Recensioni /

François-Xavier Gbré MAN / Nuoro

La chiave di “Sogno d’Oltremare” è tutta nella cartografia storica proveniente dall’Archivio di Stato di Nuoro, che raffigura una Sardegna ruotata di novanta gradi che ci fa perdere l’usuale prospettiva Nord – Sud. Abbracciando questa prospettiva, tutte le interpretazioni che nascono dal primo sguardo vengono meno: l’Africa occidentale si mescola con la Sardegna, la fascinazione per il luogo abbandonato con il fallimento della dimensione pubblica, l’ingombrante passato coloniale con la nuova funzionalità dell’architettura modernista.

In questo sinuoso labirinto di riferimenti, ogni elemento acquista il valore di una verità multipla che allarga il nostro sguardo, in parte soddisfacendo la nostra curiosità, quando riusciamo a dare un nome a un luogo, in parte frustrando il nostro desiderio catalogatore quando prendiamo atto della limitatezza di una nota a margine. Siamo davanti a un archivio di luoghi abbandonati, ma nulla è descrittivo e tutto è immaginativo. François-Xavier Gbré lavora da tempo sulla tematizzazione delle architetture pubbliche in disuso, portando alla luce le dinamiche politiche fra Francia e Africa attraverso lo svelamento di edifici in trasformazione, un tempo avanguardistiche sperimentazioni per architetti occidentali liberi di esprimere la propria creatività in una terra urbanisticamente vergine, oggi monumento alle responsabilità politiche. Dal continente africano, appena attraversato il Mediterraneo, si arriva nell’isola sarda e si cambia scala, ma non dinamiche. Qui il passato coloniale trova forma nelle miniere e nelle infrastrutture in disuso, nei mostri architettonici non finiti o abbandonati poco dopo l’inaugurazione, che testimoniano un investimento economico fuori scala che dà conto più delle strategie politiche che delle reali necessità di un territorio. Nel passaggio, lo sguardo dell’artista sembra ammorbidirsi e abbracciare una nota più intima, scostandosi dall’occhio analitico di chi la storia franco-africana la vive in prima persona, per sposare quello rispettoso e curioso del viaggiatore. In un gioco di tonalità emotive, passiamo dal grande formato che quasi richiama la scala naturale dei luoghi attraversati, alle visuali aperte sul paesaggio, fino ai frammenti di sguardi che, nel piccolo formato, si pongono quali micro-storie portavoce di una complessa storia comune. Una storia in cui conta poco il quando e il dove, ma viene chiamato a responsabilità il chi.

Micaela Deiana