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Giulio Paolini Fondazione Carriero / Milano

L’oggettività della prassi intrapresa nei riguardi del linguaggio artistico e l’assoluta autonomia dell’immagine portano Giulio Paolini a inseguire l’ideale di bellezza sin dalla fine degli anni Settanta.
Questo concetto astratto, fondativo per la storia dell’arte e cruciale per l’artista, è indagato alla Fondazione Carriero di Milano attraverso la mostra “del Bello ideale”; sviluppata in un percorso ascensionale, la personale è arricchita da tre opere realizzate ex novo e da due scenografie di Margherita Palli, offrendosi come una chiave d’accesso in grado di schiudere i lavori più iconici della carriera di Paolini.
Al piano terra incontriamo lavori che esplorano il genere dell’autoritratto senza, tuttavia, intraprenderlo realmente. Non è infatti Paolini a scattare le fotografie in cui la sua immagine compare e nei lavori da lui approntati – si sottolinea la presenza del collage di studio per Autoritratto del 1968, legato all’omonimo libro di Carla Lonzi – egli nasconde la propria identità dietro a quella di altri artisti o dei loro modelli, mortali e immortali. L’autore, in bilico fra l’esserci e il non esserci, è prima visto come funambolo In cielo (2018), poi, in seguito a una rovinosa caduta, viene costretto ad abdicare il proprio ruolo con una Deposizione (2018).
Al primo piano sono inscenati i materiali e le tecniche impiegati ai fini della creazione. I lavori –alcuni germinali – coincidono, di volta in volta, con le tele e i fogli bianchi, i tubetti di colore, le descrizioni scritte e gli esercizi di prospettiva. Ma l’opera d’arte, che di tutti questi elementi e procedimenti si vale, non intende certo fermarsi qui: va ben oltre la sua esistenza concreta, poiché proviene da un luogo virtuale, sito oltre il Finis Terrae (2018) a noi accessibile.
Al secondo piano, finalmente, un mero riflesso del bello ci appare. Copie di opere classiche, a soggetto mitologico, testimoniano che dall’eterna e immutabile idea non si può che ricavare imperfetti e carenti simulacri, destinati pertanto a finire in frantumi.
Non è un caso che questo tema trovi spazio nel salone, decorato in stile neo Rococò, di Palazzo Visconti, dotato di specchi che moltiplicano le copie degli originali assenti. Dal livello più alto della Fondazione ricomincia quindi, in discesa, il percorso della mostra, seguendo l’ordine dei concetti in maniera quasi platonica. Posto in cima, il trascendente “Regno delle idee” precede l’immanente “Regno delle cose” e sovrasta, indifferente, le continue prove e le profonde insicurezze dello scisso, umano artefice.

Stefano Menichini