Amarcord /

Museo Pecci: Amnon Barzel, chi l’ha visto?

Ogni volta che si parla del Museo Pecci di Prato, non è mai affiorato il nome di Amnon Barzel. Mi chiedo se per ignoranza o per la volontà di cancellare il nome del vero padre putativo del Pecci. Ebbene, per chi non lo sapesse, perchè non è stato testimone diretto oppure non ha mai conosciuto certi particolari (e saremo pochissimi ormai), Amnon Barzel è il Museo Pecci. Il Pecci è stato pensato e voluto fortissimamente da Amnon Barzel, con la collaborazione determinante di Dani Karavan, influente artista israeliano che aveva studiato a Firenze e dove manteneva ottimi contatti con la comunità israeliana. Perché posso dire questo?

In quegli anni durante la germinazione dell’idea di un museo a Prato, Amnon Barzel, con la sua compagna Batia Arowetti, abitavano in un piccolo appartamento che io avevo lasciato a loro in Piazza Aspromonte 1, a Milano. E quasi ogni giorno Amnon si recava a Firenze e Prato per incontrare Dani Karavan, Enrico Pecci (padre di Luigi morto giovane e a cui volle dedicare il Museo) e Giuliano Gori, che fu magna pars in questa vicenda. Io conobbi Barzel a Kassel, a Documenta 6, nel 1977. Poi Amnon al ritorno da Kassel per Tel Aviv, non so come mai, si fermò a Milano. Passò in redazione da me, allora in via Donatello 36, proponendomi alcune interviste che aveva realizzato con gli artisti presenti a Documenta 6. Decidemmo per un paio di interviste, mi pare Richard Serra e Vito Acconci che lui mi avrebbe inviato da Tel Aviv dopo averle sbobinate dal registratore. Interviste che invece non arrivarono mai. Quella Documenta fu memorabile perché erano stati invitati 655 artisti con 2700 opere. Credo tutto il panorama della creatività internazionale. Mai vista una mostra così ampia ma anche così densa. E così informativa. Era presente tutto lo schieramento dell’arte concettuale internazionale, del Post minimalismo, Land Art, Arte Povera ma anche Fluxus, molta poesia visiva (con il nostro Ugo Carrega, un po’ troppo frettolosamente accantonato) ma anche Lucio Fontana, Piero Manzoni, Federico Fellini, Luchino Visconti, la pittura analitica con i nostri Gianfranco Zappettini, Enzo Cacciola, Carmen Gloria Morales. Per non dimenticare Francis Bacon, Balthus, Renato Guttuso, Giacomo Manzù. Insomma c’erano tutti e forse di più. Però per chi ama l’arte ed è desideroso di conoscere lo spettro della creatività mondiale, una fonte preziosa, anche per il risparmio del tempo e di energie. Ma il direttore Walter Schnekenburger, aveva voluto proporre un panorama internazionale vastissimo, non dimenticando alcun tassello dell’arte di tre decadi: anni ’50, ’60 e ’70. Era presente, per la prima volta in Europa, un gruppo di artisti della Germania dell’Est. Per questa ragione Gerhard Richter e George Baselitz, originari dell’est, rifiutarono l’invito.

Mostre informative oppure ossessioni dei curatori?

Cosa pensare di queste mostre enciclopediche? Senza esagerare io le preferisco alle mostre dei curatori selvaggi che sono usciti negli ultimi venti anni e che pretendono di interpretare il mondo imponendoci le loro ottiche libresche a dir poco arbitrarie. E più sono arbitrarie e più belle sono, secondo loro e secondo i colleghi per cui le mostre vengono organizzate. Il curatore selvaggio di oggi non guarda al pubblico, in qualche caso centinaia di migliaia di persone, né al denaro pubblico speso in maniera personalistica. A lui interessa il giudizio dell’intellighenzia, spesso ristretto ai suoi venti colleghi da varie parti del mondo che frequenta e con cui si confronta. Eppure ogni tanto disporre di un “display” che ti propone una informazione globale abbastanza obbiettiva, lo trovo utilissimo. Come si fa, soprattutto oggi, a visitare mostre e studi di artisti sparsi nel mondo? Dalla Cina all’India, dalle Filippine ai paesi africani emergenti, dall’immensa USA alla grande Europa. Occorrerebbero dieci vite e cento occhi e centinaia di migliaia euro. Un bravo curatore o direttore della Biennale di Venezia o Documenta di Kassel, con la possibilità di avere osservatori di fiducia in ogni paese, potrebbe promuovere una informazione più globale e attendibile, invece di rinchiudersi nella nicchia dei suoi protetti, con rancori e vendette trasversali che si porta dietro. Cosa vuoi che ci interessi a noi il punto di vista del polacco Adam Szymczyk o del tedesco Roger Buergel sul mondo dell’arte? Il loro punto di vista personale vale il mio o quello di qualsiasi visitatore informato. Io trovo che in quella storica Documenta 6, del 1977, il dr. Walter Schnekeburger fece un ottimo lavoro di informazione sull’arte del momento e dei decenni precedenti. In quella edizione si potevano incontrare opere di Eva Hesse, Laurie Anderson, Beuys, Botero, Hanne Darboven, Chris Burden, Daniel Buren, James Lee Byars, Anselm Kiefer, e tanti tanti altri, per me fu una goduria. Nello spazio di poche centinaia di metri potevi ammirare e giudicare lo stato dell’arte della Germania, USA, Francia, Italia, Polonia, e di tutti i paesi del mondo. Un occhio vigile, non distratto, anche se talvolta diverso dal tuo, aveva scelto per te il meglio. Cosa volere di più? Per tale ragione, cioè la mancanza di informazione che oggi producono le grandi mostre, ostaggio di cruenti curatori che pensano solo a se stessi, io ritengo che il panorama più oggettivo ce lo proponga Art Basel insieme a qualche altra fiera collaterale, come Liste. Per questo me ne ero tornato a Milano soddisfatto di quel bagno di informazione. Ugualmente soddisfatto sembrò Amnon Barzel. Che però dopo essere passato da me a Milano, a Giugno del 1977, si trattenne a Firenze, dove insieme a Dani Karavan, ebbero l’idea di creare un Museo di Arte Contemporanea a Prato. L’idea, lo ricordo bene, fu di Amnon Barzel (che andava cercando anche una sua collocazione personale soddisfacente) subito condivisa e abbracciata dal generoso amico Dani Karavan, uomo intelligente e di grandi aperture: il quale coinvolse subito, estrapolandoli dalla sua  cerchia di amici ebrei, gli imprenditori Luigi Pecci e Giuliano Gori, due autorevoli esponenti della comunità ebraica di Firenze. Ma fu Amnon Barzel l’ideatore e il motore, già dal 1977, di questa idea. In attesa che la proposta si coagulasse nel modo migliore, sempre tenuta in caldo dall’amico Karavan, lui tornò in Israele, per organizzare una bellissima mostra internazionale a Tel Hai, un kibbutz al confini con la Palestina. Dove invitò Helena e me. Ebbene, noi avemmo la sensazione di vivere ai confini del mondo. Abitavamo in una guest house accanto a una enorme costruzione diroccata che era un Hotel da poco distrutto dalle artiglierie palestinesi. Ma la gente era tranquilla, serena, mi parve addirittura felice. Grande senso della comunità e di collaborazione. E fede nel futuro. Questa mostra di Amnon Barzel, unitamente alla presenza di numerosi artisti stranieri, aveva contribuito a mettere in prima pagina sui giornali e sulle TV, questa piccola comunità sperduta ma pare importante. Che Amnon, con il suo consueto entusiasmo coinvolgente, aveva convinto a finanziare una mostra, lontana dalle loro consuetudini e dalla loro storia. Lì per lì mi ricordò la nascita di Documenta di Kassel, una provocazione nei confronti della Germania orientale del critico e padre della rassegna per decenni, Arnold Bode, a pochi metri dal confine con la Germania orientale, a indicare il senso di libertà e anche anarchia che esisteva a pochi metri dalla cortina di ferro. E pare che dall’altra parte della barricata, poliziotti e cittadini, con i loro binocoli, incuriositi, cercavano di capire e captare cosa stava succedendo nel mondo occidentale, terra di perdizione e di consumismo sfrenato.

Dani Karavan, Line of Light, 1980. Courtesy Dani Karavan Studio.
Dani Karavan, Line of Light, 1980. Courtesy Dani Karavan Studio.

Tel Hai, una esperienza indimenticabile

Ma i palestinesi invece di guardare la rassegna di Amnon, bombardavano. Si sentivano da lontano i colpi di bazooka, che però, ci assicurarono, non potevano colpire Tel Hai, che dopo la distruzione dell’albergo, dove avremmo dovuto soggiornare noi, aveva preso le contromisure. La nostra abitazione era a pochi metri dal confine formato da reticolati impenetrabili: e dall’altra parte dei reticolati noi vedevamo distese uniformi e immacolate di sabbia. Qualsiasi orma lasciata su quella sabbia sarebbe stata individuata immediatamente, per cui le vigili guardie di frontiera sarebbero intervenute. Sarà stata l’aria del deserto, che leniva le mie allergie dai pollini, molto forti a Milano, sarà stata l’euforia generale, sarà stata la mia giovinezza e soprattutto quella di Helena, ma ci sentimmo subito felici e sicuri. Gli aerei che sfrecciavano sopra di noi e i lontani rombi di cannone, entravano a far parte della grande mostra di Amnon Barzel. Mi sembravano le frecce tricolori che festeggiavano qualche ricorrenza italiana. Invece erano i temibili F 154 della Heyl Ha’Avir, la efficientissima aviazione israeliana. E la sera le infinite luci al laser di Dani Karavan, che radevano il deserto o si perdevano dentro l’infinito del cielo, ci accompagnavano come amichevoli annunciazioni. O come rassicuranti radar esplorativi. Mi aspettavo da un momento all’altro di veder apparire Giuseppe e sua moglie Maria incinta sopra l’asinello, diretti verso Betlem. Furono tre giorni entusiasmanti di arte nel deserto, tra aerei a bassa quota che vigilavano sulla nostra sicurezza ma che io leggevo come opera di Chris Burden. E poi le cene collettive, sotto tende improvvisate o in edifici appena ricostruiti dopo le bombe, con decine di mani  che si impregnavano nello stesso piatto per un Falafel o una porzione di Hummus da spalmare su questa loro piadina chiamata Pita. Ma molto più buona dell’insulsa piadina nostrana. Posso dire che è la mostra più emozionate che io abbia mai visto e che mi ha lasciato un ricordo indelebile? Dove sono finite invece nel mio ricordo le decine di Biennali di Venezia, le Documenta di Kassel, che non ho mai mancato dal ’70 in poi, le varie insulse Manifesta. E le tante mostre al Guggenheim. O le grandi mostre del MoMa (ricordo solo quella stupenda di Picasso e Braque nel loro periodo del cubismo analitico, dove anche l’occhio esperto non riconosceva l’uno dall’altro e poi nel 2010 anche la performance di Marina Abramovic che incontrava persone del pubblico guardandole fisse con i suoi occhi un po’ da visionaria e che a me facevano paura già a guardarla da lontano. Anche se mi commosse il suo incontro, improvviso o preparato non so, con Ulay, che poco prima lei aveva perseguito legalmente mentre lui era in ospedale a curarsi dal cancro: nella performance si guardarono a lungo e poi incominciarono a stringersi la mano e a lacrimare come due criceti). Ma Tel Hai, per la sua intensità, per la sua drammaticità di essere una mostra d’arte in bilico tra la vita e la morte, non la scorderò mai. Come non scorderò mai quella umanità grondante dagli occhi arrossati dalla sabbia di Amnon Barzel, ideatore e anima di quella mostra.

Dal Muro del Pianto a Masada. Un percorso di emozioni

Dopo tre o quattro giorni struggenti a Tel Hai tornammo a Gerusalemme, per la consueta visita al Muro del Pianto, sempre emozionante, dove io non mancavo mai di accostarmi, dondolando la testa e lasciando un fogliettino con i miei desideri. Mentre Helena, che non poteva avvicinarsi, mi guardava ridendo, da lontano. Invece per me era una emozione fortissima. Mi piace Israele, il paese più affascinante e drammatico che abbia mai visitato. Le sue contraddizioni mi aggrediscono. La sua organizzazione mi esalta. Sono stato spesso, con la medesima intensità di un arabo alla Mecca, a Masada, sul Mar Morto, un altipiano a 400 metri dal livello del Mare, dove secondo una leggenda, 300 ebrei, sfuggiti alla caduta di Gerusalemme, vi si rifugiarono, resistendo per 30 anni all’assedio dei romani. E quando i romani, costruendo un terrapieno alto 150 metri, riuscirono a penetrare all’interno del forte, trovarono soldati, donne, bambini suicidati. Masada, già residenza di Erode il grande, è un affascinante esempio di architettura autarchica. L’acqua piovana veniva raccolta e convogliata in grandi cisterne che rifornivano abitazioni, bagni termali e i rari campi per l’agricoltura. Ma un esempio di esistenza autarchica struggente. In un deserto caratterizzato dalla siccità. Per questo mio amore verso Israele e per il mio cognome, Politi, pare di origini greche ma diffuso anche in Israele, ho sperato di essere un ebreo anche io. Ma speranza vana. La mia incapacità negli affari e a risparmiare ne sono i primi sintomi. E poi la mia famiglia, cattolica praticante da sempre, non era nemmeno a conoscenza dell’esistenza di un popolo, disseminato nel mondo e che erano stati l’oggetto dell’Olocausto più tragico della Storia. Mi sono accontentato di nutrire un forte sentimento positivo verso questo paese e i suoi abitanti che ritengo, per la selezione storica e per caratteristiche naturali, tra i più sorprendenti al mondo: nella finanza, nella scienza (Albert Einstein), nell’arte, nella letteratura, nel cinema, nessuno può competere con loro. E questo va riconosciuto. Dopo Masada tornammo a Milano. Ma a Tel Hai avevo lasciato il cuore e chiesto ad Amnon, che dopo la mostra era disoccupato, di venire in Italia che qualcosa avremmo inventato. Poco dopo infatti mi piombò a Milano ma io lo spedii subito a Roma, alla corte di Cleto Polcina, un intraprendente e generoso gallerista romano degli anni ’80, che mi promise di farlo lavorare. Amnon collaborò per Cleto scrivendo qualche testo e presentando qualche suo artista. Ma durante i viaggi da Milano a Roma, si fermava sempre a Firenze e con il suo amico Dani Karavan iniziarono a sognare di realizzare un museo per Firenze o Prato, coinvolgendo appunto la comunità ebraica fiorentina più sensibile e autorevole (tra cui Enrico Pecci, Giuliano Gori). Non è mai possibile, mi diceva Amnon, quando tornava da me, che una città come Firenze non abbia un Museo di arte contemporanea. Voglio creare un museo a Firenze. Ma i suoi tentativi di mettere d’accordo i fiorentini, che lui israeliano, non conosceva bene, non andarono a buon fine. Un giorno me lo vidi arrivare in casa trionfante. Prato, mi disse. Il museo si farà a Prato. E per lui Prato divenne il centro del mondo, la città che aveva bisogno di un museo come dell’aria per respirare. Grazie alle azioni diplomatiche di Dani Karavan e di tutta la comunità israelitica di Firenze, erano riusciti a convincere Enrico Pecci ad impegnarsi nella costruzione di un museo. Dietro generose concessioni del Comune di Prato, che permisero al signor Pecci, da buon imprenditore, di costruire accanto al museo uffici e abitazioni che gli hanno permesso di ammortizzare abbondantemente le spese per il Museo. Tanto ai costi di gestione avrebbero pensato il comune di Prato, la Provincia e forse la Regione Toscana. Amnon mi mostrò il progetto di un architetto amico del Pecci, Italo Gamberini, un onesto razionalista con cui Amnon aveva cercato di mediare, ispirandolo in buona parte, spiegandogli cosa era un museo di arte contemporanea. Ne uscì un  progetto con sette-otto sale espositive molto razionali, senza infamia e senza lode, spazi per uffici, magazzini, sezione didattica, ecc. Italo Gamberini, per dire come stanno le cose, è stato anche l’architetto che ha progettato la Galleria Farsetti, accanto al Museo e forse tutti gli uffici nelle immediate vicinanze.
Durante la costruzione del Museo, Amnon, che nel frattempo aveva ottenuto un  contratto di collaborazione, forse dal Comune di Prato, ogni giorno o quasi era nel cantiere con gli operai a controllare, dirigere, cercare di intervenire. E questo durante tutto il periodo dei lavori, che grazie a lui, che stimolava tutti, dal Pecci agli operai, si conclusero abbastanza velocemente, almeno rispetto ai tempi italiani. Nel frattempo però Amnon collaborava con Giuliano Gori e all’ampliamento del suo Parco di Sculture, invitando importanti artisti a lavorare a Celle. E debbo dire che i migliori interventi, probabilmente sono nati grazie alla collaborazione tra Giuliano Gori e Amnon Barzel.

Veduta aerea del Centro Pecci in seguito al recente ampliamento su progetto di Maurice Nio.
Veduta aerea del Centro Pecci in seguito al recente ampliamento su progetto di Maurice Nio.

Cattedrali nel deserto

L’inaugurazione del Museo avvenne il 25 giugno del 1988, con la mostra “Europa Oggi”: una bella e sostanziosa panoramica degli anni ’80 in Europa. Mostre così serie non ne ho mai viste successivamente al Pecci. Né in altri musei italiani. Amnon chiamò a dirigere la sezione didattica Bruno Munari, una vera eccellenza del nostro paese. Io credo che la direzione di Barzel al Museo Pecci sia stata esemplare. Nessuno ha fatto o avrebbe potuto fare meglio di lui. Ma dopo quattro anni, il CDA del museo, di cui lui doveva essere direttore a vita, perché da lui voluto e fatto realizzare e il solo capace a farlo funzionare, non gli rinnovò il contrato. Si dice per la attitudine al disordine finanziario di Barzel che portava troppa gente al ristorante. In realtà l’amministrazione comunale e il CDA erano composti da piccoli uomini, desiderosi di apparire in prima persona, mentre tutti erano oscurati da questo israeliano grassoccio, dinamico e volitivo, proveniente da Tel Aviv. Ma Amnon aveva relazione con i direttori di musei di tutto il mondo, conosceva artisti di alto profilo e tutti i maggiori critici di arte contemporanea. A succedergli fu chiamata Ida Panicelli, forse donna di una certa cultura, ma digiuna completamente di relazioni e di capacità gestionali. Infatti appena lasciato il museo, si ritirò a meditare in India da dove si sono perse le sue tracce. Malgrado una totale assenza di attività, il Museo Pecci, i cui direttori dopo Barzel non riuscivano a riempire gli spazi a disposizione (eccellenti per una città come Prato e una regione come la Toscana) il CDA e il Comune di Prato hanno deciso di ampliare il Museo, con un progetto affascinante ma irrazionale e costosissimo di Maurice Nio, architetto di origine indonesiana trapiantato a Rotterdam. Chiusura del Museo per anni e anni, costi di realizzazione alle stelle con risultatofinale assolutamente negativo. Mi piacerebbe sapere a chi sono andati i benefici di questa folle e inutile ristrutturazione. Non certo all’attività del Museo. E perché non rivolgersi a un bravo architetto italiano (ne esportiamo anche, vedi il gettonatissino Renzo Piano, che ha realizzato la splendida Fondazione Beyeler a Basilea: avrebbe effettuato una ristrutturazione soft, poetica e razionale). Invece ci ritroviamo un bubbone che ricorda i fluorescenti draghi cinesi. E il povero Amnon è stato allontanato per qualche cena in più, con artisti e direttori di altri musei. Inutile negarlo, il Museo Pecci con i costi che si ritrova e con il ruolo che svolge, assolutamente periferico e mai influente, rappresenterà sempre  una zavorra per noi contribuenti. Speriamo che la brava Cristiana Perrella, da poco al timone del Pecci, riesca a far ritrovare la rotta ad una barca così onerosa e quasi impossibile da dirigere. Lo stesso discorso varrebbe anche per il Castello di Rivoli. Solo l’ambizione di qualche politico o faccendiere locale, poteva avere l’idea di creare un museo, così impegnativo, in una cittadina che avrebbe preferito un bellissimo albergo con Spa, oppure un centro commerciale. Infatti non si spiega perché una città come Torino, dinamica, colta, gradevole, appassionata d’arte, non abbia deciso di avere un vero Museo di arte contemporanea invece di delegare la sperduta Rivoli. Chi fu l’ideatore di questa Cattedrale nel deserto?


Hic et Nunc
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