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The Magic Kingdom Collezione Sergio Rossi / San Mauro Pascoli (FC)

Il sostegno all’arte italiana da parte dell’Italia stessa si gioca su un complicato equilibrio tra promozione ed esterofilia, ci sono casi tuttavia in cui il desiderio di radicarsi in una tradizione nazionale è difeso senza reticenze.
Sergio Rossi, brand di calzature di livello internazionale, ha una storia che per il suo corso – l’azienda torna in mani italiane nel 2016, dopo aver gravitato per diversi anni nell’orbita del Gucci Group – rispecchia una sorta di gratitudine verso il nostro Paese, pur nella sua ovvia apertura al resto del mondo. È questa una delle principali linee guida nella creazione di una collezione aziendale di arte contemporanea – nata dalla volontà dell’attuale amministratore delegato Riccardo Sciutto e dalla curatela di Rossella Farinotti, cui si deve l’idea del progetto.
“The Magic Kingdom” comprende le opere di tre artisti, con la prospettiva di ampliarsi nel tempo fino a includerne circa una ventina: si tratta di Vedovamazzei, Ettore Favini e Davide Allieri – tutti italiani e appartenenti a tre diverse generazioni. Ciascuno di loro ha avuto la possibilità di lavorare direttamente all’interno dell’headquarter di Sergio Rossi, insediamento industriale a San Mauro Pascoli (nel distretto emiliano-marchigiano): una struttura architettonicamente curata e all’avanguardia, realizzata nel 2003 con l’aspetto di una vera e propria kunsthalle.
Ettore Favini è forse l’artista che più si è confrontato con il contesto aziendale, grazie alla collaborazione diretta con gli operai impiegati nella lavorazione delle scarpe. Proseguendo le sue ricerche sul Mediterraneo, ha lavorato sulla cosiddetta ‘vela al terzo’ – una vela da navigazione inventata nel 1500 proprio nell’area romagnola, che riportava con pigmenti naturali lo stemma araldico delle diverse famiglie della zona: in nome di una sorta di araldica moderna, l’artista ha creato per il marchio una vela personalizzata, raccogliendo le tomaie dei modelli più iconici della storia di Sergio Rossi (selezionati dai dipendenti stessi). Da qui, le tomaie sono state cucite su due diverse vele: se la più piccola è installata all’ingresso della fabbrica, la principale campeggia sul soffitto dell’atrio dell’azienda, a poca distanza dal neon rosso di Vedovamazzei. Già in passato il duo di artisti aveva lavorato sui numeri di telefono intesi come firme, come ritratti personali: in questo caso, Simeone Crispino e Stella Scala hanno chiesto a Riccardo Sciutto di scrivere a mano il proprio numero e lo hanno riprodotto fedelmente nell’installazione luminosa, utilizzando l’architettura del luogo come un normale foglio di carta. Trova invece la sua perfetta collocazione esterna, visibile dall’autostrada, Billdor (2018) di Davide Allieri. Si tratta di un vero e proprio billboard pubblicitario a grandezza naturale (vengono in mente le scene più iconiche di “Tre manifesti’ a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh, 2017) – in cui però il manifesto è assente: lo sguardo incontra pannelli in ottone dorato completamente vuoti. L’installazione si rifà ai temi della sottrazione, della mancanza, della funzionalità senza funzione, che Allieri ha portato avanti nel corso degli ultimi anni.
Il senso di un progetto come questo, che mira alla costruzione di una collezione privata, è senza dubbio un’operazione di mecenatismo aziendale in senso stretto (viene in mente l’esempio della Fondazione Ermanno Casoli di Elica, per non citare i coinvolgimenti di altre note aziende italiane con l’arte contemporanea), ma anche di volontà di dialogo tra ambiti differenti – l’interdisciplinarità tra arte e moda è certamente la strada più calcata in questo senso. Quello che colpisce nel caso di Sergio Rossi è l’intenzione di intervenire direttamente sull’estetica e sul senso del luogo di lavoro, di rendere dunque la fabbrica un museo diffuso che i dipendenti possono fruire quotidianamente – non soltanto mediante un’architettura di altissimo livello, ma anche attraverso l’installazione di una serie di opere d’arte contemporanea che fanno compagnia quotidianamente a chi lavora.

Barbara Meneghel