Recensioni /

Nicola Martini Dittrich & Schlechtriem / Berlino

La ridefinizione costante di un orizzonte visivo che vede mutare con cadenza regolare il proprio paesaggio materico e cromatico, nel lavoro di Nicola Martini si allinea all’idea di metamorfosi legata alla trasformazione e alla manipolazione della materia.
Al delinearsi di una serie di forme che stratificano sulle proprie superfici vari livelli di esperienza, si somma poi la registrazione dei gesti e dei movimenti legati al ritmo e al rito del lavoro quotidiano che sposta volumi e trasforma strati, lasciando impronte umane, scarti e tracce di oggetti che evocano agli occhi altrui la presenza di un’assenza.
Con “MOLTEN”, la sua prima personale in Germania, Martini costruisce nello spazio sotterraneo della galleria berlinese Dittrich & Schlechtriem un ambiente composto da venti tonnellate di sabbia termica (sabbia quarzifera rivestita industrialmente di resina fenolica), materiale termoindurente che si attiva indurendosi con il calore. Muovendo da una pratica artistica che trova la sua naturale inclinazione nella ricerca sui processi e sui cambiamenti di stato dei materiali, Martini trasforma in loco parte di questa sabbia¹, bruciandone alcune porzioni con l’utilizzo di una torcia a gas. Le lastre che si generano da questo processo sono delle “croste scultoree” dal perimetro più che irregolare e dalla fattezza irripetibile. Come singole entità in muto dialogo, questi blocchi riportano in superficie i segni, le porosità, le ondulazioni, i passaggi, l’insistenza della fiamma e le irregolarità formali della materia che li ha originati e nella quale convivono.² Se alcune di queste sono sostenute da cumuli di sabbia, altre si appoggiano al muro o giacciono a terra, quasi a sovrapporsi. I toni comuni sono quelli caldi che dal bruciato sfumano verso il naturale degli ocra e dei beige chiari e scuri, per toccare i grigi. Lo spazio espositivo, trasformatosi per un arco di tempo in campo operativo e mentale, si trova così ad agire come luogo performato da accadimenti che sono temporalmente scanditi dalle ore lavorative. La mostra non si presenta come un unico corpus scultoreo, ma cerca piuttosto di definire la propria presenza all’interno di una visione fatta di incontri ravvicinanti e di convivenza tra due stadi della medesima materia, tra macro e micro, tempo e forma, pensiero e azione. È una visione al singolare che incoraggia lo sguardo a rivolgersi verso un orizzonte metaforico mai uguale a se stesso, delineato dalla necessità dell’artista legata alla sperimentazione del fare e alla ricerca di una grammatica materica che si insidia in un ciclo di mutevole rigenerazione.
Completano la mostra Clear Murk I (2018) e Clear Murk II (2018), due sculture-contenitore a forma di goccia e appese al muro nella stanza che precede l’ambiente sabbioso. Agendo come dei grandi serbatoi in plexiglass alti 1,70 metri – al cui interno sono stati colati un misto di acqua demineralizzata, argilla rossa e argilla galestro, grafite e metalli minerali – queste due opere evidenziano la momentanea sospensione di queste sostanze in uno stato semi liquido, lasciando un varco al processo continuo, fino al momento in cui, con la movimentazione dell’opera stessa, i corpi materici si spostano, depositandosi nella parte superiore e riconfigurandosi in strati residuali di pieghe e grinze.

Giovanna Manzotti

¹ Le opere in mostra sono state interamente realizzate all’interno della galleria durante l’arco di un mese. L’artista ha proseguito il lavoro anche in una fase successiva all’opening. (n.d.r.)

² Ogni lastra è composta da sabbia termica, resina epossidica e polvere di grafite. (n.d.r.)