresentazione attraverso cui l’arte contemporanea affronta concetti e significati che l’artista intende esprimere.
Tra gli artisti citati, Felix Gonzalez Torres, Alberto Garutti, Nick Relph, Josè Luis Martinat, Santo Tolone, Simon Starling e tanti altri.

L’arte contemporanea è un linguaggio che spesso si esprime tramite una serie di artifici, riconducibili a una manifestazione fisica o performativa delle più classiche figure retoriche.

Si parla di “artifici” in quanto queste figure rappresentano uno “scarto”, una “deviazione” rispetto a canali più tradizionali della comunicazione visiva.

Il concetto di amore tra due persone ad esempio può essere rappresentato “linearmente” e “coerentemente” con l’immagine di un cuore tra due innamorati o con modalità espressive più “complesse” e “laterali”, installando due orologi a parete, le cui lancette si muovono all’unisono.

Possiamo quindi considerare un’opera d’arte contemporanea come la manifestazione fisica di una metafora, riferita a un concetto o a un significato che l’artista intende esprimere. Oltre alla metafora negli ultimi cento anni gli artisti contemporanei hanno sfruttato una moltitudine di figure retoriche. Tra queste: l’analogia, l’ellissi, la sineddoche, il paradosso e la tautologia.

Felix Gonzales Torres, Untitled (Perfect Lovers), 1991.
Felix Gonzales Torres, Untitled (Perfect Lovers), 1991.

Analogia

analogia

Alberto Garutti, Filo lungo 3348 Km e 700 metri: 85° Giro d'Italia, 2001.
Alberto Garutti, Filo lungo 3348 Km e 700 metri: 85° Giro d’Italia, 2001.

L’installazione è un filo lungo 3348 Km e 700 metri (target), ovvero la distanza che dovranno percorrere i ciclisti durante l’85° Giro d’Italia (sorgente).

Francesco Arena, 278 km (as a letter of Nietzsche), 2014.
Francesco Arena, 278 km (as a letter of Nietzsche), 2014.

Il lavoro consiste di un performer che percorre 278 km (target) all’interno di una sala, ovvero la distanza che l’amico di Nietzsche Overbeck percorse per portare l’amico filosofo da Torino a Basilea (sorgente).

Felix Gonzales-Torres, Untitled (Portrait of Ross in L.A.), 1991.
Felix Gonzales-Torres, Untitled (Portrait of Ross in L.A.), 1991.

L’installazione consiste in una montagna di caramelle di 79 chili (target), che si riferiscono al peso ideale del fidanzato dell’artista.

In About 20 Times Slower than a Sunset, un’opera dell’artista olandese Helmut Smits, un’ automobile si muove a 50km/h, 20 volte più lenta di un tramonto.

Of All The People In All The World è una mostra itinerante del collettivo Stan’s Cafè, in cui una serie di statistiche relative alla popolazione mondiale sono visualizzate tramite chicchi di riso.

 

Ellissi

Il termine, dal greco antico, significa letteralmente mancanza.
Si tratta di una figura retorica che consiste nell’omissione, all’interno di una frase, di uno o più parole che la costruzione grammaticale richiederebbe e che sia possibile sottintendere.

Nick Relph, Raining Room, 2012.
Nick Relph, Raining Room, 2012.

Un’automobile è rappresentata solo tramite degli pneumatici disposti a terra.

Latifa Echakhch, Fantasia (Empty Flag, Black), 2007.
Latifa Echakhch, Fantasia (Empty Flag, Black), 2007.

Una serie di aste portabandiera, senza bandiere.

Santo Tolone, Salame, 2012.
Santo Tolone, Salame, 2012.

Un salame è rappresentato mostrando esclusivamente i grani di pepe all’interno dello stesso.

In Super Mario Clouds (2001), Cory Arcangel modifica una cartuccia del Super Nintendo in maniera tale che sullo schermo siano visualizzate solo le nuvole presenti nel videogioco Super Mario.

 

In Carcel (2011), Josè Luis Martinat rimuove, da un cartone animato della Warner Bros, tutte le scene in cui compaiono i personaggi, mostrando esclusivamente gli sfondi e i paesaggi.

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L’Arsenal nella stagione 2003-04 vince la Premier League senza mai perdere una partita. La pubblicità della Nike toglie la L(lost, sconfitta) dal nome della squadra. (W si riferisce alle partite vinte, D alle partite pareggiate)

Sineddoche

Emily’s Video (2012) di Eva e Franco Mattes è una collezione di video reazioni a quello che viene chiamato “the worst video ever”. (l’effetto per la causa)

 

Il video mostra le reazioni di una serie di persone al video Two Girls One Cup, trailer del film brasiliano pornigrafico-fetish uscito nell’estate 2007. (l’effetto per la causa)

Marcel Duchamp, In Advance Of A Broken Arm, 1915.
Marcel Duchamp, In Advance Of A Broken Arm, 1915.

L’installazione consiste in una pala. Il titolo suggerisce che quella pala sarà usata per spezzare il braccio a qualcuno. (la causa per l’effetto)

Matteo Rubbi, Gli Elementi, 2010.
Matteo Rubbi, Gli Elementi, 2010.

L’installazione consiste di una sala in cui sono raggruppati una serie di oggetti, ciascuno contenente un elemento della tavola periodica: una catenina d’oro, dei fiammiferi, due palloncini a elio, etc… (la parte per il il tutto)

Paradosso

Il paradosso è una figura retorica che non saprei minimamente spiegare. Mi dispiace.

Simon Starling, Autoxylopyrocycloboros, 2006.
Simon Starling, Autoxylopyrocycloboros, 2006.

Una barca a vapore è alimentata usando la legna della barca stessa.

William Anastasi, I Want Walls, 1995.
William Anastasi, I Want Walls, 1995.

“Non voglio questo sul mio muro”.

Wilfredo Prieto, Untitled (Crane), 2006.
Wilfredo Prieto, Untitled (Crane), 2006.

Una gru tenta di sollevare sé stessa.

Adam Parker Smith's "I'm Looking for a Gallery Better Then This One", 2013.
Adam Parker Smith’s “I’m Looking for a Gallery Better Then This One”, 2013.

“Sto cercando una galleria migliore della mia”.

Tony Conrad, Summer 1961, 1961.
Tony Conrad, Summer 1961, 1961.

“Per performare questo lavoro non performarlo”.

Campagna pubblicitaria della Thomapyrin contro il mal di testa. “La frase successiva è falsa >< La frase precedente è vera”.

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“Progettiamo ogni Volvo affinchè diventi così”.

Tautologia

La tautologia è una figura retorica che consiste nel ripetere nel predicato ciò che è già stato espresso nel soggetto, come ad esempio accade nella frase “una donna vedova”. In arte contemporanea esistono diverse opere nelle quali lo stesso concetto viene ribadito secondo diverse forme, trasformando l’opera in un meccanismo a orologeria, autoreferenziale e meta-esplicativo.

Si pensi a Roberto Fassone che tra il 2016 e 2017, in collaborazione con la rivista Flash Art, ha sviluppato una serie di video tutorial e testi scritti che analizzano dei processi creativi per la realizzazione di opere concettuali. Ciascuna strategia è raccontata esemplificando il processo di cui si parla. Quindi ad esempio quando si prende in esame l’ellissi, nel testo mancano alcune parole o quando si esamina il cambio di dimensione il testo aumenta in grandezza.

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100 Cinesi sono riuniti in una stanza.

Joseph Kosuth, Neon, 1965.
Joseph Kosuth, Neon, 1965.

La scritta “NEON” realizzata in neon.

Robert Morris, Box With The Sound Of Its Own Making, 1961.
Robert Morris, Box With The Sound Of Its Own Making, 1961.

Una scatola in legno contiene al suo interno le registrazioni dei suoni prodotti durante la sua costruzione.

Erik Dietman, PAIN, 1967.
Erik Dietman, PAIN, 1967.

 

La scritta “PAIN” (pane) realizzata con del pane.

Il video mostra tutti i momenti in cui è utilizzata una tautologia nella serie televisiva The Wire.

 

Il video mostra la scena di un provino “tautologico” della serie televisiva Mr. Show with Bob and David.

Roberto Fassone (1986) è un giocatore di basket (Affrico Firenze). Vive e lavora a Firenze.

 

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In Residence /

Fox With The Sound of Its Owl Shaking / 4a

Quarto episodio video di Fox With The Sound OfIts Owl Shaking per la rubrica “In Residence”, a cura di Roberto Fassone. In questa puntata l’artista prende in considerazione alcune tipologie di figure retoriche come punto di partenza per la creazione di una potenziale opera d’arte. Le opere di Felix Gonzalez Torres, Alberto Garutti e Nick Relph sono solo alcuni tra gli esempi presi in esame dall’artista.

Fox With The Sound Of Its Owl Shaking è un progetto che intende rispondere alla domanda: “come si fa a fare un’opera d’arte concettuale?”. Un percorso in quattro capitoli videoinframmezzati da quattro interventi testuali che raccoglie ed esemplifica una serie di tecniche e strategie creative prese in prestito dal game design, dalla letteratura, dalla pubblicità, da Bruno Munari, dalla magia e dalla psicoterapia e le proietta all’interno del mondo dell’arte contemporanea.
La versione web-tutorial consultabile su flashartonline.it è ispirata all’omonima performance presentata nell’ottobre 2016 al MART – Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto nell’ambito di LIVE WORKS@MART, a cura di Centrale Fies Art Work Space.

Roberto Fassone (1986) è un giocatore di basket (Affrico Firenze). Vive e lavora a Firenze.

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