Amarcord /

Linea Umbra

Prima di abbandonare la poesia per dedicarmi solo all’arte, ho avuto il tempo e la presunzione di pubblicare due antologie di poesia, che all’epoca furono ritenute interessanti. Poesia Umbra Contemporanea, di cui non ho più nemmeno una copia (e che cerco disperatamente: chi ne avesse notizia si faccia vivo) e soprattutto Linea Umbra (Antologia di poesia contemporanea, Beniamino Carucci Editore, Roma 1961 ndr.) che ebbe un insperato successo tra gli addetti ai lavori.

Il mio interesse per la poesia fu molto precoce. E’ molto strano perché a casa mia non esistevano libri, forse nemmeno Pinocchio e io sino alla seconda o terza elementare non sapevo cosa fosse la poesia. Ma ero divorato dal desiderio di leggere e dalle curiosità. La mia cultura di bambino confinato nella campagna umbra dipendeva dal mio barbiere, Pippetto, presso il quale, oltre a ritirare per Natale piccoli calendari lussuriosi e profumati, guardavo Il Corriere dei Piccoli e mio padre La Domenica del Corriere (forse le uniche pubblicazioni che riceveva); insieme a Sogno e Grand’Hotel, di cui un po’ più tardi, divoravo i fotoromanzi e le storie d’amore di vita vissuta dei lettori e a cui cercai invano di collaborare con alcuni racconti di amori infranti, mai accettati. Il negozio di Pippetto, con le sue sedie sgangherate mentre aspettavi il turno per i capelli, era la mia biblioteca, il Centro Culturale del paese, la mia prima università. Leggevo anche mentre mi rapava (la sua specialità) e anzi, speravo che il taglio non finisse mai perché volevo arrivare alla fine del giornale. Per me, che avevo appena incominciato a leggere, il Corriere dei Piccoli era un Vangelo. Leggevo e rileggevo il Corrierino (come lo chiamavamo) più volte durante la settimana, ma leggevo tutto, anche ciò che non capivo. Un romanzo appassionante a puntate mi coinvolse fortemente. Era la storia di un povero ragazzo, mi pare si chiamasse Franco, che attraverso la bicicletta cercava il riscatto dalla sua vita di miseria. Ricordo ancora l’emozione della sua corsa per la vita, che, vincendo, gli avrebbe permesso di ricevere in premio una vera bicicletta da corsa (correva con una normale bici di fortuna prestata mi pare dal prete): quando era in vista del traguardo credeva di essere il primo, ma scorse un ciclista davanti a sé, anche se lui credeva di essere stato in testa dall’inizio alla fine. E malgrado una volata emozionante, che mi accaparrò tutti i sensi e anche l’anima, non riuscì a raggiungere, per pochi metri, colui che lo precedeva, un signorino ben vestito e strafottente e con una vera bici da corsa, mentre la folla applaudiva lui, il povero ragazzo, chiamandolo Motorino, per la velocità con cui faceva girare le gambe e le ruote della bici. Ma Motorino non riuscì per pochi metri a raggiungere il rivale già portato in trionfo dai suoi amici. La delusione di Motorino e la mia furono crudeli. Io piansi a lungo per la sconfitta del mio eroe, quasi per una settimana. Ma nella puntata successiva ci fu una sorpresa: la giuria aveva scoperto che il ragazzo cattivo e ricco non aveva percorso tutto il tracciato della corsa, ma aiutato da amici compiacenti, ne aveva tagliato una parte. E con mia immensa gioia la vittoria fu assegnata al mio eroe Motorino. La storia forse alludeva vagamente a quella di Gino Bartali e alle sue origine poverissime ma all’epoca famoso ciclista, oppure al suo grande rivale, Fausto Coppi, che da giovanissimo, a Castellania, consegnava il pane in bicicletta percorrendo chilometri e chilometri a forte velocità.

A otto anni scoprii la poesia

Sul Corriere dei Piccoli mi facevano sgranare gli occhi anche le famose avventure del signor Bonaventura, in cui alla fine di ogni storia, per una ragione o l’altra, arrivava un benefattore che lo gratificava con un milione di lire. Una cifra da capogiro. Ma fui preso anche dalle storie di Bibì e Bibò, oltre che da Arcibaldo e Petronilla. A quei tempi scoprii anche il grande Jacovitti, ma non ricordo bene se sul Corriere dei Piccoli o sul Vittorioso, che ogni tanto mi passava per le mani. E poi c’era la Domenica del Corriere, che leggeva mio padre ma che io prontamente rilevavo per godermi le tavole di Walter Molino che in ogni numero, attraverso la copertina, ci raccontava la storia della settimana. Sempre storie gloriose o strappalacrime ma che io bevevo come acqua di fonte. A sei, sette anni, ero assetato di curiosità e di novità. In inverno, mentre nevicava, dalla finestra della mia modesta casa, guardavo i passerotti avvicinarsi alla finestra in cerca di cibo e talvolta (raramente) cadevano nella trappola che avevo preparato per loro sul davanzale della finestra (nei negozi allora erano molto in voga le trappole per uccelli e per topi). Mi destavano pena ma desideravo catturarli, mentre io ero al caldo e leggevo Il Corriere dei Piccoli. Un piacere incontenibile il mio, tra la pietà per i poveri uccellini e la crudeltà innata dei bambini di catturarli per poi cuocerli al focolare su uno spiedino. La pietà e il piacere insieme sono due sensazioni straordinarie.

Forse in seconda elementare (che io frequentai in ritardo, a otto anni a causa della guerra) scoprii la poesia. Cioè capii cosa era una poesia. Una sorta di preghiera con la rima. La nostra maestra, Nunziatina, fascista sino al midollo ma bravissima come nessun’altra, ci lesse Alle Fonti del Clitumno, di Giosuè Carducci, forse la poesia più famosa (e bella) delle Odi Barbare del nostro primo Premio Nobel per la Poesia. Il fiume Clitumno (oggi Clitunno) scorreva a cento metri dalla mia casa ed era il teatro di tutte le mie avventure adolescenziali. Dalla pesca dei gamberi ai primi tentativi di nuoto in un’acqua gelida da cui forse sono nati i miei reumatismi. Le Fonti del Clitunno, allora oasi di bellezza incontaminata erano a due passi da casa mia e per questo forse la maestra ci lesse la poesia che il Carducci scrisse durante una permanenza a Spoleto (in vicinanza dalle Fonti) come commissario d’esame.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte

nume Clitumno! Sento in cuor l’antica

patria e aleggiarmi su l’accesa fronte

gl’itali iddii.

Cari amici, voi non ci crederete ma a me, ascoltando quei versi, mi entrò una luce nel cuore. Niente a che vedere con il noioso Pater Noster che tutte le mattine ero costretto a recitare in chiesa con don Gino. La vera poesia era questa, non quella preghiera.

e corri, corri, corri! con la scure

corri e co’ dardi, con la clava e l’asta!

corri! minaccia gl’itali penati

Ànnibal diro.  

A quel richiamo mi sentii un antico umbro, pronto a lasciare l’aratro e correre per gettare l’olio bollente su Annibale sotto le mura di Spoleto. Inutile dire che il giorno dopo avevo scritto una poesia sul Clitunno, dagli echi eroici e ovvi richiami carducciani. Di cui sino a qualche anno fa ricordavo ancora alcuni versi ma che ora ho dimenticato. Beata selettività della senescenza che ti porta a dimenticare ciò che non devi ricordare!

Helena Kontova alle Fonti del Clitunno, 1980
Helena Kontova alle Fonti del Clitunno, 1980

La maestra Nunziatina mi aveva inseminato di poesia

Ma con quei versi e la lettura declamatoria della nostra maestra Nunziatina, era avvenuta in me l’inseminazione della poesia. E iniziai a scribacchiare poesie in rima baciata o alternata (avevo imparato anche questo) in endecasillabi un po’ stiracchiati. Non molto dopo scoprii Giacomo Leopardi di cui andavo a recitare, urlando, talvolta sotto la pioggia scrosciante, l’Infinito, su un cocuzzolo a strapiombo su una cava di pietra accanto alla mia casa. Un giorno mio padre mi pregò di smettere, perché un suo collega di lavoro gli aveva chiesto se Giancarlo non fosse diventato pazzo: mi aveva visto in cima ad una cava, da solo, a gridare parole incomprensibili al vento.

Da quel giorno le mie declamazioni dell’Infinito leopardiano furono più pacate e intime, senza urla e gesticolazioni teatrali. Ma intanto la mia conoscenza della poesia cresceva. Grazie ai libriccini super economici della BUR, che arrivavano anche a Foligno, scoprii Baudelaire, Rimbaud, Verlaine. E poi subito dopo, ma già avevo 15-16 anni, Ezra Pound, il meraviglioso pazzo, il Dante Alighieri dei nostri tempi, che ha rivoluzionato la poesia contemporanea. Lui e Thomas S. Eliot sono stati i miei due grandi riferimenti. Ma contemporaneamente non avevo trascurato i poeti italiani: il grande Ungaretti, il mitico Montale e Quasimodo, Saba, il crepuscolare Corazzini che mi affascinava particolarmente (e credo che abbia anche imitato nel mio poetare giovanile), insieme al suo maestro Guido Gozzano….

A scuola? Così, così. Durante le lezioni sottobanco, insieme alla merenda, tenevo un libro di poesie che ogni tanto sbirciavo, facendo finta di ascoltare l’insegnante. Ma quella mia curiosità diventò quasi morbosa e cominciai a leggere tutto ciò che potevo. Alla Biblioteca Comunale di Foligno, quando spesso marinavo la scuola, leggevo tutti i poeti possibili, italiani e stranieri. Compresi i grandi poeti greci. E passo dopo passo incominciai a diventare un piccolo esperto. Della poesia italiana contemporanea conoscevo quasi tutto ciò che veniva pubblicato. Divoravo ovviamente i Poeti dello Specchio di Mondadori, la collana più prestigiosa ma iniziai a scoprire anche gli editori e autori minori, sino a diventare un vero conoscitore della Poesia Italiana Contemporanea. Al punto che, nel maggio del 1956, scrissi una cartolina a Mike Bongiorno per partecipare alla sua popolare trasmissione Lascia o Raddoppia. Una semplice cartolina scritta anche maldestramente. Più per gioco e per vantarmi con i miei amici che per reale convinzione di poter partecipare. Invece, pochi giorni dopo mi arrivò un telegramma da Mike Bongiorno che mi invitava a Milano, per una sorta di esame di ammissione. Ho già raccontato più volte che nella sala di attesa per gli esami incontrai John Cage, Filiberto Menna e Sergio Dangelo; il primo si presentava come esperto di funghi e il secondo come esperto dell’Impressionismo. Dangelo mi pare sul Jazz. Tra gli esaminatori c’era Umberto Eco, che si congratulò con me, abbracciandomi, per l’ottima conoscenza che dimostrai della poesia italiana. Un giovane dimesso, con vestiti inadeguati che arriva dalla lontana campagna umbra, fa sempre tenerezza. E poteva essere una attrazione per il pubblico. Dopo questa esperienza emozionante me ne tornai in Umbria, in attesa di essere chiamato. Ma trascorrevano le settimane e non seppi più nulla. Al punto che quasi dimenticai la vicenda e nell’agosto del 1956, andai qualche giorno al mare a Ostia con i miei cugini. Mio zio Matteo, fervente militante comunista (doveva vendere ogni domenica 20 copie dell’Unità: e se non riusciva, doveva comprarsele lui. Tempi di fede e dedizione eroiche), in spiaggia leggeva Paese Sera, quotidiano non ufficiale del PCI (ottima testata che nei tempi migliori arrivò a pubblicare anche sei edizioni giornaliere, praticamente una ogni due ore: per me è ancora un mistero ma anche un miracolo dell’informazione di allora). Un giorno, tra un bagno e l’altro, nella pagina della cultura che guardavo avidamente, lessi i nomi dei concorrenti di Lascia o Raddoppia della settimana successiva. E leggendo il mio nome, caddi quasi svenuto sulla sabbia bollente, perché molto ferrosa. Mi precipitai a casa, a Trevi, dove nel frattempo era arrivato il telegramma di chiamata. Nuovamente a Milano, sempre affacciato al finestrino per non perdermi alcun dettaglio del paesaggio, incominciai a partecipare, con buon successo a Lascia o Raddoppia.

Giancarlo Politi in partenza per Milano, mentre stringe la mano a Claudio Verna, con accanto i suoi genitori
Giancarlo Politi in partenza per Milano, mentre stringe la mano a Claudio Verna, con accanto i suoi genitori

 

Lascia o Raddoppia mi aveva reso famoso

Giovanissimo assaporo i primi risvolti della celebrità. Da Upim un giorno entro per comperare qualcosa o solo per vedere come era fatto un grande magazzino e vengo assalito dalle commesse che mi chiedono l’autografo e qualcuna si avvicina troppo a me, intimidendomi, al punto che io scappai come un fuggiasco. Senza acquistare nulla e senza rilasciare alcun autografo, che allora non sapevo nemmeno cosa fosse. In trasmissione me la cavavo egregiamente ed ero diventato in poco tempo un piccolo personaggio televisivo. Al punto che l’Osservatore Romano mi dedicò un grande articolo in prima pagina ma anche il Corriere della Sera e soprattutto Il Corriere di Informazione, che mi seguiva ovunque, per carpirmi non so quale segreto, dove abitavo, quali ristoranti frequentavo e dove avevo comperato una oscena giacca con cui mi presentavo in TV. Da muratore scrisse un giornalista (e io che ne andavo così orgoglioso!). Non voglio ripetermi, perché ho già parlato di questa esperienza. Ma la mia giovane età, la provenienza proletaria, la mia ottima conoscenza della poesia contemporanea, mi resero popolare presso i poeti famosi e sconosciuti. Conobbi qui a Milano Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, che mi guardavano trattandomi come un animale dello zoo. Però erano gentili. Dopo aver letto una mia poesia in TV, per gentile concessione di Mike Bongiorno (Per chi sei morto o Signore) ho ricevuto migliaia di richieste della stessa da parte di malati negli ospedali che avevano assistito alla trasmissione. Ma anche un telegramma da parte di un Mondadori (Alberto? Bruno?), che mi invitava a spedirgli le poesie per una immediata pubblicazione nella collana mitica de Lo Specchio. Per fortuna che avevo già abbastanza autocritica e non risposi nemmeno. In questi giorni, grazie all’amico Claudio Verna, che ha conservato il mio libro Linea Umbra e alcune mie poesie di quegli anni che abbiamo trascorso insieme a Foligno, ho riletto quella famosa poesia che aveva avuto tanto successo. Ebbene, mi sono vergognato. Al punto che in vista di una eventuale pubblicazione di una breve raccolta (spero non postuma) di alcune poesie giovanili, l’ho subito eliminata dalla selezione. A rileggere alcune cose (per fortuna non tutte) che ho scritto a quell’età, mi vergogno della mia supponenza. Ma anche di chi mi prendeva sul serio.

Giancarlo Politi in pausa, a Trevi con amici, tra una puntata e l'altra di Lascia o Raddoppia
Giancarlo Politi in pausa, a Trevi con amici, tra una puntata e l’altra di Lascia o Raddoppia

Ma per tornare a quell’età e dopo Lascia o Raddoppia, inizia la mia vita normale, di un giovane che stava diventando adulto. Decido subito di pubblicare una antologia della Poesia Umbra Contemporanea, includendo un certo numero di poeti umbri e dopo che uno di questi si era offerto di pagare i costi di stampa del libro. Sull’onda di questo successo (per lo meno regionale e tra i miei amici) cerco di volare più alto. Allora cosa invento? La Linea Umbra, ipotizzando una linea della poesia italiana che partendo da Francesco di Assisi e Jacopone da Todi arrivava sino a noi. Ma la mia fantasia andò oltre.

Ero un Indiana Jones ante litteram

Dopo aver studiato la primissima espressione di italiano volgare, cioè la Carta di Capua del 960 (Sao ko kelle terre, ecc.), nei sotterranei della chiesa di Bovara che frequentavo, insieme a decine di scheletri di monaci (pare) trovo alcuni manoscritti, per lo più contratti notarili. Ne scopro alcuni anteriori al 960. Eureka, grido. Ecco dove nasce la la lingua italiana. In realtà si trattava di un latino maccheronico che nulla aveva a che vedere né con il latino né con un possibile volgare italiano. Ma tant’è. Per me era una scoperta epica. Anche se un po’ subdola. La Linea Umbra, partendo dagli antichi umbri e passando attraverso gli etruschi, poteva rappresentare la linea utopica da cui nacque la lingua e la poesia italiana, attraverso San Francesco e Jacopone, che nacquero alcuni anni prima di Dante Alighieri e del Dolce Stil Novo. La mia supponenza mi porta ad individuare anche una Linea Umbra nella poesia italiana contemporanea, attraverso il perugino Sandro Penna, per proseguire con l’etrusco Vincenzo Cardarelli, il marchigiano Luigi Bartolini (grande poeta sconosciuto) e il fiorentino Mario Luzi. Era un gioco a cui credetti fermamente e sinceramente. Mi ero immedesimato nel ruolo del filologo che scopre inediti straordinari. Un Indiana Jones ante litteram. Il libro esce con un coraggioso editore di Roma, Beniamino Carucci, di cui ho parlato a proposito di Pier Paolo Pasolini. Fu infatti a casa sua, in occasione di una presentazione ad alcuni amici del libro fresco di stampa, che incontrai Pier Paolo Pasolini, che, malgrado la sua distanza, dimostrò di apprezzare il libro (lui, con le sue Poesie a Casarsa, apprezzava il regionalismo letterario). Forse perché avevo l’aria di un proletario. Il libro fu presentato anche in una delle famose cene di Flora Volpini, nota scrittrice e anfitrione abilissimo, chiamate Incontro Con l’Autore. Lei invitava a casa sua, in una cena a pagamento (quasi pari ai 50 Euro di oggi) circa 300 persone, tra scrittori, intellettuali, nobilastri, prelati, palazzinari, presentando un libro con l’autore presente. Ogni intervenuto, dopo cena, riceveva una copia firmata del libro (che la Flora Volpini si faceva regalare dall’Editore; ed era una gara fra editori a poter partecipare agli Incontri con l’Autore, considerata una manifestazione culturale di grande richiamo e visibilità). Alle serate, compresa quella dedicata a me, partecipava sempre Giulio Andreotti, di cui Flora Volpini era molto amica (e pare che attraverso Andreotti lei percepisse laute assegnazione per meriti culturali). Linea Umbra, ideato da questo giovane Indiana Jones di Trevi, ebbe il suo bell’eco tra gli addetti ai lavori. Ma un giorno, con una sorpresa che mi fece cadere dalle nuvole, perché totalmente inaspettato, vedo un articolo sulla intera terza pagina de Il Tempo, allora quotidiano autorevole di Roma, a firma, nientepopodiomenoche, di Enrico Falqui, il profeta e il guru della giovane poesia italiana. Un articolo molto positivo che apprezzava la mia idea e il mio coraggio. Io non camminavo per terra, ma aleggiavo a un metro di altezza. A seguito di questo articolo fui invitato a presentare il libro in una popolare trasmissione televisiva, Uomini e Libri, di Luigi Silori. Insomma, la mia idea di Linea Umbra stava decollando. Anche se poi, dopo alcuni anni, come tutte le cose, si arenò. Perché io avevo deciso sì, di continuare con la poesia, ma in modo privato e occuparmi invece professionalmente di arte, che nel frattempo stavo coltivando. Le mie poesie (per fortuna) restarono nel cassetto e dimenticate. Mentre iniziò la mia cinquantennale avventura nell’arte. Di cui riprenderemo a parlare nella prossima puntata.
PS. Credo che questi miei Amarcord siano un po’ troppo lunghi e magari potrebbero annoiare. Dal prossimo numero vi prometto scritti più brevi e veloci. Ma purtroppo sempre un po’ autobiografici. Perché i miei Amarcord sono squarci di vita vissuta. Anche se a volte sembrano un romanzo d’appendice.

Giancarlo Politi