Le Fiere d’Arte

Ieri, oggi, domani (2)

Lourdes Fernández. Fotografia di Alfonso Zubiaga.
Lourdes Fernández. Fotografia di Alfonso Zubiaga.

Le fiere d’arte stanno rimpiazzando il ruolo storico delle gallerie — un ruolo che fino ad oggi consisteva nella scoperta e nell’affermazione degli artisti? Sono la grande massa del pubblico dell’arte e l’intensa concentrazione di collezionisti e di investitori che trasformano le fiere d’arte, con l’aiuto delle case d’aste (un altro punto interessante di cui ci occuperemo in un altro numero di Flash Art), in un enorme mercato globale? Questo è un mercato dove le gallerie partecipano in modo più marginale e d’osservazione? Questa vasta inchiesta, indirizzata ad alcune delle fiere d’arte più importanti al mondo, cerca di entrare nel cuore stesso delle fiere e di capire, con le parole di alcuni dei guru del mercato, che cosa ne sarà del futuro delle gallerie d’arte e dello sviluppo del mercato stesso. — GP

ARCO, Madrid

Lourdes Fernández (Direttrice)

Giancarlo Politi: Insieme ad Art Basel e al FIAC, ARCO è una delle fiere storiche della scena artistica europea. Sembra che sia di gran lunga anche la più frequentata. Ma, nonostante abbia una forte componente internazionale, ARCO non è mai riuscita a togliersi di dosso il complesso della fiera nazionale, dove il business maggiore è quello delle gallerie spagnole e dell’arte spagnola. È questo il tuo intento, o vedi ARCO come una fiera di stampo più internazionale?

Lourdes Fernández: ARCO è sempre stata una fiera internazionale, ma ovviamente il suo esordio deve essere collocato all’interno del contesto degli anni Ottanta, di un Paese con un mercato internazionale che sta germogliando e che sta registrando un maggiore successo per le gallerie spagnole e per l’arte spagnola. Tuttavia, sin dalla fine degli anni Novanta, ARCO si è sviluppata all’interno del dominio internazionale con più professionalità, indirizzando la sua offerta artistica al vasto universo del collezionismo internazionale, puntando contemporaneamente a soddisfare le richieste del collezionismo spagnolo più informato e aperto all’arte internazionale. Dalle ultime cinque edizioni, ARCO ha assistito a un’importante partecipazione da parte delle gallerie internazionali, che rappresentano il 60% del totale, includendo professionisti, esperti e collezionisti provenienti da ogni angolo della terra. L’edizione del 2007 è stata un buon segno della sua maturità e del suo riconoscimento internazionale.

GP: In che modo si differenzia l’edizione di ARCO di quest’anno da quelle degli anni precedenti?

LF: La Spagna sta vivendo un ottimo momento per lo sviluppo del mercato dell’arte contemporanea. Non si tratta solo della situazione economica favorevole, ma anche del consolidamento di collezioni private e istituzionali e di una maggiore correlazione tra l’arte spagnola e quella internazionale: sono fattori che hanno rafforzato il nostro mercato, incrementando la domanda da parte delle gallerie internazionali di alta qualità e l’aumento delle partecipazioni alla fiera. È un dato di fatto che ARCO quest’anno ha incorporato 49 nuove gallerie, di cui 46 internazionali.

GP: Chi sono i collezionisti stranieri più fedeli ad ARCO?

LF: ARCO ha registrato un gran numero di collezionisti stranieri che sono venuti in visita grazie al programma per collezionisti della fiera (che conta più di 250 collezionisti invitati ogni anno), o per scelta propria. Vale la pena evidenziare un’abbondante presenza di collezionisti portoghesi — ARCO è la fiera della penisola Iberica — e di collezionisti latino-americani, poiché la Spagna è il loro punto d’incontro preferito.

GP: Pensi che l’incremento del numero di fiere, in Spagna come all’estero, sminuisca le fiere principali o aumenti il loro valore?

LF: Penso che tutto quello che faccia promozione al mercato aumenti il valore del mercato stesso. In Spagna ci sono iniziative, come “Loop” a Barcellona, che lo dimostrano.

GP: Come vedi il futuro delle gallerie d’arte contemporanea? Avranno sempre un ruolo determinante nel mercato o saranno le fiere d’arte, e in particolare le aste, a cambiare il loro livello di importanza?

LF: Le fiere d’arte sono le fiere delle gallerie, non esistono senza di loro. Credo fermamente nel futuro delle gallerie e nel loro posto all’interno del mercato dell’arte.

GP: Le fiere possono essere “contenitori” di produzione culturale, oppure solo centri per il business?

LF: Le fiere sono prima di tutto piattaforme di mercato. Quello che succede è che, essendo questo un mercato che si occupa di arte contemporanea, evidentemente c’è un importante contributo verso la produzione culturale e le fiere devono essere i contenitori di questa produzione.

GP: Qual è la media del numero dei visitatori che vanno ad ARCO?

LF: Quest’anno abbiamo avuto 190.000 visitatori, all’incirca come negli ultimi cinque anni.

GP: A quanto ammonta più o meno il fatturato delle gallerie che partecipano ad ARCO?

LF: Non abbiamo dati esatti per rispondere a questa domanda. Dopo un’indagine abbiamo stimato che c’è stato un aumento delle vendite del 15% rispetto all’anno scorso.

THEARMORY SHOW, New York

Katelijne De Backer (Direttrice)

GP:The Armory Show, insieme a Frieze Art Fair, Art Basel e Miami Art Basel, è una delle più importanti fiere internazionali. Come si rapporta e come si distingue dalle altre fiere?

Katelijne De Backer: La nostra missione è presentare il meglio della nuova arte prodotta da artisti viventi. Alle altre fiere le gallerie esibiscono opere da mercato secondario, noi non lo permettiamo. Applichiamo questo criterio attraverso la commissione d’artista annuale. Essere a New York ci avvantaggia enormemente. New York ha più musei di qualità, gallerie d’arte contemporanea, artisti e collezionisti rispetto a qualsiasi altra città. Tutto quello che dobbiamo fare è incanalare questa energia e questo spirito. La città è molto generosa e fornisce molto supporto. Con più di 300 gallerie di arte contemporanea, Chelsea è una fiera-satellite a sé stante.

GP:The Armory Show, con il suo successo e con la sua selettività, ha scatenato un momento di follia, di desiderio di visibilità e di acume economico, responsabile tra l’altro della nascita di molte fiere alternative, come Pulse a Miami, Scope, Affordable Art Fair, ecc. Come ha fatto The Armory Show a sostenere una competizione così pressante e la veloce trasformazione della scena delle fiere d’arte newyorchese? C’è stata una diminuzione di frequentazione, di interesse e di affari oppure la competizione ha davvero aumentato l’interesse?

KDB: Ci sono state otto fiere a New York contemporaneamente a The Armory Show 2007 e le persone hanno aspettato in fila anche due ore per entrare in fiera. I numeri spiegano tutto. Le visite sono aumentate da 24.000 nel 2002 a 52.000 nel 2007. Il numero dei richiedenti è rimasto fermo sui 550, come nei quattro anni precedenti, anche se abbiamo accettato un minor numero di gallerie. I numeri relativi alle vendite che le gallerie hanno segnalato hanno fatto un salto dai 30 milioni di dollari del 2002 a 62 milioni di dollari nel 2006 (le cifre relative al 2007 non sono ancora disponibili). È incredibile, e penso che questo significhi che disponiamo di un modello efficente e che i collezionisti si fidano della nostra proposta, anno dopo anno.

GP: Secondo te, l’espansione del mercato e quindi delle fiere d’arte continuerà a lungo oppure saremo testimoni di una perdita di interesse?

KDB: Penso che le fiere d’arte abbiano giocato un ruolo importante nell’attirare nuovi collezionisti e compratori e sono anche state responsabili di aver portato l’arte contemporanea a far parte del mainstream, di certo in America. Siamo stati in grado di costruire sul nostro successo e sono fiduciosa che continueremo a farlo.

GP: Come osservatrice attenta del mondo dell’arte, come ti immagini il futuro delle gallerie d’arte, tra fiere onnivore e case d’aste con vendite da primato?

KDB: Non penso che la figura della galleria sparirà mai, in quanto è l’unico posto in cui il collezionista può vedere l’arte nel suo ambiente più intimo. Una fiera d’arte o una casa d’aste non potrà mai competere con una galleria in termini di intimità e di privacy. Penso anche che la dedizione di un gallerista e la sua vicinanza con l’artista siano qualcosa di vitale importanza per fare affari nell’arte.

GP: Qual è la media del numero dei visitatori a The Armory Show?

KDB: 50.000.

GP: Qual è all’incirca il fatturato delle gallerie in termini numerici a The Armory Show?

KDB: Il 99% delle gallerie partecipanti fanno richiesta anche per la fiera dell’anno successivo. Il 75%-80% degli espositori è invitato a ritornare.

Samuel Keller
Samuel Keller

ART BASEL e MIAMI ART BASEL, Basilea / Miami

Samuel Keller (Direttore)

GP: Caro Samuel, quali sono i tuoi pensieri sul futuro delle fiere d’arte? Rappresenteranno sempre una delle forze guida che stanno dietro il mercato dell’arte? Saranno sempre un elemento indispensabile per la sopravvivenza delle gallerie o le vedremo perdere d’importanza in futuro?

Samuel Keller: Non sono un profeta. Penso che la risposta dipenda in gran parte da quanto le fiere sapranno adattarsi ai cambiamenti nell’arte e al mondo dell’arte. Il destino delle fiere d’arte è decisamente legato a quello delle gallerie e alla loro abilità di soddisfare i loro bisogni. Il successo delle fiere d’arte dipende per tradizione dal servizio che queste offrono alle gallerie. Ai nostri tempi, le fiere devono soddisfare anche i clienti dei loro clienti: i collezionisti. Nel futuro più prossimo potrebbero anche essere prese in considerazione per quanto siano in grado di servire il mondo dell’arte nella sua interezza, specialmente per gli artisti e tutti quelli in grado di promuovere la loro carriera, inclusi critici, curatori e musei. Sia che il collezionismo d’arte rimanga o meno di moda, o che il mercato dell’arte continui a essere diretto dagli eventi, probabilmente non dipende dal mondo dell’arte ma dallo sviluppo socio-culturale generale.

GP: Le aste, le fiere, le gallerie: sono in competizione o sono fra di loro complementari?

SK: In genere complementari, ma a volte anche in competizione.

GP: Come ti immagini sarà il futuro delle gallerie d’arte?

SK: Penso che durante il secolo passato le gallerie abbiano dimostrato quanto riescano ad adattarsi ai cambiamenti in modo flessibile. Non penso che la loro funzione di base cambierà molto. Ma mi immagino i cambiamenti nei confronti dei luoghi, della tecnologia, del finanziamento e dei servizi. In generale, diventerà più impegnativo e più costoso mandare avanti una galleria e il professionismo aumenterà. Il futuro potrebbe vedere meno differenze tra i modelli di galleria, le gallerie potrebbero diventare grandi partecipatori globali o piccole gallerie di nicchia. Il loro ciclo vitale potrebbe accorciarsi, il successo potrebbe dare più soddisfazioni finanziarie.

GP: Pensi che la proliferazione delle fiere d’arte (come quelle in Italia, che ormai sono diventate almeno venti) sia un fattore positivo, o ritieni che questa crescita vada a minare alle basi della qualità del mercato?

SK: Entrambe le cose. In positivo, aiutano a far crescere l’interesse per l’arte creando nuovi collezionisti e sviluppando la scena artistica. In negativo, spesso la qualità e la rilevanza tendono ad abbassare il livello.

GP: Che relazione c’è tra Art Basel e LISTE, la nuova fiera che si è già affermata e ha contribuito al sostenimento e al cosiddetto battesimo delle più giovani gallerie di Art Basel?

SK: Il rapporto è amichevole. Se LISTE non esistesse bisognerebbe inventarla! Riempie una nicchia per Art Basel fungendo da tirocinio per le nuove gallerie. Le migliori gallerie tra loro vengono selezionate per partecipare a Art Basel.

GP: Art Basel ha sofferto o ha tratto beneficio, in termini di mole di pubblico, numero di collezionisti e di affari, dall’apertura nello stesso periodo di altre fiere (come Liste, Volta, Bale Latina, ecc.)?

SK: Ne ha tratto un vantaggio.

GP: Il mercato dell’arte continuerà a espandersi all’infinito oppure sarà testimone del proprio decadimento?

SK: Nessun mercato cresce all’infinito. Il potenziale del mercato dell’arte è enorme, ma nemmeno gli esperti concordano nel dire che si assesterà. Ma a questo non dò tanta importanza visto che l’arte esisterà sempre e che ci saranno sempre collezionisti a cui piace comprarla.

GP: Quali sono le similitudini e quali sono le differenze tra Miami Art Basel e Art Basel? Quali sono le loro rispettive prospettive e punti di vista?

SK: Condividono gli stessi valori per quanto riguarda la qualità, l’internazionalità, la diversità, la collaborazione e l’innovazione. Ciascuna ha la propria identità e il proprio profilo. Basel è più classica, intellettuale ed elegante, Miami è più sperimentale, inclusiva e affascinante. Per dimensioni e pubblico, Miami è 2/3 paragonata a quello che è Art Basel. Solo una parte dei partecipanti a Miami sono diversi. Entrambe hanno sezioni speciali e programmi di eventi diversi e diverse giurie di selezione.

GP: Pensi che le fiere d’arte dovrebbero orientarsi verso una produzione più culturale (come Art Basel ha fatto con Art Unlimited) e, in questo caso, sostituire eventi come Documenta o la Biennale di Venezia, oppure dovrebbero rimanere inestricabilmente legate al commercio e agli affari?

SK: Le fiere d’arte dovrebbero trovare ognuna la propria raison d’être, per essere uniche e reagire al loro specifico contesto culturale. Idealmente riescono a combinare e a bilanciare la parte commerciale con quella culturale.

GP: A differenza di una volta, nuovi artisti e artisti emergenti vengono scoperti più frequentemente alle fiere che non alle biennali. Questo significa che i galleristi hanno più occhio rispetto ai critici?

SK: In generale non penso. Le gallerie potrebbero avere un accesso migliore e una maggiore disponibilità di risorse rispetto ai critici.

GP: Quand’è che rivelerai il nome del tuo successore ad Art Basel?

SK:Speriamo di poter presentare il successore proprio ad Art Basel in giugno.

GP:Qual è la media del numero dei visitatori di Art Basel?

SK:Da 50 a 60.000 in sei giorni.

GP:Sapresti dire qual è approssimativamente il fatturato di Art Basel?

SK: Non lo sappiamo, dato che non registriamo né le vendite né i budget. Una frequenza di ritorno e una percentuale dei partecipanti del 99% circa sono dati sufficienti per sapere che ai nostri clienti sta andando bene senza chiedergli quanto effettivamente. Per noi, il successo non è solo misurato in quantità, ma anche in base alla qualità e al contributo culturale.

Martin Bethenod e Jennifer Flay. Fotografia di Henry Roy.
Martin Bethenod e Jennifer Flay. Fotografia di Henry Roy.

FIAC, Paris

Martin Bethenod (Direttore) e Jennifer Flay (Direttore Artistico)

GP:Insieme alla fiera d’arte di Basilea, FIAC è una veterana delle fiere d’arte europee. Diversamente da Basilea tuttavia, FIAC si è sempre caratterizzata per essere la grandiosa fiera dell’arte contemporanea e non delle nuove tendenze. È dovuto a una questione di principio oppure al fatto che il mercato dell’arte di Parigi è più prudente quando si parla di innovazione?

Martin Bethenod/Jennifer Flay:L’identità di FIAC è basata su un principio di equilibrio tra arte moderna, arte contemporanea e la creazione più emergente. Data la specificità del contesto storico di Parigi — l’implicazione con le avanguardie nella vita culturale parigina — l’arte moderna occupa un posto importante a FIAC. La crescente presenza di importanti gallerie d’arte internazionali di arte moderna collega le posizioni più contemporanee presentate in fiera a una linea ininterrotta del tempo, un continuum storico, che inizia con le prime premesse dell’ideale modernista. Detto questo, la futura dimensione del lavoro di molte gallerie presenti a FIAC non è di minor importanza. Vale la pena ricordare che nel 2004 abbiamo introdotto una sezione chiamata “Future Quake”, aperta a gallerie emergenti, senza tenere conto della loro età. Così FIAC è diventata la prima fiera a infrangere quel criterio secondo cui uno dei prerequisiti era rappresentato dagli anni di attività della fiera, aprendo le porte a strutture molto giovani — gestite da una nuova generazione di galleristi e rappresentanti una nuova generazione di artisti — integrandole alla fiera principale anziché creare una manifestazione satellite. Questa vocazione, centrale nell’etica della fiera, è attenta alla ricerca e alla scoperta — delle avanguardie di oggi — anziché alla quasi superficiale nozione di nuove tendenze. La nostra struttura trasparente nel Cour Carrée del Musée du Louvre fornisce una prestigiosa sede per le gallerie con un’attenzione per il futuro, offrendo una straordinaria visibilità all’interno di una struttura concepita e disegnata per i loro particolari bisogni. Il mito secondo cui Parigi sarebbe troppo prudente quando si tratta di innovazione sta perdendo di credibilità. Molti dei maggiori artisti internazionali, negli ultimi 40 anni, indipendentemente dal loro Paese d’origine, hanno ricevuto un sostegno importante all’inizio della loro carriera, ottenendo i primi riconoscimenti e i primi successi nel mercato dei Paesi europei, Francia inclusa. Il FRAC-Fonds National d’Art Contemporain (la collezione nazionale francese di arte contemporanea) svolge un coraggioso piano di acquisizioni con mire internazionali, come molti musei francesi e collezioni regionali. Per quanto riguarda il settore privato, nessun osservatore può negare la forte implicazione e la sempre più visibile attività dei collezionisti francesi in tutto il mondo e a tutti i livelli del mercato.

GP: Una grande fiera è obbligata a togliere  e ad aggiungere qualcosa ogni anno. In cosa la fiera di quest’anno si differenzia dalla scorsa?

MB/JF: Non crediamo ai cambiamenti come a un dogma. In ogni caso, a volte sono necessari, persino i cambiamenti sostanziali della struttura che apportano un completo riposizionamento dell’identità delle fiere, come quelli che abbiamo intrapreso negli ultimi anni: l’introduzione di nuove sezioni come “Future Quake” e “Design”; il cambiamento di formato (dai 176 espositori del 2006 ai 221 del 2005); i rigorosi obiettivi qualitativi in termini di organizzazione della fiera; lo spostamento in nuove strutture nel centro di Parigi, implicando lo sviluppo di un modello radicalmente differente, hanno assunto la forma di un evento multi-sito articolato tra la Cour Carrée del Louvre, i Giardini Tuileries e il Grand Palais. La nostra attenzione si è focalizzata quest’anno sul miglioramento, sulla definizione e sull’espansione delle trasformazioni che gli osservatori avranno notato nell’edizione del 2006. La qualità, a ogni livello e in ogni aspetto della manifestazione, rimane la nostra parola d’ordine.

GP: Ritenete che la proliferazione di fiere d’arte nazionali e internazionali abbassi la qualità?

MB/JF: Che ci siano 20, 40, 90 o 160 fiere d’arte nella stessa stagione o no, il numero degli eventi è una questione secondaria. L’unico problema rilevante è quello della qualità delle opere d’arte presentate a queste fiere. In ogni individuale contesto fieristico, la competizione tra le gallerie, sia a livello di immagine che di vendite, è molto forte. Per vincere su entrambi i livelli, le gallerie devono chiedersi se le loro opere sono di prima qualità sia per la presentazione che per la vendita. Essendo consapevoli dei limiti delle loro prestazioni espositive, le gallerie conservano i pezzi migliori per le mostre importanti. Sempre più gallerie stanno concentrando i loro sforzi su una piccola selezione di fiere in cui sentono che la loro presenza è strategicamente e commercialmente indispensabile. Viene applicata la legge della selezione naturale.

GP: Pensate che le fiere e le aste stiano limitando e condizionando i programmi delle gallerie?

MB/JF: È chiaro che la pratica del gallerista è cambiata significativamente. Al giorno d’oggi, le fiere d’arte giocano un ruolo molto più importante negli eventi stagionali rispetto agli anni Ottanta e Novanta. Tuttavia, ogni gallerista può confermare che la vita della galleria conta ancora sulle mostre che si svolgono galleria: mostre che sono rese possibili grazie alla complicità intellettuale tra un artista e un gallerista, che di solito hanno bisogno di un investimento sostanziale per la produzione di nuove opere, che possono essere eventi marginali nella carriera degli artisti coinvolti o, a volte, momenti di svolta all’interno della Storia. Questo è il lavoro del gallerista. Nessuna galleria che svolga un lavoro importante all’interno del mercato principale considererebbe determinante il suo programma di mostre in funzione dei risultati delle aste o della pressione del mercato.

GP:Le fiere d’arte si stanno preoccupando sempre di più della produzione di eventi culturali e sono sempre meno interessate al business?

MB/JF: Le fiere non sono certamente meno interessate al business di quanto lo fossero prima. Magari lo sono di più. Per i galleristi e i collezionisti, il business è chiaramente la principale raison d’être di una fiera. Sarebbe pericoloso perdere di vista questa realtà. È vero, tuttavia, che le fiere sono anche diventate, in tempi recenti, eventi molto più complessi e compositi, che rispondono a varie funzioni differenti: commercio ma anche scambio di informazioni, networking, appuntamenti sociali e culturali, animazione culturale e intrattenimento. Una fiera d’arte oggi è un potente medium comunicativo. Da evento che soddisfa diverse funzioni, deve acquisire un equilibrio. Nessuna delle sue funzioni secondarie può annullare la sua missione primaria, o annullarsi a vicenda, con il rischio di minare la potenza e la rilevanza dell’evento nel suo complesso.

GP: Qual è la media del numero dei visitatori di FIAC?

MB/JF: 85.000.

GP:Sapreste quantificare il fatturato delle gallerie a FIAC?

MB/JF: A causa della natura confidenziale delle transazioni, la necessità di discrezione da un lato e una forte competizione sul mercato dall’altro, nessun dato attendibile può essere comunicato.

FRIEZE ART FAIR, Londra/New York

Matthew Slotover e Amanda Sharp

(Co-direttori di Frieze Art Fair e della rivista Frieze)

GP: L’enorme successo di Frieze Art Fair, sia di media che di pubblico, e probabilmente anche il suo grande successo finanziario hanno contribuito all’ascesa di una delle principali fiere d’arte. Penso che oggi, insieme ad Art Basel, Frieze imponga le tendenze dell’arte e del business all’interno del circuito dell’arte contemporanea. Questo successo è stata una sorpresa anche per voi o, data la posizione della fiera a Londra, pensavate che una tale reazione fosse assicurata come un dato di fatto?

Matthew Slotover/Amanda Sharp: Il successo della fiera rende facile pensare che la reazione positiva a una fiera a Londra sia una logica conseguenza. Certamente, credevamo che Londra avesse bisogno di una fiera internazionale. Era una delle poche capitali dell’arte a non avere una fiera d’arte internazionale. Per anni abbiamo aspettato che qualcun altro inaugurasse una fiera, ed è stato solo dopo cinque o sei anni di attesa che abbiamo deciso di farlo noi stessi. C’erano una certa resistenza da parte della popolazione locale, la gente era preoccupata per la mancanza di un gruppo di collezionisti stranieri e c’era una certa preoccupazione riguardo a problemi di tasse, ma questi sono stati solo dei piccoli ostacoli. Londra vanta alcuni dei migliori musei al mondo, una vivace comunità di artisti, gallerie d’arte commerciali di primo livello e il più grande potenziale per lo sviluppo di collezionisti tra tutte le altre città occidentali. La nostra intenzione, sin dall’inizio, era quella di inaugurare una fiera che si posizionasse tra le prime quattro fiere internazionali. Siamo contentissimi che le cose siano andate così bene e così velocemente.

GP: Quali innovazioni e quali idee hanno reso Frieze Art Fair una delle fiere d’arte più importanti del mondo?

MS/AS: Penso che il successo di qualsiasi fiera sia connesso alla qualità delle gallerie che vi partecipano. Se riesci ad attirare le migliori gallerie del mondo, seguiranno i migliori collezionisti e in fondo una fiera d’arte può solo avere successo se il business è buono. Detto questo, abbiamo pensato che il modello convenzionale poteva essere messo alla prova. Una fiera d’arte potrebbe essere un luogo di scoperte, un luogo di incontro, dove gli artisti possono produrre opere e dove il pubblico può assistere a un programma di incontri che riorganizzi l’agenda. Ci siamo focalizzati sul design per creare uno spazio eccitante. Abbiamo posizionato la fiera nel centro della città, in un parco bellissimo, in uno spazio dove potevamo fare scelte indipendenti riguardo alla luce, al cibo e al design. Abbiamo creato una fondazione, che presenta un prestigioso programma di commissioni, interventi e film per la fiera. In sostanza, qualsiasi decisione che abbiamo preso assicurava all’arte di essere presentata nel miglior modo possibile. Dove pensavamo di poter innovare l’abbiamo fatto, ingaggiando un architetto, un curatore, ripensando la funzione del catalogo. Per rimanere in voga e non deludere le speranze del suo pubblico, una fiera deve cambiare ogni anno, aggiungendo o togliendo qualcosa.

GP: Quali sono le novità che la prossima Frieze Art Fair ha in serbo per i propri espositori e per il pubblico?

MS/AS: Il nostro obiettivo è di migliorare la fiera ogni anno, e fino ad oggi siamo stati in grado di fare ogni anno dei passi avanti.

GP: Pensate che l’arte e le fiere d’arte siano ancora in espansione, o prevedete un periodo di riadattamento e riflessione?

MS/AS: Anche se sembra incredibile, pensiamo ci sia ancora spazio per un’espansione, e non solo nei mercati emergenti. Non sappiamo per quanto tempo ancora durerà questa situazione, ma siamo sicuri che a un certo punto ci sarà un periodo di riadattamento. C’è un tale interesse diffuso per l’arte al momento, che un collasso sembra molto meno probabile che in passato.

GP: Come avete gestito la concorrenza con le varie fiere concomitanti come Scope e Zoo?

MS/AS: Un po’ di sana competizione ci piace. C’è sempre spazio per lavori buoni.

GP: Da osservatori attenti del mondo dell’arte, come vedete il futuro delle gallerie, confinate tra fiere d’arte onnivore e case d’asta che superano ogni record di vendite?

MS/AS: Le gallerie sono di importanza vitale. I grandi galleristi rischiano in modo coraggioso. Una fiera non esiste senza gallerie. Le gallerie sono le pietre miliari della struttura in cui lavoriamo. Le case d’asta non seguono gli artisti, non gli stanno vicino in tempi difficili oltre a promuoverli durante i periodi buoni. Non scoprono i nuovi artisti. Le case d’aste sono molto efficienti quando vendono lavori di artisti già stati approvati da un elettorato di curatori, critici, colleghi artisti, collezionisti e galleristi. Con questo riconoscimento un compratore è sicuro che il suo acquisto è informato, e sono proprio le gallerie a essere il motore che sostiene questo sistema di approvazione. Le case d’aste sono governate dal mercato, mentre le gallerie non sempre lo devono essere. Le fiere d’arte svolgono la funzione necessaria di depositarie d’informazione eccezionali, ma sono le gallerie a mettere a disposizione uno spazio per un rapporto più profondo. Le mostre sono importanti per lo sviluppo di un artista, e lo saranno sempre, e le gallerie procureranno sempre lo spazio per fare in modo che questo sia possibile.

GP: Pensate che le fiere d’arte debbano assomigliare sempre di più a istituzioni/produzioni culturali come le biennali, o devono mantenere la loro prerogativa esclusivamente commerciale?

MS/AS: Questi non sono fattori che si escludono a vicenda, anche se una fiera avrà sempre una prerogativa commerciale che garantisce la sopravvivenza. Il punto di incontro tra cultura e commercio ci ha sempre interessati. Per noi, la sfida di trasformare una fiera d’arte in un istituto/produttore culturale è stata una prerogativa per il lancio di questa fiera.

GP: Qual è in media il numero di visitatori che vengono a Frieze?

MS/AS: La cifra che abbiamo avuto nel 2006 era di 63.000 visitatori e ci aspettiamo una cifra simile per il 2007.

GP: A quanto ammonta all’incirca il fatturato delle gallerie a Frieze?

MS/AS: Non abbiamo nessuna cifra da fornire. Dato che molte vendite vengono effettuate anche dopo la fiera e una catalogazione accurata è difficile da ottenere, non pensiamo sia utile fare una stima.

(Traduzione dall’Inglese di Catherine Borra)