Amarcord /

Un principe e il suo consigliere. Achille Maramotti e Mario Diacono

Ho conosciuto e frequentato Achille Maramotti negli anni Settanta e Ottanta; un grande imprenditore, collezionista di banche e d’arte, nonché mecenate. Lo si poteva incrociare nelle fiere d’arte e nelle grandi mostre, sempre accompagnato da Mario Diacono*, suo amico e consigliere. Da Art Basel alla Biennale di Venezia, da Documenta a Skulptur Projekte.

Mario Diacono me lo presentò appunto a Documenta nel 1977. In quella edizione e nella successiva (1982), io e Helena, abbiamo visitato alcune sale insieme a loro due. Mi sorprese la curiosità di Achille per opere non facilmente accessibili e che Mario Diacono, con straordinaria lucidità e competenza (con il suo linguaggio immaginifico) illustrava, talvolta pur non conoscendo l’artista. Mario entrava nei dettagli dell’opera con una leggerezza tutta letteraria (lui era stato il segretario di Giuseppe Ungaretti, il poeta a cui debbo in parte il mio amore per la poesia) trascinando nel vortice dell’infiammata spiegazione i suoi interlocutori.

All’epoca Achille Maramotti, sanguigno emiliano ma uomo colto e sensibile, era il quarto uomo più ricco d’Italia. Immagino dunque quali pressioni abbia subito da artisti e galleristi. Ma lui fu sempre fedele all’amicizia e credo ai consigli dell’inseparabile Mario Diacono, che lo ricambiò con suggerimenti di alto livello di cui andrà orgoglioso. Non so di chi fu l’idea di aprire una galleria a Bologna, se di Mario, come supporrei o dell’amico mecenate Achille.

La Galleria Mario Diacono si aprì a Bologna, in via Santo Stefano, nel 1978, con una mostra di Jannis Kounellis a cui seguì subito la mostra di Mario Merz. La programmazione continuò con una straordinaria installazione di Vito Acconci, inedita per l’Italia. Seguirono Pistoletto, Paolini, Boetti, Claudio Parmiggiani, Pier Paolo Calzolari e – mi pare – Luigi Ontani. Molte delle opere esposte da Diacono, a testimoniare il legame con il suo amico Achille, ora fanno parte della Collezione Maramotti. Anche quando Diacono trasferì la galleria a Roma, non mancò il sostegno solidale di Achille. Ma sia a Bologna che a Roma, la galleria Mario Diacono divenne un punto di riferimento: e le sue scelte illuminate ancora reggono al tempo.

Un artista molto vicino ad Achille Maramotti, da cui probabilmente fu anche sostenuto, è stato Claudio Parmiggiani, allora pittore sperimentatore, poeta visivo, visionario illuminato che con Mario Diacono fondò la rivista Tau/ma, un contenitore di idee, una sorta di deflagratore culturale tra arte, poesia, letteratura, filosofia. E linguaggi antichi. Inutile dire che l’editore era Achille Maramotti, il quale, tra un consiglio di amministrazione e l’altro, amava intrattenersi con artisti, letterati, poeti, tra cui anche Eugenio Montale.

Nell’imprenditoria contemporanea manca un uomo come Achille Maramotti, che sapeva coniugare il grande senso degli affari, i suoi scontri con i sindacati e forse Confindustria e il grande amore per la cultura e gli artisti. Amore soprattutto per Mario Diacono, amico, fratello, consigliere del Principe, con cui non ebbe un rapporto subalterno ma di grande dialettica. Al punto da chiedermi chi ha dato di più all’altro.

Testimonianza odierna di Mario Diacono: 27/05/2018

Ho conosciuto Achille Maramotti nell’estate del 1975, mi portò nella sua casa di Albinea Claudio Parmiggiani.
La primavera dell’anno successivo, nel 1976, Achille venne a New York per lavoro, e facemmo insieme il giro dei musei della città (MoMA, Guggenheim, Whitney, Metropolitan, Frick Collection) e delle gallerie di Soho: Castelli, Sonnabend, John Weber, ecc. A quell’epoca insegnavo al Sarah Lawrence College, ma pochi mesi dopo tornai in Italia. nel ’77, sempre tramite Parmiggiani, aprii una galleria a Bologna con Ferruccio Fata, la cui partnership durò una sola mostra.
Il rapporto con Maramotti nel frattempo diventava sempre più progettuale, Achille cominciò a immaginare di far diventare col tempo la sua collezione un paradigma di museo d’arte contemporanea, come allora erano inesistenti in Italia. L’apertura della mia galleria a Bologna, nel gennaio del 1978, con una mostra di Kounellis, doveva essere uno dei veicoli per portare avanti l’idea.

Mario Diacono

Artisti. La morte dopo la morte.

Ogni tanto rifletto. Quanti e quali artisti sono realmente arrivati a noi dagli anni Cinquanta? Due: Alberto Burri e Lucio Fontana. E dagli anni Sessanta? Due: Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Gli anni Settanta sono in corso di sfoltimento, così come gli anni Ottanta e Novanta. E pare si tratti di una sfoltita molto, molto radicale.

Io ho vissuto abbastanza gli anni Cinquanta e molto gli anni Sessanta. In cui a Milano spopolavano Emilio Scanavino, Gianni Dova ed Emilio Tadini. In città non si muoveva foglia che Tadini non volesse. E ora dove sono? Dove sono anche i Capogrossi, i Campigli, ma anche a Morlotti, i Cassinari. Una strana “melancolia” si è impossessata di me nei giorni scorsi, sfogliando alcuni cataloghi di aste: Cassinari offerto a 260 euro, Morlotti poco più o poco meno. Mario Rossello, un delicato pittore con ottimi collezionisti e gallerie, negli anni Sessanta e Settanta, ora lo vedo in asta offerto a 50 euro. Avete capito bene? 50 Euro. Meno di un pranzo al Rigolo dove Rossello era di casa e talvolta mi invitava. E giù una falcidia di nomi un tempo inavvicinabili. Il nostro Novecento, la migliore stagione dell’arte italiana, è stato rottamato. Grandi artisti come Sironi, Carrà, De Pisis, de Chirico, Campigli, Rosai, messi in soffitta.

Un aneddoto personale ma indicativo: nel 1964, sapendo che ero riuscito ad affittare una casa a Roma, sulla via Prenestina, in Via Fontana Liri 27, (poi sede di Flash Art), in cambio di opere d’arte, Lucio Fontana mi regalò un bellissimo teatrino. Lo stesso fecero Dorazio e Schifano (un grazie a tutti post mortem). Quando portai piangendo il mio bellissimo Fontana alla signora Armellini, consorte di un discusso palazzinaro romano, mi rifiutò il Fontana chiedendomi in cambio un Cassinari, anche piccolo. Io fui preso dal panico perché senza un Cassinari sarei sato sbattuto fuori di casa. Non so chi, mi disse che un collezionista di Prato, Giuliano Gori, possedeva dei Cassinari; mi precipitai da lui implorando di cambiarmi il bellissmo Fontana con un pessimo Cassinari che portai alla signora Armellini che mi dedusse dall’affitto un milione di lire, permettendomi di abitare ancora nell’appartamento per un anno e forse più. Ogni volta che incontro Giuliano Gori, mi sorride beffardamente, alla toscana, per ricordarmi il suo grande affare. Eppure nessuno si rende conto che in quel momento l’affare lo feci io, perché Cassinari per me valeva un milione di lire (per i più giovani 500 euro di oggi), cioè più di un anno di affitto, e Fontana no. Quando lo riferii a Lucio, allora spesso a Trevi da Gavina, accanto alla mia casa natale, per realizzare le sue opere, talvolta veniva a cena da me con Gino Marotta (ma le cene a casa mia, in Umbria, dove Lucio veniva volentieri, perché amava la cucina umbra di mia madre e, diceva lui, le salsicce di mio padre, saranno oggetto di un altro Amarcord) sorrise amichevolmente e mi disse: cosa vuoi, questa è la vita. Sii felice che una mia opera indirettamente ti ha permesso di vivere in un appartamento per un anno e mezzo. Grande cosa. Per me è un miracolo pensare che in mezz’ora di lavoro mio, tu hai goduto di una casa per oltre un anno.

E oggi sfogliando i cataloghi delle aste leggo: Fontana dai 600 mila euro a un milione e Cassinari 260 euro, poi invenduto.

Allora mi chiedo: ma dove finiranno le centinaia di migliaia di opere, forse milioni, che gli artisti amorevolmente e con grande partecipazione hanno realizzato o stanno realizzando? E che spesso le gallerie e i collezionisti si contendono? Riguardando i vecchi numeri di Flash Art, le cui scelte erano già molto mirate e selettive, scorgo un cimitero, non un museo.

Povere mogli, amanti, figli e nipoti di artisti!

E penso con tenerezza alle mogli o amanti degli artisti, ai loro figli e nipoti che amorevolmente schedano le opere e ne rivendicano il diritto di autenticarle pensando al tesoro che le loro mani gestiscono. Mille, duemila opere, talvolta tremila e più che ogni artista ha depositato in questa discarica che è il mondo.

Un pittore della mia terra di origine, l’Umbria, che nella mia primissima giovinezza ritenevo un genio, ma non ero il solo, ha vissuto (e vive) da asceta una vita per la sua pittura. Mi diceva che non sfogliava riviste d’arte, non frequentava colleghi né mostre per non restare influenzato. San Francesco o Jacopone da Todi della pittura? Ora la sua enorme casa, arancione come le sue opere, trabocca di quadri. Cantina, soggiorno, cucina, stanze da letto, stanze da bagno, ripostigli, ricoperti di tele arancioni. E lui sereno e sicuro che la storia lo salverà. Sicuro come la morte che la sua opera resterà eterna. Vi giuro che è un bravissimo pittore, anche lui una grande speranza degli anni Sessanta, con mostre al Naviglio e alla San Fedele (con la benedizione di Guido Ballo e di Marco Valsecchi). Eppure, anche se serenamente, è restato al palo. Ma chissà quanti come lui, quasi tutti di fronte alla storia.

Ma lo penso con gioia, carpe diem. La mia casa è piena di opere e quando posso continuo a comperarne, anche se ogni tanto la sindrome di Stendhal mi assale. Ma mi riprendo subito e continuo ad ammirare e desiderare opere che non potrò mai avere e opere che invece potrò permettermi. E intanto mi godo quelle che mi circondano qui in casa e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Perché Burri e Fontana?

Ma perché Burri e Fontana, a parte la qualità, sono restati e gli altri no? Anche se oggi si cerca di riscoprire Nuvolo, un modesto allievo di Burri (entrambi di Città di Castello)  e di raschiare il fondo del barile degli anni Sessanta, la musica non cambia. Come sempre, come per tutte le epoche, la rottamazione sarà feroce e le discariche piene di opere. Ma senza allarmarci, anzi con gioia, bisogna dire che l’arte segue le vicende della vita e della storia. La quale è drammaticamente selettiva spesso senza una vera logica, ma per il capriccio del tempo e dei gusti e del caso. Cosa può tenere in vita l’opera di un artista, al di là del suo valore, oltre la sua vita? Questo è il vero mistero. Non mi si dica che è la qualità dell’opera, La qualità, da sola non basta. Io posseggo una bellissima scultura di uno dei fondatori del surrealismo: André Masson che ho frequentato negli anni Settanta. Cioè di un protagonista della storia dell’arte. Il valore di mercato di questa scultura non supera quello di Cassinari.

Ma allora cosa tiene in vita l’opera? Sinceramente non lo so. Penso che in parte sia l’energia stessa dell’artista, il suo desiderio di immortalità, il suo ego sfrenato e sfrontato. Poi, una volta che l’artista non c’è più, l’energia viene a mancare. E con essa anche l’opera lentamente si sgonfia. Per un po’ resta il ricordo, poi anche questo svanisce.

a cura di Giancarlo Politi

Per suggerire spunti di riflessione e alimentare il dibattito intorno ai contenuti della rubrica scrivete a: giancarlo@flashartonline.com

leggi di più
Amarcord /

Emilio Villa

Sono stato amico di Emilio Villa, grande scrittore, critico d’arte, artista e immenso uomo di cultura. Lo conobbi a Roma alla fine degli anni Cinquanta e fraternizzammo subito, complice anche la mia frequentazione con Edgardo Mannucci – altro desaparecido, il più grande scultore informale italiano. Molto spesso io e Emilio accompagnavamo Mannucci ad Arcevia, nelle Marche, dove lui aveva la casa. Da Roma ad Arcevia la distanza sarà di 250 km. Ebbene, in quel percorso non c’era trattoria o bettola che loro non conoscessero. con tutte le specialità e i piatti da evitare. Sia Mannucci che Villa erano due buongustai straordinari, si vantavano entrambi di far parte dell’Accademia della cucina. Ogni nostro viaggio ad Arcevia, andata o ritorno, durava una giornata e si svolgeva come una sorta di processione culinaria.

Emilio Villa a Roma non aveva vita facile. Pare ostacolato da Argan che non riconosceva in Emilio valori accademici, non fu mai ammesso all’insegnamento. Capisco pure che la sregolatezza (anche letteraria e culturale) di Villa non fosse in sintonia con la morigeratezza anche intellettuale del valdese Argan, sempre tutto d’un pezzo. Emilio, grande amico e frequentatore di artisti, mi diceva sempre che aspettava un sostanzioso pagamento da Einaudi per la sua traduzione (pare rivoluzionaria) della Bibbia, di cui invece Einaudi rinviava sempre la pubblicazione, secondo Emilio, per veti occulti. Non so se poi questa famosa Bibbia sia mai uscita.

Emilio era grande amico di Schifano e Uncini, ma soprattutto di Lo Savio che considerava un figlio. Tra i due esisteva un’amicizia profonda, al punto, e questo me lo confermò lo stesso Lo Savio, che spesso progettavano insieme le opere. Ed Emilio, davanti a Lo Savio, mi diceva che lo aveva incoraggiato al minimalismo e al concretiamo che contraddistingue l’opera del grande artista romano, fratellastro di Tano Festa, purtroppo scomparso prematuramente a 28 anni

In ogni caso, di Emilio ho un ricordo curioso e di cui lui andava fiero. Un giorno nella sua casa vidi due sculture di Lo Savio, ancora in lavorazione. Gli chiesi allora come mai fossero lì, e lui orgogliosamente mi disse che le stava realizzando sulla base di progetti che avevano ideato insieme.

Qualche anno dopo, a Düsseldorf, Hans Mayer, noto gallerista tutt’ora operativo, mi confessò che aveva acquistato due importanti sculture di Lo Savio da Emilio Villa e le aveva vendute per un prezzo record ad un notissimo museo tedesco, dove fino a poco tempo fa erano esposte.

Con la mia partenza da Roma, con destinazione Milano, nel 1971, i miei rapporti con Emilio Villa, salvo qualche telefonata, si estinsero. Così finì una grande amicizia e per me uno stimolo intellettuale pungente e dissacratorio.

a cura di Giancarlo Politi.
Per suggerire spunti di riflessione e alimentare il dibattito intorno ai contenuti della rubrica scrivete a: giancarlo@flashartonline.com

leggi di più
Amarcord /

Francesco Vincitorio, Luciano Inga-Pin e la Poesia Visiva

Francesco Vincitorio, chi era costui?

Chi si ricorda di Francesco Vincitorio? Eppure negli anni ’70 è stato un frequentatore e testimone popolare dell’arte. Dopo la guerra, in cui come prigioniero fu anche deportato in Polonia, diventò funzionario di banca. Era nato ad Ancona, ma appena tornato dalla prigionia si trasferì a Roma. Appassionato infaticabile dell’arte, camminatore instancabile tra studi e gallerie.

Si prodigò per far conoscere soprattutto gli artisti meno noti e famosi. Fondò e diresse per 12 numeri NACNotiziario di Arte Contemporanea: una rivistina molto spartana (con tendenze moraliste) ma densa di informazioni: solo recensioni di mostre anche dalle più disparate località e di artisti spesso sconosciuti. In un certo senso fu un precursore del web: recensire tutte le mostre di tutte le tendenze per permettere al lettore di scegliere. La rivistina visse solo per 12 numeri, poi per difficoltà economiche chiuse. Tenne anche, con grande successo, su L’Espresso, una rubrica di brevissime informazioni sull’arte. Ricordo che si aspettava l’uscita de L’Espresso per imbattersi in qualche curiosa informazione di Vincitorio. Amico di tutti, artisti, galleristi, critici, si batté inutilmente per un Sindacato di artisti moderno e di vero aiuto per chi ne avesse bisogno.
Perché ho pensato a lui? Così, perché mi attraggono le vicende della vita. Francesco Vincitorio, molto amato e popolare negli anni 70 e totalmente dimenticato oggi. Ma questa è la vita.

Un altro desaparecido: Luciano Inga-Pin

Anche Luciano Inga-Pin, popolarissimo gallerista degli anni ’80-’90 è scomparso dalla memoria comune. Eppure Luciano fu veramente il gallerista milanese di tutti gli artisti con qualche qualità: e li esponeva con amore, senza quasi vendere nulla ma anche senza chiedere nulla. Ma se riusciva a vendere qualcosa (così facevan tutti) l’artista nemmeno lo sapeva. Ma era il gallerista più amato e popolare di Milano in quegli anni. Fu lui ad esporre per primo Marina Abramović, Gina Pane, Urs Lüthi, Günther Brus. Ma anche Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Giuseppe Maraniello, i Nuovi Futuristi e tanti, tantissimi altri. Anche se il suo grande amore, in cui si incarnò veramente, fu la Body Art. di cui divenne promulgatore e punto di riferimento.
Si impegnò moltissimo per promuovere il lavoro di Marina Abramović, che dopo di lui, gradualmente, prese il volo.
Fui molto dispiaciuto a causa di una pubblicità di Abramović su Flash Art che non potei rifiutare, in cui la ormai famosa artista serba, metteva in guardia i collezionisti che avevano acquistato le sue opere da Luciano perché avrebbero potuto essere dei falsi. Io non credo che lo fossero: si trattava solo di stampe fotografiche dell’epoca molto poco professionali che Marina, diventata super professionale, volesse togliere dal mercato. Ma anche se Luciano Inga-Pin avesse venduto qualche opera di Marina non certificata, non meritava certamente quel trattamento.
Incontrai Luciano le ultime volte in Versilia, povero e malato, ospite del comune amico Egidio Giorgi: sempre gentile e sorridente, senza mai lamentarsi o accusare qualcuno. Sempre pieno di ricordi e amori per l’arte.
Fui sorpreso quando al suo funerale, a spese del Comune, in una sconosciuta chiesa di periferia, mi ritrovai solo con Giovanni Veneziano. In tutta Milano eravamo stati gli unici a portare l’ultimo saluto a Luciano. Quello fu per me un altro grande insegnamento di vita.

La Poesia Visiva. Dove sta oggi?

Negli anni ’70 esisteva un grande dibattito sulla Poesia Visiva. Il suo principale rappresentante e testimone, Ugo Carrega, insieme anche a Emilio Isgrò e a Sarenco, sosteneva addirittura che la Poesia Visiva avrebbe anticipato l’arte concettuale. Certo, all’epoca esistevano importanti esempi all’estero che potrebbero ricondursi alla poesia visiva, soprattutto attraverso Fluxus, ma credo che, senza togliere nulla a nessuno, tra Joseph Kosuth e Emilio Isgrò ci sia una sostanziale differenza. Ripeto, con il massimo rispetto per entrambi. Anche se mi chiedo a cosa abbia portato quel grande dibattito, tutte le polemiche di quegli anni in cui sembrava che la poesia visiva stesse rivoluzionando il mondo. Un po’ come il ’68, finito poi in una bolla di sapone. L’unico curatore che ha ricordato la poesia visiva e la sua storia, è stato Vincenzo De Bellis, nella sua discussa mostra Ennesima alla Triennale. Eppure la poesia visiva e il suo parterre hanno prodotto artisti appunto come Isgrò, Ugo Carrega, oggi completamente scomparso, e a Fienze Luciano Ori e Lucia Marcucci. Ma anche molti altri interessanti sperimentatori del momento. La sola galleria che cerca di alimentare il ricordo e il mercato della Poesia Visiva è la galleria Frittelli di Firenze, che ha raccolto molto materiale e meriterebbe una maggiore attenzione, anche dalla città di Firenze. Altrimenti non vedo altre realtà culturali italiane impegnate nel ricordare questo importante momento della creatività italiana.
Post Scriptum: Molto ben scritta la voce “Poesia Visiva” su Wikipedia, anche se sono di parte. Consiglio a chiunque voglia approfondire questa problematica di leggerla. Mi piacerebbe anche conoscerne l’autore per congratularmi con lui perché è veramente completa e complessa. E magari chiedergli, se Gea fosse d’accordo, di scrivere un articolo per Flash Art.

a cura di Giancarlo Politi

Per suggerire spunti di riflessione e alimentare il dibattito intorno ai contenuti della rubrica scrivete a: giancarlo@flashartonline.com

leggi di più