In Residence /

You Complete Me / Ridefinizione

You Complete Me” è il progetto di Raffaela Naldi Rossano ideato per la rubrica “In Residence”, residenza online di Flash Art. Il progetto prende avvio dalla mostra personale di Naldi Rossano presso il Museo Apparente di Napoli; qui l’artista ha assemblato e ricomposto oggetti ritrovati nel mese di gennaio all’interno di un hotel di Napoli, accompagnandoli a una fantasia narrata all’interno dello spazio. Secondo la tradizione partenopea, è di buon auspicio gettare un oggetto a inizio anno per accogliere il ciclo venturo con rinnovata energia.

Per il quarto e ultimo episodio Raffaela decide di utilizzare il post come strumento per esperire l’atmosfera trascendentale ricreata all’interno del Museo Apparente tramite la natura ipnotica di “A liquid walk of consciousness”, installazione audio trasmessa in loop per tutta la durata della mostra. Nel brano, la voce della madre dell’artista narra una fantasia guidata, basata sulle tecniche terapeutiche della Gestalt, con cui la stessa artista ha lavorato a lungo in prima persona.

Qui di seguito Raffaela propone alcuni suggerimenti per la fruizione della traccia audio:

Se ti va – solo se ti va –
Immagina una casetta nascosta fra cactus e tufo il quale appare solo a bambini un po’ cresciuti,
in un allagamento senza tempo

Chiudi gli occhi
trova una posizione comoda ascolta il racconto
e identificati

Volendo, se ti va – e solo sempre se ti va –

Scrivi dell’oggetto immaginario che ti è stato donato
e magari inviami un messaggio in cui condividi la tua esperienza con me.

Xx Raffaela

Raffaela Naldi Rossano, "You complete me", veduta della mostra presso Museo Apparente. Fotografia di Danilo Donzelli.
Raffaela Naldi Rossano, “You complete me”, veduta della mostra presso Museo Apparente. Fotografia di Danilo Donzelli.

Il lavoro audio è stato realizzato con contributi di Delia Gonzalez e Renato Grieco.

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In Residence /

You Complete Me / Ricongiungimento

“You Complete Me” è il progetto di Raffaela Naldi Rossano ideato per la rubrica “In Residence”, residenza online di Flash Art. Il progetto prende avvio dalla mostra personale di Naldi Rossano presso il Museo Apparente di Napoli; qui l’artista ha assemblato e ricomposto oggetti ritrovati nel mese di gennaio all’interno di un hotel di Napoli, accompagnandoli a una fantasia narrata all’interno dello spazio. Secondo la tradizione partenopea, è di buon auspicio gettare un oggetto a inizio anno per accogliere il ciclo venturo con rinnovata energia.

Per il terzo episodio di “In Residence” Naldi Rossano dota di voce l’oggetto dimenticato, il quale ripercorre la relazione con colui che lo ha abbandonato e, al contempo, si appropria dell’identità perduta.

La maggior parte delle persone mi annoia. Non sono le persone in sé, le quali sono tutte più o meno interessanti, né le loro vite, ma le loro parole.

Parole vuote, inutili, che non raccontano, che non toccano il cuore. Parlare tanto per parlare,

fare tanto per fare. Noia, noia, noia.

Cosa riempie il cuore?

La risata di un bambino / uno sguardo di complicità / la bellezza di un edificio / il suono di una campana / la marea che si alza / il tormento del mio cuore / la foto di una montagna / il bagnato sotto i piedi / l’erba nelle mani.

La morte balla sotto i miei piedi.

La vita corre e io sono indietro.

Mi travolge, si agita sotto le coperte

la mia pelle.

La mia pelle che cerca un contatto, un battito,

un qualcosa che risvegli

l’istinto perduto quando

da bambina guardai

un cavallo per la prima volta.

Il delirio delle parole porta

con sé un mostro a tre teste che cerca di respirare affannosamente

nella mia testa

che non riesce a ricordare il momento in cui ti ho amato.

Senza pregiudizi, senza convenzioni,

senza che gli altri ci dicessero cosa fare,

cosa ascoltare, cosa mangiare.

"Borsa Apparente per Appuntamento Galante", (2018), scatola Gucci, anfora, resina, 47 x 37 x 4 cm. Fotografia di Danilo Donzelli.
“Borsa Apparente per Appuntamento Galante”, (2018), scatola Gucci,
anfora, resina, 47 x 37 x 4 cm. Fotografia di Danilo Donzelli.

Mangiamo sale e beviamo mare

Mi voglio purificare

per poi rimembrare

Quello che ieri

era ma che

oggi non è

però forse sarà domani.

Mi manca il mio cuore,

non so più dove.

 

Cammino per le strade del Paese Apparente

e un uomo mi ferma, vuole guardare la mia mano.

Mi tocca con il suo indice forte il palmo.

Una striscia di colore blu esce dal suo dito sul mio palmo.

Non voglio morire,

voglio ridere, voglio vivere

di nuovo la gioia

del mattino in cui

mi ritrovo

con un corpo caldo

che si sveglia insieme

al mio.

 

R.

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In Residence /

You Complete Me / Abbandono

“You Complete Me” è il progetto di Raffaela Naldi Rossano ideato per la rubrica “In Residence”, residenza online di Flash Art. Il progetto prende avvio dalla mostra personale di Naldi Rossano presso il Museo Apparente di Napoli; qui l’artista ha assemblato e ricomposto oggetti ritrovati nel mese di gennaio all’interno di un hotel di Napoli, accompagnandoli a una fantasia narrata all’interno dello spazio. Secondo la tradizione partenopea, è di buon auspicio gettare un oggetto a inizio anno per accogliere il ciclo venturo con rinnovata energia.
Per il secondo episodio di “In Residence” Naldi Rossano dota di voce l’oggetto dimenticato, il quale ripercorre la relazione con colui che lo ha abbandonato e, al contempo, si appropria dell’identità perduta.

When you think everything has
been already said
life starts to
Surprise you.

Breathing a new dose of salted
stones and wet bodies.

Ancora mi ami
Nonostante Io
mi tengo a distanza.

È necessario separarsi ora.
Non voglio dipendere
dalle tue emozioni.
Baciami ogni tanto
solo quando ho bisogno
del tuo respiro
caldo sulla mia
fronte.

Non esiste che questo tempo,
vittima della voglia di perdersi nel tuo
corpo.

Fotografia di Raffaela Naldi Rossano.
Fotografia di Raffaela Naldi Rossano.

Ti odio perché dipendo da te.
Mi avvolgi e poi mi lasci. Il vento ti fa arrivare lontano da me.
Io sono ferma, in attesa
di sentire ancora
che quello che ho
vissuto non è stato perso.
Preferisco nuotare, immaginare d’esistere
in un mondo perfetto
dove l’Io non esiste, ma respira.

Ti sogno ogni notte.
Sembra che esisti solo lì
nella dolcezza del sonno.
Un mondo oscuro che emerge
quando la pelle è a contatto
con la materia.

Mandami un segno. Non voglio trovarti, preferisco
inventare storie su di te.
Ti voglio solo per adesso, un attimo
che non esiste nello spazio e nel tempo.

Odiami e sarò libera d’amarti.
Così imperfetta esisto.

R.

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In Residence /

You Complete Me / Who am I?

“You Complete me” è il progetto di Raffaela Naldi Rossano ideato per la rubrica “In Residence”, residenza online di Flash Art. Il progetto prende avvio dalla mostra personale di Naldi Rossano presso il Museo Apparente di Napoli; qui l’artista ha assemblato e ricomposto oggetti ritrovati nel mese di gennaio all’interno di un hotel di Napoli, accompagnandoli a una traccia vocale. Secondo la tradizione partenopea, è di buon auspicio gettare un oggetto a inizio anno per accogliere il ciclo venturo con rinnovata energia. Per il primo “In Residence” Naldi Rossano è in conversazione con la curatrice Attilia Fattori Franchini per discutere proprietà e abbandono, il potere catartico di oggetti, identità e luoghi.

Attilia Fattori Franchini: Artista, psicologa, curatrice. Il tuo lavoro prende tante forme e influenze, difficili da definire sotto un unico nome. Questa apertura e diversità ha al suo centro il dialogo artistico, personale, e urbano, Napoli per te è una piattaforma operativa, dove tra le altre cose, hai fondato nel 2017 Residency 80121. Mi racconti un po’ come questo progetto è nato e come si lega alla tua pratica personale?

Raffaela Naldi Rossano: La mia pratica artistica poggia le basi su una lunga ricerca iniziata durante gli studi in psicologia, incentrata sulla trasmissione generazionale e la relazione fra il e l’Altro nella continua trasformazione dell’identità. Non ho mai voluto fare la psicologa ma concepisco il mio lavoro come la realizzazione di un processo catartico in cui chi ne fa esperienza possa entrare in contatto con se stesso e il mondo. Questo processo ricorda l’effetto rivelatorio di una seduta di terapia.

Residency 80121, nasce dall’esigenza di voler sbloccare un’immobilità legata al passato, in cui più visioni insieme possano costruire un nuovo modo di abitare il presente. Non penso neanche di potermi definire curatrice, ma piuttosto una “host”. Creare una comunità di persone, anche se imperfetta e utopica, è ciò che stiamo provando a fare a Napoli con Residency 80121.

AFF: È interessante questa visione di luogo come tesoriere di memorie complesse attivate da presenza, segno e passaggio. Prevedi che le esperienze artistiche si accumuleranno residenza dopo residenza?

RNR: Avverrà nell’appartamento abbandonato in Via Martucci 48, dove Zehra Arslan e io nel 2017 abbiamo iniziato un dialogo artistico su come abitare lo spazio e trasformare le tracce lasciate, tra cui quelle di mia nonna che ci ha vissuto da bambina. Il risultato di questa conversazione si è poi trasformato nella mostra “Sulle Forme dell’Abitare” la quale ha inaugurato le attività di Residency 80121. I prossimi artisti invitati a dialogare con quel luogo avranno la possibilità di confrontarsi sia con gli strati storici dell’edificio che con gli interventi artistici del recente passato.

AFF: Questi sono anche in un certo senso anche i temi che affronti nella tua prossima mostra al Museo Apparente.

RNR: Parto dalla necessità di cambiare l’energia degli spazi seguendo un’indagine sulla storia di luoghi e oggetti scelti. Nel caso del Museo Apparente, lo spazio mi ha subito ricordato una casetta in giardino dove i bambini si nascondono e creano storie fantastiche.

AFF: La mostra “you complete me” al Museo Apparente prende il titolo dal testo di Paul Chan, 2010, The Unthinkable Community. Chan scrive: Community, then, is what happens when we complete ourselves. Through purpose, members of the collective come together and merge with the work they have agreed to accomplish as one.” Mi vuoi spiegare questa relazione?

Veduta della performance "Feelings served on a silver tray" all'interno della mostra "You complete me", Museo Apparente, Napoli. Performers Valeria D'Antonio Sara Lupoli. Fotografia di Raffaela Naldi Rossano.
Veduta della performance “Feelings served on a silver tray” all’interno della mostra “You complete me”, Museo Apparente, Napoli. Performers Valeria D’Antonio Sara Lupoli. Fotografia di Raffaela Naldi Rossano.

RNR: Come diceva Sartre, “inizi ad esistere quando ti specchi negli occhi altrui”. Immagino qualsiasi lavoro creativo come un lavoro relazionale, tutto ciò che diamo al mondo ne è parte e contiene il potenziale continuo di trasformazione. Per la mostra al Museo Apparente, ho deciso di assemblare oggetti che condividono il destino di essere stati abbandonati nello stesso spazio: un hotel, luogo di passaggio, i quali vengono ri-definiti in una comunità.

RNR: Com’è la tua comunità immaginaria?

AFF: In un certo senso trovo che il lavoro da curatrice porti sempre con sé una spinta micro-comunitaria. Ogni mostra o progetto ha, per un tempo limitato, una forza aggregante. La mia comunità ideale cresce in un giardino di cactus, dove si possano originare conversazioni filosofiche, artistiche, politiche, biologia, diversità e resistenza.

AFF: Gli oggetti abbandonati e ritrovati nella tua mostra, diventano gruppo e creano nuove relazioni con lo spazio. La traccia audio, una meditazione guidata ispirata alla Gestalt, accompagna i visitatori alla scoperta di nuove relazioni. Vuoi parlarmi di questo elemento e perché hai scelto la voce di tua mamma?

RNR: Diciamo che sono interessata al fatto che la voce della madre è solitamente il primo suono che si sente alla nascita. Inoltre mia madre ha un suono di voce molto squillante, un elemento di contrasto, con la natura ipnotica e calmante delle fantasie guidate.

AFF: In occasione della mostra, sei intervenuta in qualche modo sugli oggetti, trasformandoli? Assemblaggio, intervento scultoreo, presentazione? 

RNN: Ho cercato di ricreare un ambiente fra un interno di una lavatrice bloccata nel tempo e un magazzino per giocattoli. La resina mi ha dato la possibilità di lavorare sulla trasparenza, mentre i colori scelti, rosa e blu, ricordano l’arredamento delle stanze da letto per bambini. È il senso di un allagamento, una moltitudine di relazioni, simile a quando si ritorna a casa dopo aver incontrato molte persone ma si rimane soli. Mi sa che tu la conosci bene questa sensazione dato che il tuo lavoro ti porta a viaggiare in continuazione, come fai a non perderti nella moltitudine di incontri?

AFF: Da sempre sono stata interessata a sperimentare luoghi e contesti diversi, culture, idiomi. Il mio lavoro di curatrice mi porta a essere in costante movimento e ricerca; a volte sopraffatta dalla quantità di persone e contesti nuovi. Il mio antidoto è prendermi tanto tempo per me.

Per tornare al discorso relativo all’oggetto, sai che la religione afro-brasiliana Candomblé riconosce la profonda influenza che gli oggetti possono avere sulla vita delle persone e su ciò che le circonda? In questo modo mettono in evidenza la capacità del corpo migrante di trasmettere la propria cultura in Paesi diversi da quello di origine, divenendo al contempo fruitore delle culture con cui viene a contatto. Credi che gli oggetti persi e ritrovati mantengono tracce della propria cultura di origine? Come rispondono al contesto del Museo Apparente?

RNR: Questi oggetti sono stati abbandonati in un hotel, luogo d’incontro di culture, depositati in pacchi e contenuti in piccole buste. Potrei pensare all’idea di demolire le pareti all’interno di un condominio e mischiare le relazioni tra persone e cose in maniera diversa. Il Museo Apparente è così una casa ideale in cui non ci sono divisioni tra una stanza e l’altra. La cultura d’origine è un po’come un amante eterno che vuole esser a te legato per sempre ma il cui amore deve essere tenuto a distanza per essere accettato. 

AFF: Quali sono gli oggetti che ti circondano nel tuo studio?

RNR: Vari oggetti della mia casa d’infanzia, un ramo d’ulivo e una fotografia della capanna dove ho vissuto per due mesi in un villaggio rurale nel nord del Vietnam e, ovviamente, numerose scatole di oggetti ritrovati.

Attilia Fattori Franchini e’ una curatrice indipendente che vive tra Londra e Milano. Collabora con diverse riviste, tra cui Flash Art e CURA. Alcuni progetti a cui sta lavorando sono: BMW Open Work per Frieze Londra; la residenza per artisti “Curva Blu” e la sezione Emergent di miart.

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In Residence /

Marion Comfort Suites / Per sempre qui

“Tesoro, nulla può sopravvivere se non muore qualcosa”. Da questa frase, pronunciata da Clark Gable a Marilyn Monroe in The Misfits, prendono le mosse i quattro racconti di Mattia Agnelli per la rubrica “In Residence, in chiusura oggi con l’ultimo episodio “Per sempre qui”: una serie di “cartoline” che ritraggono personaggi abbandonati a loro stessi, senza possibilità di scelta, nel riverbero amaro di un Midwest che decide per tutti, per dirci che esistono destini peggiori della morte.

Le catenelle di un’altalena senza sellino oscillano e qualche poiana gira in circolo come se non sapesse far altro. La casa, vista da qui, mi fa venire voglia di un pianto lento e silenzioso. Fantasmi che hanno il mio volto, quello di mia madre, il volto di tutti noi. Fantasmi che vivono tra la polvere impietosa che in mezzo a quelle pareti si adagia ovunque, perfino sul cuore.

Tra le mani tengo una carabina, senza poterla usare. I proiettili sono stati comprati ancora del calibro sbagliato; lui non lo fa apposta, è che fallire gli riesce sempre bene.

I miei occhi tendono a chiudersi a fessura: sono stanco o forse voglio solo focalizzare qualcosa di inesistente. C’è una lattina di Pepsi accartocciata, forata e coperta da fanghiglia secca: un fossile.

Mi alzo da un tronco d’albero tagliato in basso e cammino. In lontananza, in un campo d’erbacce, fiamme innocue di un piccolo incendio si sfaldano, come foglie di tè, in un fumo rossiccio che solletica l’ombra delle stelle e si propaga nell’azzurro di un cielo prossimo alla resa.

Calpesto le margherite, qualche fiore giallo di cui nemmeno conosco il nome. Appoggio l’arma contro il basamento in pietra e salgo gli scalini. Sono in veranda e sopra di me un carillon a vento, appeso a un gancio con un fil di ferro, risuona piano.

L’arancione confinato all’orizzonte forma una striscia sottile, che presto svanirà per far spazio a un blu talmente scuro da farmi chinare il capo e pensare a cose tremende. La lanterna insetticida è spenta. Dentro le zanzare sono ormai ridotte a particelle di polvere spiaccicate al vetro, le mosche a pancia in su tutte rinsecchite si accumulano una sull’altra. Non deve funzionare più già da molto tempo, corpi in esubero in un cimitero abbandonato.

Una vettura si sta avvicinando sempre di più, è il pick-up di Leo. È in compagnia della sua ragazza. Scendono e per un po’ si mettono a parlare davanti al paraurti anteriore.

Nicci ricorda un po’ nostra sorella nell’imperturbabilità con cui salta le lezioni per fumarsi l’erba e avere sempre l’ultima parola con una freddezza che minaccia la tua vulnerabilità.

Fotografia di Mattia Agnelli.
Fotografia di Mattia Agnelli.

Di nostra sorella non abbiamo notizie da anni. Mangiava le more solamente per mostrarci i denti macchiati di quel viola così intenso; ci faceva venire una grande rabbia, ma alla fine ci divertivamo così tanto che la lasciavamo fare, e i noiosi pomeriggi d’estate, ormai antichi, valeva la pena viverli unicamente per quelle giornate tra le radure ombrose. Ora mi capita di mangiare le more, occasionalmente, ma non hanno nessun sapore.

Mio fratello e Nicci condividono un sentimento comune: il desiderio per un altrove che non si sa bene dove sia o che faccia abbia, ma di sicuro lontano da tutto questo. Fanno delle smorfie, mi hanno visto ma a loro non importa, e a me nemmeno. Smetto di picchiettare i polpastrelli sul bracciolo della poltrona, e premo la pianta del piede contro le assi del pavimento in legno. Mi dondolo un po’: sconcertante provare sollievo per cose del genere alla mia età.

È stata una di quelle giornate spiacevoli che ti fa pensare, che forse forasacchi e lappole su pantaloncini e calzettoni non erano poi così fastidiosi. Una di quelle giornate che ti prende per il colletto e ti fa vedere con una lente d’ingrandimento dove realmente lasciano le impronte le tue scarpe. Da Hobby Lobby è venuto un uomo di mezza età un po’ particolare: una di quelle persone che in posti del genere sembra esserci nata – a lui un destino, senza particolari montagne russe di gioie e sofferenze, è riservato con il più grande degli onori. Una madre, su una bella poltrona, di cui prendersi cura; un’ottima abilità nelle mani per una rispettabile potatura di piante e fiori nel proprio giardino; rare saliere Humpty Dumpty di cui vantarsi con i colleghi archeologi da Mission Mart: una serie di cose che fa andare a letto questa gente con un sorriso di indicibile soddisfazione. Quest’uomo voleva farsi mettere un passe-partout in una cornice decisamente datata, con all’interno una fotografia d’epoca. Durante la procedura mi ha quasi messo le mani addosso, perché sul seno nudo di una certa Louise Brooks ci ho lasciato un po’ troppe impronte.

Pochi giorni fa io e Liz ci siamo visti nel parcheggio di Horner’s. Nel campetto di cemento vicino all’edificio c’era una donna, seduta sul sedile anteriore di un’automobile color tabacco. La portiera era aperta e le gambe sporgevano fuori, accavallate, mentre guardava un bambino fare dei tiri al canestro. Quelle braccia esili quasi non sopportavano il peso di un pallone troppo grande e così virile, e la traiettoria si inarcava debolmente per finire a diversi metri sotto la retina.

La luce dei lampioni non faceva altro che svelare, nei miei occhi, tutto quello per cui non sono pronto, e questo lei lo sapeva bene.

Nella strada di ritorno il mio corpo era privo di consistenza. Deve essere stato quello che in altre circostanze viene chiamato il rifiuto del lutto, e quindi non realizzare un bel niente. Quale sentimento ha prevalso quella notte, e quale persiste tuttora, proprio non lo so. L’unica certezza è che viviamo sotto lo stesso cielo e le stesse stelle. Vediamo lo stesso verde smeraldo dei campi. Il silo color carta da zucchero che se ne sta solo e lontano, come una torre templare, lo vedo dalla mia finestra della camera come lei lo vede dalla sua. Tutto questo è disgustoso e confortante. In un modo o nell’altro i nostri pezzi, alla fine, verranno raccolti tutti insieme.

Guarda cos’hai fatto alla mia Louise, continuava a ripetere.

Mattia Agnelli

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In Residence /

Marion Comfort Suites / Shady Hills

“Tesoro, nulla può sopravvivere se non muore qualcosa”. Da questa frase, pronunciata da Clark Gable a Marilyn Monroe in The Misfits, prendono le mosse i quattro racconti di Mattia Agnelli che annunciano una nuova stagione di “In Residence”: una serie di “cartoline” che ritraggono personaggi abbandonati a loro stessi, senza possibilità di scelta, nel riverbero amaro di un Midwest che decide per tutti, per dirci che esistono destini peggiori della morte.

Les, con la sigaretta dietro l’orecchio, sta leccando il bordo di una lattina per assicurarsi le ultime gocce residue. È seduto sopra lo schienale di un divano tutto scassato ricoperto da un lenzuolo rosso con su stampati fiori bianchi. I piedi affondano nella fessura tra i due cuscini. Coy è tra i cespugli di una siepe disfatta e sta vomitando ininterrottamente da un paio d’ore.

A Les è da poco morto il padre e ora, a pensarci bene, è tecnicamente un orfano. Penso ai miei, di genitori, che là fuori ci sono ancora, e mi sento fortunato.

L’ultima volta che ho visto mia madre stavo facendo colazione mentre aspettavo lo scuolabus. Era seduta su una poltrona in uno stato di catatonia. Ero piccolo e non ci capivo nulla, le cose me le hanno spiegate dopo. Catatonia. Ci ho messo anni per elaborare quella parola e farla mia, renderla quasi un essere umano. L’ha pronunciata mio padre per la prima volta, ai dottori, ma il significato mica lo sapeva e di questo sono abbastanza sicuro. Ora mamma si trova da qualche parte nella Contea, ospitata da persone che condividono le sue stesse passioni: l’eroina e Suzanne Somers. Un giorno mi accompagneranno a cercarla, me l’hanno promesso – Les e Coy me l’hanno promesso.

Mio padre sono andato a trovarlo di recente. Quel pomeriggio nel parcheggio di Horner’s non voleva realmente tentare di uccidere una persona, ma per la testa aveva altri problemi che hanno influito sul suo comportamento certamente rivedibile. Teneva un’arma sotto al sedile anteriore dell’auto, ma questo non fa di lui un criminale. Mio padre è una brava persona, solo un po’ infelice e sventurata.

La tenda arancione, sgualcita e tutta strappata, ondeggia piano in una finestra senza vetri e senza zanzariera.

Fotografia di Mattia Agnelli.
Fotografia di Mattia Agnelli.

Appeso al muro c’è un foglio con su stampate le scritte “Juvenile Diabetes Awareness” in blu e “American Diabetes Camp John Warvel” in rosso, e un numero di telefono scritto a penna. A Les piaceva, e l’ha strappato dalla bacheca di un supermercato. Una bottiglietta di Kool-Aid al succo d’uva mezza piena è sul davanzale, dentro ci galleggiano mozziconi di sigaretta. Un libricino illustrato dell’Uomo Ragno, ingiallito, aperto sulla prima pagina con un disegno a pennarello di una figura ovoidale, con gambe e braccia corte, uno scarabocchio al posto della testa e in alto la scritta a fat man? è sulle mie gambe, mentre sono seduto per terra con le spalle al muro.

Non ci laviamo da settimane, manca l’acqua corrente e non c’è nemmeno l’elettricità.

Tra poco verrà a prendermi Ty. Da quella volta che l’ho aiutato a caricare un divano di seconda mano sul retro del pick-up, mi offre discrete ricompense per piccoli lavori che occasionalmente mi fa svolgere a casa sua. La moglie non mi può vedere, sono certo che mi vorrebbe morto. Questa situazione crea un po’ di imbarazzo tra di loro, ma lei è troppo sola per lasciarlo e andarsene.

Sono sulla soglia della porta che dà nel misero giardino. Di fronte, dall’altro lato della strada, c’è una casa dipinta di un verde osceno, tra due cipressi malati color ruggine. C’è un materasso con vistose macchie giallognole fuori dal cancelletto, posizionato con molta negligenza. Una giovane donna sta camminando verso la porta trascinando con forza una bambina che si era soffermata un po’ troppo su delle pianticelle spinose all’interno di un vaso di terracotta.

Guardo Coy che pare aver smesso di vomitare. È seduto sull’erba, il braccio appoggiato sul ginocchio mentre si asciuga il mento con il dorso della mano. Ci sono due scoiattoli che si rincorrono sul tronco dell’albero. Lui si mette a osservarli, con un sorriso talmente sincero che mi trattiene dall’uscire allo scoperto e farmi vedere.

Le sue labbra ora sono tornate quelle di prima, quelle di sempre. Ha appena perso qualcosa e non lo ritroverà mai più.

Ho sentito di gente che perde l’amore.

Non sorrideva così da anni. Qui nessuno sorride così da anni.

Mattia Agnelli

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