In Residence /

Ultravioletto / A Mena di Federica Branchi

Il termine “neurodiversità” indica condizioni e comportamenti dovuti a naturali variazioni nel genoma umano. Grazie all’attivismo delle comunità neurodiverse (legate ad autismo, ADHD, Tourette, disturbi dell’umore, ecc) solo recentemente queste condizioni hanno acquisito legittimità sociale, rivelando nuove estensioni e varietà dell’esperienza percettiva umana. Ultravioletto è un’indagine corale lungo e oltre questo spettro, secondo l’esperienza intima degli scrittori coinvolti.

 

a Mena,
cava di rena, regina inconscia della scena. brutale vai nell’antro a batter la pietra, per mano il piccone. alchemica missione, Mena percuote, tellurica si pone: Mena discerne il carbone. nel tunnel costipato saggi torve pareti, vagli l’incrostazione, ricerchi il quadro, forse l’autore. composto rupestre, dispnea, psicosi, sudore: Mena procede all’estrazione. la fonte fossile il tuo unico dio, l’abbattimento del materiale utile il credo tuo; immersa coltivi il giacimento minerario, la cava vacante agevole acquario, lì dove tenebra non è che un corollario, il corollario dovuto a te-teorema, tu Mena antecedente per intera. occultata, ripudiatati da te per te, che a picco coli in mare di solitudine pietrato; quanto strabilia è il nuoto sciolto e medusante, il manifestarsi soave d’un galleggiare tuo per spazio paralizzato, cupo fossile ostinato. ma battezzato da te, riconvertito all’acqua, è il muro a darsi umido; se ne direbbe da qui «qualcosa lo piange».

tu Mena che lì solo ami, e tu sola che vedi il nuovo in ciò che per intere ere geologiche fu generato, appena concluso e già arcaico, e così pieno a te raccontato: è il tuo bastevole, il tuo necessario e sufficiente. un giorno tutto questo verrà interrogato.

tu Mena non conosci alcuna gratitudine, tu Mena ti esisti, e nulla più. tu che mai ti rivendichi come generata, né languente o tragica ti chiedi figlia di chi. sennonché, a bagno in roccia nera, come da quotidiano, è invece l’anomalia ad investirti improvvisa: il Familiare t’intercetta nella profondità del centro; nel centro del mondo tuo, che per casualità dei fatti va a coincidere col centro del mondo vero. prima fiata in epoche andate, è il nome che ti pertiene, Filomena tu sei, teso a cercarti. che sia solo archeologia ridestatasi per errore, una tosse fatta a strato superiore, ti convinci tu. forse ti sbagli, o forse è il Segno, forse non ti credi; forse tu ti ignori al di fuori dell’interiore. ma no; Mena: ascolta. questo è il giorno; è la mater reinventata, che come natura vorrebbe ti brama. Mena ferina, temuta terrena creatura che sei e non sei! ascolta: è la madre che ora ti reclama. «Filomena? ma quand’è che vieni a far la donna? Filomena! ma quand’è che metterai la gonna! Filomena, ma quand’è che vieni a galla. lo farai mai? ma mi senti? Filomena! ma lo sai: non è così che funziona. funziona, ona, ona, ona…», circolare per l’inter canale la voce ancestrale ti risuona; reiterata, per l’eco duplicata, è la cantilena. snervata, prostrata Mena risale: e così s’affaccia, la luce l’imbratta, il disgusto, la smorfia, il conato, la morsa. «ma che cos’è tutto questo?», questa è Mena ch’emerge in alienazione.

Mena sotterranea, Mena minerale, Mena manovale. ma sciocca: è la superficie. è così che la chiamano qui. agorafobica, a stento respira aria pulita, non la riconosce, vi si oppone, tossisce: così avvezza alla polvere, a clima sano Mena avvizzisce. che fastidio! ma che strazio: ecco perché sto sempre sotto, ecco perché annullo il mondo: il mondo non è un bel vedere; il mondo non è un bel sentire…! – questo il ragionare di Mena. ma la madre, sangue del tuo, ti coglie nel malore al polmone; la malattia cronica, la gola strozzata, l’asma sì cosmogonica; guardati: vediti: questo è il tuo Dio Carbone.

Mena velena, Mena cancrena; Mena tossinfettiva. per te il male è la superficie e la superficie è la Madre: è la triangolazione, e tu nel punto zero. non c’è soluzione. non c’è cura che t’induca guarigione, non qui. la madre intuisce il morbo insediato, la futile fine futura fin nelle viscere già impiantata: e la madre ancora, la tua, ti prega e t’implora: lacrima di te. «Filomena, resta su. troveremo il modo per… e tu…». 

ma Mena si è già dipartita, ridiscesa abbraccia l’ombra, bacia la pietra, lecca il carbone. cava cattedrale, devota al minerale, Mena riprende l’asportazione.

Mena, le vene della miniera tali e quali alle tue. Mena: accade che oggi tu con lei ti chiudi. è il tramonto di due, è il disastro ecologico, è la liberazione: oggi Filomena è l’esplosione.

tu Mena non sei che l’esempio, prototipica vittima d’una storia ch’è eterna: la muta osservanza del confine fra norma e devianza, la malattia umana del definire mattanza, per la bellezza salvata di dirsene fuori.

tu Mena così umana, ma solo per eccesso; a chi entrerà mai così racconterai: muoiono ancora a migliaia in miniere di carbone.

 

A Mena. Testo di Federica Branchi, interpretazione di Sara Selimja, immagini a cura di Federica Branchi e Ruben Spini.

Federica Branchi (1996) vive a Milano. E’ scrittrice e studentessa di antropologia e scienze dell’educazione.

Sara Selimja (1997) vive a Torino. È attrice, doppiatrice e studentessa di lingue e culture dell’Asia e dell’Africa.

Ruben Spini (1994) studia e lavora a Milano. La sua pratica artistica è un’indagine intorno ai temi di comunicabilità e  percezione, sviluppata nella tradizione della poesia religiosa e della teoria dell’informazione.