Recensioni /

Federico Tosi Monica De Cardenas / Milano

“Goodbye bye bye” è la prima mostra personale di Federico Tosi in uno spazio privato. Il percorso si svela, alla galleria Monica De Cardenas, come fosse un frammento di un universo in espansione, originato a partire da aprile 2017, durante “Baby”, personale dell’artista, ideata per Almanac Project di Torino.
Galassie dipinte a mano, con un pennarello in feltro (Buddha Cheese, 2018; L.A. Confidential, 2018; Lady Voyager I e II, 2018) sembrano farsi più vicine, fra le pareti di stanze la cui sola vita umana è quella di chi la attraversa. Portali che descrivono l’Universo e lo indirizzano verso altre dimensioni (Untitled (Stargate), 2018), isolati, protetti da un vuoto che non è più lettura scientifica ma è culto di ammirazione, finiscono d’essere opere, per diventare mappature di quel che risiede oltre il cielo. Ritrovamenti fossili preservati nella loro integrità come Ariel (Luna spaccata) (2018); Ariel (Little liar) (2018); Ariel (Spirale), (2018); oppure Ariel (Mercury Tales), (2018) non sono più legati al riposo dell’osservazione, non hanno nulla a che vedere con la quieta certezza che rende consueti i reperti, ma si trasformano in specie non più viventi pietrificate. Creature dalle superfici scabrose, che non troveranno mai rifugio sotto la polvere dei musei.
In questa mostra, il tempo, la sua dilatazione e la datazione dei lavori non si verificano mai. Proprio come succede per le dita mozzate a diversi stadi di decomposizione riportate in bronzo (Like Ophyocordiceps, 2018), la vita dell’uomo non è data dai codici, dalle convenzioni legate alla sua periodicità terrestre, e non è mai certa. “Goodbye bye bye” sembra avere il solo fine di ricordarci che il nostro sguardo rimane costantemente unito ad un’origine cosmica e che, soltanto a partire da quell’esperienza umana, come si verifica nel minuscolo diorama di un sub a mezz’aria, (Underwater, 2018), noi siamo testimonianza contro le forze antagonistiche del destino. Durante la genesi del futuro, solo alcuni organismi come Principe (2018), la lunga conchiglia tortile in legno di posta a pavimento, possono creare opposizione nei confronti dell’ignoto originario, dando vita a linguaggi rivolti contro la profondità cava e indecisa di quel principio che si comunica attraverso visioni, a formare, infine, la decisione piena, la fermezza dell’inizio.
In “Goodbye bye bye” la lettura di quel che vediamo prende forma dalla distanza mentale creata dai lavori stessi; forma di uno spazio in cui tutto è principio e fine; momento in cui la profondità nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande sembrano far cadere lo sguardo fuori dall’opera, verso quel che sembra essere un eterno sorgere. La distanza diventa allora ripetizione spontanea di un segno, di una ricerca del compimento, fra galassie e pianeti, ponendo ogni superficie comunque fuori dalla nostra portata, dove il tempo non è mai arrivato; e mostrando ogni lavoro comunque in viaggio, verso una nuova forma, un altro completamento, propenso a tutte quelle metamorfosi che, evocando la storia dell’universo, sembrano rendere l’allontanamento promessa di un avvenire illimitato.

Ginevra Bria