Il Collezionista /

Vittorio Gaddi

“Il Collezionista” è una rubrica a cura di Gea Politi e Giulia Gregnanin. Strutturata in una serie di interviste alle personalità che costituiscono il collezionismo italiano, è un campionamento di attitudini, gusti, visioni che mostra la varietà e le peculiarità delle collezioni.

Gea Politi: Vittorio, come nasce la tua passione per l’arte contemporanea?

Vittorio Gaddi: Nasce da mia madre, era pittrice dilettante. Mi portava a visitare mostre di grandi artisti come Mirò e Picasso. Avrò avuto circa diciotto anni e mi sentivo in particolar modo attratto dai lavori di artisti come Fontana e Burri, che vidi per la prima volta alla galleria Falsetti di Prato, che all’epoca aveva uno spazio a Marina di Pietrasanta.
Poi nell’82 feci il mio primo viaggio a Venezia e andai a visitare la Biennale.

GP: Cosa ti attraeva?

VG: Avevo un’attrazione verso l’arte contemporanea a livello primordiale e istintivo, senza ambizioni collezionistiche.

GP: Qual è la prima opera che hai acquistato?

VG: Quando acquistai la casa in campagna, che oggi è la sede della collezione, andai a trovare Giò Pomodoro al suo studio e comprai direttamente da lui una scultura e un disegno rappresentante un grande sole – credo fosse il ’93. Poi con il tempo ho spostato la scultura nel giardino, perché non la vedevo molto con il resto della collezione, che è prettamente contemporanea.

Giulia Gregnanin: Da Giò Pomodoro come sei giunto ad acquistare le ultime generazioni?

VG: Nel ’97 conobbi Bruna Aickelin della galleria Il Capricorno di Venezia. Quando le feci visita era in corso una mostra di dipinti di Vanessa Beecroft. Mi disse che erano stati tutti venduti, ma grazie a un evento fortuito ne rimase uno che subito acquistai. Quello è stato l’inizio della collezione, poi con Bruna si è creato un rapporto di amicizia. La mia prima guida spirituale è stata lei.

GG: La collezione è interamente collocata a Vorno?

VG: Le opere sono in parte a Vorno e in parte nel mio studio notarile. La casa di Vorno, acquistata inizialmente come residenza estiva, ora è adibita a spazio espositivo per la collezione. Qui non viviamo. E, d’altra parte, nella mia casa non ho opere. Ho altri oggetti che non considero parte della collezione, come i dipinti di mia madre che sono più ricordi.

GG: Sembrerebbe che tu utilizzi la tua dimora come una sorta di camera di decompressione. Vai spesso a Vorno?

VG: A Vorno non vengo frequentemente, ma neanche di rado.
Secondo me è bene un po’ di distacco, che ti fa apprezzare di più la bellezza dei lavori.

GP: In più occasioni hai dichiarato una predilezione per gli artisti stranieri. Come mai questa esterofilia?

VG: In mia difesa, l’ultima opera che ho acquistato è di un’artista italiana, Giulia Cenci. Ma è vero, la grande maggioranza di artisti in collezione sono stranieri. C’è chi dice sia provinciale prediligere artisti stranieri. Io dico che è provinciale acquisire solamente italiani, perché fuori c’è il mondo. Anche per un rapporto numerico gli artisti internazionali sono molti di più di quelli italiani. Se un artista mi piace può essere di qualsiasi paese del mondo, non ho preferenze. Ecco, non trovo giusto dire di sostenere l’arte italiana. Per me ci sono gli artisti e basta.
Un criterio di scelta che utilizzo, e che penalizza gli italiani, è cercare di selezionare artisti che non siano fenomeni passeggeri ma che con il tempo vengano riconosciuti. Non tanto per il riconoscimento di mercato ma più per quello della critica, che non sempre corrisponde al valore economico. Di regola scelgo artisti che hanno una storia espositiva, anche se giovani, e che sono rappresentati da solide gallerie. Su un libro di Angela Vettese mi ricordo di aver letto “bisogna comprare non con il cuore ma con il cervello”. Io medierei questo concetto: deve esserci il cervello ma anche il cuore.
Oggi di artisti bravi ce ne sono tanti. La vocazione artistica ha fatto la strada contraria della vocazione religiosa: non c’è più nessuno che abbia la vocazione religiosa ma ce ne sono tanti, troppi, che hanno la vocazione artistica.

GP: Nel 2012 in un’intervista hai affermato che gli artisti italiani tendono a emulare quello che accade all’estero. Credi che oggi la situazione sia cambiata?

VG: Devo dire di sì. Indubbiamente in Italia si sta trovando un linguaggio proprio, basti guardare l’ultimo Padiglione Italia alla Biennale di Venezia.
Con tutti i limiti ovviamente, è difficile fare qualcosa di completamente nuovo. Credo oggi ci sia più autonomia e autenticità.

GP: Quindi, andando per ordine, prima ti lasci colpire dall’opera e poi guardi la storia espositiva dell’artista, il curriculum.

VG: Sì, anche se solitamente mi avvicino a un artista che ho già avuto l’opportunità di vedere da qualche parte, magari sulle riviste – e da qui l’importanza delle riviste come Flash Art, sia per quanto riguarda i contenuti sia per le pubblicità, che spesso sono un segnale dell’importanza dell’artista –, in galleria, in fiera, su internet.
Tendenzialmente cerco di non acquistare il lavoro secondario di un artista importantissimo, ma l’opera iconica di un artista meno celebre ma comunque valido.
Poi, ovviamente, una volta individuati gli artisti che mi interessano devo individuare i lavori che mi piacciono.

GG: Questo tuo metodo per selezionare gli artisti è molto consapevole del sistema dell’arte e mi ricorda Spectre of Evaluation (2008), uno schema realizzato da Thomas Hirschhorn (tra l’altro uno degli artisti presenti nella tua collezione) in cui l’artista evidenzia come siano gli attori del sistema – dal critico al curatore, dal direttore di museo allo storico dell’arte, dal collezionista al gallerista –, e le relazioni che si innescano tra loro, a determinare il valore dell’opera.

VG: Tra l’altro spesso il sistema si regge su sovrastrutture inconsistenti, come le liste d’attesa, che spesso sono un bluff. All’inizio ho faticato a ottenere certi lavori. Ad esempio non ho mai comprato Marlene Dumas perché nessuno mi permetteva di acquistarla e ora è troppo costosa.

GP: Per le opere di Dumas bisognerebbe esplorare il mercato secondario. Acquisti più spesso in galleria o in asta?

VG: Di solito non compro nulla sul mercato secondario e nemmeno in asta. Acquisto quasi esclusivamente in galleria.

GP: Ti sei mai ostinato sull’acquisto di un’opera?

VG: Generalmente no, se non posso ottenere un’opera cambio obiettivo. Mi piacciono moltissimi artisti quindi “se non ne arriva uno ne arriva un altro”, purché sia qualcuno che realmente mi piace.

GG: Hai mai acquistato performance?

VG: No. Ho comprato Anne Imhof, ma non una sua performance.

GP: Ti è mai capitato di voler rivendere?

VG: Di regola non rivendo nulla. Ho fatto un’eccezione l’anno scorso perché la nostra attività, che è legata all’immobiliare, ha particolarmente risentito della crisi. Quindi, se volevo continuare a divertirmi a certi livelli dovevo fare un sacrificio. Ho dunque messo all’asta un’opera di un noto artista americano da Phillips a New York. Anche se devo dire che non era l’opera che amavo di più. L’amavo sì. Ma per certi lavori non l’avrei mai fatto.

GG: A quali lavori sei particolarmente affezionato?

VG: In linea di massima a tutti. Poi ovviamente ci sono quelli che amo un po’di meno, ma non lo dico.

GP: Qual è il primo artista straniero che hai incontrato?

VG: Forse Elizabeth Peyton o Matt Mullican. Sicuramente c’è qualcuno che ho incontrato anche prima, anche se in questo momento non saprei indicarlo con esattezza.

GP: Cosa hai di Peyton? Non deve essere stato facile acquistarla.

VG: Un ritratto del principe Harry. Avevo un rapporto particolare con Georg Kargl di Vienna, il quale me l’ha venduta ad un ottimo prezzo. Kargl, tra l’altro, è la prima galleria straniera con cui ho avuto contatti.
Ecco, fra i primi artisti stranieri incontrati c’è Roni Horn. Lei è stata la prima in assoluto.

GP: Hai un budget che dedichi all’arte?

VG: No anche perchè spesso lo sforerei. Ogni tanto mi rendo conto di dovermi fermare un momento.

GP: E per quanto riguarda le fiere? Quali sei solito frequentare?

VG: Acquisto molto alle fiere ma ultimamente preferisco le gallerie. Le fiere sono disorientanti e iperaffollate. Vado sempre ad ArtBasel, Artissima e Miart. Anche Frieze cerco di non perdermi, ma negli ultimi anni ho preferito Fiac.

GP: Durante l’anno organizzi viaggi appositi per acquistare? Ti sposti anche con altri collezionisti?

VG: Sì viaggio, anche se spesso mi faccio inviare in anticipo dalla galleria le immagini della mostra – già da quelle molte cose si intuiscono. Poi mi è capitato spesso di incontrare in giro altri collezionisti, come Mauro De Iorio, ad esempio. Lui è un vulcano.

GP: Cosa ne pensi del collezionista come curatore?

VG: Credo sia naturale che la figura del collezionista possa sfociare in quella del curatore. A meno che non sia quel tipo di collezionista che si affida ad altri.

GG: Come gestisci il riallestimento della collezione? Hai mai pensato di affidare la curatela a un curatore esterno, anche solo per sperimentare una nuova formula?

VG: Quando sto per acquistare un’opera inizio a pensare a dove potrei collocarla. Ad esempio l’acquisto recente di un’opera di Nairy Baghramian – che mi sarà consegnata tra poco – mi sta causando non pochi problemi. All’inizio pensavo di mettere il lavoro in camera da letto al primo piano, ma quando ho constatato che pesa quasi di 400 chili ho dovuto cambiare idea e pensare a una diversa collocazione.
Poi spero che le opere dialoghino sul piano estetico. Il mio allestimento non riguarda un assonanza di significati, non mi interessa. Anche per questo non mi appoggio a curatori esterni. Voglio essere io il dominus, almeno in questa fase creativa me la voglio riservare.

GP: Quando ero bambina, mi colpiva particolarmente visitare le mostre di Saatchi. Queste, che erano le prime mostre in galleria riflettevano particolarmente la sua psicologia. Nella tua collezione quanto c’è di te e della tua psicologia?

VG: Credo che la collezione vista globalmente si possa considerare un ritratto interiore, un’esternalizzazione della proprio personalità, ma razionalmente non saprei dirti cosa c’è. In qualche maniera la collezione diventa un’opera.

Gea Politi e Giulia Gregnanin

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Il Collezionista /

Giuseppe Iannaccone

“Il Collezionista” è una rubrica a cura di Gea Politi e Giulia Gregnanin. Strutturata in una serie di interviste alle personalità che costituiscono il collezionismo italiano, è un campionamento di attitudini, gusti, visioni che mostra la varietà e le peculiarità delle collezioni.

Giulia Gregnanin: In più occasioni parla di come l’arte sia stata per lei un rifugio, una zona franca in cui lasciare fuori lo stress delle sfide lavorative. Ancora oggi l’arte risponde a questa sua necessità?
Giuseppe Iannaccone: Devo essere sincero: l’arte ha avuto un ruolo determinante quando ero un giovane avvocato. In quel momento mi vennero affidati alcuni incarichi molto importanti, ma ero un ragazzo senza un maestro. È in quel contesto che l’arte è stata la mia “stampella dell’anima”, un bastone di sostegno. Oggi non posso più dire questo, la professione mi ha dato grandi soddisfazioni, conferendomi un equilibrio economico. Ancora però l’arte è un completamento della mia personalità; l’arte è me stesso, è come sono io. Non riuscirei più a distinguere la mia vita senza l’arte.

GG: Come è nata la sua collezione?
GI: Credo sia un risultato di una catena di eventi. Innanzitutto ero un ragazzo con la passione per l’arte senza le possibilità economiche per collezionare. Acquistavo tantissimi libri di storia dell’arte; alla Hoepli c’erano delle gigantesche librerie che mi chiamavano. Questo mi ha portato a studiare l’arte e la storia dell’arte. Mi sono allora innamorato del periodo tra le due guerre e di quel gruppo di artisti così spontaneo, immediato, caloroso, emotivo, passionale. Mi sembrava di ritrovare me stesso. Quando poi ho avuto la possibilità di collezionare ho iniziato da loro, mi piaceva pensare che un giorno avrei realizzato una collezione con almeno alcuni di questi artisti. Pensavo, forse riuscirò ad averne dieci. Poi è venuto fuori qualcosa di diverso, perché oggi sono novantasette, collezionati come se fosse un’unica opera.

Gea Politi: Nel 1989 ha acquistato la sua prima opera, la Sirena Ferita di Claudio Bonichi. Vorrei sapere di più di questa prima esperienza.  
GI: Avrei iniziato a collezionare anche prima. Sono partito come giovane avvocato ma ho avuto la fortuna di ricevere degli incarichi importanti. A ventisette anni ho aperto lo studio da solo e mi sono sposato. Allora il primo pensiero è stato comprare un’abitazione, poi ho iniziato a collezionare a seconda delle mie possibilità. Dopodiché la professione mi ha baciato e ho avuto l’opportunità di coltivare sempre di più le mie passioni.

GG: Lei parla di “fortuna”, ma non so quanto sia fortuna e quanto invece sia bravura, coraggio e perseveranza.
GI: Coraggio e perseveranza sicuramente. Perché io per l’arte ho fatto cose che credo pochi avrebbero fatto; quando ho comprato il mio primo Mario Mafai potevo versare solamente l’acconto. Perseveranza sicuramente. Un po’ alla fortuna ci credo perché obiettivamente sono tanti quelli bravi, quando ho ottenuto quello che questa meravigliosa città mi ha dato un po’ di fortuna ci deve essere stata.

GP: Sembrerebbe molto legato a Milano…
GI: Moltissimo. Ho dedicato il mio primo libro a Milano, perché la città mi ha dato molto di più di quello che io meritassi, una persona non milanese come me lo potrebbe capire meglio. Sono stato aiutato da Milano, non mi ha mai creato un problema, come faccio a non esserle grato.

GG: “Italia 1920-1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé” che ha preso luogo in Triennale lo scorso febbraio è la prima esposizione pubblica della sua collezione di opere realizzate dal 1920 al 1945. Si è trattato non solo di una mostra ma di un vero e proprio progetto scientifico, uno studio su una storia che non è mai stata molto trattata e, forse, nemmeno molto collezionata. 
GI: Alberto Salvadori, nell’intervista presente sul catalogo, mi ha fatto un gran complimento dicendomi: “questa storia non l’ha mai raccontata nessuno, non l’ha mai raccontata il museo, non l’ha mai raccontata un altro collezionista”. Però è una storia vera e io sono orgoglioso di averla raccontata. È una storia che deve rimanere insieme, perché resti a disposizione delle persone che vogliano riflettere su quella che è stata la realtà del nostro paese dal punto di vista artistico in quegli anni.

GG: Alla conferenza stampa della mostra ha affermato: “I collezionisti devono essere capricciosi. Non raccontare la storia dell’arte, ma la loro storia”. Qual è la storia che vuole raccontare e chi è l’interlocutore?
GI: Chi colleziona sinceramente, ovvero senza una finalità di investimento, colleziona solo per amore per l’arte. Anche se non lo rivela (nemmeno a sé stesso) il collezionista cerca nell’arte qualcosa che gli manca nella vita. Io inseguo la verità dell’animo umano. Ciò che l’uomo ha di più caratteristico, bello o brutto che sia. E lo ricerco sia nella storia degli anni Trenta che nell’arte contemporanea. Nel caso della collezione degli anni Trenta è possibile ravvisare una componente personale che assomiglia a me – questa è certamente la parte di capriccio che ha giustamente colto e che io ho rivendicato –, e una di ricostruzione storica, obiettiva.

GP: Più volte ha dichiarato di non collezionare Sironi o Casorati. Come mai non fanno parte di questa sua storia?
GI: Ho una grandissima ammirazione per Sironi, Casorati, Morandi e per gli artisti del Novecento italiano e del Realismo Magico e se c’è l’occasione di vederli al museo io corro. Ma vede, un conto è amare la storia dell’arte e amare un artista, un conto è comprarlo. Io acquisto ciò che mi assomiglia e Sironi non mi assomiglia. Quello che lui trattava non corrispondeva a ciò che accadeva nel paese. Per me l’arte è libertà! I miei artisti non hanno limiti, guardavano all’Europa, avevano la libertà del colore. Io volevo raccontare un’altra storia.

GP: Come le venne chiesto di esporre la sua collezione?
GI: È stata una situazione inattesa. Mi sarei aspettato un interesse da parte di istituzioni milanesi deputate alla cura della storia Novecento, ma non è accaduto. Mentre invece Claudio De Albertis mi disse che trovava la mia collezione una delle più belle sugli anni Trenta e, visto che la Triennale di Muzio è nata proprio nel 1933, gli sarebbe piaciuto aprire il nuovo anno con una mostra su quel periodo. Non potevo credere alle sue parole, ero davvero colpito.

GG: Certo, è una collezione che perderebbe senso se venisse smembrata. Una possibile problematicità potrebbe allora riguardare l’esporla, il donarla al pubblico e tramandarla ai posteri. 
GI: Credo sia una giusta osservazione. Quando ho scritto il mio primo libro che ho dedicato a Milano, Una caccia amorosa. Arte italiana tra le due guerre nella collezione Giuseppe Iannaccone nel 2010, per tante ragioni, ho sperato fosse solo l’inizio perché Milano si accorgesse di questa collezione e mi chiedesse di esporla.

GG: Credo che collezionare sia compiere un continuo lavoro su se stessi, di analisi e autoanalisi. Mi chiedo se ciò l’abbia aiutata a conoscere alcuni aspetti della sua persona.
GI: Certamente sì. Credo che la collezione sia qualcosa di estremamente intimo. Ci sono cose che nessuno di noi ama dire, ciò che appartiene alla nostra storia e che non conosciamo nemmeno fino in fondo. Il continuo confronto con queste cose intime, che ti scavano dentro, aiuta a conoscerti.

GP: Lei ha sempre colto il maggiore momento di esaltazione poetica degli artisti. Riguardo la sua collezione contemporanea, come riesce a selezionare gli artisti e la loro opera più rappresentativa? 
GI: La grande sfida di oggi è l’arte contemporanea, proprio per la ragione che lei ha sottolineato. Per l’arte del passato si è sostenuti dai libri di storia. Si tratta di qualcosa di cristallizzato che facilita nella selezione e che credo debba aiutare anche nella ricerca di opere contemporanee. Ho sempre cercato di dare un valore particolare al capolavoro. Se si vuole sempre pagare un prezzo di mercato si rischia di non avere mai il capolavoro. Spesso mi è capitato, come con Paola Pivi, di comprare opere da collezioni private. Ovviamente in questo caso la spesa è maggiore, ma bisogna avere il coraggio.

GP: Anche l’opera di Tracey Emin in suo possesso (Money photo [Spider legs], 2001) è uno dei lavori più significativi dell’artista. Quell’immagine ha iniziato Emin al mondo dell’arte. 
GI: L’acquisto di quell’opera è stato un colpo di fortuna. L’ho battuto a un’asta; lì è questione di attimi. Pensi che ricevo tutti i cataloghi di aste contemporanee al mondo. Li guardo tutti, dal primo all’ultimo, e quando vedo un pezzo che mi conquista non me lo lascio sfuggire. L’unico limite è la capacità d’acquisto, ma se c’è la possibilità il capolavoro va portato a casa. Lei ha detto una cosa per me importantissima parlando dell’inizio di Emin. Effettivamente sono molto attento alla prima fase di lavoro, poiché l’ispirazione poetica che l’artista ha all’inizio di solito non è confrontabile a quella successiva.

GP: Agli inizi della loro carriera gli artisti non hanno limiti, non hanno paura, non hanno filtri.
GI: Esatto, le faccio un esempio, Imran Qureshi. Io ho acquistato le orme nel sangue, gli alberi, la prima opera degli alberi che gettano sangue, le miniature degli alberi; però mi mancava la prima miniatura, quando Qureshi era ancora molto legato alla tradizione pakistana. Io ci stavo male, dovevo averla, perché solo avendo quell’opera avrei capito l’evoluzione dell’animo di Qureshi. E alla fine l’ho avuta. Meglio poche cose, ma devono essere quelle giuste.

GP: Come mai non c’è Arte Povera?
GI: Diciamo che l’Arte Povera non era pertinente alla mia curiosità di vedere ancora cosa c’è da raccontare dell’uomo. Non è che io non apprezzi il movimento. Lo apprezzo tantissimo, però al museo. Ecco che ritorna quello che dicevo: il collezionista è capriccioso, non è obiettivo. Inoltre essendo avvocato sono un uomo di parte per definizione. Quando mi dissero di provare il concorso in magistratura rifiutai fermamente. Io voglio essere di parte.
Per quanto riguarda la collezione è la stessa cosa, voglio essere di parte. Io ho quella parte lì, gli altri si occupino delle loro.

GP: E cosa ne pensa invece della pittura contemporanea?
GI: Diversi critici hanno dichiarato “la pittura è finita, basta con la pittura”. Io le dico come la penso, la pittura è la storia dell’arte. È ovvio che chi fa pittura si espone di più alla critica, perché è facile realizzare qualcosa di già visto ed è difficile, invece, aggiungere una pagina nuova alla storia dell’arte. Ovviamente ci sono delle figure che ci riescono lo stesso, anzi sono ammirevoli perché pur utilizzando un metodo tradizionale sono state capaci di innovare a fare nuova poesia. Tra queste, vi sono in particolar modo le donne. Il genere femminile ha diverse cose non dette e che la storia dell’arte non ha mai trattato. Ad esempio Wangechi Mutu realizza opere del tutto inedite.  Ho un suo ritratto che è un capolavoro. Tutti hanno realizzato ritratti nella storia dell’arte, come si fa a fare un ritratto rivoluzionario? Ecco, Wangechi Mutu lo fa. Questo vuol dire che la pittura non finirà mai.

GG: Il suo rapporto con l’opera d’arte mi sembra estremamente viscerale, sentito e molto empatico. E che relazione ha invece con l’artista? Cerca di instaurare un dialogo?
GI: Se posso sì, ma consideri che colleziono arte da tutto il mondo; è quasi impossibile creare una relazione con gli artisti perché non li conosco e non potrò mai conoscerli. Quando ho la possibilità mi fa piacere però devo essere sincero con lei, se dovessi dire che è un mio scopo quello di conoscere gli artisti mentirei. Perché per me l’artista parla attraverso le opere. Spesso ho anche il timore di essere deluso. Ad esempio, non conosco personalmente Michaël Borremans ma cosa può aggiungere la conoscenza di un artista che amo immensamente? Correrei solamente il rischio di essere deluso.

GP: Acquista molto alle aste?
GI: No, non è la mia priorità. La mia preferenza è comprare in galleria, così da creare con i galleristi un rapporto solido. All’inizio della mia collezione avevo alcune difficoltà, perché i galleristi che rappresentano giovani artisti di grande valore tendono a collocarli all’interno delle migliori collezioni. Ecco, questo glielo posso dire, non farei mai il gallerista.

GP: Si è mai trovato a voler vendere, o a dover vendere?
GI: Dover vendere mai. Ho voluto vendere qualche quadro, pochi, pochissimi, parte della collezione di arte contemporanea. Questo non mi è successo per gli anni Trenta, per il motivo che diceva lei, perché studiando non sbagli il colpo.

GP: È da molto che realizza progetti che coinvolgono giovani artisti?
GI: No, non da molto, dal 2015, ora siamo alla terza mostra. Davide Monaldi e Luca De Leva sono stati i primi due, e adesso Andrea Romano. Ho già due sue opere, amo molto il suo linguaggio espressivo, il contrasto forte nel suo lavoro tra fragilità e durezza, l’ambiguità e l’innovazione con cui in particolare si approccia ad un medium classico come il disegno a matita. È un ritrattista straordinario ma le sue opere vanno bel oltre la bellezza formale; durante la mostra del progetto nel mio studio in cui sono esposte sue diverse opere, questo aspetto è evidente: più che la figurazione, all’artista interessano i soggetti che sceglie, legati alla loro fisionomia o al loro carattere, e come li ritrae. Decide di lavorare con le sue mani il marmo che “rinchiude” i lavori, presentato per la prima volta nel mio studio, accresce ancora di più quel senso di spaesamento che spesso si ha tra forme e materiali attraenti e nello stesso tempo respingenti che caratterizzano il suo lavoro.

GP: Cosa ne pensa dei collezionisti che non collezionano come “rifugio della mente” ma come “bene rifugio”?
GI: Non sono collezionisti. Li riconosco subito, parlano d’arte a cena raccontano ciò che hanno comprato, quanto vale e quanto si potrebbe valutare ancora.

GG: Come vede invece il futuro della collezione? 
GI: Spero di avere sempre tanta forza di andare avanti. Attualmente ho diversi progetti sia per la collezione degli anni Trenta che per quella di arte contemporanea. Tra l’altro per me, in un certo senso, è un’unica collezione. Il mio sogno è realizzare una mostra che metta a confronto il sangue di Scipione col sangue di Qureshi, per dimostrare che l’animo umano è sempre quello.

Gea Politi e Giulia Gregnanin

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Il Collezionista /

Mauro De Iorio

“Il Collezionista” è una rubrica a cura di Gea Politi e Giulia Gregnanin. Strutturata in una serie di interviste alle personalità che costituiscono il collezionismo italiano, è un campionamento di attitudini, gusti, visioni che mostra la varietà e le peculiarità delle collezioni.

Gea Politi: In diverse interviste rilasciate definisci l’arte una passione. Come e quando è nata?

Mauro De Iorio: Non c’è stato un vero e proprio momento iniziale. Potrei dire di avere un’attitudine mentale a ragionare per immagini; quando penso a qualcosa, nella mia mente scorrono delle immagini e questo ha condizionato anche le mie scelte professionali: dopo l’università di medicina, infatti, ho scelto la specializzazione in diagnostica per immagini.
A 18 anni ho incominciato ad interessarmi di cinema e a fare fotografie con una Nikon regalatami da mio padre. A Bologna, all’Università, con altri due amici avevamo allestito nel nostro appartamento una camera oscura e dovevamo aspettare l’estate per avere una temperatura stabile per le stampe a colori. I risultati non erano eccezionali, ma eravamo comunque soddisfatti. In quegli anni ero affascinato dalle fotografie flou di giovani ragazze di David Hamilton e cercavo di imitarle.
Essendo impegnato politicamente, fotografavo anche le manifestazioni e gli eventi a cui partecipavo.

GP: In che modo eri attivo politicamente?

MDI: Erano gli anni del Movimento Studentesco e Trento – la città in cui sono nato – con la Facoltà di Sociologia era uno dei centri della rivolta: è qui che sono nate Lotta Continua con Mauro Rostagno e le Brigate Rosse con Renato Curcio e Margherita Cagol.
Ma la mia ribellione è iniziata negli anni Sessanta con il movimento Hippy, quindi capelli lunghi, vestiti colorati e musica pop. Era una rivoluzione di costume contro il conformismo ed il moralismo imperante: pensavamo veramente di cambiare il modo.

Giulia Gregnanin: Oggi questa tua attitudine la esterni in altri aspetti, come può essere l’interesse verso artisti che trattano temi politici?

MDI: Direi che nelle opere d’arte non sono interessato alle tematiche degli Anni Sessanta e Settanta, che ritengo superate. Oggi sono interessato ai giovani che cercano di interpretare la contemporaneità con le sue problematiche e contraddizioni.
La mia generazione ha lottato per l’eguaglianza sociale, l’emancipazione femminile, i diritti civili, il divorzio e l’aborto; oggi ci troviamo di fronte a conflitti nuovi quali la distruzione dell’ambiente, la minaccia dei nuovi media alla libertà individuale, l’accettazione delle diverse identità sessuali, l’immigrazione e il rispetto dell’individuo in una società multietnica, il problema del fine vita. Per questo mi piacciono artisti come Nan Goldin, Wolfgang Tillmans, Jon Rafman, Bunny Rogers, Andrea Crespo, Cécile B. Evans.

GP: Ti ricordi la prima opera che hai acquistato?

MDI: Le prime opere le presi da Massimo Di Carlo di Verona. Da lui, nel 2002, comprai Orfeo di Giulio Paolini che è ancora tra le mie preferite.
Oggi acquisto opere capaci di suscitarmi emozioni. Non ho la presunzione di credere che resteranno nella storia dell’arte; so solo che sono parte della mia ricerca personale e questo mi basta. Mi interessano i giovani perché attraverso le loro opere cerco di capire il tempo in cui vivo, ma apprezzo anche artisti moderni che parlano con il linguaggio della contemporaneità; tra questi mi piacciono Alighiero Boetti, Pino Pascali, Gino De Dominicis, Paolo Icaro, Gianfranco Baruchello, Giulio Paolini.

GG: E qui arriviamo al Giano bifronte, al voltarsi indietro per poi orientare lo sguardo avanti e leggere il presente.

MDI: Per me il Giano bifronte non è solo questione di passato e presente; è anche guardarsi dentro. Ho un interesse forte per l’arte metafisica dalle forme pure quasi ideali, ad esempio amo le opere di Spalletti con i suoi monocromi dalle tinte morbide e polverose. Quando guardo il suo lavoro appeso nel mio salotto mi perdo nel suo colore; mi sembra di essere in aereo quando, uscendo dalle nuvole, entro nel cielo azzurro.
Poi, d’altra parte, sono attratto dall’arte “conturbante” che esprime ciò che viene dal profondo della psiche: le cose più recondite, l’inconscio, i sogni. Ad esempio tempo fa ho acquistato una fotografia di Matthew Barney De Lama Lamina: A Raiz Da Lamina, nella quale ritrovavo le sensazioni che avevo da bambino quando la febbre alta mi procurava incubi psicotici. Oggi l’opera si trova a Venezia, davanti al mio letto e gli amici mi chiedono come possa dormire davanti ad un’immagine così inquietante. Paradossalmente a me dà una sensazione di serenità e di benessere.

GP: Ci sono delle opere alle quali sei particolarmente legato?

MDI: La scultura di Paolini, come ho già detto, è tra le opere che amo di più. La testa spaccata in due mi ricorda la dualità, principio con il quale mi confronto sempre: gli estremi che si confondono, lo yin e lo yang. E poi la scultura di Andra Ursuta Broken Obelisk: un obelisco rotto seduto su una sedia azzurra con lo sguardo triste e malinconico. Altra scultura che amo è Untitled 3 (Bronze Bodybuilders) di David Altmejd, con le cinque mani che scavano la superficie del corpo e che le mie nipotine chiamano “il mostro del nonno”. Altro “mostro del nonno”, che amo particolarmente, è la scultura di Pawel Althamer Filip che ho nella casa di Verona: uno scheletro con un’esplosione di bende che lo fanno sembrare quasi un ostensorio.

GP: Mi sembra ci siano molti riferimenti all’anatomia.

MDI: Sì, tanti; sono interessato in particolare ai lavori sul volto che non devono essere realistici, ma rimandare a qualcosa di altro. L’arte che mi interessa ha sempre una componente simbolica.

GG: Che strumenti utilizzi per rimanere aggiornato, per stare al passo rispetto al fluire di informazioni?

MDI: Molteplici. Innanzitutto le esposizioni nelle gallerie e le newsletter che queste mi mandano, poi le fiere, le riviste, i consigli degli amici collezionisti e galleristi, ma anche ciò che vedo online. Ad esempio, su Instagram seguo persone che possono restituirmi informazioni. Mi interessano gli artisti che usano questo social per pubblicizzare il loro lavoro così, se vedo qualcosa che mi interessa, chiamo immediatamente il gallerista.

GP: In Italia si riscontra spesso un grande individualismo. Quanto, per te, è importante l’aggregazione e la creazione di un network tra collezionisti? 

MDI: Moltissimo. Attualmente sono parte del comitato di ArtVerona e la mia prima proposta è stata quella di creare un consorzio di collezionisti, che sia aperto non solo ai collezionisti blasonati ma anche ai collezionisti “minori” che magari non hanno grandissime collezioni ma che possiedono una grande passione.

GP: E qual è invece il tuo rapporto con i galleristi?

MDI: Molto buono. Con il tempo ho instaurato relazioni di stima e amicizia. Da Massimo Di Carlo persona di grande verve e simpatia, a Giorgia di Boccanera, a Massimo Minini e alla sua splendida famiglia, a Chiara Rusconi [APalazzo Gallery], a Raffaella Cortese, per citarne alcuni.

GG: Pensi che il collezionismo debba assolvere a delle incombenze?

MDI: Il collezionista è una persona che cerca immagini che soddisfino la sua fantasia, il suo demone interno. La mia collezione rispecchia la mia anima; i suoi aspetti contradditori sono per me importanti perché testimoniano un percorso psicologico di ricerca e di maturazione. Le opere d’arte sono per il collezionista oggetti speciali carichi di valenze emotive. È per questo che non riesco a separarmene anche quando mi piacciono meno.
Credo che il collezionismo nel mondo dell’arte debba far sentire di più il suo peso. Penso che la strada da percorrere sia quella delle associazioni di collezionisti che si impegnino non solo nel sostegno di giovani e delle istituzioni pubbliche, ma che organizzino autonomamente esposizioni ed eventi che diffondano la conoscenza dell’arte contemporanea.

GG: La scorsa edizione di ArtVerona si è mostrata vicina alle modalità virtuose di coinvolgimento del collezionista che figuri: dieci collezionisti sono stati affiancati da dieci giovani curatori, chiamati a dare una propria lettura delle raccolte. Come è andato il progetto?

MDI: Molto bene. Mi hanno affiancato a Sofia Silva, che non conoscevo, ed è stata un’esperienza entusiasmante. Queste sono belle iniziative che coinvolgono in un progetto più attori del mondo dell’arte.

GP: E come vedi la figura del collezionista come curatore?

MDI: Penso si debba uscire dall’idea che il curatore ed il collezionista siano ruoli rigidi. Vedo molto bene le contaminazioni di ruoli, le collaborazioni. È un modo anche per crescere.

GP: Molto spesso il mondo dell’arte, per sua costituzione, o per il fatto che sia marcatamente autoreferenziale, evita l’inclusione. Immagino non sia stato facile introdursi.

MDI: Il percorso di un collezionista è costellato di momenti di entusiasmo, ma anche di qualche delusione. All’inizio ho fatto fatica ad accreditarmi presso alcune gallerie italiane ed estere, poi le cose sono migliorate. Anche con i musei i rapporti non sono semplici. All’inizio, quando è nato in me il desiderio di acquisire installazioni e opere di grandi dimensioni, pensavo che la soluzione migliore fosse darle in deposito ai musei del mio territorio; così ho constatato che questi devono confrontarsi con problemi di spazio dei loro depositi, che rendono problematiche proprio le acquisizioni di opere di grandi dimensioni. Nonostante questo sono riuscito a dare in deposito a Museion di Bolzano una grande installazione di Korakrit Arunanondchai Untitled (Painting With History In A Room Filled With People With Funny Names 3) # 5, già esposta al Palais de Tokyo di Parigi. Al Mart di Rovereto ho dato in deposito molte opere, tra cui una grande installazione di Neïl Beloufa People’s Passion, Lifestyle Beautiful Wine, Gigantic Glass Towers, All Surrounded By Water, Office Version e Shaffholding Series e un’opera di Helen Marten Water The Scotch, presentata alla Serpentine di Londra. E ora darò un grande lavoro di Gianfranco Baruchello Acrobata Clandestin di 6m x 2m da poco acquistato da Massimo De Carlo.
Con il Mart mi sono anche impegnato a creare una piccola collezione di video da lasciare in deposito. Attualmente ci sono video di Neïl Beloufa, Mark Leckey, Bunny Rogers, Korakrit Arunanondchai, Cécile B. Evans. Bunny Rogers, Lili Reynaud-Dewar e l’ultimo, da poco acquistato da Giò Marconi, di Nathalie Djurberg.

GP: Qual è il tuo rapporto con gli artisti? Cerchi di conoscerli? A volte l’incontro dal vivo può rivelarsi una grande delusione…

MDI: In genere mi interessa la conoscenza dell’artista, ma se devo essere sincero, il mio rapporto preferito è quello con la sua opera, che cerco di interpretare e di valutare dal punto di vista emozionale. Mi piace poi confrontare le mie impressioni con quelle dell’artista. Ricordo a Venezia una piacevole conversazione con Maurizio Donzelli, a cena dopo la sua mostra a Palazzo Fortuny. Quando gli dissi che i suoi tappeti mi richiamavano alle memoria immagini legate alla psicoanalisi ed in particolare al “Libro Rosso” di Jung, lui rimase sorpreso e mi rivelò che queste immagini erano presenti in lui quando creò queste opere. L’interpretazione dell’opera d’arte per me è un momento molto bello e coinvolgente: delle volte corrisponde a quella dell’artista, altre volte no. È un po’ come quando, al liceo, traducevo dal greco: dopo i primi vocaboli si formavano nella mia testa dei nessi e nasceva un racconto che spesso non corrispondeva alla traduzione letterale. L’arte è un po’ così, si aggancia ai tuoi percorsi psicologici, alle tue emozioni, facendoti dare un’interpretazione personale alle volte completamente diversa da quella degli altri. Io le traduzioni dal greco le sbagliavo spesso.

GG: Come invece definiresti il tuo rapporto con il territorio?

MDI: Credo che per un collezionista sia importante sostenere il sistema dell’arte del suo territorio. L’arte è un’esigenza primaria, è come l’aria che respiri, il cibo che mangi: ti serve per essere vivo. È una tappa imprescindibile in un processo educativo. Per questo deve essere presente in maniera capillare sul territorio e deve essere a disposizione di tutti.
Chi ha la fortuna di collezionare deve dare il suo contributo a far crescere questo sistema. Nel mio caso mi rivolgo, in primis, alle città in cui vivo: Trento e Verona, e poi al sistema italiano in genere.

GP: Compri mai alle aste, oppure hai mai venduto all’asta?

MDI: Con le aste non ho molta dimestichezza. Ho comprato solo due volte: da Phillips mi sono aggiudicato un dittico di Roger Hiorns Untitled esposto da Saatchi all’inizio della sua carriera e che ora si trova nel mio studio a Rovereto; da Christie’s ho acquistato un’opera di Nan Goldin Gilles and Gotscho, una serie di quattro fotografie che avevo visto in un museo di Oslo e che, a mio avviso, è una delle testimonianze più toccanti del dramma dell’Aids.
Ma non ho mai venduto niente, né alle aste né fuori. Un mio pezzo di Danh Vo, acquistato da Isabella Bortolozzi, alle aste di Londra era salito alle stelle. Tutti mi consigliavano di venderlo. Ma secondo me non aveva senso, faceva parte della mia narrazione, della mia esperienza…. e sopra il divano sta benissimo.

Gea Politi e Giulia Gregnanin

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Il Collezionista /

Angela Missoni

“Il Collezionista” è la nuova rubrica a cura di Gea Politi e Giulia Gregnanin. Strutturata in una serie di interviste alle personalità che costituiscono il collezionismo italiano, è un campionamento di attitudini, gusti, visioni che mostra la varietà e le peculiarità delle collezioni.

Gea Politi: Angela, la tua collezione d’arte è molto eclettica e diversificata, mi chiedevo se tu stessa avessi pensato a una definizione.

Angela Missoni: Se fossimo in un’epoca diversa potremmo chiamarla un cabinet de curiosités. Non sono una collezionista, sono un’assemblatrice. Ho collezioni di tante cose.

GP: Sì, perché non si tratta solo di arte contemporanea. Compri sia nei mercatini che nelle gallerie, senza fare differenze. Sembra rispecchi il tuo modo di essere.

AM: All’interno della mia casa si trova la mia personalità, la mia vivacità. Sono molto curiosa, cerco di andare al fondo delle cose. Quando mi chiedono qual è la mia qualità rispondo “gli occhi”. Vedo a un livello di definizione che con il tempo mi sono accorta non essere da tutti. Vivo cercando di migliorare quello che mi circonda, dai vestiti agli ambienti. Sono alla costante ricerca di armonia per me e chi vive e lavora con me.
Inoltre guardo avanti. Questa è un’altra mia caratteristica, sono proiettata verso il futuro, seppur cercando di godere del presente e custodendo un passato molto importante. Sono cresciuta in azienda e tutti i miei ricordi sono legati a dei vestiti, a dei dettagli. Mi ricordo ogni singolo capo alla sfilata al Teatro Gerolamo di Milano nel 1966 Palazzo Pitti del 1967 – all’epoca avevo 7 anni. I dettagli dei capi.
In vent’anni da direttore creativo ho mantenuto l’identità di Missoni seppur reinventandola nel tempo, ridandogli uno slancio, spinta dal coraggio dell’incoscienza. Ho adattato e aggiornato il vocabolario dello stile Missoni inventato dai miei genitori quasi 65 anni fa, aggiungendo le parole di un discorso che sono quelle congeniali a me e contemporanee.

Giulia Gregnanin: Mi chiedo come queste tue due qualità – dell’attenzione al dettaglio e del guardare avanti – abbiano influito sulla collezione d’arte contemporanea.

AM: Non so se hanno influito e se l’hanno fatto è con spontaneità. Ci sono opere e non opere. Oggetti. Ad esempio semplici bottiglie in vetro, un’opera di Do Ho Suh, i piccoli dettagli delle librerie di Branzi dialogano nello stesso ambiente.

GP: Acquisti questi oggetti perché ti ricordano qualcosa?

AM: Li acquisto perché ne sono attratta e mi sono resa conto che certi oggetti mi riportano indietro, a partire dall’arredamento, spesso presenti in qualche casa in cui ho vissuto. Queste sedie della veranda mi seguono dagli anni ‘80. Sono le sedute che si trovavano nel giardino dell’hotel in cui andavo con i miei nonni a Ischia.

GG: Si potrebbe dire che le opere della tua collezione siano tracce mnemoniche che intersecano ricordi passati al tuo gusto contemporaneo. La componente dell’attraversamento, dell’incrocio, la vedo molto forte, anche nell’accostare oggetti d’artigianato e opere da galleria. Potrebbe essere forse una parte del vocabolario della collezione. 

AM: Credo di sì. Comunque ci tengo a sottolineare che non cerco nulla nelle opere, se non la sorpresa. Per questo amo i mercati, gli empori di seconda mano, qualsiasi luogo che possa serbare dei colpi di scena.

GP: Il collezionismo è una passione di famiglia?

AM: Sicuramente lo è per mia madre, la mia è una evoluzione del suo gusto. Conosco il suo gusto a menadito e, peraltro, lei conosce e si è aggiornata al mio. Oggi mi viene dietro su cose che prima non avrebbe considerato.
Anche i miei genitori vivono in una casa eclettica, assolutamente molto personale, dove prezioso e non prezioso si incrociano. Hanno iniziato collezionando opere di diversi amici artisti, da Luciano Minguzzi a Roberto Crippa, ma erano altri tempi. Nel ’72, quando ci siamo spostati a Sumirago, mio padre ha realizzato 6/8 dipinti da “mettere sui muri”, perché finita la casa non avevano sufficiente denaro per comprarsi delle opere. I dipinti sono poi stati esposti al MA*GA di Gallarate in occasione della mostra “Missoni. L’arte, il colore” (2016).

GP: Più avanti hanno anche iniziato a collezionare al di fuori della loro generazione?

AM: Si, mia madre qualcosa di più. Mio padre ha acquistato opere di Bruno Cassinari, Filippo de Pisis, Fortunato Depero, Mario Sironi, Giacomo Balla.

GP: Molti italiani. Sempre e comunque un attaccamento alle radici, anche da parte tua, anche se nella tua collezione d’arte ci sono molti artisti internazionali.

AM: Si, solo italiani. E qualche cosa della sua terra – oggi Croazia, per lui sempre Dalmazia – come Ivan Rabuzin e Ivan Generalić.

GP: Ti ricordi il primo lavoro che hai acquisito?

AM: Mi sono fatta regalare da mio padre dei totem di Roger Selden esposti alla Galleria del Naviglio. Avevo 18 anni.

GP: E qualcosa che hai acquistato tu e che non sei mai riuscita a vendere per il forte attaccamento? 

AM: Non ho mai venduto niente di quello che ho comprato. Ora mi rendo conto di possedere delle opere che ho acquistato d’impulso e che non so dove sistemare, che dovrei pensare di vendere perché soprattutto mi dispiace lasciare nelle casse.
Un lavoro a cui sono particolarmente affezionata ad esempio è l’opera di Aristarkh Chernyshev & Vladislav Efimov che vedi all’ingresso, acquistata al mio primo Frieze. Quello che mi è piaciuto è aver avuto l’opportunità di vivere l’atmosfera dei primi Art Basel Miami e delle prime piccole fiere collaterali. Ad esempio ho acquistato Máximo González quando Scope Art Fair era in alcune piccole stanze di un albergo a Miami (2004). Lì González aveva presentato alcune opere di carta dove aveva ritagliato dei pesos messicani riprendendo i vari dettagli e ridandone senso.

GP: Da quanto capisco non hai mai acquistato in aste.

AM: No, ho acquistato ad alcuni dopo-asta ma non ho mai partecipato ad aste vere. È il tempo, non riesco a seguire tutto.

GP: Qualcuno ti ha mai consigliato cosa acquistare – come advisors, galleristi, amici?

AM: Ho tanti amici galleristi, con cui condivido certe sensibilità.
Sono molto legata a Mariuccia Casadio, ci siamo conosciute tanti anni fa. Spesso lei chiede di accompagnarmi nei miei giri alle fiere perché non sono dispersiva, mi muovo negli spazi e non mi lascio troppo distrarre dagli incontri. Da parte sua capita che mi racconti di artisti di cui non conosco la storia facendomi vedere opere che non conosco Ma capita anche che io le mostri le mie scoperte.
Non ho comprato niente con un advisor, è sempre stato il mio gusto personale. È raro che compri nell’ottica di “dover assolutamente avere un’opera di questo artista”. Anzi, non esiste. Ecco, sono molto felice di avere preso questa foto di Nan Goldin, era quindici anni che l’avevo vista e poi mi è capitata. Ecco, non sono andata in giro a cercarla.

GG: Nella collezione, a saltare all’occhio, è una massiccia presenza di figure zoomorfe, fitomorfe. Come se volessi ricreare una natura in casa.

AM: Forse sì, ma solo nelle opere. Paradossalmente a parte la veranda, che considero come parte dell’esterno, in casa ho pochissimi fiori veri. Sono tutti fiori finti, esageratamente finti. Di tutte le nature di fintismo possibili e immaginabili. Possiedono il dono di mettere in allegria.

GG: Invece come mai questa curiosa attenzione verso le mani? È una parte del corpo che ritorna spesso nella tua casa.

AM: Ci stavo proprio riflettendo ultimamente. Quella esposta è una parte della collezione ma ne ho molte altre ancora in scatole dall’ultimo trasloco. Un giorno troveranno il loro posto. La mano è cura, affetto ma anche la manualità, il fare.

GG: Hai tantissime sedie. Anche quelle piccole sedute in vimini riservate ai bambini, legate all’infanzia.

AM: Quelle sedie testimoniano la mia attrazione verso il mondo dei bambini. Ho collezionato libri per bambini prima di avere i miei figli. Libri di animazione, illustrazione, pop-up, cartoline 3d e lenticolari, mobili.

GP: In un’intervista hai dichiarato che da piccola volevi diventare architetto e ridisegnare l’esistente sia attraverso l’architettura che tramite oggetti per bambini.

AM: Uno dei mestieri che avrei potuto fare sicuramente è l’architetto o il designer. Questa casa, come nelle altre, ogni dettaglio l’ho immaginato io. Mi piace tantissimo.

GG: Che poi immagino ogni casa abbia la sua identità. 

AM: Sì, assolutamente sì. Ad esempio la nuova campagna di Missoni per l’estate è stata realizzata nella casa in Sardegna, dove ho altre collezioni: ceramiche del Sud Italia, cesti sardi, conchiglie. È sicuramente legata a una mediterraneità.

GP: Chi ha avuto l’idea di affidare alcune campagne pubblicitarie ad artisti? Come ad esempio quella dell’autunno/inverno 2011 diretta da Kenneth Anger, uno dei video più belli che abbia mai visto per un teaser di moda. 

AM: Io. La parte del suo lavoro che mi interessava era la texture dei suoi video.

GP: E l’anno successivo Anger è stato preso alla Biennale del Whitney. Da lì ho iniziato a interessarmi molto alla tua persona. Ho pensato che fossi molto legata all’arte contemporanea in un modo in cui, magari, non ti rendevi nemmeno conto. Hai avuto altre collaborazioni con artisti?

AM: Quando è arrivato il Museum of Everything di James Brett nel 2009 a Londra mi sono subito detta: questa qui è casa mia. In quel momento avevo avviato la collaborazione con Juergen Teller. Era da un po’ che volevo realizzare un’immagine come la copertina dell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, che ritraesse famiglia e amici. Allora ho capito che dovevo cercare Peter Blake – autore della celebre cover – che in quel momento, coincidenza vuole, stesse curando una mostra al Museum of Everything. Mi trovo dunque a rincorrerlo fino a incrociare Brett.
Al Museum of Everything, come è risaputo, è vietato fotografare. Ecco, io sono riuscita a convincere Brett ad autorizzare Juergen Teller a scattare foto dentro al museo, che Peter Blake avrebbe in seguito ritagliato per fare il fotomontaggio. Da questa foto ho realizzato una cartolina lenticolare che ho pubblicato su Tar.

GP: Ci sono delle immagini di artisti a cui ti rifai per realizzare una campagna?

AM: Può essere successo. Sicuramente in passato. Ancora mi ricordo la campagna con Mario Testino del 1997 in cui abbiamo cercato di creare un’atmosfera Bloomsbury.

GP: Molte case di moda in Italia e Francia aprono le loro fondazioni d’arte. Cosa ne pensi?

AM: Ben venga. Si tratta di persone con capitali tali che possono permettersi di investire su progetti meravigliosi. Per fortuna che ci sono e che hanno questa visione da regalare al mondo. Siamo tutti felici.

GP: Tu non sei interessata?

AM: Un progetto che mi piacerebbe portare a termine prima della mia uscita di scena – o anche dopo – è l’apertura del Museo Missoni. Abbiamo un archivio immenso, che è un patrimonio per il nostro paese e per la storia della moda internazionale.

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