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Il mercato della scultura

Ogni dieci anni la città tedesca di Münster viene invasa di opere d’arte, proponendo una ricognizione sullo stato delle arti plastiche contemporanee. Skultpur Projekte Münster, la storica rassegna di scultura nata nel 1977 e curata da Kasper König, si irradia in più spazi espositivi diffusi in tutta la città. Anche se le sedi principali restano il Teatro im Pumpenhaus e il Museum für Kunst und Kultur, l’ente organizzatore della mostra, quest’anno la storica rassegna ha stretto una collaborazione con lo Skulpturenmuseum Glaskasten di Marl, a quasi 60 km da Münster, rendendo il museo un’importante controparte del progetto espositivo. I lavori esposti sono vari e vanno dalle sculture tradizionali alle istallazioni site specific che dialogano con lo spazio pubblico.

Cercare di definire cosa sia oggi la scultura rappresenta, d’altronde, un vero e proprio invito all’immaginazione. Ci sono artisti che utilizzano tecniche scultoree “tradizionali”, altri che si avvalgono delle tecnologie multimediali – si pensi alle sculture luminose di Bruce Nauman o di Jenny Holzer –, fino ad arrivare alla realizzazione di progetti che svelano luoghi ed evidenziano il rapporto tra arte e architettura. Come avviene, ad esempio, nei lavori dell’artista francese Daniel Buren, che fin dagli anni ’60 realizza le sue opere attraverso il dialogo con grandi spazi pubblici, applicando a vari supporti e materiali le sue strisce colorate alternate ad altre bianche.

Anche i prezzi delle sculture variano molto in base all’autore, all’edizione, al materiale e alle dimensioni. I lavori dell’artista anglo-indiano Anish Kapoor, per esempio, hanno una forbice di prezzo che può andare da 550.000 a 1.200.000 sterline per i dischi (sia in vetroresina che acciaio), da 600.000 a 1.300.000 sterline per la serie di sculture in alabastro, fino ad arrivare ad alcune opere a parete, come la serie Twist o Corner disappearing into itself (2015), che sono offerte a prezzi che vanno da 800.000 a più di 2.000.000 sterline. Ci sono poi sculture di grandi dimensioni (come Cave o Intersection [entrambe del 2012]) o opere che sono proposte in dittici o trittici, che superano anche i 3 milioni di sterline.

Il mercato della scultura in Italia, così come a livello internazionale, è molto più limitato di quello della pittura. Artprice stima che il volume d’affari riguardante le sculture sia pari al 15% delle transazioni nel mercato dell’arte contemporanea. Numerose sono le cause indicate dagli operatori del settore del limitato sviluppo della scultura rispetto alle altre arti figurative. Innanzitutto i notevoli costi di realizzazione delle sculture ottenute per fusione di metalli, oltre alla maggiore possibilità di riproduzioni. Le sculture in legno, in metallo o in terracotta di norma sono pezzi unici, ma le opere realizzate in bronzo, in resina o dalla fusione di metalli non sono prodotte in esemplari singoli, ma solitamente almeno in tre copie. Prima di acquistare una scultura è bene controllare la quantità di esemplari esistenti e il numero di prove d’artista che sono state realizzate: non di rado vengono utilizzate per aumentare le edizioni. Le opere più ricercate recano la firma dell’artista e quella del fonditore. Di norma, dopo 12 esemplari la scultura viene definita un multiplo, e assume un valore inferiore. Ci sono poi copie postume, realizzate dopo la morte dell’artista, autorizzate dai titolari dei diritti d’autore; queste sono molto meno care rispetto a quelle realizzate quando l’artista era in vita e il loro costo dipende dal numero di riproduzioni.

Tra le ulteriori cause della minore diffusione delle sculture rispetto ai dipinti vi è il gusto degli acquirenti e le difficoltà tecniche nella lavorazione dei materiali e nella realizzazione dell’opera. In alcuni casi infatti gli artisti lavorano in stretta collaborazione con un team di ingegneri per realizzare progetti espostivi complessi, dove i lavori possono arrivare a pesare anche 500 kg ed essere sospesi nel vuoto. Questo è il caso, ad esempio, dell’artista inglese Antony Gormley, attualmente esposto fino al 28 agosto alla Galleria Continua di San Giminiano con la mostra “Co-ordinate”.

Artista acclamato per le sue sculture che esplorano il rapporto tra corpo umano e spazio, Gormley ha visto crescere le sue quotazioni negli ultimi anni. Con il Turner Prize (ottenuto nel 1994) gli viene riconosciuto il suo talento a livello internazionale, facendolo entrare così nel mercato secondario a partire dai primi anni Duemila. La sua costante ascesa nel mercato secondario, lo portò a toccare il picco nel 2011 arrivando a generare un fatturato di quasi 6 milioni di sterline. Il suo record d’asta si colloca nell’ottobre dello stesso anno raggiungendo i 3 milioni di sterline con la scultura Angel of the North (1996) presso la sede londinese di Christie’s, superando di gran lunga la stima che oscillava tra 1,5 e i 2 milioni di sterline. Dopo una momentanea contrazione della domanda nel 2012, quasi speculare alla bolla del 2008, l’artista riesce a recuperare l’anno successivo generando un volume di vendite in costante crescita fino al 2016.

I lavori più quotati di Gormley nel mercato secondario sono stati prodotti tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila. Sul mercato primario le quotazioni sono variabili e vanno da 25.000 a 600.000 sterline. Le opere della serie Blockwork, per esempio, sono realizzate in pezzi unici e sono offerte a circa 350.000 sterline compresa iva.

Il mercato della scultura ha negli ultimi anni generato una forte domanda da parte di collezionisti e aziende private. Sono sempre più numerosi i parchi privati (si pensi al parco-sculture creato dell’artista Tony Cragg in Germania o a quelli creati da collezionisti come Giuliano Gori vicino a Pistoia, Raymond Nasher a Dallas, Bernardo Paz in Brasile, Christian Ringnes a Oslo o Steve e Nancy Oliver a San Francisco), le aziende che usano l’arte per comunicare al largo pubblico un’immagine innovativa di sé o le società di real estate che utilizzano la scultura rendere più attraenti le residenze di lusso.

Alessia Zorloni

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L’ascesa della fotografia nel mercato dell’arte

Nel corso degli ultimi vent’anni si è assistito a un grande cambiamento all’interno del mercato della fotografia, soprattutto in termini economici, vedendo passare il fatturato delle case d’asta da circa 16 milioni di dollari (anni ’90) a 130 milioni nel 2016 (dati tratti da Artprice). L’aumento dei prezzi è diventato permanente nel 2005, con la prima asta milionaria mai battuta per una stampa contemporanea.

Il record riguardava un cow boy di Richard Prince largo 1,7 metri. L’opera, venduta per 1,1 milioni dollari l’8 novembre 2005 da Christie’s New York ha reso per breve tempo Prince l’autore di fotografia contemporanea più costoso del mercato. Nel 2006, il tedesco Andreas Gursky lo superava con il famoso 99 Cent (2001), una stampa gigante di oltre tre metri pubblicata in sei copie venduta alla cifra di 2 milioni di dollari presso Sotheby’s New York. Dal 2005 in poi, l’ascesa della foto artistica nel mercato delle aste è stata molto rapida e nel 2013 si è registrato il record storico in questo segmento. Si tratta di un autoritratto di Jeff Koons, The New Jeff Koons (1980), venduto per 9,4 milioni di dollari, commissioni incluse, il 14 maggio 2013 presso Sotheby’s New York.
Le case d’aste che si occupano, in maniera continuativa, di aste fotografiche sono Phillips, Christie’s, Sotheby’s, Dorotheum, Artnet, Bonhams e le italiane Boetto (Genova) e Minerva (Roma). Tuttavia, dal 2015, anche la casa d’asta torinese Bolaffi ha messo in scena la sua prima asta di fotografia che è riuscita a raggiungere il 70% del venduto grazie alla scelta di foto vintage, con lavori di Ghirri, Vaccari, Gioli, Capa e Cartier-Bresson, passando per i grandi maestri americani Ansel Adams e Berenice Abbott.
Le principali contrattazioni sono però realizzate delle tre major, Christie’s, Sotheby’s e Phillips, che secondo il Photography Auction Report 2017 pubblicato da ArtTactic, nel 2016 hanno fatturato complessivamente 31,6 milioni di dollari. Tra i generi fotografici più richiesti dal mercato, per la prima volta dal 2008 la fotografia contemporanea ha registrato un aumento del 23%, sorpassando la fotografia moderna, che invece ha subito un calo del 22,6%. Infatti, osservando le vendite d’asta del 2016, la cessione di quelle contemporanee ha rappresentato il 43,7% dei lotti, contro il 39,6% della fotografia moderna e il 16,7% di quella vintage.
Ciò grazie soprattutto a Phillips, la casa d’aste che ha da sempre riposto una grande fiducia nel settore della fotografia contemporanea, a cui appartiene la quota di mercato più alta (40% contro il 33,8% di Christie’s e il 25,8% di Sotheby’s).
A differenza delle altre due major, le cui vendite hanno subito un forte calo, Phillips ha registrato una crescita del 9% nel 2016 e, con un fatturato di 12,78 milioni di dollari, (contro i 10,67 milioni di Christie’s e gli 8,17 milioni di Sotheby’s) è diventata la casa d’asta leader nel campo della fotografia, prendendo il posto di Christie’s.
New York si conferma leader di mercato in termini di fatturato, grazie all’alta domanda di immagini iconiche dei protagonisti della fotografia moderna e contemporanea. Il grande vincitore del 2016 in questo settore è, ancora una volta, Richard Prince che ha ottenuto i cinque migliori risultati all’asta, pur non battendo il record di 4 milioni di dollari nel 2014 con l’opera Spiritual America.
Gli autori più richiesti del 2016 sono gli americani Cindy Sherman, Mike Kelley e Jeff Koons, i tedeschi Andreas Gursky e Thomas Struth (la sua Art Institute of Chicago è stata venduta per 612,750 dollari da Phillips) e gli inglesi Gilbert & George (550,000 dollari per la stampa Day sempre da Phillips).
A dispetto di tali cifre, la fotografia è tutt’altro che inaccessibile: le aste milionarie rappresentano solo una piccola parte dei lotti venduti, mentre al di sotto della fascia alta del mercato si trova una massiccia presenza di opere di piccole dimensioni, solitamente acquistabili a meno di 30.000 euro. In questa fascia di prezzo è possibile acquistare le donne di Nobuyoshi Araki (€ 1.000 per le polaroids e € 2.700 per un’immagine di 22×28 cm tirata in 10 edizioni), le immagini glamour di Giovanni Gastel (€ 8.000 per un’edizione di 5 di 70×80 cm), i collages di John Stezaker (£12.000 per un’immagine di 25×20 cm), le composizioni surreali dell’artista belga Noé Sendas (da € 2.500 a 3.500 per un’edizione di 3 di 24×18 cm) o le istallazioni di Per Barclay (€ 22.000 per un’immagine di 130×200 cm tirata in 5 edizioni).
Nonostante la fotografia costituisca circa il 5% dei ricavi di vendita nel settore delle cosiddette fine arts, negli ultimi anni si è rivelata un mercato estremamente dinamico e in costante crescita, in grado di generare una forte domanda da parte di collezionisti e investitori. Sono sorti fondi di investimento dedicati esclusivamente alla fotografia (l’Art Photography Fund e il Tosca Photography Fund), istituzioni pubbliche di rilievo internazionale (il Tokyo Metropolitan Museum of Photography, il Fotomuseum Winterthur in Svizzera, la Maison Europèenne de la Photographie di Parigi) e collezioni private (Walther Collection, Pier 24 Photography, DSL Collection e la Colección Isabel y Agustín Coppel), alcune delle quali aperte al pubblico.
Un ruolo fondamentale in questo mercato è svolto dalle principali fiere del settore, dalla più longeva Paris Photo (ora alla sua 21° edizione), passando per Photo España (20° edizione), MIA Photo Fair (7° edizione) fino alla più recente Photo London (3° edizione).

Alessia Zorloni

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