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Zheng Bo PAV / Torino

La pianta infestante (comunemente chiamata “erbaccia”) è tradizionalmente considerata qualcosa di non voluto, da estirpare; un prodotto di disattenzione usato persino come metafora del male (il detto “seminare zizzania” deriva dal Vangelo secondo Matteo, Capitolo 13, versi 37-42).
La ricerca di Zheng Bo è tesa a ribaltare questa prospettiva antropocentrica per aprire a scenari di eguaglianza e mutuo scambio tra sfera umana e sfera vegetale, come dimostra la sua personale “Weed Party III / Il partito delle erbacce” al PAV di Torino.
La mostra si apre con Socialism Good (2016), la stampa fotografica di un’opera realizzata per la CASS Sculpture Foundation in cui l’artista ripropone una composizione vegetale che forma lo slogan “Bene Socialista”, originariamente presente nel 1991, per un breve periodo, in Piazza Tienanmen. Nella sua versione Bo lascia le erbacce libere di crescere e modificare nel tempo la forma degli ideogrammi.
L’opera si pone come ideale introduzione alla mostra, evidenziando, come scrive il curatore Marco Scotini nel libretto: “il rapporto tra il carattere incontrollabile dei movimenti politici spontanei e il potere infestante e inestirpabile delle piante cosiddette parassitarie”.
L’installazione site specific After Science Garden (2018), concepita per lo spazio della serra all’ingresso del PAV, è composta da piante infestanti e spontanee del territorio piemontese, disposte in vaso, su due file, sotto luci LED magenta per la coltivazione indoor. Tra i vasi troviamo dei piccoli tappeti, della dimensione di un sottovaso, su cui i visitatori vengono invitati a sedersi. L’ “after science” del titolo allude al modo in cui le piante in ambito scientifico vengono comunemente sfruttate per le loro proprietà fisiche e chimiche, mentre l’ambito artistico offre la possibilità di intenderle in maniera politica e paritaria, innescando con loro un ideale dialogo.
Survival Manual I (2015) e Survival Manual II (2015) sono poste al fondo della serra, a testimoniare che tale dialogo viene ristabilito durante le crisi politiche: l’artista ricopia due erbari grafici pubblicati in due diversi periodi di carestia, rispettivamente nel 1961 dal Partito Comunista cinese e nel 1945 dai Giapponesi a Taiwan, per indicare alla popolazione una serie di piante spontanee commestibili presenti sui due territori.
Tale avvicinamento e riposizionamento di un elemento che inizialmente è solo di sfondo al nostro quotidiano riporta a quanto scrive Timothy Morton in Iperoggetti (NERO, Roma 2018): “Nell’epoca del riscaldamento globale non c’è più nessun fondale, e dunque nessun proscenio. È la fine del mondo, perchè i mondi vanno in scena su fondali e prosceni”.
A Chinese Communist Garden in Paris (Proposal I) (2018), posto nella serra tra Survival Manual I (2015) e Survival Manual II (2015), è un plastico che propone una rilettura della fondazione del Partito Comunista dei Giovani Cinesi, avvenuta negli anni Venti in Francia, in cui Zheng Bo si chiede che ruolo possono avere avuto le piante in questo episodio storico.
Grass Roots (2015) è una serie di 12 disegni, esposti in sequenza nelle vetrinette del corridoio del PAV. Ogni disegno è il ritratto di una particolare pianta infestante, rappresentata per intero, con le radici esposte. Sia in inglese che in cinese, il termine “grass root” (letteralmente “radici dell’erba”) viene impiegato per riferirsi alle persone delle classi inferiori. L’eleganza e la pulizia dei disegni contrastano con la violenza implicita del gesto che ha permesso di ritrarli, uno sradicamento che ne permette lo studio ma al contempo ne causa la morte.
Nei due video Pteridophilia 1 (2016) e Pteridophilia 2 (2018) sette ragazzi fanno l’amore con delle felci in una foresta Taiwanese. Le felci sono piante crittogame (dal greco Κρύπτος, nascosta e γαμαε riproduzione), prive di fiori e semi, che si diffondono nell’ambiente tramite spore. Il rapporto che i giovani instaurano con le piante è tanto intensamente fisico quanto puramente immaginifico, e a ideale chiusura della mostra estendono le tematiche affrontate da Zheng Bo al di là delle convenzioni del linguaggio.

Matteo Mottin