Il Collezionista /

Mauro De Iorio

“Il Collezionista” è una rubrica a cura di Gea Politi e Giulia Gregnanin. Strutturata in una serie di interviste alle personalità che costituiscono il collezionismo italiano, è un campionamento di attitudini, gusti, visioni che mostra la varietà e le peculiarità delle collezioni.

Gea Politi: In diverse interviste rilasciate definisci l’arte una passione. Come e quando è nata?

Mauro De Iorio: Non c’è stato un vero e proprio momento iniziale. Potrei dire di avere un’attitudine mentale a ragionare per immagini; quando penso a qualcosa, nella mia mente scorrono delle immagini e questo ha condizionato anche le mie scelte professionali: dopo l’università di medicina, infatti, ho scelto la specializzazione in diagnostica per immagini.
A 18 anni ho incominciato ad interessarmi di cinema e a fare fotografie con una Nikon regalatami da mio padre. A Bologna, all’Università, con altri due amici avevamo allestito nel nostro appartamento una camera oscura e dovevamo aspettare l’estate per avere una temperatura stabile per le stampe a colori. I risultati non erano eccezionali, ma eravamo comunque soddisfatti. In quegli anni ero affascinato dalle fotografie flou di giovani ragazze di David Hamilton e cercavo di imitarle.
Essendo impegnato politicamente, fotografavo anche le manifestazioni e gli eventi a cui partecipavo.

GP: In che modo eri attivo politicamente?

MDI: Erano gli anni del Movimento Studentesco e Trento – la città in cui sono nato – con la Facoltà di Sociologia era uno dei centri della rivolta: è qui che sono nate Lotta Continua con Mauro Rostagno e le Brigate Rosse con Renato Curcio e Margherita Cagol.
Ma la mia ribellione è iniziata negli anni Sessanta con il movimento Hippy, quindi capelli lunghi, vestiti colorati e musica pop. Era una rivoluzione di costume contro il conformismo ed il moralismo imperante: pensavamo veramente di cambiare il modo.

Giulia Gregnanin: Oggi questa tua attitudine la esterni in altri aspetti, come può essere l’interesse verso artisti che trattano temi politici?

MDI: Direi che nelle opere d’arte non sono interessato alle tematiche degli Anni Sessanta e Settanta, che ritengo superate. Oggi sono interessato ai giovani che cercano di interpretare la contemporaneità con le sue problematiche e contraddizioni.
La mia generazione ha lottato per l’eguaglianza sociale, l’emancipazione femminile, i diritti civili, il divorzio e l’aborto; oggi ci troviamo di fronte a conflitti nuovi quali la distruzione dell’ambiente, la minaccia dei nuovi media alla libertà individuale, l’accettazione delle diverse identità sessuali, l’immigrazione e il rispetto dell’individuo in una società multietnica, il problema del fine vita. Per questo mi piacciono artisti come Nan Goldin, Wolfgang Tillmans, Jon Rafman, Bunny Rogers, Andrea Crespo, Cécile B. Evans.

GP: Ti ricordi la prima opera che hai acquistato?

MDI: Le prime opere le presi da Massimo Di Carlo di Verona. Da lui, nel 2002, comprai Orfeo di Giulio Paolini che è ancora tra le mie preferite.
Oggi acquisto opere capaci di suscitarmi emozioni. Non ho la presunzione di credere che resteranno nella storia dell’arte; so solo che sono parte della mia ricerca personale e questo mi basta. Mi interessano i giovani perché attraverso le loro opere cerco di capire il tempo in cui vivo, ma apprezzo anche artisti moderni che parlano con il linguaggio della contemporaneità; tra questi mi piacciono Alighiero Boetti, Pino Pascali, Gino De Dominicis, Paolo Icaro, Gianfranco Baruchello, Giulio Paolini.

GG: E qui arriviamo al Giano bifronte, al voltarsi indietro per poi orientare lo sguardo avanti e leggere il presente.

MDI: Per me il Giano bifronte non è solo questione di passato e presente; è anche guardarsi dentro. Ho un interesse forte per l’arte metafisica dalle forme pure quasi ideali, ad esempio amo le opere di Spalletti con i suoi monocromi dalle tinte morbide e polverose. Quando guardo il suo lavoro appeso nel mio salotto mi perdo nel suo colore; mi sembra di essere in aereo quando, uscendo dalle nuvole, entro nel cielo azzurro.
Poi, d’altra parte, sono attratto dall’arte “conturbante” che esprime ciò che viene dal profondo della psiche: le cose più recondite, l’inconscio, i sogni. Ad esempio tempo fa ho acquistato una fotografia di Matthew Barney De Lama Lamina: A Raiz Da Lamina, nella quale ritrovavo le sensazioni che avevo da bambino quando la febbre alta mi procurava incubi psicotici. Oggi l’opera si trova a Venezia, davanti al mio letto e gli amici mi chiedono come possa dormire davanti ad un’immagine così inquietante. Paradossalmente a me dà una sensazione di serenità e di benessere.

GP: Ci sono delle opere alle quali sei particolarmente legato?

MDI: La scultura di Paolini, come ho già detto, è tra le opere che amo di più. La testa spaccata in due mi ricorda la dualità, principio con il quale mi confronto sempre: gli estremi che si confondono, lo yin e lo yang. E poi la scultura di Andra Ursuta Broken Obelisk: un obelisco rotto seduto su una sedia azzurra con lo sguardo triste e malinconico. Altra scultura che amo è Untitled 3 (Bronze Bodybuilders) di David Altmejd, con le cinque mani che scavano la superficie del corpo e che le mie nipotine chiamano “il mostro del nonno”. Altro “mostro del nonno”, che amo particolarmente, è la scultura di Pawel Althamer Filip che ho nella casa di Verona: uno scheletro con un’esplosione di bende che lo fanno sembrare quasi un ostensorio.

GP: Mi sembra ci siano molti riferimenti all’anatomia.

MDI: Sì, tanti; sono interessato in particolare ai lavori sul volto che non devono essere realistici, ma rimandare a qualcosa di altro. L’arte che mi interessa ha sempre una componente simbolica.

GG: Che strumenti utilizzi per rimanere aggiornato, per stare al passo rispetto al fluire di informazioni?

MDI: Molteplici. Innanzitutto le esposizioni nelle gallerie e le newsletter che queste mi mandano, poi le fiere, le riviste, i consigli degli amici collezionisti e galleristi, ma anche ciò che vedo online. Ad esempio, su Instagram seguo persone che possono restituirmi informazioni. Mi interessano gli artisti che usano questo social per pubblicizzare il loro lavoro così, se vedo qualcosa che mi interessa, chiamo immediatamente il gallerista.

GP: In Italia si riscontra spesso un grande individualismo. Quanto, per te, è importante l’aggregazione e la creazione di un network tra collezionisti? 

MDI: Moltissimo. Attualmente sono parte del comitato di ArtVerona e la mia prima proposta è stata quella di creare un consorzio di collezionisti, che sia aperto non solo ai collezionisti blasonati ma anche ai collezionisti “minori” che magari non hanno grandissime collezioni ma che possiedono una grande passione.

GP: E qual è invece il tuo rapporto con i galleristi?

MDI: Molto buono. Con il tempo ho instaurato relazioni di stima e amicizia. Da Massimo Di Carlo persona di grande verve e simpatia, a Giorgia di Boccanera, a Massimo Minini e alla sua splendida famiglia, a Chiara Rusconi [APalazzo Gallery], a Raffaella Cortese, per citarne alcuni.

GG: Pensi che il collezionismo debba assolvere a delle incombenze?

MDI: Il collezionista è una persona che cerca immagini che soddisfino la sua fantasia, il suo demone interno. La mia collezione rispecchia la mia anima; i suoi aspetti contradditori sono per me importanti perché testimoniano un percorso psicologico di ricerca e di maturazione. Le opere d’arte sono per il collezionista oggetti speciali carichi di valenze emotive. È per questo che non riesco a separarmene anche quando mi piacciono meno.
Credo che il collezionismo nel mondo dell’arte debba far sentire di più il suo peso. Penso che la strada da percorrere sia quella delle associazioni di collezionisti che si impegnino non solo nel sostegno di giovani e delle istituzioni pubbliche, ma che organizzino autonomamente esposizioni ed eventi che diffondano la conoscenza dell’arte contemporanea.

GG: La scorsa edizione di ArtVerona si è mostrata vicina alle modalità virtuose di coinvolgimento del collezionista che figuri: dieci collezionisti sono stati affiancati da dieci giovani curatori, chiamati a dare una propria lettura delle raccolte. Come è andato il progetto?

MDI: Molto bene. Mi hanno affiancato a Sofia Silva, che non conoscevo, ed è stata un’esperienza entusiasmante. Queste sono belle iniziative che coinvolgono in un progetto più attori del mondo dell’arte.

GP: E come vedi la figura del collezionista come curatore?

MDI: Penso si debba uscire dall’idea che il curatore ed il collezionista siano ruoli rigidi. Vedo molto bene le contaminazioni di ruoli, le collaborazioni. È un modo anche per crescere.

GP: Molto spesso il mondo dell’arte, per sua costituzione, o per il fatto che sia marcatamente autoreferenziale, evita l’inclusione. Immagino non sia stato facile introdursi.

MDI: Il percorso di un collezionista è costellato di momenti di entusiasmo, ma anche di qualche delusione. All’inizio ho fatto fatica ad accreditarmi presso alcune gallerie italiane ed estere, poi le cose sono migliorate. Anche con i musei i rapporti non sono semplici. All’inizio, quando è nato in me il desiderio di acquisire installazioni e opere di grandi dimensioni, pensavo che la soluzione migliore fosse darle in deposito ai musei del mio territorio; così ho constatato che questi devono confrontarsi con problemi di spazio dei loro depositi, che rendono problematiche proprio le acquisizioni di opere di grandi dimensioni. Nonostante questo sono riuscito a dare in deposito a Museion di Bolzano una grande installazione di Korakrit Arunanondchai Untitled (Painting With History In A Room Filled With People With Funny Names 3) # 5, già esposta al Palais de Tokyo di Parigi. Al Mart di Rovereto ho dato in deposito molte opere, tra cui una grande installazione di Neïl Beloufa People’s Passion, Lifestyle Beautiful Wine, Gigantic Glass Towers, All Surrounded By Water, Office Version e Shaffholding Series e un’opera di Helen Marten Water The Scotch, presentata alla Serpentine di Londra. E ora darò un grande lavoro di Gianfranco Baruchello Acrobata Clandestin di 6m x 2m da poco acquistato da Massimo De Carlo.
Con il Mart mi sono anche impegnato a creare una piccola collezione di video da lasciare in deposito. Attualmente ci sono video di Neïl Beloufa, Mark Leckey, Bunny Rogers, Korakrit Arunanondchai, Cécile B. Evans. Bunny Rogers, Lili Reynaud-Dewar e l’ultimo, da poco acquistato da Giò Marconi, di Nathalie Djurberg.

GP: Qual è il tuo rapporto con gli artisti? Cerchi di conoscerli? A volte l’incontro dal vivo può rivelarsi una grande delusione…

MDI: In genere mi interessa la conoscenza dell’artista, ma se devo essere sincero, il mio rapporto preferito è quello con la sua opera, che cerco di interpretare e di valutare dal punto di vista emozionale. Mi piace poi confrontare le mie impressioni con quelle dell’artista. Ricordo a Venezia una piacevole conversazione con Maurizio Donzelli, a cena dopo la sua mostra a Palazzo Fortuny. Quando gli dissi che i suoi tappeti mi richiamavano alle memoria immagini legate alla psicoanalisi ed in particolare al “Libro Rosso” di Jung, lui rimase sorpreso e mi rivelò che queste immagini erano presenti in lui quando creò queste opere. L’interpretazione dell’opera d’arte per me è un momento molto bello e coinvolgente: delle volte corrisponde a quella dell’artista, altre volte no. È un po’ come quando, al liceo, traducevo dal greco: dopo i primi vocaboli si formavano nella mia testa dei nessi e nasceva un racconto che spesso non corrispondeva alla traduzione letterale. L’arte è un po’ così, si aggancia ai tuoi percorsi psicologici, alle tue emozioni, facendoti dare un’interpretazione personale alle volte completamente diversa da quella degli altri. Io le traduzioni dal greco le sbagliavo spesso.

GG: Come invece definiresti il tuo rapporto con il territorio?

MDI: Credo che per un collezionista sia importante sostenere il sistema dell’arte del suo territorio. L’arte è un’esigenza primaria, è come l’aria che respiri, il cibo che mangi: ti serve per essere vivo. È una tappa imprescindibile in un processo educativo. Per questo deve essere presente in maniera capillare sul territorio e deve essere a disposizione di tutti.
Chi ha la fortuna di collezionare deve dare il suo contributo a far crescere questo sistema. Nel mio caso mi rivolgo, in primis, alle città in cui vivo: Trento e Verona, e poi al sistema italiano in genere.

GP: Compri mai alle aste, oppure hai mai venduto all’asta?

MDI: Con le aste non ho molta dimestichezza. Ho comprato solo due volte: da Phillips mi sono aggiudicato un dittico di Roger Hiorns Untitled esposto da Saatchi all’inizio della sua carriera e che ora si trova nel mio studio a Rovereto; da Christie’s ho acquistato un’opera di Nan Goldin Gilles and Gotscho, una serie di quattro fotografie che avevo visto in un museo di Oslo e che, a mio avviso, è una delle testimonianze più toccanti del dramma dell’Aids.
Ma non ho mai venduto niente, né alle aste né fuori. Un mio pezzo di Danh Vo, acquistato da Isabella Bortolozzi, alle aste di Londra era salito alle stelle. Tutti mi consigliavano di venderlo. Ma secondo me non aveva senso, faceva parte della mia narrazione, della mia esperienza…. e sopra il divano sta benissimo.

Gea Politi e Giulia Gregnanin

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Il Collezionista /

Angela Missoni

“Il Collezionista” è la nuova rubrica a cura di Gea Politi e Giulia Gregnanin. Strutturata in una serie di interviste alle personalità che costituiscono il collezionismo italiano, è un campionamento di attitudini, gusti, visioni che mostra la varietà e le peculiarità delle collezioni.

Gea Politi: Angela, la tua collezione d’arte è molto eclettica e diversificata, mi chiedevo se tu stessa avessi pensato a una definizione.

Angela Missoni: Se fossimo in un’epoca diversa potremmo chiamarla un cabinet de curiosités. Non sono una collezionista, sono un’assemblatrice. Ho collezioni di tante cose.

GP: Sì, perché non si tratta solo di arte contemporanea. Compri sia nei mercatini che nelle gallerie, senza fare differenze. Sembra rispecchi il tuo modo di essere.

AM: All’interno della mia casa si trova la mia personalità, la mia vivacità. Sono molto curiosa, cerco di andare al fondo delle cose. Quando mi chiedono qual è la mia qualità rispondo “gli occhi”. Vedo a un livello di definizione che con il tempo mi sono accorta non essere da tutti. Vivo cercando di migliorare quello che mi circonda, dai vestiti agli ambienti. Sono alla costante ricerca di armonia per me e chi vive e lavora con me.
Inoltre guardo avanti. Questa è un’altra mia caratteristica, sono proiettata verso il futuro, seppur cercando di godere del presente e custodendo un passato molto importante. Sono cresciuta in azienda e tutti i miei ricordi sono legati a dei vestiti, a dei dettagli. Mi ricordo ogni singolo capo alla sfilata al Teatro Gerolamo di Milano nel 1966 Palazzo Pitti del 1967 – all’epoca avevo 7 anni. I dettagli dei capi.
In vent’anni da direttore creativo ho mantenuto l’identità di Missoni seppur reinventandola nel tempo, ridandogli uno slancio, spinta dal coraggio dell’incoscienza. Ho adattato e aggiornato il vocabolario dello stile Missoni inventato dai miei genitori quasi 65 anni fa, aggiungendo le parole di un discorso che sono quelle congeniali a me e contemporanee.

Giulia Gregnanin: Mi chiedo come queste tue due qualità – dell’attenzione al dettaglio e del guardare avanti – abbiano influito sulla collezione d’arte contemporanea.

AM: Non so se hanno influito e se l’hanno fatto è con spontaneità. Ci sono opere e non opere. Oggetti. Ad esempio semplici bottiglie in vetro, un’opera di Do Ho Suh, i piccoli dettagli delle librerie di Branzi dialogano nello stesso ambiente.

GP: Acquisti questi oggetti perché ti ricordano qualcosa?

AM: Li acquisto perché ne sono attratta e mi sono resa conto che certi oggetti mi riportano indietro, a partire dall’arredamento, spesso presenti in qualche casa in cui ho vissuto. Queste sedie della veranda mi seguono dagli anni ‘80. Sono le sedute che si trovavano nel giardino dell’hotel in cui andavo con i miei nonni a Ischia.

GG: Si potrebbe dire che le opere della tua collezione siano tracce mnemoniche che intersecano ricordi passati al tuo gusto contemporaneo. La componente dell’attraversamento, dell’incrocio, la vedo molto forte, anche nell’accostare oggetti d’artigianato e opere da galleria. Potrebbe essere forse una parte del vocabolario della collezione. 

AM: Credo di sì. Comunque ci tengo a sottolineare che non cerco nulla nelle opere, se non la sorpresa. Per questo amo i mercati, gli empori di seconda mano, qualsiasi luogo che possa serbare dei colpi di scena.

GP: Il collezionismo è una passione di famiglia?

AM: Sicuramente lo è per mia madre, la mia è una evoluzione del suo gusto. Conosco il suo gusto a menadito e, peraltro, lei conosce e si è aggiornata al mio. Oggi mi viene dietro su cose che prima non avrebbe considerato.
Anche i miei genitori vivono in una casa eclettica, assolutamente molto personale, dove prezioso e non prezioso si incrociano. Hanno iniziato collezionando opere di diversi amici artisti, da Luciano Minguzzi a Roberto Crippa, ma erano altri tempi. Nel ’72, quando ci siamo spostati a Sumirago, mio padre ha realizzato 6/8 dipinti da “mettere sui muri”, perché finita la casa non avevano sufficiente denaro per comprarsi delle opere. I dipinti sono poi stati esposti al MA*GA di Gallarate in occasione della mostra “Missoni. L’arte, il colore” (2016).

GP: Più avanti hanno anche iniziato a collezionare al di fuori della loro generazione?

AM: Si, mia madre qualcosa di più. Mio padre ha acquistato opere di Bruno Cassinari, Filippo de Pisis, Fortunato Depero, Mario Sironi, Giacomo Balla.

GP: Molti italiani. Sempre e comunque un attaccamento alle radici, anche da parte tua, anche se nella tua collezione d’arte ci sono molti artisti internazionali.

AM: Si, solo italiani. E qualche cosa della sua terra – oggi Croazia, per lui sempre Dalmazia – come Ivan Rabuzin e Ivan Generalić.

GP: Ti ricordi il primo lavoro che hai acquisito?

AM: Mi sono fatta regalare da mio padre dei totem di Roger Selden esposti alla Galleria del Naviglio. Avevo 18 anni.

GP: E qualcosa che hai acquistato tu e che non sei mai riuscita a vendere per il forte attaccamento? 

AM: Non ho mai venduto niente di quello che ho comprato. Ora mi rendo conto di possedere delle opere che ho acquistato d’impulso e che non so dove sistemare, che dovrei pensare di vendere perché soprattutto mi dispiace lasciare nelle casse.
Un lavoro a cui sono particolarmente affezionata ad esempio è l’opera di Aristarkh Chernyshev & Vladislav Efimov che vedi all’ingresso, acquistata al mio primo Frieze. Quello che mi è piaciuto è aver avuto l’opportunità di vivere l’atmosfera dei primi Art Basel Miami e delle prime piccole fiere collaterali. Ad esempio ho acquistato Máximo González quando Scope Art Fair era in alcune piccole stanze di un albergo a Miami (2004). Lì González aveva presentato alcune opere di carta dove aveva ritagliato dei pesos messicani riprendendo i vari dettagli e ridandone senso.

GP: Da quanto capisco non hai mai acquistato in aste.

AM: No, ho acquistato ad alcuni dopo-asta ma non ho mai partecipato ad aste vere. È il tempo, non riesco a seguire tutto.

GP: Qualcuno ti ha mai consigliato cosa acquistare – come advisors, galleristi, amici?

AM: Ho tanti amici galleristi, con cui condivido certe sensibilità.
Sono molto legata a Mariuccia Casadio, ci siamo conosciute tanti anni fa. Spesso lei chiede di accompagnarmi nei miei giri alle fiere perché non sono dispersiva, mi muovo negli spazi e non mi lascio troppo distrarre dagli incontri. Da parte sua capita che mi racconti di artisti di cui non conosco la storia facendomi vedere opere che non conosco Ma capita anche che io le mostri le mie scoperte.
Non ho comprato niente con un advisor, è sempre stato il mio gusto personale. È raro che compri nell’ottica di “dover assolutamente avere un’opera di questo artista”. Anzi, non esiste. Ecco, sono molto felice di avere preso questa foto di Nan Goldin, era quindici anni che l’avevo vista e poi mi è capitata. Ecco, non sono andata in giro a cercarla.

GG: Nella collezione, a saltare all’occhio, è una massiccia presenza di figure zoomorfe, fitomorfe. Come se volessi ricreare una natura in casa.

AM: Forse sì, ma solo nelle opere. Paradossalmente a parte la veranda, che considero come parte dell’esterno, in casa ho pochissimi fiori veri. Sono tutti fiori finti, esageratamente finti. Di tutte le nature di fintismo possibili e immaginabili. Possiedono il dono di mettere in allegria.

GG: Invece come mai questa curiosa attenzione verso le mani? È una parte del corpo che ritorna spesso nella tua casa.

AM: Ci stavo proprio riflettendo ultimamente. Quella esposta è una parte della collezione ma ne ho molte altre ancora in scatole dall’ultimo trasloco. Un giorno troveranno il loro posto. La mano è cura, affetto ma anche la manualità, il fare.

GG: Hai tantissime sedie. Anche quelle piccole sedute in vimini riservate ai bambini, legate all’infanzia.

AM: Quelle sedie testimoniano la mia attrazione verso il mondo dei bambini. Ho collezionato libri per bambini prima di avere i miei figli. Libri di animazione, illustrazione, pop-up, cartoline 3d e lenticolari, mobili.

GP: In un’intervista hai dichiarato che da piccola volevi diventare architetto e ridisegnare l’esistente sia attraverso l’architettura che tramite oggetti per bambini.

AM: Uno dei mestieri che avrei potuto fare sicuramente è l’architetto o il designer. Questa casa, come nelle altre, ogni dettaglio l’ho immaginato io. Mi piace tantissimo.

GG: Che poi immagino ogni casa abbia la sua identità. 

AM: Sì, assolutamente sì. Ad esempio la nuova campagna di Missoni per l’estate è stata realizzata nella casa in Sardegna, dove ho altre collezioni: ceramiche del Sud Italia, cesti sardi, conchiglie. È sicuramente legata a una mediterraneità.

GP: Chi ha avuto l’idea di affidare alcune campagne pubblicitarie ad artisti? Come ad esempio quella dell’autunno/inverno 2011 diretta da Kenneth Anger, uno dei video più belli che abbia mai visto per un teaser di moda. 

AM: Io. La parte del suo lavoro che mi interessava era la texture dei suoi video.

GP: E l’anno successivo Anger è stato preso alla Biennale del Whitney. Da lì ho iniziato a interessarmi molto alla tua persona. Ho pensato che fossi molto legata all’arte contemporanea in un modo in cui, magari, non ti rendevi nemmeno conto. Hai avuto altre collaborazioni con artisti?

AM: Quando è arrivato il Museum of Everything di James Brett nel 2009 a Londra mi sono subito detta: questa qui è casa mia. In quel momento avevo avviato la collaborazione con Juergen Teller. Era da un po’ che volevo realizzare un’immagine come la copertina dell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, che ritraesse famiglia e amici. Allora ho capito che dovevo cercare Peter Blake – autore della celebre cover – che in quel momento, coincidenza vuole, stesse curando una mostra al Museum of Everything. Mi trovo dunque a rincorrerlo fino a incrociare Brett.
Al Museum of Everything, come è risaputo, è vietato fotografare. Ecco, io sono riuscita a convincere Brett ad autorizzare Juergen Teller a scattare foto dentro al museo, che Peter Blake avrebbe in seguito ritagliato per fare il fotomontaggio. Da questa foto ho realizzato una cartolina lenticolare che ho pubblicato su Tar.

GP: Ci sono delle immagini di artisti a cui ti rifai per realizzare una campagna?

AM: Può essere successo. Sicuramente in passato. Ancora mi ricordo la campagna con Mario Testino del 1997 in cui abbiamo cercato di creare un’atmosfera Bloomsbury.

GP: Molte case di moda in Italia e Francia aprono le loro fondazioni d’arte. Cosa ne pensi?

AM: Ben venga. Si tratta di persone con capitali tali che possono permettersi di investire su progetti meravigliosi. Per fortuna che ci sono e che hanno questa visione da regalare al mondo. Siamo tutti felici.

GP: Tu non sei interessata?

AM: Un progetto che mi piacerebbe portare a termine prima della mia uscita di scena – o anche dopo – è l’apertura del Museo Missoni. Abbiamo un archivio immenso, che è un patrimonio per il nostro paese e per la storia della moda internazionale.

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