Recensioni /

Nalini Malani Castello di Rivoli / Torino

Un nutrito gruppo di ombre danza sulle pareti della sala 34 del Castello di Rivoli, generato da una serie cilindri rotanti in mylar (un film trasparente in polietilene) dipinti con una pittura al rovescio illuminata da faretti alogeni.
I cilindri sono posizionati su piccoli giradischi a terra, tra un groviglio di cavi e di lampade. Visioni avernali e oniriche di teschi, levrieri in fuga, angeli bizantini appaiono e scompaiono seguendo il moto ciclico dato dal piatto del giradischi, richiamando alla memoria gli esperimenti proto-cinematografici di Dominique Séraphin e del suo théâtre d’ombres. Le shiluettes si muovono su una traccia sonora in loop, che corrisponde all’incipit del romanzo femminista di Christa Wolf Cassandra (Farrar, Straus and Giroux, New York 1984).
L’opera, dal titolo The Tables Have Turned (2008) è la prima installazione che, assieme al disegno a muro/performance di cancellazione City of Desires – Global Parasites (1992-2018) e al film d’animazione in stop motion Dream Houses (Varation I) (1969), apre la mostra di Nalini Malani “La rivolta dei morti. Retrospettiva 1969-2018. Parte II” presso il Castello di Rivoli Museo d’arte contemporanea. La retrospettiva, la cui prima parte è stata ospitata al Centre Pompidou lo scorso anno, si dispiega qui attraverso un percorso circolare che coinvolge l’ultimo piano del museo. Proprio come una profezia cassandrina, l’esposizione anticipa temi che poi ricorrono a più riprese, generando un frangere tra passato e presente, mito e realtà. Il movimento centripeto inoltre diviene il simbolo di un rifiuto della linearità della storia da parte dell’artista indiana. Le forme che animano le istallazioni, ma anche le pregiatissime pitture dipinte al rovescio su fogli trasparenti – una tecnica che proviene dalla Cina antica e dall’India per la rappresentazione di soggetti erotici –, sono liquide, evanescenti, fluttuanti. Figure di oppressi e protagonisti di poemi epici indiani e miti greci, si fondono incarnando soggetti ibridi e universali, atti a riflettere sulla violenza (soprattutto verso la donna), la disparità sociale, il fallimento nella comunicazione umana. Queste rappresentazioni non si abbandonano mai alla staticità della linea, anzi. In tal senso è significativo l’atto della cancellazione di Malani effettuato nei suoi “wall drawings/erasure performances”: disegni a carboncino su muro poi distrutti attraverso un atto di cancellazione. Il gesto si fa manifesto della liquidità, della stratificazione e della mescolanza andando a piegare il tempo normativo; in merito, in un testo in catalogo l’artista afferma: “viviamo in un tempo della memoria stratificato in cui l’insieme dei i ricordi plasma nuove configurazioni e relativi significati”.
Anche nei polittici vi è un continuo gioco temporale, come se diverse sequenze filmiche andassero a sovrapporsi. In Cassandra (2009) troviamo una profetessa calva, come se avesse subito gli effetti di una chemioterapia, con le braccia al petto in possibile segno di rassegnazione, al centro della scena; a sinistra è seduta accanto ad Apollo, colui che le ha conferito il dono e la maledizione della veggenza, mentre a destra il suo corpo è scomposto e disgregato. Ancora, vediamo Cassandra nei tondi Angel III, Listen I, Listen II (tutti 2009) accompagnata da lombrichi giganti. L’animale, minacciato dall’inquinamento e a rischio d’estinzione, ritorna a più riprese nel lavoro di Malani testimonia una sua cresciuta attenzione verso le questioni ambientali. A concludere il percorso è In Search of Vanished Blood (2012), la videoinstallazione presentata a dOCUMENTA (13). Cinque cilindri dipinti rotanti sono attraversati da proiezioni video, dando vita a combinazioni di molteplici immagini. È una discesa nelle tenebre che riporta alle parole di Cassandra in Wolf: “Voglio vedere questa luce ancora una volta. La luce che vedevo in compagnia di Enea. La luce dell’ora che precede il tramonto. Quando ogni oggetto comincia a brillare autonomamente e a porre in risalto il colore che è suo. Enea diceva: per riaffermarsi ancora una volta prima della notte. Io dicevo: per consumare fino in fondo ciò che resta della luce e del calore e poi accogliere il buio e il gelo dentro di sé”.

Giulia Gregnanin