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Giulio Saverio Rossi CAR DRDE / Bologna 

“Ogni cosa rappresa”, titolo scelto da Giulio Saverio Rossi per la sua prima personale nella galleria bolognese CAR DRDE, fa riferimento al significato etimologico della parola cristallo. In mostra il termine sembra avere una duplice valenza: da una parte si riferisce sia ad una pittura che guarda se stessa, che attraverso il suo rapprendersi sulla tela si auto-evidenzia, dall’altra al cristallo come soggetto di tutti i lavori presentati.

Nella sua ricerca pittorica l’artista è solito utilizzare materiali e pigmenti intendendoli come contenitori e vettori di storie e narrazioni. In questo caso, l’ispirazione nasce da un particolare frammento di Selenite[1], materia prima da cui si ricava il gesso, estratto nei primi anni Sessanta da una cava della Vena del Gesso Romagnola già in uso durante il periodo romano e al momento non più attiva. Ciò che accomuna i lavori di “Ogni cosa rappresa” è l’idea di mettere in mostra o negare la presenza del gesso, l’elemento principale con cui sono stati dipinti.
Nello spazio espositivo troviamo due opere disposte frontalmente rispetto all’ingresso: Gipsoteca (selenite) (2018), nella prima stanza, e Gipsoteca (polvere) (2018), nella seconda stanza oltre il corridoio centrale.
Il primo è il ritratto dal vero del frammento sopracitato di Selenite, ma rappresentato come se fosse un modello simulato: il minerale fluttua al centro del quadro su un fondale lucido e indefinito, dipinto con una particolare resina per creare un effetto tridimensionale di distaccamento della pittura dalla tela.
Nel secondo lavoro, Rossi dipinge la texture della polvere di gesso impiegando unicamente del gesso in polvere, in un dialogo tra il soggetto rappresentato e il materiale impiegato per definirlo.
L’artista prende questi due lavori come estremi concettuali del progetto espositivo, in cui mette in scena un’ideale mutazione chimica tra la Selenite e il gesso che da questa deriva, mutazione che avviene nell’intero spazio. Gli altri tre lavori in mostra sono ispirati da possibili ulteriori traduzioni e impieghi di questo materiale in pittura.
Sulla destra rispetto all’entrata troviamo Sub-versione (Friedrich) (2018), in cui l’artista fa diretto riferimento al dipinto Das Eismeer (1823-1824) di Caspar David Friedrich, riproducendone in scala reale sia il formato della tela che l’immagine rappresentata. Rossi esegue il lavoro “al rovescio”, invertendo l’ordine delle fasi tecniche seguite da Friedrich nella realizzazione dell’opera: dipinge l’immagine direttamente sulla tela grezza, e su questo strato successivamente va a stendere l’imprimitura, composta da gesso, come passaggio finale. Il dipinto richiama la stratificazione propria del minerale che la compone, ma anche la stratificazione della storia, e più nello specifico della storia dell’arte. Il titolo fa riferimento ad una “sotto-versione” del passato, in cui il materiale sottostante la pittura emerge mostrando direttamente se stesso.
Questo atteggiamento è riproposto nei due lavori sulla sinistra rispetto all’ingresso, Ogni cosa rappresa #1 (2018) e Ogni cosa rappresa #2 (2018), realizzati entrambi a punta d’argento su bianco d’ossa e gesso: l’artista qui ha campionato la texture dello stesso frammento di Selenite rappresentato in Gipsoteca (selenite) (2018), riportandola sull’intera superficie del quadro per creare una campitura che simuli l’aspetto del cristallo originale. Anche in questo caso, il gesso funge da elemento che va a negare un’immagine: la punta d’argento reagisce chimicamente e lascia una traccia solo dove incontra il bianco d’ossa, mentre sul gesso questa reazione non avviene e l’immagine non appare. Il risultato è un mix di reazioni chimiche tra la punta d’argento e il bianco d’ossa sull’imprimitura di gesso, che a sua volta si va a stabilizzare da sola in una maniera che l’artista non può prevedere o controllare.

Matteo Mottin

 

[1] La Selenite, tagliata lungo il suo piano di sfaldatura, veniva impiegata dai greci per produrre lastre trasparenti che avevano la funzione di vetro piano; la luce che ne traspariva era simile a quella lunare, da cui il nome del minerale, σεληνη, selene in greco. Anche gli antichi romani la utilizzarono come materiale da costruzione per finestre, quando la lavorazione del vetro piano era ancora sconosciuta, dandole il nome di lapis specularis. (http://www.lapisspecularis.it)