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John Armleder Museion / Bolzano – MADRE / Napoli

Il 2018 è senza dubbio l’anno di John Armleder in Italia con due personali in due importanti musei nazionali che hanno fornito, con differenti scelte curatoriali, un quadro completo del suo lavoro.Utile a delineare le caratteristiche dell’artista svizzero è il ricordo di due episodi della sua storia personale che l’artista ama raccontare spesso: il primo riguarda la sua infanzia, quando, in visita al MoMA con la madre, di fronte a Composizione suprematista: bianco su bianco (1918) di Malevič, le disse: “questa è arte moderna, questo è quello che voglio fare da grande”. Il secondo è relativo a John Cage, alla cui domanda su “cosa sarebbe diventato” Armleder rispose “il pittore”.
Qualcuno potrebbe parlare di “vocazione precoce” ma, in realtà, descrive un atteggiamento di ammirazione e di ambizione e quindi incessante ricerca che ha accompagnato Armleder fin dagli esordi, delineando la figura di un artista che, consapevole del significante che lo circonda, sceglie di riprodurre e non creare.
Visitando “360°”, la retrospettiva al MADRE di Napoli a cura di Andrea Viliani e Silvia Salvati, sin dai suoi primi lavori su carta, si può riscontrare il totale abbandono di ogni forma di autorialità, attraverso un processo di delegazione del processo creativo, una sorta di feticizzazione e appropriazione problematizzata del lavoro dagli artisti che ammira.
Infatti, con le opere della serie Sans Titre del 1967, si riconosce il riferimento alle avanguardie di Fluxus, che omaggerà anche con il gruppo Ecart che formerà alla fine degli anni Sessanta; altrettanto accade con le sue tele astratte, come la grande Untitled del 2008, che ricordano Larry Poons o i Paddle Paintings che ricordano i Combine di Robert Rauschenberg.
Le Forniture Sculptures invece, possono considerarsi opere “statement”: se è vero che per lui non vi è alcuna differenza fra arte e decorazione, così come afferma in un’intervista in occasione di una mostra al St. Louis Museum, assurgere gli oggetti di arredamento ad opere d’arte mette il punto sull’assenza di scopo.
Ne sono nuova prova i due wall painting realizzati a Napoli: uno per la Pompeii Commission, che ha accorpato frammenti di affreschi pompeiani e Split (2018) che decora parte della sala contemporanea del museo di Capodimonte e che omaggia il cretto di Burri presente in collezione, sostituendo il nero assoluto dell’artista umbro con i colori pastello tipici delle antiche manifatture delle ceramiche della reggia.
“Plus ça change, plus c’est la méme chose”, a cura di Letizia Ragaglia, è invece il titolo della mostra ideata per il Museion di Bolzano che, oltre a prevedere la proiezione sulla facciata del museo del video Endless (2016) che richiama il Natale e la sua iconografia, altro tema ricorrente di Armleder, sono presenti tre serie di Scaffoldings, che accumulano suggestioni pop, wall painting e superfici specchianti, in uno sforzo di affabulazione teso a sedurre lo spettatore.
Come Mondo Tiki del 1999, dove musiche di Francis Coleman si alternano a proiezioni di b-movie di MacDonald, palesando una diversificazione leggera del lavoro di Marcel Broodthaers sul concetto di museo e di opera d’arte, appropriazione che diviene lampante in Gogo III (2018) ma che, a differenza dell’artista belga, cerca una partecipazione consumistica dello spettatore e non sociale o critica.
In un mondo che vede l’ascesa dei populismi, e le scelte prese in base ad un’apparenza di valori senza mai indagare l’assenza di uno spessore concettuale e idealistico, Armleder si dimostra una percezione sintomatica del tempo in cui viviamo, in cui lo sforzo verso il consenso diviene la guida, e l’arte è percepita come un bene di consumo intercambiabile, come gli oggetti di quel design d’autore a lui cari.

Maria Teresa Annarumma